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La miglior vita

By Fulvio Tomizza

(115)

| Hardcover

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Book Description

La letteratura italiana è sempre stata molto avara di romanzi, mentre ha prodotto in abbondanza racconti e prose liriche. Per questa ragione avviene che un lettore, quando si imbatte in un romanzo vero, si muova dapprincipio con qualche difficoltà, d Continue

La letteratura italiana è sempre stata molto avara di romanzi, mentre ha prodotto in abbondanza racconti e prose liriche. Per questa ragione avviene che un lettore, quando si imbatte in un romanzo vero, si muova dapprincipio con qualche difficoltà, dato che si inoltra tra grandi spazi, si situa nella dimensione della storia, incontra personaggi; insomma, scopre l'esistenza di un mondo che non conosceva, ma dove finisce poi per trovarsi a suo agio. Non a caso un romanzo autentico può essere fra gli ospiti più generosi che a un lettore sia dato di incontrare.
È un po' quello che succede con La miglior vita, il nuovo romanzo di Fulvio Tomizza. Tomizza è uno dei pochi veri romanzieri della nostra letteratura. Lo è per temperamento e per disposizione culturale al punto che, di fronte alle elocubrazioni e agli snobismi letterali di tutti quegli anni, ha continuato ostinatamente a perseguire un ideale preciso di romanzo, anche a costo di pagare con l'isolamento, non soltanto logistico (Tomizza è istriano e vive appartato a Trieste), il prezzo della propria ricerca narrativa. Ma con La miglior vita egli infrange ogni barriera costrittiva per andarsi ad attestare fra quei pochi che oggi sono in grado di costruire un romanzo popolare (da non confondere con populista), di ampio respiro (per la vastità del disegno narrativo e non per un semplice accumulo di fatti), di impianto storico (dove la storia non ha una funzione "cronologica" ma segue e segna il passaggio fra esperienze e avvenimenti).
Per realizzare questo suo disegno narrativo, Tomizza non ha messo mano a grandiosi progetti, ma ha attuato semmai un'operazione di tipo opposto: si è cioè sommerso ancor più, e nel contempo con un distacco che ha accordato maggiore spazio alla sua carica inventiva, nella storia e nella realtà di quel mondo che, a partire dal famoso Materada, fa da sfondo ai suoi libri. Tomizza ha potuto compiere questo atto grazie all'esperienza e alla maturazione di scrittore che lo ha portato a padroneggiare con sicura abilità tecnica e stilistica i materiali narrativi, ma soprattutto a far assurgere a valori universali questo atavico mondo di confine. Da sperduto luogo periferico, un luogo da cui andarsene, Materada si trasforma così in una zona centrale della letteratura dove installarsi; e il protagonista del romanzo, un umile sagrestano, più che un personaggio esemplare, positivo o negativo che si voglia, diventa figura emblematica. Martin Crusich, il sagrestano di Tomizza, segue quotidianamente lo svolgersi della vita della parrocchia che, in una società arcaica e contadina come quella istriana dell'interno, costituisce il centro propulsore di tutta l'attività della zona. E la segue, come un personaggio manzoniano, umilmente;tuttavia, i fatti minuti di tutti i giorni e i grandi sconvolgenti avvenimenti storici di cui è osservatore e cronista lungo tutto l'arco della sua esistenza, dagli inizi del secolo a oggi, maturano in lui la coscienza di essere anche partecipe, e più ancora mediatore tra la mentalità "superiore" dei vari parroci spesso intolleranti che si susseguono nella canonica e la concretezza irriducibile della sua gente. Grazie a questa presa di coscienza, che ha anche valor politico e sociale, può ergersi a testimone della storia e diventare "cantore" dell'epica popolare della sua "parrocchia", sorta per volere di Venezia nel Seicento e ora rassegnata a perdonare del tutto la propria identità.

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    Romanzo che prende il titolo dalla locuzione con cui venivano indicate sui registri parrocchiali le dipartite dei più poveri, verso una “miglior vita”, appunto. La parrocchia è quella di M. (Materada), luogo d’infanzia dello scrittore, e l’opera narr ...(continue)

    Romanzo che prende il titolo dalla locuzione con cui venivano indicate sui registri parrocchiali le dipartite dei più poveri, verso una “miglior vita”, appunto. La parrocchia è quella di M. (Materada), luogo d’infanzia dello scrittore, e l’opera narra le vicende di questa umile comunità contadina istriana durante 70 anni, dal dominio asburgico a quello italiano e poi jugoslavo, scanditi dall’avvicendarsi dei diversi parroci.

