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La messa dell'uomo disarmato

Di

Editore: Sironi

4.6
(114)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 864 | Formato: Altri

Isbn-10: 8851800243 | Isbn-13: 9788851800246 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Genere: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
Luisito Bianchi scrive questo romanzo negli anni Settanta, rappresentando coni mezzi della letteratura un'esperienza per lui profonda e cruciale, seppurvissuta in giovanissima età: la Resistenza italiana. Nel 1989 - dopo unaprofonda revisione da parte dell'autore - gli stessi amici ne curano la primapubblicazione, autofinanziata e ora esaurita. Il libro inizia così adiffondersi "da mano a mano, da amicizia ad amicizia", secondo le stesseparole dell'autore. L'editore Sironi, imbattutosi come tanti altri inquest'opera e convinto della sua forza, la propone ora al grande pubblico.
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  • 4

    Un romanzo teologico sulla Resistenza. Detta così sembra uno scherzo, eppure eccolo. Ed è anche bello.


    Una parte centrale più corposa che costituisce il vero e proprio romanzo è preceduta e seguita da un antefatto e una conclusione raccontate in prima persona dal narratore (-autore?). Ques ...continua

    Un romanzo teologico sulla Resistenza. Detta così sembra uno scherzo, eppure eccolo. Ed è anche bello.

    Una parte centrale più corposa che costituisce il vero e proprio romanzo è preceduta e seguita da un antefatto e una conclusione raccontate in prima persona dal narratore (-autore?). Queste sono le sezioni più riuscite, al limite del capolavoro, abbracciando insieme la storia di un'anima, della sua incompiutezza, della sua vocazione religiosa, della sua rinuncia, forse, a vivere. Per me che non credo l'immersione in un universo estraneo ma affascinante, con un'inedita visione dall'interno della Chiesa preconciliare, dei suoi riti e delle sue fratture (i postumi del modernismo/antimodernismo...). E insieme una visione lirica e struggente della natura, del ciclo delle stagioni, degli affetti familiari.

    La parte centrale, più convenzionale, a volte sembra anche un po' troppo "mitizzata", soprattutto nella descrizione della vita e delle imprese dei partigiani, ma del resto è lo stesso narratore ad ammettere che è un po' così...

    ha scritto il 

  • 4

    La lettura della storia affinché diventi Storia. Una lettura cristiana, sociale, politica degli avvenimenti dal 1940 fino agli anni Sessanta, anche se a questi sono dedicate di sfuggita le ultime pagine.


    La storia è vista con gli occhi dei numerosi personaggi che rendono il romanzo di amp ...continua

    La lettura della storia affinché diventi Storia. Una lettura cristiana, sociale, politica degli avvenimenti dal 1940 fino agli anni Sessanta, anche se a questi sono dedicate di sfuggita le ultime pagine.

    La storia è vista con gli occhi dei numerosi personaggi che rendono il romanzo di ampio respiro, perché c'è la Storia ma ci sono anche le piccole storie delle vite personali, i piccoli aneddoti, i racconti della vita contadina.

    Ha ragione chi ha scritto che è un romanzo con ritmi lenti, ma se ci fate caso, i ritmi si modificano a seconda se lo scrittore parla della Campanella, della guerra o della vita dopo la fine della guerra: addirittura qui il ritmo diventa fin troppo veloce, lo scrittore non si sofferma più nelle descrizioni, racconta i fatti velocemente, come siamo abituati a fare oggi.

    Il personaggio di Franco è l'emblema di quello che dovrebbe essere il nostro compito, capire il significato della nostra vita, trovare la nostra strada; e proprio come Franco, tendiamo a vivere come degli automi, per non riflettere, non vivendo in pieno la vita.

    ha scritto il 

  • 5

    Non ho letto molto, ma "La messa dell'uomo disarmato" mi è decisamente rimasto nel cuore, mi accompagna ancora oggi come un fedele compagno.La storia si svolge dal 1940 in poi in un paesino non identificato della pianura padana con protagonista la realtà della "Campanella" frazione di un piccolo ...continua

