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La marchesa von O.

Di

Editore: Passigli

3.8
(33)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri

Isbn-10: 8836807801 | Isbn-13: 9788836807802 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
"La marchesa von O." si rifà ad uno dei temi ricorrenti nelle opere del grande scrittore tedesco Heinrich von Kleist (1777-1811): la violenza contro una donna inerme, la quale trova tuttavia la forza di ribellarsi alla sopraffazione; ed anche la singolarità delle coincidenze e l'incalzare degli avvenimenti, in questo racconto, sono tipici di quel Kleist che Franz Kafka considerava tra i suoi scrittori prediletti e del quale Thomas Mann ebbe a scrivere che "osa tenerci sospesi fino alla tortura, ed ottenere da noi gratitudine".
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  • 5

    "Michele Kohlhaas ( da una antica cronaca)". In questa edizione anche "La Marchesa von O..." e "Il fidanzamento a Santo Domingo"

    “Lungo le rive dell'Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, ...uno degli uomini più giusti ma anche più terribili del suo tempo”. La laconicità con cui Kleist nell'incipit definisce Michele Kohlhaas (M.K.) contiene già quella che è ...continua

    “Lungo le rive dell'Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, ...uno degli uomini più giusti ma anche più terribili del suo tempo”. La laconicità con cui Kleist nell'incipit definisce Michele Kohlhaas (M.K.) contiene già quella che è la cifra dell'intero racconto: la compresenza di opposti che non si escludono ma convivono generando un'ambivalenza apparentemente contraddittoria, in realtà forsennatamente coerente. In “Michele Kohlhaas” la possibilità stessa di tenere ferme le distinzioni tra bene e male, giustizia e ingiustizia, ribellione e disciplina, vittoria e sconfitta, salta totalmente, perdendo tali distinzioni di significato e rivelandosi in tutta la loro opinabilità, risultando soggette, come esse saranno, ad una continua compromissione. Un' esemplificazione di ciò si può dare affermando che in “Michele Kohlhaas ” assistiamo all'esercizio ingiusto della giustizia e all'esercizio giusto dell'ingiustizia. Perchè se da una parte la giustizia, quella degli apparati preposti, sarà usata contro M. K. come strumento di potere e del potere, rivelandone l'arroganza e l'arbitrio, a sua volta il senso di giustizia di M. K. lo trasformerà in brigante ed assassino: “Il suo senso di giustizia lo fece infatti divenire un brigante ed un assassino”. Si ha così il paradosso che la giustizia si rivelerà ingiusta e gli atti di ingiustizia che attuerà K. trarranno fondamento da una giusta causa. Il movente di M. K. nel farsi vendicatore dei torti subiti non è quindi un movente antisistema. Egli non è e non vuole essere un sovversivo, né in lui si forma alcuna scissione di personalità o si instaura alcunchè di doppio. Il movente di M. K. è dettato da una pretesa di assoluto che porta a conseguenze estreme quello che egli è, così come Kleist stesso lo definisce: ”Un uomo straordinario [che] sarebbe potuto passare...per un modello perfetto di buon cittadino” Ed è proprio questo assoluto della sua coscienza il cui “senso di giustizia...assomigliava alla bilancia di un orafo”, tanto essa era precisa e misurata, che lo fa diventare spietato al punto da perdere qualsiasi scrupolo pur di vedere prese in esame le sue ragioni, generandosi un scontro titanico tra la pretesa di affermazione della sua volontà e l'indifferenza del mondo. Questo fa si che in K. convivano e si combattano ribellione e disciplina, tanto selvaggia l'una quanto ragionevole e pronta alla sottomissione l'altra. Ma la disciplina derivante dalla ragione è in qualsiasi momento pronta a venire sconfessata e a risultare perdente nel confronto con l'intransigenza della