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    Daria49 said on May 24, 2014 | Add your feedback

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    Un gruppo di gente semplice, non proprio un popolo, quello descritto da Tomizza, poveri contadini che condividevano i problemi e le vicissitudini della vita senza rendersi conto che, forse, tra di loro c’era una differenza notevole poco notata prima; ...(continue)

    Un gruppo di gente semplice, non proprio un popolo, quello descritto da Tomizza, poveri contadini che condividevano i problemi e le vicissitudini della vita senza rendersi conto che, forse, tra di loro c’era una differenza notevole poco notata prima; persone che parlavano un dialetto che sapeva di italiano e di croato si resero conto, all’improvviso, di dover appartenere necessariamente ad un gruppo o all’altro, mentre la terra su cui erano nati e avevano sudato per racimolare i frutti che da essa riuscivano a trarre sfuggiva loro, dovevano scegliere se restare in questa terra italiana, comportarsi da italiani e parlare la lingua italiana o emigrare in una Jugoslavia appena costituita per continuare ad essere se stessi. Ma in una ‘comunità’ non più tale in quanto ha perso i suoi pochi punti di riferimento anche le famiglie si trovarono allo sbando e finirono con l’essere divise, alcuni giunsero anche ad italianizzare il nome per non sentirsi stranieri in una terra che a loro non era estranea.
    Delle vicende narrate è testimone un sagrestano, Martin Crusich, che dai piccoli avvenimenti del proprio paese, Radovani, trae informazioni tali da indurre ad osservare con più ampia visione tutte le incongruenze proprie di un secolo ricco di spiacevoli cambiamenti apportati sia dalle due guerre che dalla rivoluzione socialista e dagli accesi nazionalismi. Ma Crusich è anche il filo conduttore che lega le ben diverse figure dei sette parroci di età e di cultura o preparazione differenti, che si susseguono nella guida della parrocchia. Una voce, la sua, che riporta alla memoria tutta la drammatica angoscia provata da chi non aveva più voce per farsi sentire, e quella violenza, spesso gratuita, che sarebbe dovuta scomparire dalla memoria collettiva.
    Lasciano un segno profondo le ultime frasi da lui pronunciate:
    “Da un sole che non vedevo…cadeva una luce appena dorata. Dentro a questa luce tutte le cose liberate della loro pesantezza, quasi svuotate da ogni materialità, parevano mescolarsi e sollevarsi insieme. Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita?
    Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo.”

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    Gabbiano said on Mar 20, 2014 | Add your feedback

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    C’è tanto amore per una terra, per la gente che vi ha vissuto, per la storia che ci si è intessuta sopra, ne “La miglior vita” di Fulvio Tomizza; amore struggente, non si sa bene se carico di nostalgia o di disperazione, dove non cogliamo nessuna luc ...(continue)

    C’è tanto amore per una terra, per la gente che vi ha vissuto, per la storia che ci si è intessuta sopra, ne “La miglior vita” di Fulvio Tomizza; amore struggente, non si sa bene se carico di nostalgia o di disperazione, dove non cogliamo nessuna luce, neanche un bagliore, che dal futuro possa dare un senso di speranza.
    Tomizza sembra voler narrare di come la Storia, a volte, sia una gola vorace che ingurgita le esistenze dopo averle stritolate tra fauci che di volta in volta assumono la forma di guerra, carestia, malattia, o semplicemente destino infausto.
    Strutturalmente, abbiamo una storia “vista” da un punto fermo, immobile, ma costante: la parrocchia; intesa sia come struttura muraria/ luogo, sia come struttura/istituzione.
    In fondo è uno dei caratteri propri della storia d’Italia, almeno fino al secolo scorso, che la Chiesa assuma a seconda delle circostanze storiche posizioni e funzioni a volte antitetiche tra loro: ora materna, accogliente, solidale e dialogante, ora cruda, cinica, ideologica e gelosa del suo potere; 
non è solo tra la gente di Tomizza che l’istituzione cattolica ha assunto questi paramenti, ma tra quella gente certamente questi caratteri sono più marcati.
    Poi abbiamo la storia “vissuta”, quella del protagonista, un sagrestano: e qui cogliamo la carne, la fame, la fatica, il pane, il vento devastatore delle guerre.
    Su tutto sovrasta la totale assenza del senso del futuro. Ogni evento che sopravviene nelle esistenze dei personaggi non è mai il frutto di un processo di maturazione, di un corso di vita personale; al contrario, l’ “evento” irrompe nelle vite di ciascuno e sempre con una portata tragica e nefasta. 

    La Storia, il mostro vorace di cui si diceva in apertura, è qualcosa di distante, separato, “fatta altrove”, un cannone armato da chissà chi e sparato sulle vite di ciascuno a spazzarle verso dimensioni prescelte da altri. 

    E questo non sorprende, in chi conosce la storia della campagna italiana, almeno fino alla prima metà del 1900, e anche un po’ oltre. 

    Quello che mi ha invece sorpreso nel romanzo è che a questa rassegnata accettazione dell’evento non corrisponda in senso consolatorio, se non di sopportazione, la credenza in un fato, un senso del destino, che comunque evocano un rapporto col futuro. Uno dei caratteri che più sorprende del romanzo, infatti, è che, ad esempio, c’è Chiesa ma non religione. Ma mi sembra ben strano che una civiltà agricola quale quella descritta da Tomizza non avesse in sé questa visione, che è propria delle civiltà di questo tipo.
    Tuttavia non escludo che ciò sia potuto derivare da una scelta stilistica dell’autore, che ha ben evitato ogni immagine poetica nel suo lavoro (poichè descrivere una dimensione fatalista necessariamente avrebbe condotto a strumenti narrativi sganciati dal realismo descrittivo). Non si riesce a cogliere, infatti, nel romanzo, come tutto ciò che si è verificato nella storia descritta sia poi diventato anima del narratore, se lo è diventato; sembra cioè di leggere un romanzo storico sulle vicende drammatiche di un popolo in uno dei tanti pezzi di territorio coinvolti dalla guerra; non un’opera che fa respirare l'aria di quella gente e cogliere quanto nell'esistenza e nella stessa coscienza di un uomo questo dramma indentitario abbia coinvolto e sconvolto. Che è il grande deficit poetico che ho colto nel romanzo.