    Non ho letto molto, ma "La messa dell'uomo disarmato" mi è decisamente rimasto nel cuore, mi accompagna ancora oggi come un fedele compagno.La storia si svolge dal 1940 in poi in un paesino non identificato della pianura padana con protagonista la realtà della "Campanella" frazione di un piccolo borgo dove vive una famiglia di contadini. Si intrcciano tante storie, tanti volti diversi, emozioni, stati d'animo, scelte difficili da fare in un periodo storico coì tormentato.Il tutto sostenuto da una narrazione lenta,capace di penetrare l'anima nei suoi angoli più reconditi; pennellate delicate,raffinate, leggere anche nel descrivere le situazioni più complesse, difficili dove ognuno è chiamato a confrontarsi con la propria coscienza. Legami affettivi, amicizie solide, attenzione al più debole, a chi può essere emarginato, ferito, giudicato negativamente dalla piccola comunità contadina. Tutto messo in gioco non solo guardando al proprio tornaconto,anzi...! Il leitmotiv che attraversa tutto il romanzo con diversi accenti sono, secondo me, l'amore e la misericordia donata e ricevuta da ognuno, secondo le proprie possibilità, donata e ricevuta da chi è credente (in Dio) e da chi non lo è. E' un romanzo di 860 pagine,dunque lungo,ma quando sono arrivata al termine mi è dispiaciuto! L'ho riletto più volte e spesso riprendo qualche pagina, scopro ogni volta qualcosa di nuovo che scavando nella mia coscienza mi aiuta a crescere. Non mi stanco di ripetere che è un capolavoro, una "poesia" di ottocentosessanta pagine!

    ha scritto il 

  • 5

    Gratuità del vino nuovo

    Alla quarta rilettura non mancano sorprese, pianti, ribellioni e grida di speranza contro ogni forza disumanizzante di cui siamo stati (e tuttora siamo...) vittime più o meno conniventi, più o meno innocenti.
    Qui Rondine, dom Luca, il professore, Balilla, l'abate del monastero, ma anche Piero e F ...continua

    Alla quarta rilettura non mancano sorprese, pianti, ribellioni e grida di speranza contro ogni forza disumanizzante di cui siamo stati (e tuttora siamo...) vittime più o meno conniventi, più o meno innocenti. Qui Rondine, dom Luca, il professore, Balilla, l'abate del monastero, ma anche Piero e Franco, Toni e la Cecina, i loro genitori, dom Placido e Maddalena, hanno tutti alzato il prezzo della vita che ci è stata donata alla posta più alta. Nella nostra storia la tenerezza della rivoluzione si è presa la sua coppa di vino nuovo.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo sulla Resistenza. Così avverte la copertina. Ma è molto di più.
    Le sue ottocentocinquanta pagine racchiudono un vero e proprio universo di sentimenti, di azioni, di spiritualità, di vicende umane liete e tragiche. Ma c’è anche un ambiente contadino con le sue abitudini segnate dalle st ...continua

