La morte di Ivan Il'ic

Di

Editore: Rizzoli (BUR)

4.1
(2568)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 90 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Portoghese , Basco , Spagnolo , Francese , Turco , Catalano , Farsi , Olandese

Isbn-10: A000039674 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Tommaso Landolfi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , eBook , CD audio

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 5

    Un’opera perfetta, dall’afflato universale. Tolstoj sceglie l’evento più banale e straordinario, naturale e terribile che un uomo possa vivere – l’incontro con la propria morte – e ne riporta fedelmen ...continua

    Un’opera perfetta, dall’afflato universale. Tolstoj sceglie l’evento più banale e straordinario, naturale e terribile che un uomo possa vivere – l’incontro con la propria morte – e ne riporta fedelmente il resoconto, senza filtri, senza aggiungerci nulla che non sia puramente umano (l’approdo alla conversione verrà dopo).
    L’universalità del tema si cala in un contesto sociale determinato: la media borghesia russa di metà Ottocento (ma tempo e luogo sono irrilevanti), una scelta ben precisa che rappresenta l’insanabile dicotomia fra l’illusione di realizzazione in questa vita e la presa di coscienza della sua vacuità quando ormai è troppo tardi. Tutto il libro è attraversato da un senso di incomunicabilità: Ivan Il’Ic, l’uomo al vertice della carriera, il marito dalla condotta ineccepibile (tutto deve essere fatto “comme il faut”), il frivolo compagno di “vint” è morto, ma questo “accidente” deve essere immediatamente rimosso, perché tutto torni come prima. Il disagio nella camera mortuaria è palpabile e coinvolge tutti, persino la moglie, che si interessa di questioni futili come se nulla fosse cambiato davvero.
    Ma si possono incolpare la moglie, i colleghi, i compagni di gioco di questa freddezza, di questa estraneità? Quella che separa adesso il defunto da coloro che sono ancora in vita è la stessa incolmabile distanza che ha separato, nei lunghi mesi della malattia, l’Ivan Il’Ic sofferente dall’Ivan Il’Ic di prima: sano, allegro, approvato dalla società e da se stesso. È questa la vera solitudine a cui è condannato il malato: con chi se la può prendere se tutti intorno lui continuano a rispettare le identiche leggi nelle quali lui stesso ha creduto, fino a quando non ne è stato tagliato fuori suo malgrado? Nell’odio di Ivan Il’Ic verso i propri familiari si sente tutto l’odio per se stesso, per quello che era e che non è più, e che forse vorrebbe tornare ad essere se solo fosse possibile. L’accettazione di questo divario è talmente lunga e difficile che è attraverso il suo straziante svolgersi che si dipana il racconto: Ivan Il’Ic comprende presto, quasi subito, che chi lo sta aspettando è “lei”, la morte, ma ci vorranno mesi e mesi, pagine e pagine per noi, perchè questo destino venga accettato e infine abbracciato.

    Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter, Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio, e in alcun modo in rapporto a se stesso. Una cosa era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e in questo caso il sillogismo andava benissimo; ma lui non era né Caio né l’uomo in generale, ma era sempre stato un essere molto, molto particolare, molto diverso da tutti gli altri esseri. (...)Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che al piccolo Vanja piaceva così tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e avevano mai frusciato così dolcemente, per Caio, le pieghe della seta del vestito della mamma? Aveva mai litigato, Caio, per le frittelle, all’istituto di giurisprudenza? E Caio, era mai stato innamorato? E sapeva, Caio, presiedere un’udienza in tribunale?
    Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.

    In questo passaggio non si può non riconoscere uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi. Col progredire della malattia e l’avvicinarsi di quella morte che continua a fargli paura, ma che ormai gli appare inevitabile, Ivan Il’Ic dovrà prendere coscienza che è proprio lui Caio, ognuno di noi lo è. E se è troppo tardi per riparare agli errori commessi – e forse anche per comunicare con chi sarebbe ancora in tempo ma non capisce, non può capire (non dimentichiamoci che c’è sempre quel baratro, quella distanza infinita e impercorribile) –, si può almeno vivere la morte come non si è vissuta la vita, che alla fine è il solo modo per fare a patti con lei.

    ha scritto il 

  • 4

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    La quale insegna che un uomo non deve appendere tende. ...continua

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    La quale insegna che un uomo non deve appendere tende.

    ha scritto il 

  • 5

    In questo scritto Lev ha saputo magistralmente dare forma ad una delle tante angosce dell'uomo: la morte. E non solo. Perché il protagonista si interroga sui tanti dubbi e i possibili errori commessi ...continua

    In questo scritto Lev ha saputo magistralmente dare forma ad una delle tante angosce dell'uomo: la morte. E non solo. Perché il protagonista si interroga sui tanti dubbi e i possibili errori commessi durante la sua vita. In questo scritto si percepiscono tutti i sentimenti e le sofferenze che lui sa bene che non gli daranno scampo.
    "Ma se è proprio così, si disse, se me ne vado dalla vita, con la coscienza di aver sciupato tutto ciò che mi era stato dato, senza poter rimediare, allora che ne sarà di me?"

