La morte a Venezia

Di

Editore: Rizzoli (Superclassici)

3.9
(4777)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Chi tradizionale , Spagnolo , Catalano , Portoghese , Svedese , Danese , Ceco

Isbn-10: 8817151270 | Isbn-13: 9788817151276 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Gay & Lesbo , Filosofia

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  • 4

    Non posso certo dire di essere riuscita a seguire la lettura dell'opera con facilità, il formato di audiolibro e le mie incombenze quotidiane mal si conciliano in questo caso con il linguaggio così va ...continua

    Non posso certo dire di essere riuscita a seguire la lettura dell'opera con facilità, il formato di audiolibro e le mie incombenze quotidiane mal si conciliano in questo caso con il linguaggio così vario e sovrabbondante dell'opera. Eppure, la recitazione di Popolizio - cui assegno 5 stelle - mi ha aiutato a non perdermi fra le calli di Venezia e dell'opera stessa.
    Gli accadimenti raccontati sono davvero pochi, piegati alla volontà dell'autore di stendere una sorta di manifesto programmatico sull'arte e sulla vita ad essa consacrata.
    Sposo completamente la visione di Thomas Mann a riguardo (se ho interpretato correttamente, o perlomeno in base alla mia interpretazione), una visione spesso dicotomica. Dicotomica mi appare da questo scritto l'ispirazione artistica: chi nasce con il fuoco sacro che brucia nel petto e che in fretta consuma la veste mortale che lo ospita, lasciando al mondo capolavori che attingono direttamente al divino versus chi ne deve a fatica rinvigorire le braci continuamente, cosicché la più parte delle sue energie vitali viene spesa non per dar voce ad una urgenza creativa e incanalare questa in una forma artistica, ma nel costante sacrificio e nella rigorosa disciplina autoimposta per poter produrre. Dicotomica di conseguenza la vita dedicata all'arte: quella del protagonista, non consumata in giovane età dagli eccessi che alla cocente ispirazione spesso si accompagnano, giunge ad una età sufficiente a vedere esaurita la dedizione coltivata a lungo e a veder crollare il proprio sistema di valori. La morte a Venezia, ancorché concreta fine dell'esistenza del protagonista, è secondo me una metafora. Questa però non inizia nella località italiana, ma ancor prima, alla fermata dell'autobus che lo deve riportare a casa a Monaco: un forestiero, che attende sotto la stessa pensilina, accessoriato come un viaggiatore, ispira al protagonista la voglia di viaggiare lontano. Voglia che mai lo aveva toccato prima. Sono pronta a scommettere che questo viandante altro non era che una proiezione del subconscio dello scrittore, ormai esausto, la cui sfera del sentire (ancora prima di quella del comprendere) si ribella alfine alle privazioni a cui è stata lungamente sottoposta per amor di creazione (in mancanza di creatività).
    Il sentimento ispirato dal giovinetto polacco, per quanto sublimato e vissuto come disdicevole e depravato dallo scrittore, corre parallelo al serpeggiare dei miasmi nei vicoli sudici di Venezia; il declino morale del protagonista (così egli vive quella che per me è solo una tardiva apertura alle sensazioni terrene, prendendo per sentimento pederotico e omosessuale quello che è semplicemente un estremo slancio di nostalgia per la vita e la giovinezza) è rispecchiato dal diffondere della pestilenza nelle stesse calli dove si svolge l'inseguimento e la posta al moderno eròmenos. I due piani finiscono con l'intrecciarsi nell'incubo di sapore ellenistico di Aschenbach.
    Un aspetto che mi ha non poco gratificato in questa esperienza è stato il rimando continuo al mondo greco classico e alla mitologia ellenica.