    Un romanzo sulla Resistenza. Così avverte la copertina. Ma è molto di più. Le sue ottocentocinquanta pagine racchiudono un vero e proprio universo di sentimenti, di azioni, di spiritualità, di vicende umane liete e tragiche. Ma c’è anche un ambiente contadino con le sue abitudini segnate dalle stagioni, i riti campestri celebrati con la vanga e con la falce. Il tempo storico è quello gli anni dal 1940 al 1945, nello scenario dell’alta pianura Padana, non lontana dai primi contrafforti alpini. In tale contesto si dipana la matassa di una narrazione corale, che segue le vicende di molti personaggi. Il tutto gravita intorno alla cascina denominata “La Campanella”, dove Franco ha fatto ritorno dopo avere lasciato il monastero benedettino in cui era novizio. Il fratello Piero, ufficiale medico, è partito per il fronte greco. I genitori si danno da fare con il raccolto del frumento e con i numerosi lavori che la campagna richiede fino ai primi rigori novembrini, quando la brutta stagione fa il suo ritorno trionfale. Sono ritmi lenti, scanditi dai tempi stagionali, accompagnati dai profumi semplici della terra e dei suoi prodotti. Quando Piero rientra dal fronte, con i piedi congelati, sembra preannunciarsi una svolta nella pacifica famiglia contadina. Il giovane ufficiale medico guarisce e si innamora di Maria, figlia del possidente Gaspare. Ma la guerra è entrata nel suo momento più drammatico. Parte la spedizione per il fronte russo e anche il paesello padano deve dare il suo contributo di uomini. Tutta questa prima sezione del romanzo è narrata dal punto di vista di Franco, che metabolizza a poco a poco la sua scelta di non farsi monaco. Grazie all’incontro con l’Arciprete, grazie ai discorsi con il fratello Piero (agnostico pieno di ideali e grande altruista), ma soprattutto all’amicizia di Dom Placido, benedettino musicista, il giovane prende coscienza concreta del grande mistero di vita e di morte in cui l’uomo è immerso, dove i confini tra sacro e profano, tra spirituale e materiale risultano non sempre definibili. Intorno a lui si muovono innumerevoli personaggi con la loro umanità, testimoni di un’esistenza che non può non avere destini trascendenti o, per lo meno, un significato. C’è Toni, vecchio socialista che conosce i campi allo stesso modo della gente; c’è Rondine, un vagabondo di paese che parla con i morti e andrà a sacrificarsi tra i partigiani; c’è dom Luca, cappellano dei ribelli, che dopo avere sparato si sottopone a un digiuno eucaristico fino a quando tornerà a celebrare la messa con il suo stesso sangue, la notte di Natale; c’è Maria che porta in grembo il bambino, augurandosi che egli possa vedere finalmente un mondo di pace e di solidarietà. E ce ne sono tanti altri: il professore democratico, protetto e nascosto dai paesani; l’arciprete, uomo di fede e di cultura; Stalino, reduce dalla Russia e partigiano convinto; Miriam, la giovane staffetta; l’abate del convento, martire della libertà e dell’amore. Tutti perfettamente caratterizzati e resi vivi da una scrittura calda e incisiva. La lunga e maestosa overture sfocia nel grande evento. Dal 1943, il paese, e con esso la Campanella, sono protagonisti della Resistenza. Tutti fanno la loro parte, non solo coloro che partono per le vicine montagne. Allora anche la narrazione diventa impersonale e assume i toni dell’epica. Le vicende si intrecciano, formando le trame di un unico grande disegno. E questo risulterà, alla fine, un affresco in cui il lettore si può rispecchiare, subendo il fascino della Parola che va al di là del sacro, che scende fra gli uomini, facendosi carne e sangue. Si tratta di un romanzo complesso, pur nella semplicità della materia trattata. E a ben vedere, il suo valore è testimoniato anche dal destino che ha avuto nel tempo. Composto negli anni Settanta, venne pubblicato in edizione autoprodotta ed ebbe subito una fortuna clamorosa, ma un vero successo underground. Più recentemente, l’editrice Sironi l’ha trasformato in un ottimo volume che oggi si offre finalmente a un pubblico ancora più vasto. Un bel viatico per l’autore, Luisito Bianchi, sacerdote e scrittore fecondo (è recentemente scomparso), impegnato nella ricerca della verità. Una lettura alla quale soprattutto i giovani dovrebbero accostarsi. Perché in questa materia stanno le radici della nostra democrazia, attualmente così minacciata e incompresa.

    Giuseppe Novellino http://www.pescepirata.it http://www.pescepirata.it/aspiranti_scrittori/viewtopic.php?f=43&t=2534

    ha scritto il 

  • 4

    - Vedranno un mondo nuovo, ma non dovranno dimenticare che furono i loro padri a conquistarlo...e anche le loro madri. Maria chinò la testa sul suo ventre gonfio. - Non vedranno più guerre allora? - chiese la madre, mentre preparava la tavola. - Certamente no, se ricorderanno quanti dolori il nuo ...continua

    - Vedranno un mondo nuovo, ma non dovranno dimenticare che furono i loro padri a conquistarlo...e anche le loro madri. Maria chinò la testa sul suo ventre gonfio. - Non vedranno più guerre allora? - chiese la madre, mentre preparava la tavola. - Certamente no, se ricorderanno quanti dolori il nuovo mondo è costato.

    ha scritto il 

  • 5

    Intensa, commovente, vera. Questi sono gli aggettivi che mi vengono in mente se ripenso all'avventura che questo libro mi ha regalato. Un romanzo, scritto da un prete, che dovrebbe essere letto nelle scuole e che dovrebbere essere materia d'obbligo nei seminari. Invece è stato letto da pochissime ...continua

