La mia Africa

Di

Editore: Euroclub

3.8
(2464)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 233 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Tedesco , Chi tradizionale , Chi semplificata , Norvegese , Polacco , Danese , Ungherese , Portoghese

Isbn-10: A000008585 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Lucia Drudi Demby

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Viaggi

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Descrizione del libro
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  • 3

    Dal confronto tra culture diverse si imparano tante cose

    "...gli uomini se ne vanno quando il loro coraggio viene messo alla prova.
    Di noi ciò che viene messo alla prova è la pazienza, il saper vivere senza di loro..."

    ha scritto il 

  • 5

    Mi ha catturato molto

    Di solito non ho mezze misure con le scritture di tipo intimistico (diari, resoconti di viaggio o di esperienze private, flussi di coscienza, ecc.). O li odio e li butterei nel fuoco, o li adoro e mi ...continua

    Di solito non ho mezze misure con le scritture di tipo intimistico (diari, resoconti di viaggio o di esperienze private, flussi di coscienza, ecc.). O li odio e li butterei nel fuoco, o li adoro e mi faccio catapultare nell'interno di un'animo. Questo è il secondo caso. Probabilmente il tema "esotico" aiuta, come aiuta il bellissimo stile scrittorio della Blixen, che ha una incisività nel descrivere in modo piano luoghi, persone e stati d'animo. Certo è uno di quei libri che non ha una trama precisa, ma ogni capitolo alla sua chiusa ti ha lasciato qualcosa di quella strana vita. Qualcuno potrebbe (e lo hanno fatto) ribadirmi che trovano la visione dell'Africa da parte dell'autrice "paternalistica". Ma bisogna anche collocarsi sul piano storico di inizio Novecento, e a me la Blixen non pare che sia una europeista convinta, almeno per l'epoca, non manca mai di sottolineare non la supremazia quanto la differenza di approccio tra uomo bianco e uomo di colore, con il primo che lotta contro il Destino e il secondo che se ne lascia trasportare. E in fondo, quando parla delle difficoltà e del fallimento finale della sua fattoria, sembra quasi che consideri l'abbandonarsi al fato una reazione più valida dell'affannarsi europeo. Insomma, non troverete una autrice "rivoluzionaria" negli atti, per quanto una donna con il fucile all'epoca forse non fosse assimilabile alle regolari; ma se leggete tra le righe troverete l'amore per l'Africa e per il suo popolo, e a me che credo nei sentimenti più che nelle rivoluzioni come saldi educatori, piace proprio per questo: è un primo ponte, quando intorno a lei molti compatrioti pensano semplicemente che l'abbandonarsi al destino degli indigeni sia disonestà di base unita a poca voglia di lavorare. Il colonialismo non è stato una bella cosa, ma la Blixen non mi pare essere affatto uno dei teorizzatori, o perlomeno non in questo testo.

    ha scritto il 

  • 3

    Frasi dal libro

    “L’aria, in Africa, ha un significato ignoro in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento.”

    https://frasiarzianti.wordpress.com/2017/06/06/la-mi ...continua

    “L’aria, in Africa, ha un significato ignoro in Europa: piena di apparizioni e miraggi, è, in un certo senso, il vero palcoscenico di ogni evento.”

    https://frasiarzianti.wordpress.com/2017/06/06/la-mia-africa-karen-blixen/

    ha scritto il 

  • 4

    “Fai presto, amor mio, e sii come un capriolo o un giovane cervo sulla montagna piena d’aromi”

    Vissuta fino al 1931 in una fattoria sugli altipiani del Ngong, la scrittrice Karen Blixen ha descritto in questa biografia il suo profondo e intenso rapporto d’amore con il continente africano, con i ...continua

    Vissuta fino al 1931 in una fattoria sugli altipiani del Ngong, la scrittrice Karen Blixen ha descritto in questa biografia il suo profondo e intenso rapporto d’amore con il continente africano, con i suoi colori, la sua incommensurabile bellezza naturale, i suoi molteplici abitanti.
    Una storia toccante e appassionante, la fuga di una donna da un mondo soffocante e convenzionale come quello europeo alla ricerca della vita e dell’amore.
    Un inno d’amore appassionato e ardente nei confronti dell’Africa che si trasforma in triste e nostalgico nel momento dell’abbandono finale.
    Sublimi le descrizioni dei paesaggi africani.