    Mai avrei pensato di riuscire a leggere e gradire Thomas Mann, lo credevo pizzoso. Quindi le cose sono due: o non è pizzoso lui, o lo sono pure io e ci siamo trovati.

    ha scritto il 

  • 3

    Citazione: Giacché la bellezza, mio Fedro, solo essa è amabile è visibile al tempo stesso; essa è, notalo bene, la sola forma dell'immateriale che noi possiamo percepire coi sensi e che i nostri sensi ...continua

    Citazione: Giacché la bellezza, mio Fedro, solo essa è amabile è visibile al tempo stesso; essa è, notalo bene, la sola forma dell'immateriale che noi possiamo percepire coi sensi e che i nostri sensi possono sopportare. O altrimenti che sarebbe di noi se il divino, se la ragione la virtù la verità ci apparissero sensibilmente? Non saremmo noi distrutti e inceneriti dall'amore? [...]

    ha scritto il 

  • 4

    Può un artista arrivare alla perfezione quando il desiderio della Bellezza lo sta divorando? Cosa c'è nel cuore di un uomo votato ad un'impassibile etica delle convezioni quando, su uno sfondo di una ...continua

    Può un artista arrivare alla perfezione quando il desiderio della Bellezza lo sta divorando? Cosa c'è nel cuore di un uomo votato ad un'impassibile etica delle convezioni quando, su uno sfondo di una Venezia decadente, un complesso gioco di sguardi e di rimandi bruciano i sensi che scoprono una Bellezza insperata e che ti rende ridicolo, al punto tale da voler coprire ciò che sei col trucco? Un capolavoro immortale, dove arrivi solo al lambire con la punta delle dita ciò che non ti è mai appartenuto. Una struggente riflessione sulla vita e sulla morte, sulla ricerca di senso, sulla Bellezza che non ha argomenti (perché non ne ha bisogno), sullo stordimento del desiderio.
    PS: non ce l'ho fatta a non leggerlo con l'adagietto di Mahler in sottofondo.

    ha scritto il 

  • 5

    I conflitti dello scrittore-eroe

    La Morte a Venezia è un racconto lungo, o un piccolo romanzo se vogliamo, caposaldo dell’opera del Premio Nobel 1929, Thomas Mann.
    Nella mia edizione è presentato insieme ad altri due racconti meno co ...continua

    La Morte a Venezia è un racconto lungo, o un piccolo romanzo se vogliamo, caposaldo dell’opera del Premio Nobel 1929, Thomas Mann.
    Nella mia edizione è presentato insieme ad altri due racconti meno conosciuti, meno maturi, tuttavia non privi di pregio: Tonio Kroger e Tristano.

    Tutti i racconti hanno un denominatore comune: il protagonista indiscusso è uno scrittore di lingua tedesca.
    L’artista disegnato da Mann, ricordo agli inizi del ‘900, è una figura molto diversa da quella cui siamo abituati oggi. Essa è ancora scottata dall’apporto di figure gloriose come Schiller e Goethe; siamo di fronte ad un eroe impegnato nello sforzo creativo, che diviene religiosa dedizione, aspirazione alla perfezione, talvolta appassionato sacrificio. Non è un caso il riferimento alla mentalità borghese, quella fedeltà al dovere da cui l’artista spesso deriva per sangue, ma dal quale si erge e si stacca.
    Ma questo aristocratico delle lettere, tenuto ad un altissimo grado di dignità, depositario dell’etica e dei valori nelle cime inaccessibili del suo castello, viene annichilito dalla semplicità e l’innocenza di ciò che è terreno o usuale. Questo scrittore vive nel conflitto; costui vede “nell’artisticità, in ogni eccezionalità e in tutto ciò che è genio, qualcosa di profondamente ambiguo, di profondamente equivoco, di profondamente sospetto, il che mi conferisce [Kroger in prima persona] questa amorosa debolezza per ciò che è semplice, leale, gradevolmente normale, per tutto ciò che non è geniale e decente”.
    Cos’è dunque che può far cadere l’artista nell’abisso? Cos’è che lo fa scadere nell’indecenza, nel ridicolo, così vergognosamente percepiti? La bellezza è una porta. La bellezza è un ideale del trascendente di qua, ma la si può incontrare dietro gli angoli delle strade e, se accade, la legge del sensibile è distrutta!