sua coscienza al cui fondo vi è tutta l'acuta dolorosità che si prova per un sentimento ferito. Il pervicace asservimento di K. alla sua coscienza non risponde infatti a un disegno freddo e meccanico, bensì è conseguenza di una lacerazione profonda e prepotente per le ferite che quella vicenda gli produrrà. Ancor prima che nel suo orgoglio K. è colpito dalle palesi umiliazioni e offese di cui lui e le persone a lui care saranno vittime, il cui apice sarà nel sacrificio della sua amata moglie che nei fatti di quella vicenda gli morirà, trasformando quelle che erano state fino a quel punto per K. solo delle cocenti angherie in tragedia. Vi è quindi nel personaggio di K. un'istintiva purezza e una difesa ostinata di quella sua, fino ad allora, incontaminata innocenza che andranno, nello svolgersi e per lo svolgersi di quella vicenda, inesorabilmente perdute. Egli a tale purezza e a tale innocenza si manterrà idealmente fino alla fine fedele ma in realtà proprio sull'altare di quella fedeltà egli le sacrificherà irreversibilmente e tragicamente. “Michele Kohlhaas” è quindi anche la rappresentazione dello scontro tra la sfera privata del sentimento, considerato infallibile perchè in sé giusto e la sfera pubblica intessuta di assurdità e di menzogne. Tutto in questo racconto si muove sotto il segno di un crescendo inarrestabile e sinistro che è dato dal ritmo “galoppante” della narrazione che Kleist crea, nel segno di un incessante vitalismo dell'azione che, a sua volta, supporta quel senso di incontrollabilità degli eventi che prende progressivamente il sopravvento. E così una vicenda che ossessivamente e cavillosamente all'inizio gli attori spacciano (ciò da parte di chi è in una posizione di autorità) o si illudono (ciò da parte di M. K.) di tenere confinata e confinabile nella razionalità esploderà nel caos che non farà altro che produrre altro caos, in un avvitamento sproporzionato nel suo rapporto causa – effetto che genererà una spirale di violenza e di follia. Si susseguono quindi nel racconto tre stadi: il sopruso che genera la sete di giustizia di K., la svolta tragica che suscita in K. la drammaticità del dolore e che genererà, a sua volta, la sua sete di vendetta, l' irrompere di catene di eventi via via sempre più irrazionali che introducono nella vicenda una dimensione fatale di cui K. sarà al tempo stesso interprete e vittima. Ed è proprio in questo passaggio che trasforma la vicenda da una vicenda di ordinaria prepotenza e di abuso di potere in una vicenda di ordinaria follia che sta la segreta e al tempo stesso sovraeccitata potenza di questo racconto. Perchè se la profanazione del diritto subita da K. è tutta dentro la logica del suddito su cui si può infierire bellamente e quindi dentro una logica in sé corrotta e basata sulla manipolazione della verità, la profanazione del diritto che, nella sua reazione, attuerà K. è al contrario tutta dentro una logica di autoinvestitura per rimettere ordine e giustizia nel mondo come se egli fosse in preda ad una fede da affermare e ad un'idea e a un compito di pulizia e di verità da realizzare. E, non a caso, Kleist attribuirà a K. le vesti e la furia di un Angelo sterminatore: “L' angelo del Giudizio piomba così giù dal cielo” scriverà Kleist riferendosi all'apparire di M. K. nel castello di Venceslao di Tronka, il nobile che gli ha prima requisito e poi utilizzato, sfiancandoli e trasformandoli in due esangui ronzini quei due cavalli che K. aveva dovuto lasciare in pegno presso il castello per motivi rivelatisi poi delle “angherie illegali”. K. aveva chiesto e preteso che quei due cavalli gli venissero restituiti nelle stesse condizioni in cui li aveva lasciati. Ma questa sua apparente semplice pretesa le cui implicazioni si allargheranno a macchia d'olio trasformando la vicenda in un affare di Stato, che