La morte a Venezia

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 42

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

3.9
(4692)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 96 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Chi tradizionale , Spagnolo , Catalano , Portoghese , Svedese , Danese , Ceco

Isbn-10: 8481305383 | Isbn-13: 9788481305388 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Gay & Lesbo , Filosofia

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Descrizione del libro
Uscito nel 1912, questo perfetto romanzo breve è considerato unanimemente uno dei vertici della straordinaria produzione narrativa di Thomas Mann. Lo struggimento dell'artista che insegue una forma assoluta di Bellezza, e che quindi è costretto da anelare al proprio sfacelo fisico e spirituale, in quanto creatura fatalmente limitata e caratterizzata da una insuperabile imperfezione, aleggia nelle atmosfere livide di una Venezia fantasmatica e inafferrabile, ove il famoso scrittore Gustav Aschenbach va a passare alcuni giorni spinto da un misterioso impulso.
Qui egli si imbatte in Tadzio, un bellissimo adolescente che pare incarnare in tutto e per tutto i canoni neoclassici che hanno sempre informato la sua letteratura. E a quel sogno di bellezza Gustav si consegna interamente, arrivando a coprirsi di ridicolo pur di attirare l'attenzione del ragazzo, in un parossistico crescendo di torbida e autodistruttiva attrazione. Finché, in una città spopolata da un'epidemia di colera, lo scrittore morirà dolcemente sulla spiaggia del Lido, con negli occhi Tadzio che con un gesto pare indicargli un lontano orizzonte di salvezza.
Per un vero miracolo della scrittura, La morte a Venezia riesce a fondere in un'unità indivisibile le più alte riflessioni sull'arte e sull'idea del bello con lo scavo introspettivo in una psiche sofferente e con la plastica raffigurazione di ambienti e paesaggi, popolati da figure di contorno schizzate in pochi tratti di eccezionale vivezza: è il miracolo della grande letteratura, capace di rinnovarsi ogni volta per significare all'infinito la difficoltà della condizione umana.
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  • 5

    Atroce bellezza

    Recensione #9

    È un vero peccato vedere tante recensioni negative a questo capolavoro della letteratura del secolo scorso, dettate forse da una poca conoscenza in materia e/o da mentalità fin troppo ch ...continua

    Recensione #9

    È un vero peccato vedere tante recensioni negative a questo capolavoro della letteratura del secolo scorso, dettate forse da una poca conoscenza in materia e/o da mentalità fin troppo chiuse e bigotte, che fermandosi alla superficialità non riescono a carpire il profondissimo significato spirituale di questo romanzo. Guardiamoci nelle palle degli occhi e chiediamocelo seriamente: possiamo ancora, nel 2016, credere che l'arte possa essere in qualche modo assimilata al concetto popolare di etica? Eppure la storia ci mostra che tale concetto cambia e si evolve al passo con i tempi che corrono, pertanto una vera opera d'arte rimane immortale e imperitura al passare dei secoli, e ciò che la fa "grande" è il suo essere fruibile persino in un momento in cui gli eventi della storia sono nettamente modificati. Se questo racconto suscita a distanza di più di cento anni un certo fascino lussurioso e disturbante, un motivo ci dovrà pur essere.

    Mi viene in mente un aforisma di Oscar Wilde: "Non esistono libri morali o immorali. Esistono libri scritti bene, o scritti male."
    E bisogna ammetterlo: checchè se ne dica, "La morte a Venezia" di Thomas Mann è scritto BENE. Possiede una prosa unica e raffinata, a mio modesto parere d'insuperabile splendore decadente. Grande uso di metafore e aggettivi danno al testo un andamento pomposo e baroccheggiante, come stesse leggendosi tra le righe la descrizione della struttura di una meravigliosa opera architettonica.