    Così il monito di Socrate a Fedro: “Gli parlava della fervida angoscia che coglie l’uomo sensibile quando i suoi occhi scorgono un’analogia dell’eterna bellezza; gli parlava delle voglie dell’empio e del malvagio, che non riesce a pensare alla bellezza quando ne vede il simulacro, e che non è capace di venerazione; gli parlava del sacro sgomento che coglie l’uomo di nobili sensi quando un volto divino, un corpo perfetto gli appare, e di come trema ed è fuori di sé, ed osa appena guardare e venera colui che possiede la bellezza, e gli recherebbe sacrifici come alla statua di un dio, se non temesse di essere preso come un pazzo.
    Perché la bellezza, mio Fedro, soltanto la bellezza è amabile e visibile insieme; essa è, nota, la sola forma dell’immateriale che noi siamo in grado di percepire coi sensi e che i nostri sensi possano sopportare. E infatti che sarebbe di noi se il divino, se la ragione, la virtù, la verità ci apparisse sensibilmente? Non saremmo forse bruciati e distrutti dall’amore, come Semele al cospetto di Giove?

    Un’opera densa, da leggere con il contagocce. Descrizioni splendide e varie le tematiche di cui non posso che fare appena un cenno riduttivo. Luchino Visconti girò l’omonimo film, un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    " e il giorno stesso il mondo apprese con reverente commozione la notizia della sua morte"
    Tristissimo lo struggimento dell'artista alla ricerca della Bellezza andando incontro così al proprio sfacelo ...continua

    " e il giorno stesso il mondo apprese con reverente commozione la notizia della sua morte"
    Tristissimo lo struggimento dell'artista alla ricerca della Bellezza andando incontro così al proprio sfacelo fisico e spirituale, sullo sfondo di una Venezia dalle acque putride, malate.

    ha scritto il 

  • 5

    Specchio e simulacro

    "Questa era l'ebbrezza; e l'artista ormai vecchio l'accoglieva impavido, anzi con bramosia", pronto a morire piuttosto che allontanarsi dal suo Adone.

    ha scritto il 

  • 4

    “[…] e staccando la mano dall’anca a indicare un punto lontano, lo precedesse a volo verso benefiche immensità. E come già tante volte aveva fatto, s,incamminò dietro a lui.”

    L’eterno conflitto tra ragione e passioni, i cui sviluppi sono spesso imprevedibili e difficili da controllare, è al centro di questo racconto che lo scrittore ambienta a Venezia, città che, per sua s ...continua

    L’eterno conflitto tra ragione e passioni, i cui sviluppi sono spesso imprevedibili e difficili da controllare, è al centro di questo racconto che lo scrittore ambienta a Venezia, città che, per sua stessa natura, ben si presta a palcoscenico per dispute filosofico/morali di questo tipo.
    Il professor Aschenbach, durante il suo soggiorno nella città lagunare, intento a sue riflessioni personali, sarà vittima di una travolgente passione verso un giovane adolescente che lo porterà a sottovalutare il pericolo a cui rimarrà esposto e a subirne le inevitabili conseguenze; passione che, anche se rivolta a un ragazzino avrà sviluppo solo e soltanto nella sua mente.
    Quella di rischiare, pur di rimanere vicino a colui che, con la sua apparizione, ha saputo restituirgli la gioia di vivere, sarà una libera scelta, pericolosamente fatta, in nome di un ideale classico di bellezza e di pace interiore scevro da tutti gli orpelli metafisici e morali accumulati nei secoli dagli uomini.
    Sotto questo punto di vista il messaggio dello scrittore sembra essere abbastanza chiaro: l’uomo moderno agisce ormai solo sullo stimolo della ragione o della logica rimanendo alienato nel suo stesso contesto senza più reagire ad altri tipi di sollecitazioni che pure rientrano nella natura umana.