coinvolgerà l' Elettore di Sassonia e l'Elettore di Brandeburgo, le corti di Berlino e di Dresda, Cancellieri e Presidenti, Principi e Generali, nonché Martin Lutero, fino alla massima autorità: l'autorità Imperiale di Vienna, troverà soddisfazione solo alla fine ma a un prezzo altissimo per K.. Quando cioè contestualmente al ripristino dell'originaria condizione in cui erano i cavalli, sarà decretata ed eseguita la pena di morte di K. per le uccisioni e le devastazioni da lui compiute in quel castello e nelle città e nei territori circostanti, per ritorsione alla mancata esecuzione della sua richiesta. Da cui la compresenza tragica di vittoria e di sconfitta nella sua vicenda. Ma vedendosi restituire i cavalli così come erano K. non solo vedrà attuato il suo senso di giustizia ma vedrà adempiersi il suo destino tutto compreso in quella sua volontà di ristabilimento dell'ordine che è ordine morale prima ancora che giuridico. Perchè realizzare quel destino è l'istanza prioritaria di K., quand'anche il prezzo da pagare sia molto alto, in quanto la minaccia di non realizzare quel destino diventa per lui la minaccia di non realizzare la propria vita. E così all'impazzimento del mondo K. oppone il suo impazzimento che lo porta a diventare martire di se stesso, pronto come egli sarà ad accettare quella sentenza. Ma tutto questo ci trasporta, nel contempo, in una dimensione di insensatezza, di assurdità, di nevrosi, che dà al personaggio e alla vicenda una sua enigmatica inafferrabilità, un senso che sfugge al buon senso e diventa dimensione sovraindividuale. “Follia tu reggi il mondo...” fa dire Kleist a un certo punto all' Elettore di Sassonia. E il marchio della follia sarà quello che alla fine della storia avrà il sopravvento. Che è nella follia della storia in sé ed è nella follia che aleggia abnorme in quella scena finale in cui K., sul patibolo, un attimo prima di morire, legge e subito dopo inghiotte il biglietto che contiene quella profezia riguardo ai destini dell'Elettore di Sassonia e della sua dinastia, rendendo in tal modo impossibile all'Elettore venire a conoscenza di quella predizione di cui in tutti i modi aveva cercato di venire in possesso. E infatti l'Elettore “a quella vista fu colto dalle convulsioni e cadde svenuto”, restandone “colpito nell'anima e nel corpo”. Dopo aver soddisfatto la sua sete di giustizia, K. in tal modo soddisferà anche la sua sete di vendetta dato che con quel gesto egli poteva mettere in atto quel potere che gli derivava dal possesso di quel biglietto con cui “poteva ferire mortalmente il tallone del nemico proprio nel momento in cui veniva calpestato”. “Tu puoi mandarmi sul patibolo ma io posso e voglio farti del male” aveva infatti profetizzato K. con riferimento all'Elettore, riaffermandosi con quella vendicatività la sfera privata del sentimento in contrasto con la sfera pubblica. E così nel momento supremo di ristabilimento dell'ordine inteso nelle sue regole e nelle sue apparenze formali si reimpone la presenza del disordine, reintroducendosi con quel gesto di K. una ennesima destabilizzazione e una nuova stortura nell'ordine del mondo. E così avremo che se quello di K. si rivelerà, di fatto, un “vittorioso suicidio” perchè qui, come non mai, è vero quell'aforisma di Hofmannsthal secondo cui “La vittoria morale è spesso un vittorioso suicidio”, (H. von Hofmannsthal – “Il libro degli amici”) parole che peraltro si potrebbero estendere alla parabola stessa della vita di Kleist e non solo in senso figurato, per contro, nello sciagurato epilogo che la vicenda avrà per l'Elettore l'applicazione della legge, mandando a morte K., si ritorcerà contro di lui lasciandolo alla mercè del suo destino ignoto. E così proprio quella follia evocata dall'Elettore sembra essere alla fine davvero colei che governa il mondo.

