La marcia di Radetzky

Di

Editore: Longanesi & C.

4.1
(937)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 336 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000010775 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: R. Poggioli

Disponibile anche come: Altri , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
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  • 5

    La magia dei capolavori sta nel farti stare bene, risollevarti anche se narrano solo tragedie e miserie umane e nella categoria rientra certamente questo romanzo di Joseph Roth.
    Sebbene la prosa possa ...continua

    La magia dei capolavori sta nel farti stare bene, risollevarti anche se narrano solo tragedie e miserie umane e nella categoria rientra certamente questo romanzo di Joseph Roth.
    Sebbene la prosa possa sembrarci distante, indiscutibile è la sua maestria nel tratteggiare sia un quadro storico-sociale complesso come la vigilia della caduta dell’Impero Austro-Ungarico sia ,ancor di più, lo sbandamento conseguente che si ripercuote sui sudditi-protagonisti, condizionandone le vicende.
    La famiglia dei Trotta assurge a dignità aristocratica quando un semplice ufficiale salva la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la catastrofica(per l’Impero)Battaglia di Solferino, meritandosi il baronato e la fama.
    Ma gli eredi non sembrano essere all’altezza di cotanta reputazione che si rivela un fardello col quale confrontarsi costantemente, generazione dopo generazione: dal fin troppo ligio ed ossequioso Franz all’inetto e pateticamente dissoluto figlio Carlo, le cui vicissitudini e scandali vari sono speculari alle difficoltà,instabilità ed incertezze dell’Impero . A nulla serve l’intervento del padre che si prodiga nel mettere pezza ogni volta che può e salvare il buon nome e la reputazione di famiglia al cospetto dell'Impero,proprio a causa della sua cieca fede in un sistema sull’orlo del crollo ed inscalfibile solo nella sua testa.
    Sarà infatti la Prima Guerra Mondiale a dare la scossa definitiva a quanto già traballante e far crollare tutto e tutti: strazianti ,(perch)e magistralmente narrati, gli eventi finali con i protagonisti travolti in vari modi dagli esisti del conflitto.
    Momenti cult: l’Imperatore che ogni volta confonde chi tra nonno, padre e figlio gli abbia salvato la vita; il giovane Von Trotta e il cicchetto della “novantagradi” (acquavite) in cui affogare gioie e dolori.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando sei al cospetto di un bel libro, lo respiri subito: basta l’incipit e sai già di essere in buone mani.
    La prosa ti accarezza, la storia ti fa dimenticare il presente, la narrazione ti avvolge i ...continua

    Quando sei al cospetto di un bel libro, lo respiri subito: basta l’incipit e sai già di essere in buone mani.
    La prosa ti accarezza, la storia ti fa dimenticare il presente, la narrazione ti avvolge in modo tale da sentirti tu stesso partecipe degli eventi.
    Quando un autore ha la capacità di trasferire nel lettore la sua potenza creatrice portandoti dentro un mondo e facendotelo vivere, allora sai che puoi stare comodo nella tua poltrona, nel tuo letto, nella tua nicchia e mettere in moto la tua capacità di immaginare, così come l’autore vuole che sia.
    E allora si sale in carrozza, si percorre il Ring, si entra a Schönbrunn, si parla con l’imperatore, si vive l’impero dagli eventi di Solferino all’inizio della prima guerra mondiale e si vive e si invecchia dentro un mondo bellissimo e in decadenza.
    L’ottica è rovesciata rispetto a quella derivata dallo studio dei classici manuali di storia: la battaglia di Solferino è l’inizio della decadenza, per noi un traguardo dell’Unità nazionale, il triestino è l’ultimo dei sudditi, per noi oggi un connazionale, i moti del ’48 e le successive battaglie per il riconoscimento dei basilari diritti una conquista civile, là una noia da risolvere.
    Burocrazia, efficienza, lustrini, uniformi, regolamenti: un apparato militare che incarna la grandezza dell’impero ma che è ormai svuotato del suo compito e che non ha più senso di esistere in un inatteso tempo di pace che all’insaputa di molti ma non di tutti anticipa la più feroce delle guerre tale da cancellare lo stesso sdegno che portò alla nascita della Croce Rossa sul campo di Solferino.
    Nuovi nobili ascendono i gradini della scala sociale che non permette e non riconosce alcuna mobilità come non la si riconosce al più indomito pelo che non segue la linea delle fedine, poco importa se esse sono argentate e fuori moda, il segno dei tempi avanza oltre un ritratto, oltre il limite del più controllato confine, oltre l’identità sovranazionale in disfacimento. Galizia, Ungheria, Boemia, domini oltralpe: il tempo muta gli uomini e li riaggancia alla loro identità, nazionale questa volta.
    L’eroe di Solferino lascia il passo al figlio Franz ma ne detta la cadenza: lo allontana dall’esercizio militare, ne fa un servitore reverenziale della patria e del suo imperatore e del suo apparato burocratico. La nomina nobiliare porta una famiglia modesta di Sipolje, in Galizia, a tradire la sua discendenza, l’eroe non lo farà. Lo stesso Franz governerà la vita del figlio Carl Joseph, invano. Niente è più governabile meno che mai i figli.
    Leggere la “Marcia di Radetzky” è come rivalersi di quel senso di delusione provato nel vedere la Vienna di oggi. Visiti il palazzo di Hofburg, passeggi nel Ring e ti senti male perché la macchina del tempo non funziona. C’è ancora tutto: stanze private, edifici suntuosi, giardini immensi ma non lo splendore, l’essenza, la profonda appartenenza all’epoca storica. Aleggia un fantasma a Vienna: il respiro di un’epoca che non c’è più e che, con tutti i suoi limiti e le sue grandezze, dovette essere bellissima. Sono nostalgica io, immaginatevi Roth la cui vita fu segnata da questo periodo di passaggio, lui nato e cresciuto, come tutti i sudditi, “sub auspiciis Imperatoris”. Noi sappiamo, forse, quel che è stato, noi conosciamo ciò che ne è derivato.
    Addio Ottocento, il Novecento incalzante e breve è seppur passato, a cavallo di due secoli ci siamo noi. Che ne sarà? Quanto può essere attuale il sentimento del tempo che fu e la paura del domani!

