La montagna magica

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (I Meridiani)

4.3
(2463)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1422 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Portoghese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Olandese , Catalano , Polacco , Giapponese , Svedese

Isbn-10: 880459425X | Isbn-13: 9788804594253 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Renata Colorni ; Curatore: Luca Crescenzi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Salute, Mente e Corpo , Filosofia

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Descrizione del libro
È questo il secondo atto dell'impresa di ritraduzione della narrativa manniana avviata nel 2007 da “Romanzi” vol. I (“I Buddenbrook” e “Altezza reale”). Con il titolo “La montagna incantata”, il capolavoro di Mann, uscito a Berlino nel 1924, venne tradotto in Italia nel 1932 e poi da Ervino Pocar nel 1965 per la collana «Classici Contemporanei stranieri»; da allora è disponibile soltanto in quest'ultima traduzione. Con la pubblicazione del Meridiano, il romanzo di Mann - una vera e propria “opera-mondo” - ritorna finalmente in catalogo in una nuova traduzione corredata, per la prima volta, di un vasto commento analitico, indispensabile viatico per penetrarne la complessità anche filosofica. La traduzione - di Renata Colorni, magistrale traghettatrice dell'opera di Freud presso il pubblico italiano a partire dagli anni Settanta oltre che traduttrice di numerose e importanti opere della narrativa tedesca - grazie all'attenzione tutta nuova verso i suoi caratteri linguistici distintivi restituisce al dettato manniano la sua caleidoscopica unicità. La curatela è di Luca Crescenzi, autorevole voce della germanistica italiana, che oltre al ricco e aggiornatissimo commento firma anche una introduzione che si affianca allo scritto dello studioso tedesco Michael Neumann.
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  • 2

    Sarà anche un capolavoro della letteratura novecentesca, ma ragazzi, è noioso, noioso e ancora noioso! Non succede mai niente in questa storia! Solo discorsi astratti e inutili speculazioni al limite ...continua

    Sarà anche un capolavoro della letteratura novecentesca, ma ragazzi, è noioso, noioso e ancora noioso! Non succede mai niente in questa storia! Solo discorsi astratti e inutili speculazioni al limite dello stucchevole! Se devo impormi di continuarlo significa che non fa per me. E vi assicuro che il sottoscritto ha letto un sacco di "mattoni", che siano romanzi o saggi.

    ha scritto il 

  • 3

    Mann descrive i personaggi con un realismo incredibile e raro, entra nel profondo in modo davvero magistrale. La stessa cosa accade per i paesaggi, tratteggiati magistralmente tanto da sembrare delle ...continua

    Mann descrive i personaggi con un realismo incredibile e raro, entra nel profondo in modo davvero magistrale. La stessa cosa accade per i paesaggi, tratteggiati magistralmente tanto da sembrare delle vere e proprie cartoline.
    Il simbolismo è decisamente marcato: i personaggi rappresentano le varie correnti filosofine dell’epoca.

    Il primo terzo del libro va via come il pane; interessante, profondo ma non noioso e pedante.
    La parte centrale, invece, mi è pesata notevolmente di più. Personalmente mi è sembrata lenta, estenuante e abbastanza pesantina.
    La situazione migliora nel finale che ho trovato molto interessante in quanto si discosta dai tradizionali romanzi di formazione perché la maturità acquisita dal protagonista non sembra avere come scopo il vivere secondo i traguardi raggiunti ma pare fine a stessa, vanificata dalla probabile morte di Castorp.

    ha scritto il 

  • 5

    Una storia ermetica

    Tarda estate 1907. Il ventitreenne amburghese Hans Castorp, ingegnere navale orfano di padre e madre, si reca in visita dal cugino Joachim Ziemssen presso il Sanatorio Internazionale Berghof di Davos, ...continua