    Pur apprezzando il messaggio, assolutamente attuale, che lo scrittore ha voluto trasmettere, non mi ha convinto del tutto, ho dovuto annotare più d’una perplessità tra cui quella più evidente è stata una scrittura esasperatamente barocca e troppo dispersiva di cui il brano riportato qui sotto è un esempio emblematico.
    Altri dubbi li tengo per me per il momento, dubbi che, leggendo tra gli altri commenti ho visto che comunque non sono stato l’unico ad avere; come sempre, questione di opinioni…
    Per quello che mi riguarda, nonostante le perplessità, continuerò senz’altro il percorso di conoscenza con questo autore, troppo poco quello che ne ho letto finora per darne giudizi definitivi…

    “Giorno dopo giorno, ormai, il dio dalle guance infuocate correva ignudo con la fiammea quadriga attraverso gli spazi celesti e la sua chioma d’oro fluttuava al vento di levante mutatosi in placida brezza. Un lucido biancore di seta posava sulle pigre ondeggianti distese del ponto; la sabbia ardeva, l’etere azzurro sfavillava d’argento.”

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    2

    "La morte a Venezia" alias il tedio più totale.... l'ho letto il mese scorso per riprendere un po' i classici moderni e OMG: non vedevo l'ora di finirlo prima che il libro terminasse me dalla noia! Ch ...continua

    "La morte a Venezia" alias il tedio più totale.... l'ho letto il mese scorso per riprendere un po' i classici moderni e OMG: non vedevo l'ora di finirlo prima che il libro terminasse me dalla noia! Che poi il twist dell'omosessualità del protagonista era telefonatissima sin dal momento in cui vede per la prima volta ol ragazzino in hotel, non mi sembra che ci volesse un genio per capirlo.

    ha scritto il 

  • 5

    Atroce bellezza

    Recensione #9

    È un vero peccato vedere tante recensioni negative a questo capolavoro della letteratura del secolo scorso, dettate forse da una poca conoscenza in materia e/o da mentalità fin troppo ch ...continua

    Recensione #9

    È un vero peccato vedere tante recensioni negative a questo capolavoro della letteratura del secolo scorso, dettate forse da una poca conoscenza in materia e/o da mentalità fin troppo chiuse e bigotte, che fermandosi alla superficialità non riescono a carpire il profondissimo significato spirituale di questo romanzo. Guardiamoci nelle palle degli occhi e chiediamocelo seriamente: possiamo ancora, nel 2016, credere che l'arte possa essere in qualche modo assimilata al concetto popolare di etica? Eppure la storia ci mostra che tale concetto cambia e si evolve al passo con i tempi che corrono, pertanto una vera opera d'arte rimane immortale e imperitura al passare dei secoli, e ciò che la fa "grande" è il suo essere fruibile persino in un momento in cui gli eventi della storia sono nettamente modificati. Se questo racconto suscita a distanza di più di cento anni un certo fascino lussurioso e disturbante, un motivo ci dovrà pur essere.

    Mi viene in mente un aforisma di Oscar Wilde: "Non esistono libri morali o immorali. Esistono libri scritti bene, o scritti male."
    E bisogna ammetterlo: checchè se ne dica, "La morte a Venezia" di Thomas Mann è scritto BENE. Possiede una prosa unica e raffinata, a mio modesto parere d'insuperabile splendore decadente. Grande uso di metafore e aggettivi danno al testo un andamento pomposo e baroccheggiante, come stesse leggendosi tra le righe la descrizione della struttura di una meravigliosa opera architettonica.

    Vorrei inoltre fare alcune precisazioni di tipo ontologico, viste le infondate accuse che sono state rivolte a questo romanzo, tanto sul piano pratico quanto sul piano allegorico. Non si tratta affatto di un'apologia alla pedofilia, poichè bisogna riconoscere innanzitutto che, secondo qualunque dizionario, il termine "pedofilia" indica l'attrazione sessuale di adulti nei confronti di prepuberi, cioè bambini che non abbiano ancora raggiunto la fase adolescenziale.