    ha scritto il 

  • 5

    e la musica finì...

    Protagonista del romanzo e' il mito dell'impero asburgico. La sua fine ingloriosa e' vissuta dalle generazioni dei Trotta che impersonificano attraverso le loro vite gli ultimi decadenti decenni dell' ...continua

    Protagonista del romanzo e' il mito dell'impero asburgico. La sua fine ingloriosa e' vissuta dalle generazioni dei Trotta che impersonificano attraverso le loro vite gli ultimi decadenti decenni dell'aquila bicipite. Joseph Roth da grande giocoliere letterario ci porta dietro le quinte di questo mito, ce lo fa vivere in prima persona con le vicissitudini dei tre protagonisti. L'essenza del romanzo non è semplicemente una storia di decadenza politca, ma una sorta di assuefazione che i cittadini dell'impero vivevano. Non capivano la fine di un morto morente perche' l'aurea del mito avrebbe loro precluso qualsiasi barlume di coscienza. Assolutamente non e' un libro "triste", anzi volutamente e sottilmente ironico. Joseph Roth e' uno dei piu' grandi scrittori del novecento (morto ahime giovane), e queste pagine sono come incalzate dal ritmo della famosa marcia, per poi finire quando i protagonisti si rendono conto che il loro presente si fa Storia...cosi' la marcia termina e la musica finisce.

    ha scritto il 

  • 4

    un bel romanzo crepusolare

    L’impero asburgico ci appare ormai al tramonto ma pur sempre, fino all’ultimo, come un meccanismo perfettamente funzionante, delle oliate e strette maglie, strutturato in rigidi gradi gerarchici, nel ...continua

    L’impero asburgico ci appare ormai al tramonto ma pur sempre, fino all’ultimo, come un meccanismo perfettamente funzionante, delle oliate e strette maglie, strutturato in rigidi gradi gerarchici, nel quale ogni suddito assume un ruolo dalla nascita. Su questo treno che marcia a pieno vapore il protagonista, Trotta, si sente insoddisfatto. Si rende conto che sta fingendo di farsi piacere un modus vivendi e degli ideali che non condivide. Si sente schiacciato dalla responsabilità di dover restare saldo al suo posto, di dover contribuire a far andare avanti le cose. Nasce allora l’improbabile rimpianto di un mondo contadino, ai margini delle città, nelle valli e nelle montagne, nelle steppe delle provincie orientali dell’impero. Si delinea l’ombra di nonni contadini dall’aria imponente, radicati alla terra ed alla sua cultura millenaria. Ma i nipoti, come per esempio Trotta e il dottor Demant, entrambi membri dell’esercito, sanno che si tratta di un mondo ormai perduto. Li sovrasta infatti il ricordo della disapprovazione del nonno del dottor Demant nei confronti del figlio che sceglie l’impiego alle poste e rifiuta di occuparsi della locanda avita, e il suo disprezzo per i soldati, seminatori di morte laddove invece la locanda, la coltivazione dei campi e l’allevamento sono una partecipazione alla natura ed alla vita. La loro è la condizione degli esuli, dei senza patria, costretti a vivere in città estranee, la cui cultura non comprendono, mentre la campagna li guarda anche’essa con diffidenza come a due disertori. Nel romanzo i rapporti umani sono caratterizzati da una barriera di falsità, di atteggiamenti che costantemente nascondono i reali sentimenti per esprimere una realtà costruita ad arte, ma che in profondità e in ultima istanza non possono che dare luogo all’incomunicabilità. Il silenzio di Trotta quando il dottore scopre che è l’amante di sua moglie e gliene chiede ragione. Il silenzio del dottore che fa finta di credere a Trotta che nega con scarsa convinzione. I silenzi tra Trotta e suo padre che fanno sì che ognuno lasci scorrere la propria vita sui binari prefissati dal suo ruolo sociale con l’angosciante consapevolezza che mostrare dubbi, ripensamenti e cedimenti comporterebbe la distruzione di ogni legame, perfino degli affetti familiari, e l’inevitabile bando dal consesso civile. Il fatto è che sono uomini educati a pensare ed agire solo in una direzione prefissata e di fronte all’imprevisto, di fronte al malessere, non hanno gli strumenti per comprendere e per intervenire.