    Tarda estate 1907. Il ventitreenne amburghese Hans Castorp, ingegnere navale orfano di padre e madre, si reca in visita dal cugino Joachim Ziemssen presso il Sanatorio Internazionale Berghof di Davos, nel Canton Grigioni, per un soggiorno di tre settimane ufficialmente pianificato per curarsi un banale principio di anemia e compiacere così il suo tutore e zio, il console Tienappel. Mentre l’aria frizzante del luogo e gli splendidi paesaggi alpini lo sorprendono piacevolmente, ancora si considera come nulla più che un semplice ospite, “spettatore disinteressato” o “Ulisse nel paese delle ombre”, e ignora che in quella comunità di “esseri inabissati” diverrà lui stesso una presenza fissa. Tra raffiche di colazioni, pasti luculliani, chiacchierate con eccentrici personaggi dell’alta borghesia di tutta Europa e monotoni rituali salutisti cui pure decide di prestarsi, senza porre obiezioni, il giovane si lascia presto infiacchire dalla blanda routine di questa sorta di oasi sospesa nelle brume montane, distante nel tempo e nello spazio dal suo mondo. Le prime giornate sono curiose ma estenuanti, paiono interminabili. Man mano che familiarizza con i capricci di un clima imprevedibile (la neve ad agosto) e con il bislacco cerimoniale del posto, il Nostro sembra tuttavia cadere vittima di un crescente quanto generico malessere: pallido, debole, febbricitante, ha frequenti palpitazioni, l’epistassi lo coglie alla sprovvista in più di un’occasione, l’umore tende a farsi instabile e persino i suoi adorati sigari, i “Maria Mancini”, cominciano a svelare un aroma insolitamente disgustoso. Certo la villeggiatura e il radicale disimpegno hanno anche i loro risvolti godibili: innanzitutto ci sono i pettegolezzi, su pazienti che gli diventano ogni giorno più familiari, c’è una naturale complicità che pure sfocia alquanto raramente in affetto vero; quindi ci sono le dissertazioni a proposito dei più svariati argomenti con un intellettuale, umanista, pedagogo, massone e fine polemista italiano, Lodovico Settembrini, fustigatore della vita e dei costumi della struttura, verso il quale Castorp nutre da principio tanta repulsione quanta attrazione, salvo propendere poi per una generosa simpatia nei confronti del suo rinfrancante positivismo; e non fosse abbastanza, ecco presentarsi sul filo di lana l’infatuazione imprevista quanto irruenta per la sensuale e maleducata Clavdia Chaucat, giovane donna russa che al Berghof è in cura per problemi respiratori alquanto modesti.

    Quando giunge finalmente l’ora di “fare ritorno al piano”, una febbre provvidenziale si manifesta e ritarda i progetti. La massima autorità medica del luogo, il direttore, “Radamanto” o “Consigliere aulico” Behrens, compie sul villeggiante una sorta di incantesimo, dissuadendolo dal lasciare il sanatorio nelle sue condizioni e invitandolo anzi a proseguire in un percorso di cure che verosimilmente non potrà essere, considerata la politica severissima in materia di dimissioni per guarigione, troppo breve. Così Hans si lascia un po’ per volta condizionare dallo stagnante cifrario di quella comunità perennemente sospesa, da quell’altrove confortevole e appartato, ed entra a farne parte con sempre maggior convinzione sciogliendo uno dopo l’altro i pochi nodi – parentali, convenzionali, sociali e persino consumistici (il benservito ai Maria Mancini) – che lo legano alla frenetica vita da integrato, in patria. Si interessa di medicina, botanica, astronomia e riproduzione musicale, ma soprattutto si diletta “almanaccando sul tempo” assieme a pochi conversatori selezionati, quel tempo verso il quale dimostra di conservare sempre minor riguardo contabile arrivando ad annullarne limiti e misurazioni, confinandosi in compagnia di quell’assortita élite ottocentesca ormai al tramonto in una specie di perenne presente, dimentico dei programmi trascorsi e risoluto nel riservarsi di non stabilirne alcuno per l’avvenire. Questo con una sola, considerevole, eccezione: l’attesa quasi febbrile del ritorno di quella femme fatale straniera che lo ha definitivamente stregato ma che si è pure rimessa a viaggiare per l’Europa, con la promessa, un giorno, di ripresentarsi comunque là da lui.