    Intensa, commovente, vera. Questi sono gli aggettivi che mi vengono in mente se ripenso all'avventura che questo libro mi ha regalato. Un romanzo, scritto da un prete, che dovrebbe essere letto nelle scuole e che dovrebbere essere materia d'obbligo nei seminari. Invece è stato letto da pochissime persone e addirittura è difficilissimo trovarlo. Credo sia il piu' importante romanzo che sia stato scritto sulla Resistenza ed il fatto che sia quasi clandestino la dice lunga sulla capacita' di questo paese a mantenere vivo il ricordo di un periodo cruciale per la nostra liberta'. Certamente la lettura è lunga e impegnativa soprattutto nella prima parte, dove sono raccolte le riflessioni teologico esistenziali del protagonista. Le pagine che raccontano la vicenda, invece, sono bellissime e vorresti che non finissero mai.

    ha scritto il 

  • 5

    Premessa Spesso i libri di Sironi, acclamati come geniali capolavori, mi hanno deluso. A questo "capolavoro dimenticato" mi sono, dunque, avvicinato con un certo scetticismo. E sgombriamo il campo da dubbi: questo non è IL libro italiano sulla Resistenza. Ne esistono di bellissimi (Fenogli ...continua

    Premessa Spesso i libri di Sironi, acclamati come geniali capolavori, mi hanno deluso. A questo "capolavoro dimenticato" mi sono, dunque, avvicinato con un certo scetticismo. E sgombriamo il campo da dubbi: questo non è IL libro italiano sulla Resistenza. Ne esistono di bellissimi (Fenoglio, Calvino,...) ma la classifica serve a poco. FINE

    E veniamo al dunque. Un grandissimo libro. Diviso in tre parti. La prima e la terza narrate da un curioso soggetto. Un giovane in ritirata; in ritirata dal monastero, in ritirata dal fascismo, in ritirata dalla guerra, in ritirata dalla vita. Un giovane ai margini per scelta, che parla con un tono elegiaco, e interrompe la narrazione dei fatti per divagare sul ruolo della Parola nella Storia, sul rapporto tra fatica contadina e umanità, tra crescita personale e sociale. Un tono elegiaco, avvolgente, anche soporifero a volte, il tono che avvolge certe messe di provincia sovraccariche di incenso. Parti dominate dal rapporto con un Maestro che c'è e non c'è. Che si erge a Maestro prima e si defila poi, lasciandoci mille interrogativi, lasciando al protagonista mille interrogativi, su quanta parte della propria ricerca interiore si possa fare in compagnia e quanta si debba fare in solitudine.

    Ma soli non si è mai per davvero. Soprattutto se attorno a voi ci sono una guerra, una dittatura, il suo crollo, la Resistenza, i martiri, la fine della guerra, il crepuscolo degli eroi e la ascesa degli imboscati. Fatti che non restano ai margini, ma neanche invadono la scena. Accadono. E poche volte ho letto restituite in maniera così convincenti le motivazioni di tante, diverse, scelte personali che attorno a quei fatti costruirono l'Italia di quegli anni (e segnarono indelebilmente quella degli anni a venire). Così il vecchio contadino socialista che ha subito l'onta dell'olio di ricino, il Professore dissidente, la guardia comunale, l'arciprete, il maresciallo dei carabinirei, l'oste diventano vivi e pieni nelle loro contraddizioni. Mai giudicati: descritti, accettati, interrogati da un uomo che non potrebbe giudicare nessuno, non avendo ancora risolto il rovello di come giudicare se stesso. In questo modo quello che oggi ci sembra illogico trova la sua logica, quello che oggi ci sembra logico incontra la sua follia.

    Nella parte di mezzo l'io narrante scompare. Batte appunto in ritirata davanti all'irrompere di un momento in cui non è possibile non lasciare campo all'azione. E' questa seconda parte quella della Resistenza vera e propria. Avvincente, densa, drammatica, commovente. Il protagonista è rimasto al suo campo, al suo ritmo di vita dettato da semine e raccolte, polente e camini. Al suo posto gli uomini delle montagne e le donne che restano in paese per preparare la prossima generazione.

