Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

La mia Russia

Di

Editore: Einaudi (Saggi 829)

3.6
(5)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 405 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806145517 | Isbn-13: 9788806145514 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Claudia Zonghetti

Genere: Fiction & Literature

Ti piace La mia Russia?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Un grande libro di ricordi che trascende il puro ambito memorialistico. Nellepagine dell'illustre studioso russo rivivono non solo le vicende di una vitastraordinaria per le qualità intellettuali del protagonista, ma l'interaparabola di un difficile secolo.
Ordina per
  • 0

    A scrivere delle impressioni di lettura intorno ad un libro appena terminato [questo di cui scriverò però l’ho terminato tipo venti giorni fa] si fanno all’incirca sempre gli stessi giri.
    C’è quella volta che uno è più sistematico, fors’anche più tecnico; quell’altra invece gli escono delle ...continua

    A scrivere delle impressioni di lettura intorno ad un libro appena terminato [questo di cui scriverò però l’ho terminato tipo venti giorni fa] si fanno all’incirca sempre gli stessi giri.
    C’è quella volta che uno è più sistematico, fors’anche più tecnico; quell’altra invece gli escono delle mezzepagine più libere nella forma, magari pure delle mezze cazz(eggi)ate... dipende da che cos’ha appena letto.
    In sostanza però uno sempre si pone a trattare appunto del libro che ha attraversato: impressioni, ripulse, idiosincrasie, anche entusiasmi toh.

    Però mi rendo conto che nel rapporto coi libri [l’idea che te ne fai] entrano in circolo tante altre cose che uno normalmente non penserebbe essere di pertinenza di una trattazione critica, o addirittura letteraria.
    Oppure, per quanto creda che certe cose le pensino tutti, quelle cose si finisce spesso per rimuoverle come fossero un rumore di fondo.

    Ho pronto appunto l’esempio.
    Questo libro di Dmitrij Sergeevič Lichačev lo avevo in casa da tempo. Un’edizione credo non più replicata dopo la sua uscita nell’anno duemila.
    All’epoca la gloriosa collana dei Saggi Einaudi, ancorché costosa uguale, era in versione alquanto minimale: niente copertina rigida permeata di tela e relativa sovraccoperta a fondo bianco col classico riquadro centrale riportante l’immagine, bensì una ricopertura di cartoncino plastificato, quella tipologia a pellicola che nelle configurazioni di bassa qualità si squama quasi subito, cosicché tu con sgomento ti tocca di vedere la separazione tra il cartone sottostante e uno strato superiore di plastichino opaco del tutto simile, quanto a colore e trasparenza, ai sacchetti del reparto ortofrutta del supermercato, quelli che ci metti le mele o le zucchine e poi vai alla bilancia elettronica.

    E comunque, anche nella versione un po’ pezzente d’inizio millennio [ora siamo tornati ad uno standard d’altra caratura – mi viene in mente in battuta il bellissimo libro della Bolzoni, “Il cuore di cristallo”], un tomo dei Saggi Einaudi ti pone, nei confronti del testo, ad un certo livello d’aspettativa.
    Con quest’aspettativa, che è appunto inconscia, cablata nella scheda madre delle abitudini di lettore, e pure credo piccolo borghese, ho cominciato la lettura del Lichačev.

    Leggevo e nel contempo avevo la percezione che qualcosa non funzionasse. Cos’era?
    Diciamo prima che “La mia Russia” è un libro di ricordi che vanno dall’infanzia pietroburghese dell’autore [classe 1906] fino, all’incirca, al primo dopoguerra.
    Sono ricordi che non procedono in maniera sistematica. Tale non-sistematicità non è solo di natura editoriale, poichè i testi, nati per destinazioni di diversa natura, con varia datazione, sono stati raccolti e conglobati dentro ad una “raccolta”, ma anche proprio di logica interna.
    Ci sono infatti scritti ove è più distesa l’accentuazione, come dire, arcadica, e parliamo appunto della Russia del declinante regno di Nicola II [in particolare Pietroburgo; la stessa Pietroburgo nella quale si muoveva Parnok, il protagonista de “Il francobollo egiziano di Mandel'štam], e altri dove forte preme un’urgenza di testimonianza.
    Ci sono poi ricordi articolati, in forma di classico medaglione, di diversa personalità culturali, anche di spessore, ma da noi del tutto sconosciute, che l’autore ha incontrato nel corso della propria vita.

    Insomma una raccolta di natura composita, contenente molte cose interessanti e anche moltissimo drammatiche.
    Interessante (e anche ovviamente drammatico) il racconto dei lager “prima del ’36-‘38”, ovvero alla fine degli anni venti (Lichačev fu arrestato nel febbraio del 1927 e deportato alle Solvki nell’estate dello stesso anno), la vita e la ricerca d’impiego di un rilasciato negli anni trenta, la fine che fecero in quegli anni molti tesori d’arte sacra del secolo XVII e anche precedenti.
    Terribile è infine il racconto dell’assedio di Leningrado, narrato con una vividezza nonché semplicità narrativa dove il disumano delle condizioni delle genti assediate non è mai disgiunto da una commovente pietà cristiana.

    Tornando all’inizio della mia perorazione, e riconoscendo appunto a Lichačev una bella sapidità cronachistica, una scrittura di grande civiltà e coraggio, vado alla percezione del qualcosa che non funziona.
    Ebbene, e confessando la mia meschinità [però ammetterete pure che coi libri si fanno anche certi poco nobili pensieri!], una raccolta così, un po’ spezzettata, diseguale di peso e tono, non mi sembrava una cosa da Saggi Einaudi.
    La costa arancione, la copertina bianca con il riquadro, il font “che tutti conosciamo”... insomma, tutte queste cose mi sembrava presupponessero altro, fosse anche la famiglia Romanov e non i commissari del popolo in cappotto da cekista. E va be’...

    ghost track:

    “Tutto era pronto per un gran cotillon. Ci fu un momento in cui sembrò che i cittadini sarebbero rimasti così per sempre, come gatti col nastro.
    Ma già si agitavano i lustrascarpe-assiri, come i corvi prima di un’eclisse, e dai dentisti cominciavano a sparire i denti a perno.
    Amo i dentisti per il loro amore dell’arte, per l’ampiezza di vedute, per la tolleranza in fatto di idee. Amo, non lo nascondo, il ronzio del trapano, fratello povero e terreno dell’aeroplano che col suo aculeo trivella anch’esso l’azzurro”

    (Osip Ėmil'evič Mandel'štam – “Il francobollo egiziano” III – trad. di Giuliana Raspi)

    ha scritto il