    E’ in questo clima di fiduciosa solitudine che Castorp si ritrova a subire, tuttavia, l’inesorabile fascinazione della morte, studiata e contemplata con una curiosità che acuisce in lui l’abulia e, con essa, l’impossibilità di separarsi da quella stasi morbosa ma rassicurante: la corteggia frequentando i giovani moribondi di tutta Davos nei loro ultimi giorni, con dolcezza ma quasi nutrendosi della fine delle loro speranze; la investiga su un piano squisitamente filosofico/morale con il razionalista Settembrini e il suo implicito contendente, l’ambiguo e nihilista gesuita Naphta, i quali paiono quasi duellare tra loro sul filo di sofisticati ragionamenti per assicurarsi l’anima del giovane; infine la incontra, ancora una volta, quando l’adorato cugino, partito contro l’opinione di Behrens per dedicarsi finalmente alla carriera militare e tornato presto per l’aggravarsi delle sue condizioni, perde la propria infausta battaglia con la tisi. Anche questo lutto non sarà tuttavia sufficiente a persuaderlo a rientrare ad Amburgo, e così il distacco dall’amata nella sua costante oscillazione tra i due mondi, o la tragica fine dell’ultimo amante della donna, il facoltoso e carismatico epicureo olandese Myneer Peeperkorn, che pure riesce a lasciare un’impronta indelebile su Hans nei pochi mesi trascorsi in sincera amicizia con lui su quelle montagne. Quel che non potranno tutte queste separazioni potrà invece l’inatteso “colpo di tuono” con cui la Storia, quella con la esse maiuscola, verrà a reclamare dopo sette anni vegetativi spesi laggiù la presenza di Castorp sui fangosi, tremendi campi di battaglia del primo conflitto mondiale.

    Ideato da principio come una short story umoristica, contraltare satirico e schiettamente antiborghese a “La Morte a Venezia”, ispirato da un soggiorno che l’autore effettuò proprio presso uno dei sanatori di Davos (dove nella primavera del 1912 sua moglie si curò per un modesto malanno respiratorio), “La Montagna Incantata” si è trasformato un po’ alla volta in un ponderoso romanzo d’iniziazione ai misteri dell’esistenza, della malattia e della morte, ma anche in un’opera ermetica e filosofica dedicata all’esperienza o alla relatività del tempo puro e insieme alla scomparsa di un certo tempo storico, con le sue consuetudini sociali, scientifiche e culturali. Rallentato dagli ovvi intralci bellici e da altri impegni letterari di Mann, ha impiegato quasi dodici anni per essere portato a compimento. Si tratta di uno di quei testi a proposito dei quali ci si potrebbe perdere in un’infinità di considerazioni più o meno valide, e questo perché la sua portata simbolica appare realmente impressionante. Più agevole, allora, limitarsi a rimarcarne le qualità prettamente narrative, esaltate dalla superlativa traduzione di Ervino Pocar per la presente edizione nei Tascabili degli Editori Associati. Un romanzo quindi che, fuor di metafora, riesce a trasmettere l’ebbrezza dell’alta quota, l’aria rarefatta di un autentico mondo a parte, sospeso come in una bolla e dal quale e inevitabile lasciarsi dolcemente stordire o intontire, nel caso dei tediosi frangenti riservati agli scontri dialettici tra i due intellettuali e maestri. Escluse queste pagine di non facile assimilazione, i passaggi memorabili sono tanti, dallo smarrimento di Hans nella tormenta di neve (con il suo breve sogno visionario) alle farsesche inquietudini della seduta spiritica o le crapule capricciose di Peeperkorn, e dai penosi trionfi del morbo sulle giovani vite di Joachim e di altri pazienti agli estemporanei ma spettacolari suicidi di due tra le più influenti personalità nell’ininterrotto flou del soggiorno di Castorp, là sulla montagna del sortilegio e della vertigine.

    (9.0/10)

