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La montagna incantata

in appendice: Thomas Mann, La montagna incantata: lezione agli studenti di Princeton

Di

Editore: Corbaccio

4.3
(2289)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 689 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Portoghese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Olandese , Catalano , Polacco , Giapponese , Svedese

Isbn-10: 8879720007 | Isbn-13: 9788879720007 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Ervino Pocar

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Philosophy

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Descrizione del libro
Hans Castorp recatosi a trovare un cugino in sanatorio, finisce col restarvi, ammalatosi a sua volta, per sette anni. A contatto con il microcosmo del sanatorio, vero e proprio panorama di tutte le correnti di pensiero, il suo carattere subisce un'evoluzione e un incremento: passa attraverso la malattia, l'amore (la signora Chauchat), il razionalismo e la gioia di vivere (Settembrini), il pessimismo irrazionale (Naphta), senza che nessuna di queste posizioni lo converta. Ma in mezzo a tante forze contrastanti, Castorp trova il suo equilibrio. Scoppia la guerra nel 1914 e Hans viene strappato da questa magica e raffinata atmosfera per essere gettato sui campi di battaglia dove la sua sorte resta incerta, ma immersa in un clima di morte.
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  • 5

    “Contrariamente alle buone bottiglie, i buoni libri non invecchiano. Ci aspettano sui nostri scaffali e siamo noi a invecchiare. Quando ci riteniamo abbastanza invecchiati per leggerli, li affrontiamo un’altra volta”.

    Da Wikipedia
    Mann iniziò a lavorare a La montagna incantata nel 1912, concependo inizialmente il progetto come un racconto breve in cui sviluppare in chiave ironica alcuni dei temi già presenti in La ...continua

    Da Wikipedia
    Mann iniziò a lavorare a La montagna incantata nel 1912, concependo inizialmente il progetto come un racconto breve in cui sviluppare in chiave ironica alcuni dei temi già presenti in La morte a Venezia. L'idea centrale riflette le esperienze ed impressioni relative al soggiorno della moglie, Katia Pringsheim, a quel tempo sofferente di una malattia polmonare, nel sanatorio del dottor Friedrich Jessen a Davos in Svizzera, durato diversi mesi. Mann le fece visita nel maggio e giugno del 1912, facendo la conoscenza del personale e dei degenti di questo centro medico cosmopolita. Secondo quanto affermato dallo stesso scrittore in un'appendice più tardi aggiunta al volume, l'esperienza fornì il materiale per il primo capitolo (L'arrivo) del romanzo.
    Lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe il lavoro sul libro. Il conflitto e le difficili condizioni del dopoguerra indussero l'autore a un sostanziale riesame della società borghese europea che tenesse conto delle perverse tendenze distruttive mostrate da una gran parte dell'umanità cosiddetta "civilizzata". Si trovò inoltre a considerare con rinnovata attenzione l'atteggiamento dell'individuo nei confronti di questioni quali la malattia, la morte, la sessualità. Ne conseguì una sostanziale revisione del testo che venne notevolmente ampliato e finalmente completato nel 1924.
    ----------------
    Seconda lettura, affrontata con la consueta curiosità di ogni seconda lettura, per osservarne gli effetti.
    Ho affrontato la scalata con calma, stavolta, consapevole dei ritmi lentissimi che avrei incontrato, sapendo che ad irretirmi non sarebbero stati tanto i personaggi (che pure –intendiamoci- colpiscono e “restano”), quanto il fluire della narrazione, l’incantamento del luogo sospeso tra la terra ed il cielo, persino il fascino della malattia e della morte.
    Lo stesso Mann consigliava una seconda lettura. Egli considerava il suo libro come una sorta di sinfonia, “un tessuto di temi dove le idee fanno parte dei motivi musicali”. Ed è vero: succede spesso che un brano musicale “entri” dentro di noi ad ascolti successivi, fino a che non impariamo a coglierne meglio temi e sfumature. Fino a che non finiamo per amarlo davvero.
    Tanti anni sono passati dalla prima, ostica lettura, eppure –forse perché il libro ha nell’atemporalità uno dei suoi punti di forza- mi è sembrato che fosse ieri. Potessi scegliere, vorrei ammalarmi di una malattia che abbia, tra le poche cure, proprio quella del sanatorio…