    ha scritto il 

  • 4

    Anche se credo che questo romanzo non sia esente da difetti, Joseph Roth è riuscito a tenermi sveglio per ore, di notte; irretito com'ero dal suo modo di raccontare la fine di uno dei più grandi imper ...continua

    Anche se credo che questo romanzo non sia esente da difetti, Joseph Roth è riuscito a tenermi sveglio per ore, di notte; irretito com'ero dal suo modo di raccontare la fine di uno dei più grandi imperi della storia moderna, quello Asburgico.
    La vicenda familiare degli sloveni Trotta, divenuti baroni per merito di un gesto eroico del nonno del protagonista, durante la battaglia di Solferino, serve come pretesto per raccontare l'inevitabile rovina e decadimento di uno Stato non nazionale, nell'epoca dei nazionalismi e alla vigilia della Grande Guerra (in realtà anche durante le prime fasi).
    Lo stanco apparato di valori e idee, ereditato dai secoli precedenti, si trovò inerme di fronte ad una realtà che iniziava a cambiare sempre più velocemente e che reclamava risposte nuove.
    Per questi motivi il disfacimento dell'ordine pre-bellico è anche un disfacimento morale ed esistenziale: la bomba del mondo che cambia stravolge gli scopi ereditati dal sistema previgente, lasciando i personaggi in balia di se stessi: sapevano come avrebbero dovuto agire, lo avevano imparato... ma non serviva nella nuova realtà.
    Da qui i fiumi di alcool, come se si fosse personaggi di un romanzo russo, da qui il perdersi, da qui il funesto avviarsi verso la fine di un Impero, di un mondo, della vita.

    Avevo provato a leggere questo romanzo già altre volte. E sempre ne avevo interrotto la lettura. Nei primi capitoli... e di tanto in tanto, lo stile di Roth è troppo descrittivo.
    Sono contento di aver continuato questa volta. Ho scoperto un buon autore e un bel libro.

    Ps: Una nota curiosa... perché a volte voglio trovare il pelo nell'uovo e nei dettagli, nelle minuzie. Forse sbaglio. Non so. Ma benché il romanzo mi sia piaciuto, ho notato che ogni singola donna che appare è messa in cattiva luce: o è adultera, o un'adescatrice di giovani rampolli (adultera anch'ella), o di lei si dice e si sa solo che ha le tette grandi, o nasconde la vecchiaia ed è promiscua, o è morta, o è monaca, o è dedita al meretricio o suscita ribrezzo. Insomma, nella realtà di questo romanzo la presenza femminile o è assenza (morte) o è promiscuità e infedeltà. Inevitabilmente e costantemente.
    Mi è stato proprio impossibile non notarlo. Non so se questo possa denotare misoginia, non conosco Roth che per questo romanzo, ma insomma... la cosa è curiosa (no, nessun doppio senso!) e mi chiedo se e/o quali problemi avesse Roth col gentil sesso.

    ha scritto il 

  • 4

    Un bel romanzo storico che ci narra la fine dell'ultimo impero ottocentesco in Europa

    Un mondo antico, immobile, cristallizzato, inesorabilmente destinato al totale disfacimento. È il mondo narrato da Joseph Roth ne “La marcia di Radetzky”, pagina fondamentale sulla “finis Austriae”, l ...continua

    Un mondo antico, immobile, cristallizzato, inesorabilmente destinato al totale disfacimento. È il mondo narrato da Joseph Roth ne “La marcia di Radetzky”, pagina fondamentale sulla “finis Austriae”, la dissoluzione dell’ultimo impero ottocentesco.