    ha scritto il 

  • 3

    Potenzialità non sfruttate

    Avevo già sentito parlare di questa storia a causa del film del 1976 che aveva vinto il "Grand Prix Speciale della Giuria"...
    Sapendo più o meno la trama (e anche il finale) volevo almeno gustarmi qualche approfondimento a ciò che già sapevo.


    La trama si potrebbe riassumere così:
    Una giova ...continua

    Avevo già sentito parlare di questa storia a causa del film del 1976 che aveva vinto il "Grand Prix Speciale della Giuria"... Sapendo più o meno la trama (e anche il finale) volevo almeno gustarmi qualche approfondimento a ciò che già sapevo.

    La trama si potrebbe riassumere così: Una giovane nobildonna rimasta prematuramente vedova, si ritrova misteriosamente incinta. Ripudiata dalla famiglia, per dare un padre al nascituro, mette un annuncio sul giornale. Naturalmente ci sarà il lieto fine. Credo che persino per coloro che non conoscono il finale, esso non sarà più di tanto sorprendete. Si capisce subito chi è il "corsaro", come lo chiama la levatrice, che ha ingravidata la marchesa.

    Direte voi, la storia è interessante, no? Io risponderei sì. Peccato che non venga sfruttata più del minimo indispensabile. I personaggi non vengono descritti fisicamente, neppure le città o gli ambienti. Tutto è al minimo, perché l'autore concentra tutto il romanzo sui dialoghi fra i personaggi e una vaga descrizione degli spostamenti e di ciò che avviene mentre i personaggi non interagiscono fra loro. La cosa più snervante è che neppure i personaggi sono chiamati per nome! Sono solo "il colonnello", "il conte", "la marchesa" (pur scoprendo che si chiama Giulietta). Tutte cose che possono disorientare un po' il lettore...

    Le potenzialità, come ho detto, c'erano tutte, ma probabilmente l'autore non aveva voglia di cimentarsi in qualcosa di molto complesso. Il libro è costituito da una settantina di pagine, scritto nel 1808, è definito un "romanzo". Rispetto ai canoni odierni invece sembra solo il riassunto di un romanzo ben più lungo. Peccato, peccato davvero!

    Alla fine però, può essere preso per una fotografia della società aristocratica di inizio Ottocento: come venissero trattate le donne, i rapporti interfamiliari, gli onori e i disonori che possono macchiare il buon nome di una famiglia... Tutto sembrava pervaso da una grande teatralità, che oggi (sfortunatamente) è andata persa.

    Ultimissima cosa, ma di fondamentale importanza: il prezzo di questa edizione è UN FURTO!

    ha scritto il 

  • 2

    Anascronistici erotismi

    "La Marchesa di O", letto oggi, sembra più il soggetto per un romanzo che un racconto vero e proprio. Una favola morale condita di un'immoralismo che oggi fa sorridere, ma che ci porta anche a riflettere sulla condizione della donna. Forse non una lettura imprescindibile, ma comunque interessante ...continua

    "La Marchesa di O", letto oggi, sembra più il soggetto per un romanzo che un racconto vero e proprio. Una favola morale condita di un'immoralismo che oggi fa sorridere, ma che ci porta anche a riflettere sulla condizione della donna. Forse non una lettura imprescindibile, ma comunque interessante.

    ha scritto il 

  • 2

    Anacronistici erotismi

    "La Marchesa di O", letto oggi, sembra più il soggetto per un romanzo che un racconto vero e proprio. Una favola morale condita di un'immoralismo che oggi fa sorridere, ma che ci porta anche a riflettere sulla condizione della donna. Forse non una lettura imprescindibile, ma comunque interessante ...continua

    "La Marchesa di O", letto oggi, sembra più il soggetto per un romanzo che un racconto vero e proprio. Una favola morale condita di un'immoralismo che oggi fa sorridere, ma che ci porta anche a riflettere sulla condizione della donna. Forse non una lettura imprescindibile, ma comunque interessante.

    ha scritto il