    Vorrei inoltre fare alcune precisazioni di tipo ontologico, viste le infondate accuse che sono state rivolte a questo romanzo, tanto sul piano pratico quanto sul piano allegorico. Non si tratta affatto di un'apologia alla pedofilia, poichè bisogna riconoscere innanzitutto che, secondo qualunque dizionario, il termine "pedofilia" indica l'attrazione sessuale di adulti nei confronti di prepuberi, cioè bambini che non abbiano ancora raggiunto la fase adolescenziale.

    Tadzio è un adolescente in tutto e per tutto, infatti ha più o meno quattordici anni. Si potrebbe parlare di efebofilia o di pederastia (cosa che infatti è), ma vi prego, evitate di parlare di pedofilia! È una cosa totalmente diversa, a parte il fatto che spesso e volentieri viene esercitata con atti di violenza. Il protagonista, lo scrittore Gustav Von Aschenbach, non si sognerebbe di alzare un dito verso il ragazzo.

    Andando avanti con il testo, si denota chiaramente una certa volontà dell'autore di rifarsi al mito dell'antica civiltà greca, matrice di ogni concetto di Perfezione artistica. L'attrazione di Aschenbach per il giovane Tadzio è quindi un richiamo al rapporto tra erastes (l'amante) ed eromenos (l'amato) fondamentale nel mondo ellenico, proprio perché il rapporto pederastico tra uomini maturi e ragazzi di giovane età si cofigurava come una sorta di rito iniziatico atto a preparare gli adulti del domani, affinché fossero consapevoli del loro posto all'interno della società. Tale rapporto non si esauriva ad una mera attrazione fisica, ma era portatrice e generatrice di ogni concetto di Virtù, bene spirituale di grande importanza nel mondo ellenico.

    Spesso non era facile, per un erastes, conquistare un eromenos; dunque tale tensione spirituale ed erotica, costretta a non trovare mai appagamento, si traduceva in una foga ispirativa che avrebbe portato certi amori infelici ad essere cantati per l'eternità: basti pensare a certi poeti lirici quali Teognide e Alceo, ma anche Saffo, i cui amori omosessuali non corrisposti trovavano nell'arte una sorta di raggiungimento dei propri aneliti, seppure fittizi.

    Questa è la situazione di Aschenbach, che si trova a desiderare una Bellezza che non gli appartiene, nè mai gli apparterrà. Una bellezza atroce, che nella decadente Venezia troverà il proprio punto focale. È la morte di tutti i valori tradizionali, di ogni velleità artistica ormai portata al crollo dalla situazione politica europea, in lenta quanto inesorabile degenerazione. Un male di vivere comune quindi, destinato a portare il mondo allo sfascio; quel mondo che, al contrario di ciò che affermò Dostoevskij, la Bellezza non riuscirà a salvare.

    Poichè quando possibile nei miei topic non risparmio di sciorinare la mia parca sapienza in fatto di cinematografia...vi esorto naturalmente a guardare il film tratto dal romanzo - dubito che non l'abbiate già fatto - diretto da Luchino Visconti nel 1971.

    ha scritto il 

  • 3

    Tras un periodo de semireflexión donde otros asuntos me han mantenido entretenido y alejado de la posibilidad de actualizar con frecuencia el blog, vuelvo con el propósito de comentar mi primera incur ...continua

    Tras un periodo de semireflexión donde otros asuntos me han mantenido entretenido y alejado de la posibilidad de actualizar con frecuencia el blog, vuelvo con el propósito de comentar mi primera incursión en la obra de Thomas Mann.

    Para ello elegí esta breve novela que nos presenta Gustavo Aschenbach, un escritor de éxito que tras una larga vida dedicada a sus obras decide buscar un retiro donde poder descansar espiritualmente y con ello renovar su inspiración. Para ello toma rumbo hacia Venecia, la ciudad de los canales donde su tranquilidad se verá truncada por la aparición de un adolescente polaco (Tadzio) que perturbará la existencia de Aschenbach.

    Estamos ante una obra de gran profundidad pese a su corta extensión. Si bien durante el desarrollo de la obra no ocurren demasiadas cosas, la evolución psicologica del protagonista que sufre tras su encuentro con el joven Tadzio es asombrosa y es plasmada con maestría por el autor.