    ha scritto il 

  • 4

    Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Be ...continua

    Doveva essere un romanzo breve che raccontasse in chiave sottilmente umoristica la vita nei sanatori montani contro la tubercolosi, di cui l’autore aveva fatto esperienza accompagnandovi la moglie. Ben presto, però, il libro ha forzato la mano, come ricordato dallo stesso Mann, diventando opera richiedente lunghi anni di lavoro sino a trasformarsi nel poderoso (e ponderoso) ritratto di un mondo al tramonto, ovvero la società borghese che uscirà modificata nel profondo dal primo conflitto mondiale. I tratti originari si notano ancora soprattutto nei primi capitoli, con l’arrivo del giovane ingegnere amburghese Hans Castorp per una visita di tre settimane al cugino Joachim e la sua introduzione ai riti quotidiani e alla varia umanità del lussuoso luogo di cura. Come quella che doveva essere una veloce parentesi nell’esistenza del protagonista muta in un lunghissimo soggiorno di sette anni, la natura del libro cambia: il sorriso dello scrittore è riservato quasi in esclusiva agli inciampi del suo personaggio mentre ne viene descritta la vicenda in un romanzo di formazione spirituale – quanto di tedesco c’è in questo… - staccato in buona parte dalla comune quotidianità. L’anima di Hans è contesa tra il positivista Settembrini e il nichilista Nafta: il primo è a tratti utopico fino alla parodia (l’enciclopedia delle sofferenze) anche se con il passare delle pagine Mann lo guarda con crescente simpatia, il secondo si distingue per le continue provocazioni che inserisce nelle sue sottigliezze gesuitiche. Durante le lunghe passeggiate montane, le schermaglie dialettiche tra i due analizzano ogni aspetto dell’uomo visto come animale sociale, ma risultano a volte talmente estenuanti che non stupisce come Castorp subisca il fascino di quel Peeperkorn che entra in scena nell’ultimo terzo con vitalità dionisiaca al limite del grottesco e forte personalità. L’imponente figura è il nuovo amante di Claudia Chauchat, la giovane russa dai tratti quasi felini di cui il protagonista si invaghisce in maniera cerebrale - in molti aspetti morbosa - e che è uno dei motivi che spingono Hans a rimanere al Berghof. Tra gli altri si possono individuare almeno una fascinazione per la morte o, per meglio dire, per il rapporto della stessa con la vita (va ricordato che di tisi si moriva spesso giovani) e il distacco dalla realtà quotidiana, là nel ‘piano’, i cui riflessi giungono sempre più ovattati mentre Castorp elimina un legame dopo l’altro sino a rinunciare all’amata marca di sigari: al contrario di Joachim, che si ribella fino a mettere a repentaglio la propria salute, Hans si chiude in un bozzolo protettivo nel quale ignorare i clangori della storia. Non si può però fuggire in eterno e l’ultimo, meraviglioso capitolo catapulta il protagonista in qualche mattatoio sul fronte occidentale descritto con paragrafi dominati dal fango e dal sangue per una concretezza degli elementi che si pone al polo opposto dell’esitenza ‘astratta’ del Berghof, alla quale la lega solo la tragedia, qui però insensata, delle morti prima del tempo. Come si vede, ne ‘La montagna incantata’ succedono molte cose, ma, al contempo, dal punto di vista concreto accade ben poco: qualcuno muore, qualcuno arriva mentre Castorp medita oppure dialoga oppure viene preso da piccole manie a cui si volge con dedizione assoluta (le visite ai moribondi e, antitetico, il grammofono), circondato da un’umanità benestante, ma, con l’eccezione dei succitati ‘maestri’, vanesia e fondamentlmente vuota, come riassunto con arguzia nel capitolo dedicato alle sedute spiritiche. Un simile complesso di situazioni – alle quali va aggiunta un’idea irrazionalmente relativa del tempo - fa sì che navigare fra queste pagine non sia semplice: Mann si sforza di mantenere il tono lieve, ma, d’altra parte, è evidente come tenga ai trattare qualsiasi dei millanta argomenti affrontati con la maggiore precisione possibile, sia in ambito umanistico, sia in quello scientifico (e pazienza se alcune convinzioni, specie in medicina, risultano oggi sorpassate). La conseguenza è che, per apprezzare al meglio (e in attesa di una rilettura, come consigliato dall’autore) è necessario lasciarsi avvolgere dall’atmosfera del romanzo, resistendo alla tentazione di vedere simboli ovunque e abbandonandosi ai momenti di grande letteratura presenti con generosità e per i quali basti citare i capitoli che narrano la (folle) giornata sugli sci in solitaria di Hans e la scena del duello.

    ha scritto il 

  • 5

    NECESSARIE PREMESSE:
    1) leggo l'opera tradotta da Ervinio Pocar;
    2) adoro il titolo "La montagna incantata";
    3) mi riservo di leggere la traduzione di Renata Colorni e accetto di buon grado il nuovo t ...continua

    NECESSARIE PREMESSE:
    1) leggo l'opera tradotta da Ervinio Pocar;
    2) adoro il titolo "La montagna incantata";
    3) mi riservo di leggere la traduzione di Renata Colorni e accetto di buon grado il nuovo titolo " La montagna magica" non tanto per rendere giustizia all'aggettivo magica presente nel titolo in lingua originale, quanto perché magica mi strappa un sorriso che inonda in egual misura la mia anima,
    4) fingo di non sapere ciò che so e molto non so e non ho capito, per azzardare una mia lettura.

    CAPTATIO BENEVOLENTIAE (è necessaria)
    Scrivere qualcosa all'altezza di questa opera è come scalare un ottomila. L'impresa non si può azzardare e non è nemmeno alla portata di tutti.
    Perché lo faccio, allora?
    Tento l'azzardo?
    Sicuramente. Chiedo venia in anticipo.