    Durante la battaglia di Solferino,
    il sottotenente Trotta salva la vita al giovane imperatore Francesco Giuseppe e viene pertanto decorato e nominato barone. Questo fatto rappresenta un punto di svolta nella vita del giovane, originario di un paesino dell’est e discendente da una famiglia di contadini. Il romanzo segue le vicende di tre generazioni della famiglia Trotta, che in un modo o nell’altro vive nell’ombra dell’”Eroe di Solferino”. Il figlio Franz accede alla carriera governativa sino all’ambìto grado di Sottoprefetto dell’Impero, mentre il nipote Carl Joseph sarà avviato alla carriera militare. A loro è dato il compito di conservare l’onore della famiglia e di perpetuare l’esempio di colui che si era dimostrato così eroico da meritare di essere citato nei libri di storia di tutte le scuole dell’Impero, giacché la Storia e la biografia dell’Imperatore sono la stessa cosa.

    Sarà il giovane Carl Joseph il testimone diretto della progressiva e inarrestabile rovina di quel mondo, che giorno per giorno si consuma fino a raggiungere il suo interno, l’esercito imperiale, disperso nelle innumerevoli Fortezze Bastiani agli estremi confini di un regno costituito da un mosaico di popoli, lingue e religioni diverse che il potere centrale tenta disperatamente di controllare ma che è destinato alla frammentazione sotto i colpi delle inevitabili e legittime istanze politiche, sociali ed economiche di un mondo completamente diverso da quello del 1859. L’universo militare è un insieme di piccoli uomini incompiuti e tristi, che cercano nell’alcol e nel gioco d’azzardo una fantomatica rivalsa per le disillusioni di quella vita che appariva gloriosa ed esaltante, fatta di sciabole lucenti, uniformi variopinte e azioni eroiche. Ben presto il giovane sottotenente si rende conto che tutto ciò è come sepolto sotto uno strato di sabbia, che non esistono relazioni umane sincere, che tutto è privo di senso e destinato a corrompersi irrimediabilmente e a morire, come le donne che tenta di amare o l’unico vero amico che come e prima di lui si rende conto dell’enorme inganno di cui sono vittime.

    ha scritto il 

  • 5

    Malinconico Roth

    Joseph Roth con questo romanzo disegna la parabola perfetta della fine di un'epoca e del destino di coloro che ne hanno condiviso la conclusione. Romanzo meraviglioso, intensamente umano, gonfio di no ...continua

    Joseph Roth con questo romanzo disegna la parabola perfetta della fine di un'epoca e del destino di coloro che ne hanno condiviso la conclusione. Romanzo meraviglioso, intensamente umano, gonfio di nostalgia.
    La prosa di Joseph Roth ha un sottofondo malinconico che me lo rende prossimo, familiare. Mi commuove e intenerisce.

    http://youtu.be/VFHGMKy1bho

    ha scritto il 

  • 4

    Per qualche motivo i romanzi di Joseph Roth non mi restano mai molto impressi (non che ne abbia letti molti) e tendo a confonderne le trame e i personaggi. Rispetto ad altri scrittori mitteleuropei, l ...continua

    Per qualche motivo i romanzi di Joseph Roth non mi restano mai molto impressi (non che ne abbia letti molti) e tendo a confonderne le trame e i personaggi. Rispetto ad altri scrittori mitteleuropei, le sue storie mi scivolano via dalla memoria come se fossero sabbia.

    Roth ha un modo di raccontare che da una parte è dimesso, poco enfatico, anche se pervaso di feroce ironia. Questo libro è però pieno di lampi improvvisi che illuminano per un attimo immagini grandiose, e di gustosi ritratti che lasciano deliziati, per cui non si lascia dimenticare facilmente.

    ha scritto il 

  • 3

    In sostanza non dice molto ma lo dice bene!

    Il contenuto lascia un po' a desiderare ma la forma con cui è scritto ti fa venire voglia di non smettere mai di leggere. La storia è lenta e anche inconsistente in certe parti ma, considerato che rip ...continua

    Il contenuto lascia un po' a desiderare ma la forma con cui è scritto ti fa venire voglia di non smettere mai di leggere. La storia è lenta e anche inconsistente in certe parti ma, considerato che riproduce realisticamente la pigra e noiosa vita militare prima della guerra, ci può stare.

    Alla fine ci si lega ai personaggi... questi Trotta. Tre generazioni messe a confronto: dall'eroe di Solferino, il nonno Trotta che salvò la vita all'imperatore Francesco Giuseppe, al nipote Trotta, un giovane che non trova lo scopo della sua vita visto che l'impero sta decadendo e non sa più per cosa combattere.
    Bellissima la descrizione che viene fatta dell'imperatore d'Austria!

    Ringrazio Giosuè per avermi consigliato questa lettura vari anni fa. Ci ho sempre pensato da allora... Meglio tardi che mai! :)

    ha scritto il 

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