    La obra es breve como ya he comentado anteriormente y su lectura es bastante sencilla por lo que no es un libro que se haga pesado. En mi opinión le falta un poco de ritmo en el desarrollo de la trama, aspecto que es compensado con unos personajes (más bien un protagonista, ya que es una obra de pocos personajes) profundos. En definitiva, creo que es una obra recomendable.

    ha scritto il 

  • 5

    La malattia, la morte, la gioventù perduta e desiderata...

    Letto perché avevo adorato il film. Sono rimasto folgorato dallo stile simbolistico-decadente di Mann.

    ha scritto il 

  • 0

    Che Tazio l'abbia in gloria

    Lo incrociai a Venezia di sfuggita sul lido mentre lui, su una sdraio e col giornale sulle pudenda, puntava un biondino ancheggiante sulla sabbia.
    Qualche anno dopo, arrivata a Lubecca in interrail e ...continua

    Lo incrociai a Venezia di sfuggita sul lido mentre lui, su una sdraio e col giornale sulle pudenda, puntava un biondino ancheggiante sulla sabbia.
    Qualche anno dopo, arrivata a Lubecca in interrail e sacco in spalla, il colpo di fulmine.
    Mi portò in viaggio di nozze a Davos . lo piantai là: a suo dire dovevamo fermarci sette anni.
    Da buona cattolica io e da mezzo cattolico lui ci demmo una chance. Ma a Monaco lo piantai definitivamente prima che mi trascinasse in Egitto alla ricerca delle origini di un certo Giuseppe, di cui si era infatuato.
    E ora, lui morto celebre ed io solo invecchiata inesorabilmente, vado col pensiero a Venezia e m’illumino d’immenso sul suo conto. Tommy, alias Gustav, era un porco pedofilo! Quello che allora mi sembrò un giornale, non era altro che il “Fedro”, aperto a copertura del suo ripugnante priapismo.

    n.b. senza stelle per non incorrere nel pubblico ludibrio

    ha scritto il 

  • 5

    L'inquietante ricerca della bellezza

    Gustav von Aschenbach è un celebre scrittore tedesco, uomo tutto d'un pezzo dalla moralità e senso civico inflessibile. Ha lavorato duramente per arrivare al successo, nonostante il fisico debole e le ...continua

    Gustav von Aschenbach è un celebre scrittore tedesco, uomo tutto d'un pezzo dalla moralità e senso civico inflessibile. Ha lavorato duramente per arrivare al successo, nonostante il fisico debole e le mille difficoltà. Un giorno, ormai anziano, decide improvvisamente di partire e arriva in una Venezia lugubre e degradata, dove il cielo è plumbeo, le acque melmose, il tanfo insopportabile, le gondole nere che con i loro velluti e cuscini rossi gli ricordano casse da morto e dove i gondolieri borbottano minacciosi.

    Perché il viaggio? Cosa va cercando. Aschenbach? Cerca il bello, l'interessante, qualcosa che lo smuova dalla noia che lo attanaglia. E il bello lo trova in un quattordicenne polacco, Tadzio. Aschenbach ce lo descrive con una bellezza quasi divina, senza personalità, una statua bellissima ma senz'anima, la rappresentazione della perfezione. Tadzio per Aschenbach rappresenta il tempo perduto, la giovinezza; e se ne invaghisce.

    Inquietante, diciamo. Perché trattasi di amore tra un anziano e un ragazzino. E' "pedofilia" alla Lolita maniera? No, tutt'altro.