    Ho letto che questa parte è stata criticata per aver tratteggiato uomini troppo buoni, partigianti troppo coraggiosi, eroici, appassionati. Ma, va detto, la bontà e la cattiveria albergano in ogni uomo (anche se non in uguale misura)e sta soprattutto nell'occhio di chi guarda. Un occhio buono non vede che cose buone. Ecco dove si annida il ritirato in questa seconda parte. Non nella prima persona che narra ma nelle caratteristiche dell'occhio che guarda. Qui, dolorosamente, si muore. E l'occhio che guarda si fa carico della necessaria misericordia, pur senza scordare la Giustizia.

    Le ultime, densissime, pagine, cercano di dare un senso a tutti gli avvenimenti susseguiti. Non ci riescono in pieno. Nessuno di noi ci riesce in pieno. L'unica strada possibile è la ricerca: costante, sincera, umana.

    Impossibile non vedere in questo anelito spirituale sempre attaccato alla realtà un esempio, anche per chi voglia seguire altre strade. Un libro che ci mette in discussione e che mette in discussione il suo autore. Ma anche un libro che ci racconta e ci restituisce intatta la forza del racconto. La forza della parola: sia essa la minuscola dei nostri minuscoli libri o la maiuscola del maiuscolo libro della vita.

    ha scritto il 

  • 0

    A malincuore ho preso la decisione di abbandonare questo libro. Dico a malincuore perché la persona che me l'ha prestato l'ha amato, e anche perché non è da me abbandonare una lettura, anche se brutta. Ormai sono tre mesi che l'ho iniziato, e non riesco ad andare oltre pagina 202. Lo trovo lento, ...continua

    A malincuore ho preso la decisione di abbandonare questo libro. Dico a malincuore perché la persona che me l'ha prestato l'ha amato, e anche perché non è da me abbandonare una lettura, anche se brutta. Ormai sono tre mesi che l'ho iniziato, e non riesco ad andare oltre pagina 202. Lo trovo lento, pesante, in alcune parti noioso. Il pensiero di dover leggere altre 700 pagine come queste mi angoscia.

    ha scritto il 

  • 5

    "La messa dell'uomo disarmato" è uno dei libri più profondi e toccanti che mi sia mai capitato di leggere. Non un romanzo sulla Resistenza, ma una vera e propria esperienza letteraria della Resistenza. Sto scrivendo questa recensione ascoltando una playlist preparata per l'occasione, quasi fosse ...continua