    In realtà covo questi pensieri già da un periodo di tempo ormai fagocitante e allora provo a liberarli e a liberarmi inondando voi come Mann ha fatto con me. Piero Citati mi ha fatto ridere parecchio quando, in un suo articolo su "Repubblica" del 3 novembre 2010, ha ammesso di non amare "le innumerevoli nozioni e idee che la sua regale cornucopia rovescia sopra il nostro capo indifeso". Io invece le ho adorate e mi sento così piccola.
    Leggerò l'opera inseguendo un'immagine e cercando di lasciarla in termini utili a voi. Davvero, non è possibile fare altro se non dedicare molto tempo al suo studio e rileggerlo ,il romanzo, per cogliere anche i corposi rapporti tra forma e contenuto.
    E allora torniamo all'ottomila...

    Chi va in montagna, soprattutto ad alte quote, sa quanto sia INDISPENSABILE, ASSOLUTAMENTE NECESSARIO, DI VITALE IMPORTANZA, fare un corretto acclimatamento.
    Dunque questo libro parla di montagna?
    Anche, ma di una montagna incantata che è la vita e alla quale , tutti, dovremmo acclimatarci.
    E, come sanno bene quelli che vivono l'esperienza montagna, ma anche i meno fortunati, quelli che vivono solo la vita, senza la montagna, di fondamentale importanza è il tempo, vuoi quello strettamente meteorologico, vuoi quello necessario per fare certe esperienze, vuoi quello da calcolare per eventuali ascensioni e ritorno. Tutti sanno, però, in fin dei conti, che il tempo non conta e che la dimensione cercata è un' altra.
    E allora la vita non è forse scandita dalla dimensione temporale che le è poi completamente aliena?
    Nasci, vivi , muori. Conti, nel frattempo, minuziosamente i giorni, i mesi, i primi anni via via fino a smettere di contarli per poi tornare, orgogliosamente a sbandierarli, i tuoi anni, il tuo tempo, se lo hai vissuto bene. Ma il pensiero che il tempo sia poi indeterminabile ritorna in vita e lo fa proprio in prossimità del limitare di quella vita , unica dimensione temporale che conosciamo ma che non possiamo in fondo calcolare.
    E allora l'invito è quello di trascorrerlo il tempo, come Castorp, il protagonista, accettando quello che viene, portando avanti il necessario acclimatamento.
    "Dio mio, com'è bella la vita!"
    "La vita è un'istituzione quasi favolosa la quale ci rende felici"
    E allora, dopo questa lettura corposa, accogliamo la vita e affrontiamola anche da un piano più alto, da una veranda non sempre soleggiata, da una posizione anche orizzontale e contemplativa che questo romanzo ha saputo, in me, rinnovare.

    ha scritto il 

  • 2

    Un consiglio: risparmiatevelo. Fatevi un favore

    Beh che dire, da un mattone del genere ci si aspetta il mondo. Invece, tutti i fatti e tutta la filosofia che vengono scambiati fra i vari personaggi sono fini a loro stessi, a mio riguardo senza alcu ...continua

    Beh che dire, da un mattone del genere ci si aspetta il mondo. Invece, tutti i fatti e tutta la filosofia che vengono scambiati fra i vari personaggi sono fini a loro stessi, a mio riguardo senza alcun appiglio di tipo istruttivo, o per lo meno utile. A ciò ce ne si rende conto dalla seconda metà in poi, quando dopo centinaia di pagine la storia rimane grossomodo in stallo.
    Io, per esempio, mi aspettavo un racconto che narrasse di una crescita della saggezza del protagonista (quasi in stile Siddharta), ma invece non avviene niente di tutto ciò.
    Rimango del parere che un libro deve innanzitutto ed in qualsiasi modo saper intrattenere, indi per cui assegno 2 stelle (solo per l'alto livello di scrittura, altrimenti avrebbe meritato anche meno).

    ha scritto il 

  • 5

    Un'altra vita occorrerà

    Oggi ho ricevuto un feedback a una recensione che scrissi nel 2014 sul romanzo Il cardellino. Era una stroncatura. Ma rileggendola stasera ho notato che proprio al principio dell'ultimo capoverso c'e ...continua