    Tadzio è un adolescente in tutto e per tutto, infatti ha più o meno quattordici anni. Si potrebbe parlare di efebofilia o di pederastia (cosa che infatti è), ma vi prego, evitate di parlare di pedofilia! È una cosa totalmente diversa, a parte il fatto che spesso e volentieri viene esercitata con atti di violenza. Il protagonista, lo scrittore Gustav Von Aschenbach, non si sognerebbe di alzare un dito verso il ragazzo.

    Andando avanti con il testo, si denota chiaramente una certa volontà dell'autore di rifarsi al mito dell'antica civiltà greca, matrice di ogni concetto di Perfezione artistica. L'attrazione di Aschenbach per il giovane Tadzio è quindi un richiamo al rapporto tra erastes (l'amante) ed eromenos (l'amato) fondamentale nel mondo ellenico, proprio perché il rapporto pederastico tra uomini maturi e ragazzi di giovane età si cofigurava come una sorta di rito iniziatico atto a preparare gli adulti del domani, affinché fossero consapevoli del loro posto all'interno della società. Tale rapporto non si esauriva ad una mera attrazione fisica, ma era portatrice e generatrice di ogni concetto di Virtù, bene spirituale di grande importanza nel mondo ellenico.

    Spesso non era facile, per un erastes, conquistare un eromenos; dunque tale tensione spirituale ed erotica, costretta a non trovare mai appagamento, si traduceva in una foga ispirativa che avrebbe portato certi amori infelici ad essere cantati per l'eternità: basti pensare a certi poeti lirici quali Teognide e Alceo, ma anche Saffo, i cui amori omosessuali non corrisposti trovavano nell'arte una sorta di raggiungimento dei propri aneliti, seppure fittizi.

    Questa è la situazione di Aschenbach, che si trova a desiderare una Bellezza che non gli appartiene, nè mai gli apparterrà. Una bellezza atroce, che nella decadente Venezia troverà il proprio punto focale. È la morte di tutti i valori tradizionali, di ogni velleità artistica ormai portata al crollo dalla situazione politica europea, in lenta quanto inesorabile degenerazione. Un male di vivere comune quindi, destinato a portare il mondo allo sfascio; quel mondo che, al contrario di ciò che affermò Dostoevskij, la Bellezza non riuscirà a salvare.

    Poichè quando possibile nei miei topic non risparmio di sciorinare la mia parca sapienza in fatto di cinematografia...vi esorto naturalmente a guardare il film tratto dal romanzo - dubito che non l'abbiate già fatto - diretto da Luchino Visconti nel 1971.

    ha scritto il 

  • 3

    Tras un periodo de semireflexión donde otros asuntos me han mantenido entretenido y alejado de la posibilidad de actualizar con frecuencia el blog, vuelvo con el propósito de comentar mi primera incur ...continua

    Tras un periodo de semireflexión donde otros asuntos me han mantenido entretenido y alejado de la posibilidad de actualizar con frecuencia el blog, vuelvo con el propósito de comentar mi primera incursión en la obra de Thomas Mann.

    Para ello elegí esta breve novela que nos presenta Gustavo Aschenbach, un escritor de éxito que tras una larga vida dedicada a sus obras decide buscar un retiro donde poder descansar espiritualmente y con ello renovar su inspiración. Para ello toma rumbo hacia Venecia, la ciudad de los canales donde su tranquilidad se verá truncada por la aparición de un adolescente polaco (Tadzio) que perturbará la existencia de Aschenbach.

    Estamos ante una obra de gran profundidad pese a su corta extensión. Si bien durante el desarrollo de la obra no ocurren demasiadas cosas, la evolución psicologica del protagonista que sufre tras su encuentro con el joven Tadzio es asombrosa y es plasmada con maestría por el autor.

    La obra es breve como ya he comentado anteriormente y su lectura es bastante sencilla por lo que no es un libro que se haga pesado. En mi opinión le falta un poco de ritmo en el desarrollo de la trama, aspecto que es compensado con unos personajes (más bien un protagonista, ya que es una obra de pocos personajes) profundos. En definitiva, creo que es una obra recomendable.

    ha scritto il 

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