    “Ora io sono una canzone dell’Africa, una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccoglievano il caffè, ma sa l’Africa una canzone che parla di me? Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore che io ho portato, c’è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena, sulla ghiaia del viale, un’ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?”

    ha scritto il 

  • 3

    Pensavo di abbandonarlo alla prima pagina. Poi ho letto il primo capitolo e sono caduta nel mondo di Karen Blinxen e non credo di essere più capace di uscirne.

    ha scritto il 

  • 4

    La mia Africa è uno di quei libri che si ha un po’ paura a recensire, probabilmente perché non si potrà mai riuscire a trasmettere appieno le emozioni che affiorano durante la lettura. Si tratta di u ...continua

    La mia Africa è uno di quei libri che si ha un po’ paura a recensire, probabilmente perché non si potrà mai riuscire a trasmettere appieno le emozioni che affiorano durante la lettura. Si tratta di una narrazione delicata e intima, un canto d’amore per una terra lontana e magica, che si può ripercorrere solo attraverso le parole della Baronessa Blixen.

    ha scritto il 

  • 4

    La canzone dell'Africa

    Scordatevi il film, se l'avete visto. Scordatevi la storia d'amore con Denis Finch-Atton, scordatevi la scena sensualissima in cui Robert Redford lava i capelli a Meryl Streep nel bel mezzo di un safa ...continua