    Aschenbach è confuso, l'idea della fine della sua vita si fa sempre più assillante e si rende conto di aver vissuto più con la mente che col cuore. L'avvicinarsi della morte però lo spinge a cambiare priorità, a lasciarsi andare alla passione a discapito della razionalità. Ma la sua passione è tutta interiore, perché lui e il ragazzo non si rivolgono nemmeno la parola e tra i due non accade nulla; questa passione però lo fa riflettere, lo fa divenire un personaggio ambiguo, lo riempie di sensi di colpa. Ma le passioni più forti sono quelle inappagate e incomplete:

    "Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall'educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola. Fra di loro c'è inquietudine ed esasperata curiosità, l'isteria di un bisogno insoddisfatto, innaturale e represso di conoscersi e di comunicare e soprattutto una sorta di ansiosa attenzione. Infatti l'uomo ama e onora l'uomo fino a che non è in grado di giudicarlo, e il desiderio è il frutto di una conoscenza incompleta"

    La città malata e in disfacimento è una metafora del decadimento di quelli che sono stati, fino a quel momento, i punti fermi e le convinzioni di Aschenbach. La morte a Venezia non è quindi tanto quella fisica del protagonista, quanto quella della sua rigida morale e dei suoi principi.

    La morte a Venezia è un romanzo sul rapporto tra arte e vita borghese. Arte, che non è solamente sregolatezza ma anche godimento e felicità. E vita borghese, che è salute ed efficienza ma anche noia e sottomissione alle leggi dell'economia.

    "È certamente un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera e non le sue origini, non le condizioni e le circostanze del suo sviluppo; giacché la conoscenza delle fonti onde scaturisce l'ispirazione dell'artista potrebbe turbare, spaventare, e così annullare gli effetti della perfezione."

    Il romanzo ha una partenza lenta, ma va via via accelerando, in un continuo crescendo. La vita iniziale del protagonista, semplice e tranquilla, contrasta con quella della fine, dove Aschenbach è in balia dei sensi senza inibizioni. Anche il linguaggio si arricchisce di metafore con il procedere della narrazione e tende progressivamente ad incupirsi per mostrare i tormenti interiori di un uomo di arte che, dopo aver fatto della sua vita un esempio di moralità, si abbandona alla fine con tutti i sensi ad inseguire la "bellezza".

    Alla fine, "la morte a Venezia" è un libro sull'amore, che è irrazionale, ci domina e ci spinge a comportarci in modo spesso insensato.
    Un sentimento, l'amore, cui tutti sono soggetti, nessuno escluso, indipendentemente dall’età, dal sesso e dal ceto sociale.
    Anzi, a volte dopo una certa età il bisogno d'amore può essere ancora maggiore.

    Non c'è niente da fare, adoro Thomas Mann....

    ha scritto il 

  • 5

    Voluttà della parola

    C'è poco da fare, per me Mann è grandioso, possente; e anche qui lo è, in meno di cento pagine: cento faticose, esaltanti pagine di graduale stordimento panico e discesa nell'abisso, di trasfigurazion ...continua

    C'è poco da fare, per me Mann è grandioso, possente; e anche qui lo è, in meno di cento pagine: cento faticose, esaltanti pagine di graduale stordimento panico e discesa nell'abisso, di trasfigurazione mitica e sensuale, sullo sfondo di una Venezia morbosa, che asseconda il corrompersi morale e fisico del protagonista col ghigno beffardo della sua bellezza guasta, ambigua, irresistibile.

    C'è un punto in cui Mann parla della "voluttà della parola", di come l'integerrimo Aschenbach comprenda nel delirio di quelle ore "pericolose e squisite" - e solo allora, lui che pure alle parole ha dedicato un'esistenza - con quanta potenza Eros vi dimori: voluttà che io ho saggiato, rapita, leggendomi quest'opera (perlopiù ad alta voce; un plauso anche alla traduzione di Anita Rho) e sottolineandone passi su passi. Che goduria.

    -- «Giacché l'uomo ama e onora l'uomo finché non lo può giudicare, e il desiderio è il frutto d'una conoscenza imperfetta.» --

    ha scritto il 

  • 0

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    Ora si va in Brasile a cercare i ragazzini; prima a Venezia. ...continua

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    Ora si va in Brasile a cercare i ragazzini; prima a Venezia.

    ha scritto il 

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