    "La messa dell'uomo disarmato" è uno dei libri più profondi e toccanti che mi sia mai capitato di leggere. Non un romanzo sulla Resistenza, ma una vera e propria esperienza letteraria della Resistenza. Sto scrivendo questa recensione ascoltando una playlist preparata per l'occasione, quasi fosse un compito solenne da celebrare in musica. Ogni canzone ha un senso, che nasce dal legame tra il contenuto di quest'ultima e le pagine del romanzo. Il primo brano è intitolato "Samwise the brave" ed è contenuto nella colonna sonora della trilogia de "Il Signore degli Anelli". Il suo motivo risuona, almeno così mi pare di ricordare, nella parte finale del terzo episodio - Il ritorno del Re - quando gli hobbit hanno fatto ritorno nella Contea e, ritrovatisi nella taverna a bere un boccale di birra, si avverte il loro sentirsi come "spaesati" a casa loro dopo una così grande avventura. Il libro di Tolkien si conclude con una metafora della morte come imprescindibile sbocco di ogni grande viaggio o avventura: Frodo, infatti, prende il mare assieme a Gandalf e agli elfi, lasciando per sempre la Terra di mezzo. L'hobbit mi ha ricordato il (quasi) protagonista del romanzo: Franco. Entrambi vivono quel che resta della loro esistenza dopo la grande avventura - contro Sauron e negli anni della Resistenza - aderendo ad una delle possibili chiavi di lettura della massima platonica secondo la quale "solo i morti hanno visto la fine della guerra". Frodo e Franco lo hanno capito, il secondo pur avendo sofferto tragicamente per non aver preso parte attiva alla Resistenza e tormentandosi con il pensiero di non esser morto al posto di chi ha combattuto anche per la sua libertà. Lo hobbit ed il contadino/monaco non riescono a tornare a vivere dopo la grande avventura: intorno a loro, giorno dopo giorno, si accrescono di numero le separazioni, tra quanti, pur vivi, non si rivedranno più e quanti li hanno ormai preceduti nel sepolcro. La malinconia delle ultime 150 pagine del romanzo, tempestate di lutti, rende magistralmente l'idea di un tempo e di un mondo che passano lasciando i vivi sempre più incapaci di "parlare con i morti", forse perché dimentichi che, come era solito dire Rondine, "sono i morti che portano i vivi". Entrambi sono privi di una metà che li accompagni per mano nel ritorno alla vita: una vita che per loro si è chiusa nella grande avventura, come fosse concentrata nel famoso giorno da leoni. Non restano loro che le continue rimembranze consegnate ai posteri, in ambo i casi, in due opere scritte che permettano, come veri strumenti ermeneutici, di comprendere il loro travaglio e la loro morte "spirituale" in attesa che giunga, a completare il quadro, anche quella della carne. Frodo e Franco sono due sopravvissuti in un mondo che sanno perderà presto la memoria: la storia diverrà leggenda e quest'ultima mito, per riposare infine, come i loro corpi, nel silenzio della terra. Il secondo brano è intitolato "Al Dievel" ed è tratto, come anche il terzo, dall'album "Appunti partigiani" dei Modena City Ramblers. Nel dialetto di questa ballata di rara bellezza si coglie la storia di un partigiano, di un comandante come Piero, Stalino, il Capitano, Lupo, Marco o, in un certo senso, l'Abate del Monastero, la cui memoria, finita la guerra, cade nel dimenticatoio nel giro di pochi mesi o, addirittura, rischia di essere infamata: è quello che rischia di capitare, nel romanzo, a Stalino. Ogni volta che ascolto questa musica la mano scorre rapida sul lettore per cercarne le parole finali, un discorso del "comandante Diavolo" che ben si adatta al messaggio del romanzo di Luisito Bianchi: "Noi sognavamo un mondo diverso, un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo di pace e un mondo di fratellanza e serenità. Ora ho 85 anni, da allora ne sono passati 60... e purtroppo questo mondo non c’è... dunque riflettete, ragionate con la vostra testa e continuate la vostra lotta". Questo è il messaggio che i partigiani del romanzo, immagini letterarie di quanti, leoni tra pecore, hanno combattuto per consegnare alle generazioni future un mondo migliore. Un mondo che hanno constatato non esserci, ancora. Un mondo verso il quale ci indirizzano con il loro esempio che deve sempre tuonare nelle nostre menti ogni qualvolta ci sembra di sprofondare nella disperazione, nel pessimismo e nella sfiducia. Il messaggio di chi, in un paese occupato, venendo da 20 anni di dittatura violenta, ha trovato il coraggio di andare in montagna, patire la fame ed il freddo, abbandonare mogli e figli, vedere l'orrore della guerra e combattere per un mondo più giusto. Tutte cose che ognuno spesso ricorda quasi come si trattasse di racconti fantastici, dimentico del fatto che si tratta di storie di vita vera, di eventi reali, dei quali ormai pochi testimoni portano ancora i segni, nella carne come nello spirito. Forse perché, sotto sotto, ci sentiamo tutti un po' pecore dinanzi all'esempio di simili leoni. Il terzo brano, con il quale chiudo questa prolissa recensione, è "La pianura dei sette fratelli", magnifica ballata in memoria dei sette fratelli Cervi. La voce e gli strumenti dei MCR fanno onore al ricordo dei figli di Alcide Cervi - quello che Berlusconi disse di essere ben felice di incontrare, appena una quarantina d'anni dalla sua morte -, che "non sono mai morti". Questa canzona è infatti, ai miei occhi, come un sassolino posato sulle tombe di tutti i resistenti della Storia e delle storie, ivi compresa quella del romanzo di Luisito Bianchi: un piccolo omaggio che non appassisce, nella speranza che la Memoria, almeno quella della terra che accoglie le spoglie dei resistenti, possa non venire mai meno.

    ha scritto il