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    iBruno said on Mar 16, 2014 | Add your feedback

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    Il romanzo è molto bello ed intenso ma non è facile lettura, sia perché il tessuto sintattico e linguistico accompagna l’andamento arcaico di una comunità contadina, povera, composta da diverse etnie, che vive la sua esistenza fatta di fatica e scand ...(continue)

    Il romanzo è molto bello ed intenso ma non è facile lettura, sia perché il tessuto sintattico e linguistico accompagna l’andamento arcaico di una comunità contadina, povera, composta da diverse etnie, che vive la sua esistenza fatta di fatica e scandita dal ritmo biologico della vita e delle stagioni, sia perché l’autore, che rievoca parte della sua fanciullezza, ne è emotivamente coinvolto.
    E’ certamente un romanzo corale, anche se l’io narrante è il sacrestano, Martin Crusich, il <<nonzolo>>, che accompagna nella sua lunga vita ben sette parroci ora italiani, ora croati, con le loro manie, fissazioni, difetti e pregi. Ma la presenza di questi sacerdoti nel tessuto narrativo serve, a mio parere, a fissare dei paletti intorno ai quali si dipana il tessuto di un mondo complesso e semplice allo stesso tempo, dove ci sono i ricchi e i poveri, le invidie e l’amore ma che la Storia si diverte a scompigliare. Finché c’era un nemico comune da combattere, vuoi i Turchi o la povertà stessa, allora non c’erano grosse distinzioni o odi tra le varie etnie: si viveva tutti secondo il ritmo delle stagioni e il suono delle campane. Nel momento però in cui le comunità si dividono e prendono, volenti o nolenti, coscienza della loro identità, allora quel mondo sembra tutto svanire pian piano e, se prima esistevano dei valori, ora non ci sono più neanche quelli o meglio non emergono dalla nebbia nella quale la Storia li ha chiusi. Giustamente Claudio Magris ha definito questo romanzo una <<epica di frontiera>> e tale è, perché la vicende si protraggono per più di mezzo secolo, vedendo avvicendarsi vincitori e vinti, e perché il vero protagonista è “il popolo”, quella comunità, unita nel bene e nel male della quale Tomizza professa una grande nostalgia. «Continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani ed essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi», così riflette con molta tristezza Crusich.
    La lingua usata da Tomizza non è semplice, il lessico è spesso arricchito da termini dialettali, e il periodare appare denso, lento ma asciutto , direi quasi scarno, al punto da raggiungere veramente alti livelli di drammaticità, come nella descrizione del doloroso e travagliato funerale di Antonio, figlio del narratore o nell’ultima annotazione di Martin che, finalmente dopo una lunga vita, sente arrivare la morte, pensiero che poi pone fine al romanzo. In quei momenti il suo sguardo va verso la luce che il campanile e la chiesa illuminati dal sole riflettono e allora lui così riflette : << Dentro a questa luce tutte le cose liberate dalla loro pesantezza, quasi svuotate da ogni materialità, parevano mescolarsi e sollevarsi insieme. Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo>> .

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    elettra said on Mar 8, 2014 | Add your feedback

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    L'io narrante di questo romanzo è Martin Crusich, discendente di una famiglia di sagrestani e sagrestano a sua volta, che partendo da una particolare e "privilegiata" postazione - la canonica - racconta le vicende quotidiane, la storia personale e so ...(continue)

    L'io narrante di questo romanzo è Martin Crusich, discendente di una famiglia di sagrestani e sagrestano a sua volta, che partendo da una particolare e "privilegiata" postazione - la canonica - racconta le vicende quotidiane, la storia personale e sociale di un comune istriano, Radovani. A scandire i tempi e il susseguirsi degli eventi in un lungo arco cronologico che abbraccia le due guerre mondiali, è l'avvicendarsi di sette parroci - tanti quanti sono i capitoli del libro - con le qualità e i difetti di ognuno, ma tutti accomunati dalla partecipazione attiva alla vita di una piccola comunità contadina. Un racconto che il protagonista vive come una missione, anche per il ruolo di mediazione che ritiene di poter svolgere tra parroco e parrocchiani. Vincitore del Premio Strega del 1977, si tratta di una lettura amabile ma non sempre avvincente.

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    Salvatore Palma said on Oct 24, 2013 | Add your feedback

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    Non mi ha particolarmente colpito: uno scrivere contorto e discontinuo che confonde spesso la lettura.

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    Deborah said on Dec 27, 2012 | Add your feedback

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