    Scordatevi il film, se l'avete visto. Scordatevi la storia d'amore con Denis Finch-Atton, scordatevi la scena sensualissima in cui Robert Redford lava i capelli a Meryl Streep nel bel mezzo di un safari. Scordatevi la vita intima di questa donna straordinaria e tenete con voi solo le immagini mozzafiato degli altopiani del Ngong: l'unico anello di congiunzione tra il film ed il libro da cui è stato liberamente tratto è la magnificenza del paesaggio. Il film di Sydney Pollack, datato 1985, resta senza dubbio il più grande tributo che Hollywood abbia mai fatto al Kenya, ma film e romanzo hanno due cuori molto diversi tra loro. Il film racconta la vita della scrittrice Karen Blixen durante l’epoca coloniale in Kenya, ed ha come interpreti Meryl Streep nel ruolo della protagonista e Robert Redford nel ruolo del suo amante Denys Finch-Hatton. Corredato da una superba fotografia e da un’intensa colonna sonora, il film fece conoscere questo paese al pubblico di tutto il mondo, ottenendo un enorme successo e facendo incetta di premi Oscar. Il kolossal ha lasciato però sullo sfondo ciò che per la Blixen fu fondamentale: non già la sua storia d'amore con Finch-Atton, su cui ruota buona parte del film, ma quella che ebbe con il contintente africano, autentica ed intensa. Il romanzo è la dichiarazione d'amore di questa donna verso il paese a cui dedicò la maggior parte della sua vita, è il racconto del rapporto simbiotico con una terra che conservava ancora intatta una feroce bellezza, nonostante le ferite inflitte dai governi occidentali. Siamo nei primi anni venti, la carta geografica dell'Africa è un' immenso rattoppo suddiviso tra le maggiori potenze europee. Inglesi, tedeschi, francesi, belgi, spagnoli, portoghesi, italiani: non esiste più una sola terra indipendente e libera. La Blixen, che per tutto il romanzo si terrà a debita distanza da considerazioni poliche e critiche all'operato del governo inglese, compone un vero e proprio inno all'Africa: una canzone d'amore per la sua gente, per la sua natura maestosa, per i suoi conflitti, per quell'intreccio indissolubile tra vita e morte, tra amare e uccidere, che da sempre domina la vita indigena.
    "Ora io so una canzone dell'Africa - pensavo - una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell'aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccoglievano il caffè - ma sa l'Africa una canzone che parla di me? Vibra nell'aria della pianura il barlume di un colore chi io ho portato, c'è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena, sulla ghiaia del viale, un'ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?"
    E' questa la domanda che Karen Blixen rivolge ai cieli equatoriali, quando di notte si siede in veranda a studiare il firmamento, immenso e fulgido. Lei ha ascoltato la canzone del Kenya, una sinfonia di sconfinata bellezza, dove la vita degli uomini è un tutt'uno con le praterie in cui cacciano i Masai, ultimo baluardo delle popolazioni indigene. Una canzone che parla di animali selvaggi e del rituale antico della caccia, che si perde nella notte dei tempi. Un richiamo ancestrale a cui nemmeno lei, che è una donna bianca e aristocratica, riesce a sottrarsi: attraversa le sterminate pianure ai piedi del Ngong per appostarsi ed uccidere i leoni, predatori impietosi dei suoi animali domestici, usando il fucile come un uomo, e provando lo stesso senso di eccitazione. Oganizzava battute di caccia memorabili, trascorrendo mesi interi nel cuore del Ngong insieme a servitori ed amici che in cambio ricevevano pelli e carne; ma non erano queste le ricompense a cui ambivano gli uomini bianchi che si avventuravano con lei. Giusto o sbagliato che fosse, lo facevano soprattutto per provare quel senso appartenenza al primordiale cerchio della vita. Il leone, terribile predatore, era un nemico fiero e rispettato, e la sua uccisione portava con sè il senso stesso dell'esistenza: "...Quando il sole non era ancora sorto e la luna stava declinando, tornare a casa dopo l’eccidio attraverso la pianura grigia, lasciando nell’argento dell’erba una stria scura, il muso ancora rosso fino alle orecchie; o durante la siesta nel meriggio, quando si riposava pacificamente in mezzo alla sua famiglia, sull’erba bassa, all’ombra delicata e primaverile delle grandi acacie, nel suo giardino d’Africa.”
    Questa è la canzone che l'Africa canta ai suoi avventori, per legarli indissolubilmente alle sue terre di un amore non ricambiato. Karen Blixen sa che la sua canzone per quelle terre invce non l'ascolterà mai nessuno. Gli scampoli di civiltà che ha portato dalla Danimarca non continueranno a vibrare nel vento d' Afirca, una volta abbandonata la fattoria. Le immense pianure del Ngong, il monte Kenya, le placide colline che circondano la fattoria: a nulla importerà della sua canzone di donna bianca, aristocratica pioniera in cerca di avventure. Quel paesaggio incastonato nella terra da migliaia di anni è indifferente di fronte alla sua avanguardistica piantagione di caffè, alle sue conoscenze mediche, alla sua bella casa piena di porcellane raffinate, libri importanti e di grammofoni. Lo sanno bene anche i Masai, magnifici e fieri guerrieri delle pianure, che odiano la civiltà che lei rappresenta. Seppur rilegati in una riserva confinante con la fattoria, non si sono mai arresi alla schiavitù e alla supremazia degli europei: il governo inglese, che in Kenya era mascherato da "protettorato", li considerava appartenenti ad una sorta di aristocrazia tra i selvaggi, e a modo suo li rispettava; in caso di disordini non li punivano mai con la prigione, ma con ammende: i Masai imprigionati si lasciavano morire nel giro di pochi mesi, come animali feriti.