    ha scritto il 

  • 5

    Addio al giovane Hans Castorp che parte per la macelleria della I Guerra : un romanzo di formazione che riassume in sé i grandi quesiti dell'esistenza senza rinunciare all'ironia. Una traduzione music ...continua

    Addio al giovane Hans Castorp che parte per la macelleria della I Guerra : un romanzo di formazione che riassume in sé i grandi quesiti dell'esistenza senza rinunciare all'ironia. Una traduzione musicale, una carrellata di personaggi che incarnano le grandi correnti del pensiero novecentesco, conservando al tempo stesso tutte le caratteristiche individuali di personaggi indimenticabili. Beh, lo voglio dire, la lentezza e la prolissità qua e là, ci sono, ma sono piccoli scogli su una navigazione di ampio respiro.

    ha scritto il 

  • 5

    Ringrazio chi me l'ha regalato in lingua originale.
    La montagna incantata, è una delle meraviglia della letteratura tedesca ed europea. È come tale bisogna anche conquistarla.
    Mi ha colpito la sua att ...continua

    Ringrazio chi me l'ha regalato in lingua originale.
    La montagna incantata, è una delle meraviglia della letteratura tedesca ed europea. È come tale bisogna anche conquistarla.
    Mi ha colpito la sua attualità, il quadro dell'ambiente culturale e politico europeo che traspare narrando il soggiorno di "cura-formazione" del protagonista. La lingua, lo stile, i temi sono di una inesauribile bellezza e coralità. (23 agosto 2015)

    ha scritto il 

  • 4

    La Montagna Incantata offre un ottimo esempio di quello che io lettore mi aspetto di trovare in un libro. È infatti un libro completo, non solo per la trama (che peraltro non è poi così complessa, inc ...continua

    La Montagna Incantata offre un ottimo esempio di quello che io lettore mi aspetto di trovare in un libro. È infatti un libro completo, non solo per la trama (che peraltro non è poi così complessa, incentrata solo sul passare del tempo in un sanatorio in mezzo ai monti), ma per la ricca descrizione dei personaggi e del paesaggio (quest'ultimo aspetto lo rende particolarmente adatto agli amanti della montagna) e soprattutto per le lunghe digressioni filosofiche tra Settembrini e la sua nemesi Naphta. Nello stesso tempo è anche un romanzo pesante, di grandi pretese è proprio queste caratteristiche lo rendono una lettura a mio avviso non facile.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo capolavoro è una gemma dalle mille sfaccettature. E’ innanzitutto la narrazione di un viaggio iniziatico verso la comprensione del concetto di “uomo” e di “realtà”, viaggio drammatico che si co ...continua

    Questo capolavoro è una gemma dalle mille sfaccettature. E’ innanzitutto la narrazione di un viaggio iniziatico verso la comprensione del concetto di “uomo” e di “realtà”, viaggio drammatico che si compie attraverso discese negli inferi, macabri riti e bibliche peregrinazioni nel deserto nevoso. Altri fili conduttori del romanzo sono le riflessioni sul concetto di tempo e sulla sua natura ambigua, sul rapporto tra materia e spirito ed, in generale, sulla relazione tra realtà sensibile e soprasensibile.
    Su un piano più ampio, i personaggi recitano, mediante le loro dispute, la grottesca allegoria della decadenza della cultura borghese occidentale.
    Da leggere e rileggere per coglierne i molteplici significati.

    ha scritto il 

  • 4

    "Era lieto della conquista che gli spalancava un mondo inaccessibile e annullava quasi gli ostacoli; esso lo fasciava con la desiderata solitudine, la più profonda che potesse immaginare, una solitudi ...continua