    ha scritto il 

  • 0

    Il tarlo è sempre lì e roderà sempre

    Nessuna luce, nessuna speranza, solo la scelta di non dare più fastidio, nessuna redenzione o comprensione:il giudice resta una persona ordinaria a fronte della sofferenza prima della morte.Intorno a ...continua

    Nessuna luce, nessuna speranza, solo la scelta di non dare più fastidio, nessuna redenzione o comprensione:il giudice resta una persona ordinaria a fronte della sofferenza prima della morte.Intorno a lui tutti aspettano che finisca.Cose che abbiamo visto o che vedremo tutti.Ci insegna qualcosa questo libro? Forse lo fa mostrandoci i nostri limiti e quella che raccogliamo senza aver seminato:nulla.Tutti parlano di Gerasim che in fondo fa solo il suo lavoro. A me colpisce più la pietà lontana di uno dei figli, che potrebbero in teoria confortare il padre.Cruda rappresentazione di ciò che potrà essere se non provvediamo ad arricchirci, e non di beni materiali…altrimenti il dolore e l'indifferenza degli altri, come le convenienze sociali, così vuote, ci divoreranno. Potrebbe essere il senso del libro, banale ma vero.E' un capolavoro? Si se cogliamo da soli qualche significato di fronte al nulla che descrive lo scrittore. No se cerchiamo senso e significato, le cose di cui abbiamo più bisogno in questa vita.

    ha scritto il 

  • 4

    "Se la morte parlasse questa sarebbe la sua voce", ha scritto Carlo Bo dopo aver letto questo racconto.
    Io credo che Lev abbia dato una forma alla famigerata morte. Le ha dato un odore, un'immagine, u ...continua

    "Se la morte parlasse questa sarebbe la sua voce", ha scritto Carlo Bo dopo aver letto questo racconto.
    Io credo che Lev abbia dato una forma alla famigerata morte. Le ha dato un odore, un'immagine, un colore.
    Io l'ho avvertita leggendo; la vedevo dietro l'angolo e percepivo i suoi oscuri passi farsi sempre più vicini.
    Ho provato tanta angoscia nel leggerlo; angoscia per la morte imminente, per l'ineluttabilità dell'evento, per la mancanza di ratio in cui essa deve venire a trovarci. Ho provato pena per Ivan Il'c, colto impreparato alla sua visita, perché consapevole della fine vicina, perché gli si rivela una vita gremita di menzogne ed inganni, perché, nonostante ciò, tutto ciò che vuole fare è vivere, ma non gli resta che aspettare la propria morte come un inetto.
    Crudo e bellissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Ho letto questo romanzo per una lettura di gruppo sul classici russi. Beh che dire la storia in sè certo merita di essere letta ma non posso fare a meno di sentirmi infastidita da quell'alone di mater ...continua

    Ho letto questo romanzo per una lettura di gruppo sul classici russi. Beh che dire la storia in sè certo merita di essere letta ma non posso fare a meno di sentirmi infastidita da quell'alone di materialismo che c'è in tutto il romanzo... solo alla fine il signor Ivan mi sembra un essere umano. La scrittura non l ho trova difficile e almeno questa volta ho capito tutto quello che ho letto al primo tentativo ( cosi non era stato per le notti bianche).

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    "Invece della Morte c'era la Luce"

    E no.
    Non è una luce mistica o divina quella che vede Ivan Il'ič poco prima di abbandonarsi all'ultimo sonno.
    Era la luce della liberazione. Liberazione da una vita di menzogna e falsità, dal suo matr ...continua

    E no.
    Non è una luce mistica o divina quella che vede Ivan Il'ič poco prima di abbandonarsi all'ultimo sonno.
    Era la luce della liberazione. Liberazione da una vita di menzogna e falsità, dal suo matrimonio, alle convenzioni sociali, alla sua stessa scala di priorità prima di ammalarsi.
    E' il racconto della solitudine umana, disseminata ovunque, ma forse maggiore in questi contesti di alta borghesia, laddove tutto viene orchestrato affinché si possa compiere l'anelata scalata sociale verso il successo, vetta che però si raggiunge solo sacrificando la propria dimensione umana e sociale.
    E quand'è che comprendiamo tutto questo?
    Spesso quando è troppo tardi, quando una malattia sta per strapparci da quella vita che sentiamo di aver sprecato con attività sterili e con le persone sbagliate, avvicinate solo per convenienza.
    E così emerge tutta la disperata solitudine del matto (ripresa poi anche da Pirandello nella figura di Enrico IV). Ivan non è matto, ma nel momento in cui si ammala, nell'allontanarsi dal mondo dei sani riesce a vedere con nuovi occhi e mente lucida la commedia (qui tragica) della vita quotidiana.
    Tutto quanto è falso, nella vita familiare come nel lavoro.
    Ed è allora che, finalmente, si dipana la Luce.

    ha scritto il 

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