    La Blixen, così come il suo amante Finch-Atton, ebbero sempre un rapporto speciale con i Masai, per cui nutrivano un profondo e viscerale rispetto. Condivise la sua vita alla fattoria con i Kikuyu e i Somali, altre popolazioni locali, che a differenza dei Masai riuscirono ad adattarsi al cambiamento ed a convivere pacificamente con i coloni. Lei amava profondamente il suo‘servo’-amico Farah e Kamante, il suo cuoco. Quando la Blixen arrivò in Kenya, Kamante era un bambino ammalato ed affetto da gravi malformazioni: un pastore di capre senza futuro, destinato a morire prima dei dieci anni. Karen lo salvò da morte certa, affidandolo alle cure dell'ospedale di Nairobi. Lo andò a trovre spesso, fino a quando non guarì del tutto. E Kamante la ricambiò di quell'affetto scegliendo di restare nella sua casa, al suo servizio, fino a quando non fu costretta a vendere la fattoria.
    La Blixen scrive questo romanzo una volta tornata in Europa, in seguito alla crisi economica che fece crollare il costo del caffè e che rese improduttiva la sua piantagione. Cercò di salvarla ad ogni costo, contrattando con banche e governo fino all'ultimo, ma alla fine si arrese. Riuscì però a garantire la proprietà di un piccolo appezzamento di terra ai suoi amati Kikuyu: fu la sua ultima battaglia. Quel mondo così come l'aveva conosciuto stava finendo, portandosi via la scommessa della sua vita. Non solo la fattoria spegneva le sue luci su quelle pianure in mezzo al nulla, ma anche la morte si prese il suo grande amico e amante Denis Finch-Hatton. Precipitò con il suo aereo mentre sorvolava l'altopiano, durante gli ultimi giorni di permanenza in Kenya della baronessa. Come una premonizione, come il compiersi di un destino ineluttabile. I kikuyu non temevano la morte, perché si sentivano parte di essa. Si consideravano parte di un grande disegno, accettavano il loro destino senza cercare di plasmarlo.Come la terra, come gli animali. Denis Finch-Hatton visse e morì come un animale libero e fiero, e così anche Karen Blixen trascorse i suoi anni in Africa. Il suo retaggio di donna bianca le creava paure e pensieri che si scioglievano all'ombra delle grandi acacie, durante i safari, o durante le notti passate insonni ad osservare il firmamento. Nel suo romanzo racconta un mondo che non c'è più, con le sue regole imperfette, senza mai giudicare. Lei faceva parte di quel sistema, il colonialismo era la realtà storica in cui viveva. Leggendo il suo amore per l'Africa possiamo tuttavia comprendere molte cose che per volontà, e non per ipocrisia, ha taciuto. Scelse di non perdersi in inutili disquisizioni socio-politiche. Non si esporrà mai, non affermerà mai di essre in disaccordo, non muoverà mai critiche nei confronti del governo inglese. Semplicemente, si limita a raccontare quella realtà vissuta dalla parte comoda ed ingiusta della storia. Fin dalle prime righe si intuisce quanto la donna fosse consapevole di essere in realtà solo un'ospite ricca in un paese che apparteneva ad altri popoli. Gli indigeni frequentavano la sua casa, e lo facevano liberamente. Ospitava le loro danze, e lei accendeva il grammofono per loro, facendo ascoltare Mozart e Beethoven agli squatters che si affacciavano curiosi quando la musica si spandeva intorno alla fattoria. Serviva ai suoi ospiti vini pregiati in calici di cristallo, insegnava a Kamanke a cucinare raffinati piatti europei, ma poi si mescolava alla vita nelle capanne Kikuyu per aiutare i malati, in mezzo alla sporcizia, al sangue e alla morte con la familiarità di chi ha capito quanto poco importi l'aristocrazia della vecchia europa in quelle terre.
    Questo è uno di quei libri che non si dimentica. Rimarrà scolpito nella mia memoria. E' stato come compiere un viaggio attraveso il tempo e lo spazio e mi ha riempito gli occhi di una bellezza rara . Ogni volta che vorrò immaginare l'Africa rileggerò questa recensione, che scrivo essenzialmente per me stessa e per tutti coloro che vogliono dalla lettura qualcosa di più . Induce alla riflessione e alla lentezza, perché a volte è necessario soffermarsi un poco sulle pagine per avere il tempo di vedere, di sentire, di comprendere. Ma si legge d'un fiato, trasportati dalla canzone dell'Africa, che ancora risuona senza sosta sugli altopiani del Ngong.

    ha scritto il 

  • 2

    Ho iniziato questo libro con la speranza di leggere una storia appassionante - visto che tutti i commenti del film (che io non ho visto) erano positivi - e invece... Niente! Troppo lento.

    Prendo il l ...continua

    Ho iniziato questo libro con la speranza di leggere una storia appassionante - visto che tutti i commenti del film (che io non ho visto) erano positivi - e invece... Niente! Troppo lento.

    Prendo il libro, apro, leggo qualche capitolo e mi fermo.
    Passa qualche mese e penso "probabilmente non era il momento giusto per leggerlo, ecco perché l'ho lasciato fermo, sul comodino, ad impolverarsi. Proviamo di nuovo!". Ma niente, forse non ero io il problema (o forse sì?). E così mi trovo, nuovamente, a risistemarlo nello scaffale e... chissà, magari un giorno ci riproverò.

    ha scritto il 

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