    "Era lieto della conquista che gli spalancava un mondo inaccessibile e annullava quasi gli ostacoli; esso lo fasciava con la desiderata solitudine, la più profonda che potesse immaginare, una solitudine che gli toccava il cuore con le sensazioni di un'enorme e critica lontananza dagli uomini"

    ha scritto il 

  • 5

    Noi non abbiamo freddo

    Non mi è mai capitato, penso, di piangere alla fine di un libro; un pianto silenzioso, breve, come segno di gratitudine nei confronti di chi ha avuto il genio e la generosità di lasciare a degli ingra ...continua

    Non mi è mai capitato, penso, di piangere alla fine di un libro; un pianto silenzioso, breve, come segno di gratitudine nei confronti di chi ha avuto il genio e la generosità di lasciare a degli ingrati un romanzo straripante come La montagna incantata. Dal canto mio sono grato a Mann, indicibilmente grato, così tanto da non aver la forza di provarmi a scrivere un commento che possa anche solo tentare di rivelare la bellezza e il peso delle sue pagine. Mi terrò rispettosamente in disparte, farò scorrere un breve e patetico flusso di coscienza, anche perché dopo aver letto Mann… le déluge.
    C’è una sorta di polvere atavica, rituale, fra le parole composte da Mann, una polverina potentissima che si ricollega direttamente a quella Montagna che il sommo Pocar mediò semanticamente dal tedesco con incantata; sarebbe però più corretto chiamarla magica, come in effetti è stato fatto in una recente nuova traduzione, non solo per una maggior aderenza linguistica, ma perché lo spostamento da un participio passato a un aggettivo ha un peso notevole sulla chiave di lettura dell’intera opera, rendendo attivo qualcosa che prima era passivo: la montagna non è semplicemente vittima d’incanto, ne è essa stessa la fonte. Il nostro giovane e ingenuo pupillo della vita Hans Castorp è la vittima dell’incanto operato dalla Montagna e dal sanatorio in combutta fra loro, temibili entità vischiose che agli amanti del cinema potrebbero riportare alla mente l’Overlook Hotel di Kubrick (collegamento bizzarro solo sino a un certo punto, visto che Kubrick leggeva compulsivamente questo romanzo durante le riprese di The Shining). Nella striminzita introduzione Mann avvisa, ”il narratore non smaltirà la storia di Hans in un batter d’occhio. I sette giorni della settimana non saranno sufficienti e nemmeno sette mesi. Meglio di tutto sarà che egli non preveda in anticipo quanto tempo terreno dovrà passare intanto che essa lo tiene impegnato”. Io ho trascorso tre mesi abbondanti in compagnia di Hans, centellinando la lettura, timoroso di scendere al piano, anch’io vittima consapevole del sortilegio pur non alloggiando al Berghof di Davos. In quasi cento giorni si sono venuti a creare strani paralleli tra il romanzo e la mia vita: la morte che aleggia nelle pagine si è palesata al mio fianco; la malattia e l'ipocondria pure; i venti di guerra che spirano alla fine dell'opera hanno cominciato a far sbattere le persiane anche vicino a casa mia. Temevo l’arrivo della fine, come Hans temeva la sola idea di ricongiungersi alla vita civile che si svolge alle basse latitudini, e quando alla fine il momento si è presentato è stato come se una lampadina fosse esplosa nella stanza, lasciandomi al buio ma contemporaneamente risvegliandomi di scatto dal languore. Certo a questo punto, chi non ha mai letto Der Zauberberg potrebbe pensare si tratti di un romanzo fantasy, con stregoni e pozioni - nulla di più errato. La montagna incantata è un libro umanista, per usare il lessico di Lodovico Settembrini, allievo del Carducci; è un Bildungsroman che segue e allo stesso tempo distrugge la tradizione. Si suole dire, anche, che La montagna sia la summa del pensiero occidentale, sino alla prima guerra mondiale, esposto mediante la contrapposizione di personaggi che incarnano un ideale, una filosofia, come in una gigantesca, grottesca sfilata, con la voce fuori campo che annuncia: ”A voi signori, l’Illuminismo!”, “Ecco ora, Socrate!”, “Sfila per noi, il Cattocomunismo!”