    Oggi ho ricevuto un feedback a una recensione che scrissi nel 2014 sul romanzo Il cardellino. Era una stroncatura. Ma rileggendola stasera ho notato che proprio al principio dell'ultimo capoverso c'era un errore ortografico. Avevo scritto "un'ulteriore segnale" con l'apostrofo.
    Probabilmente nel 2014 conoscevo già le fondamenta delle regole grammaticali e si trattò di un refuso, o più facilmente avrò mutato la parola in corso e magari sostituito "ennesima" con "ulteriore" dimenticando di eliminare l'apostrofo. Però è stato fastidioso leggerlo, perché quella recensione era una stroncatura del romanzo, e se scrivi una stroncatura devi farlo utilizzando un italiano corretto al 100%.
    Certo, si dovrebbe scrivere correttamente anche quando si scrive la lode a un romanzo, ma su una stroncatura è proprio indispensabile farlo bene. Altrimenti non sei credibile. La gente pensa, ma chi è questo stronzo che si permette di stroncare un premio Pulitzer e fa strafalcioni del genere? Almeno, io lo penserei.
    E' più difficile stroncare che lodare. Non solo per questo motivo.
    La critica negativa è la più tersa arma della ragione contro le potenze delle tenebre e della bruttezza, La critica negativa è lo spirito della critica, e la critica è l'origine del progresso e della civiltà.
    Bisogna saperlo fare, e ci vuole stoffa.
    Ora io invece sono qui a tentare di scrivere un commento positivo alla Montagna incantata (oggi, magica) che la prima volta che lo lessi non mi convinse molto.
    Quindi forse il modo migliore per lodare il romanzo di Mann sarebbe quello di stroncare il mio primo parere negativo. Non un caso così eccezionale: infatti, qualche anno fa ricordo d'aver letto sul New York Times una stroncatura all'ultimo romanzo di Pynchon e due giorni dopo un'altra giornalista dello stesso giornale stroncava la stroncatura del suo collega lodando sperticatamente il romanzo di Pynchon.. Ma attenzione, questo è ciò che può capitarti solamente quando stronchi un grande scrittore. Che lo stesso giornale per cui lavori ti contraddica, o come più modestamente nel mio caso, che tu stesso ti contraddica.

    Quando lessi anni fa La montagna incantata lo trovai piacevole ma solo a tratti. Mi sembrava tutto eccessivamente simbolico. La lingua di Mann a volte, addirittura stridula. Riletto oggi, mi è sembrato invece un romanzo meraviglioso. Mi è sembrato d'essere stato io durante la mia prima lettura paragonabile a Hans Castorp quando giunge a Davos. Ignaro del diverso scrorrere del tempo finché non mi è capitato di vivere esperienze per cui il tempo ha iniziato a scorrere a un ritmo e a una velocità diversa. Ignaro della malattia finché la malattia non è venuta a farmi visita da vicino.
    In realtà La montagna di Mann è un'opera enciclopedica soprattutto dal punto di vista dello spettro emotivo, perché contiene lunghe conversazioni sull'amore, sulla malattia, sul dolore, sulla gioia di vivere; oltre a quelle di carattere più filosofico.
    La montagna incantata, ho scoperto adesso, è il vero romanzo di formazione. Una formazione che non si esaurisce con la maturità del protagonista, ma con l'esistenza del lettore; quando man mano che avanziamo verso il capolinea e le persone, le cose che sono appartenute al nostro mondo, lentamente sono destinate a svanire, - come svaniscono le persone e le cose della pianura nella nebbia che nasconde i monti dove sorge il sanatorio di Davos - , e quella nebbia diventa uno specchio interiore che avvolge i nostri pensieri, donandoci un piacevole senso di stordimento, di ebbrezza. Mentre il tempo continua a mutare, e mutano le nostre opinioni, i contorni si confondono, il tempo passa, la nebbia ci avvolge, una tempesta di neve ci fa smarrire la strada.
    Ma la strada perduta è avvolta nella dolcezza accecante del bianco.

    ha scritto il 

  • 5

    I
    L'uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma - cosciente o incosciente - anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assolu ...continua

    I
    L'uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma - cosciente o incosciente - anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei, e qualora dovesse considerare dati in modo assoluto e ovvio i fondamenti generali e obiettivi della sua esistenza ed essere altrettanto lontano dall'idea di volerli criticare quanto lo era in realtà il buon Castorp, è pur sempre possibile che senta vagamente compromesso dai loro difetti il proprio benessere morale. Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l'impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l'epoca stessa, nonostante l'operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, gli oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un'azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il morale psichico, finisce con l'estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell'individuo. [p. 29]

    ...destinée pour l'anatomie du tombeau, et laisse-moi périr... [p. 320]

    II
    Guarda!... Il tempo è bello. [da Neve, pp. 437-465]

    ha scritto il 

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