. È anche un ritratto umoristico, articolatissimo e disincantato della borghesia così come viene rigurgitata dall’Ottocento nel nuovo secolo, impreparata ai cambiamenti, sorda ai tanti allarmi di pericolo; impegnata a produrre, sì, ma anche anche a crogiolarsi nel brodo di malattie inesistenti e a sollazzarsi con passatempi da osteria, grassa e appagata tanto da potersi permettere un buen retiro a tempo indeterminato in un qualsiasi sanatorio ad alta quota, vivendo delle rendite della pianura. Mann stesso, nella sua lezione all’Università di Princeton, afferma che ”quelle case di cura erano un fenomeno tipico del mondo anteguerra, pensabili soltanto in una forma di economia capitalistica ancora intatta.” Ma di che parliamo in effetti? Come per ogni romanzo di formazione che si rispetti, abbiamo un viaggio - sia fisico che intellettuale - un punto di partenza, un arricchimento e la svolta. Hans è intrappolato dal sanatorio, una prigione mentale che lo convince di esser malato e da degente egli si comporta; in questo girone dantesco sospeso nello spazio e nel tempo (il tempo, cari miei, il tempo!) il nostro povero e miserrimo protagonista ha modo di indagare a fondo la morte, lo spirito, l’uomo stesso sino ad arrivare - in tempi biblici - a un’agnizione di se stesso. La fine che fa non ci è data saperla esattamente, ma la possiamo immaginare bene. Nell'ultimo capitolo del titanico Roman, Mann suona l'allarme per il grande conflitto ormai deflagrato, ma forse, calandolo nei panni della pitonessa, anche per l’imminente Weimar e i suoi amari frutti. Questo pupillo della vita, ben istruito dall’italianissimo e sdrucito Settembrini ("La musica, signori, mi lascia perplesso. Sono convinto che è di natura ambigua. Non vado troppo oltre se la dichiaro politicamente sospetta”) ridiscende alla vita per mostrarci quanto essa sia assurda, anzi, quanto siano incredibilmente sciocchi gli uomini. La montagna incantata è forse il primo romanzo di formazione nel quale il protagonista impara, cresce, si imbeve di concetti filosofici ed etici, acquisisce dimestichezza coi grandi sistemi del pensiero occidentale, per poi farsi scivolare ogni cosa sulla pelle come mercurio e in una metempsicosi luciferina, tornare esattamente dov’era partito. Uns friert nicht, antwortete Hans Castorp ruhig und kurz.

    ha scritto il 

  • 4

    Impresa riuscita

    Impresa portata a compimento, la lettura di questo romanzo interminabile, in un mese e su un'edizione Corbaccio del 1936, col libro ingiallito che si sfilacciava nella sua precaria rilegatura a corda. ...continua

    Impresa portata a compimento, la lettura di questo romanzo interminabile, in un mese e su un'edizione Corbaccio del 1936, col libro ingiallito che si sfilacciava nella sua precaria rilegatura a corda. Tralasciando la traduzione dei nomi tedeschi in italiano (retaggio censorio dell'epoca dell'edizione), e l'odio profondissimo per i duetti tra Settembrini e Naphta, il romanzo non mi é dispiaciuto. Il viaggio interiore di Castorp e il denso simbolismo sono resi con maestria. É un libro troppo lungo per la verita, ma su ogni capitolo andrebbero aperte riflessioni lunghissime. Se un romanzo é cosi denso e profondo, nei temi e negli argomenti, forse ha raggiunto il suo scopo.

    ha scritto il 

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