La morte di Ivan Il'ic

Di

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

4.1
(2629)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 92 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Portoghese , Basco , Spagnolo , Francese , Turco , Catalano , Farsi , Olandese

Isbn-10: 8817150878 | Isbn-13: 9788817150873 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri , eBook , CD audio

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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  • 3

    Tre stelle solo per rispetto a Tolsoj

    Metto tre stelle per rispetto a Tolstoj e alla sua vita, ma questo racconto sulla morte e il significato della vita non mi hanno dato molto e soprattutto è stato tradotto malissimo e non adattato al K ...continua

    Metto tre stelle per rispetto a Tolstoj e alla sua vita, ma questo racconto sulla morte e il significato della vita non mi hanno dato molto e soprattutto è stato tradotto malissimo e non adattato al Kindle, meglio altre edizioni.

    ha scritto il 

  • 5

    "E' stato tutto sbagliato"

    Tutti noi avremo a che fare con la morte; è inevitabile. Ma nessuno, fortunatamente o sfortunatamente, lo può raccontare. Rimuoviamo quindi dai nostri pensieri il momento, come se non dovesse mai avve ...continua

    Tutti noi avremo a che fare con la morte; è inevitabile. Ma nessuno, fortunatamente o sfortunatamente, lo può raccontare. Rimuoviamo quindi dai nostri pensieri il momento, come se non dovesse mai avvenire, come se non esistesse, come se.. fossimo eterni.

    Ma basta un episodio, una malattia, un rischio di qualunque genere per abbatterci, per svegliarci dal sogno, per ricordarci che no, purtroppo eterni non siamo.

    Tolstoj in queste poche pagine, un centinaio circa, fotografa per noi questo processo e lo fa partendo dalla fine, in un modo quasi ironico: mostrandoci la reazione di amici, parenti e colleghi di lavoro alla morte del protagonista, Ivan Il'Ic.

    "E' morto lui e non io"

    E' ironico, Tolstoj, ma ciò che mostra è tristissimo. Indifferenza, egoismo, opportunismo, cinismo, interesse, ecco cosa circonda il malcapitato Ivan.

    "Così, alla notizia della morte di Ivan Il'ic il primo pensiero dei signori lì riuniti si concentrò sulle implicazioni che quella morte avrebbe avuto su eventuali trasferimenti o promozioni che riguardavano loro stessi o i loro conoscenti"

    Ha gridato per tre giorni interi, giorno e notte, senza smettere un momento. Era una cosa insopportabile

    E' direttamente il protagonista poi in prima persona che ricorda il breve scorrere della sua vita, spesa cercando di migliorare la sua scala sociale per riuscire a permettere a sé e alla sua famiglia lussi e comodità. Fino a un banale incidente domestico, che cambia improvvisamente la prospettiva.

    Ivan, mentre il suo corpo degrada lentamente ci rende partecipi dei suoi ragionamenti, delle sue paure, dei terrori, della sua ribellione e rifiuto di un destino che ritiene ingiusto. La domanda che il malato si fa è sempre la stessa, ossessionante, rimbombante: perché si vive? Che senso ha la vita se tutto deve finire nel nulla?

    Nel corso del racconto si fa strada nel protagonista la consapevolezza di aver perso una vita intera ad inseguire cose che soltanto ora si rivelano in tutta la loro futilità:

    "Gli venne in mente ciò che fino ad allora gli era parsa una totale assurdità, quella di aver vissuto la vita in modo sbagliato. Vide che questa poteva essere la verità. Il suo lavoro, il suo modo di vivere, la sua famiglia, i suoi interessi mondani e professionali, tutto poteva essere stato un errore. Cercò di difendere tutto ciò davanti a sé stesso, ma improvvisamente sentì l'assoluta debolezza di quello che difendeva, Non c'era niente da difendere."

    Si muore soli. La fine di Ivan testimonia questa solitudine, l'impossibilità di condividere le paure, il panico. Rimangono solo le menzogne di chi ci assiste, che ci allontanano irrimediabilmente dal mondo lasciandoci in balia di noi stessi.

    "Avrebbe voluto essere accarezzato, baciato, avrebbe voluto che piangessero per lui, come si accarezzano e si confortano i bambini. Invece sapeva di essere un funzionario importante, con la barba bianca e che tutto ciò non era possibile; ma avrebbe tanto voluto."

    Poche pagine ricche di spunti che invitano a riflettere sul rapporto tra vita e morte.
    Sono pochi gli scrittori che riescono a passare dalla commedia, alla farsa, al dramma angosciante in modo così efficace; Tolstoj qui, grandissimo, ci riesce pienamente.

    “Si può, si può fare qualcosa di giusto. Ma che cosa?”.

    ha scritto il 

  • 5

    riletto dopo quasi trent'anni l'ho trovato ancor più bello. Ricordo che ai tempi lo sottovalutai forse travolta dall'impeto dell'età e da letture russe molto più generose in numero di pagine. si legge ...continua

    riletto dopo quasi trent'anni l'ho trovato ancor più bello. Ricordo che ai tempi lo sottovalutai forse travolta dall'impeto dell'età e da letture russe molto più generose in numero di pagine. si legge d'un fiato e si riflette per molti fiatoni

    ha scritto il 

  • 5

    Un’opera perfetta, dall’afflato universale. Tolstoj sceglie l’evento più banale e straordinario, naturale e terribile che un uomo possa vivere – l’incontro con la propria morte – e ne riporta fedelmen ...continua

    Un’opera perfetta, dall’afflato universale. Tolstoj sceglie l’evento più banale e straordinario, naturale e terribile che un uomo possa vivere – l’incontro con la propria morte – e ne riporta fedelmente il resoconto, senza filtri, senza aggiungerci nulla che non sia puramente umano (l’approdo alla conversione verrà dopo).
    L’universalità del tema si cala in un contesto sociale determinato: la media borghesia russa di metà Ottocento (ma tempo e luogo sono irrilevanti), una scelta ben precisa che rappresenta l’insanabile dicotomia fra l’illusione di realizzazione in questa vita e la presa di coscienza della sua vacuità quando ormai è troppo tardi. Tutto il libro è attraversato da un senso di incomunicabilità: Ivan Il’Ic, l’uomo al vertice della carriera, il marito dalla condotta ineccepibile (tutto deve essere fatto “comme il faut”), il frivolo compagno di “vint” è morto, ma questo “accidente” deve essere immediatamente rimosso, perché tutto torni come prima. Il disagio nella camera mortuaria è palpabile e coinvolge tutti, persino la moglie, che si interessa di questioni futili come se nulla fosse cambiato davvero.
    Ma si possono incolpare la moglie, i colleghi, i compagni di gioco di questa freddezza, di questa estraneità? Quella che separa adesso il defunto da coloro che sono ancora in vita è la stessa incolmabile distanza che ha separato, nei lunghi mesi della malattia, l’Ivan Il’Ic sofferente dall’Ivan Il’Ic di prima: sano, allegro, approvato dalla società e da se stesso. È questa la vera solitudine a cui è condannato il malato: con chi se la può prendere se tutti intorno lui continuano a rispettare le identiche leggi nelle quali lui stesso ha creduto, fino a quando non ne è stato tagliato fuori suo malgrado? Nell’odio di Ivan Il’Ic verso i propri familiari si sente tutto l’odio per se stesso, per quello che era e che non è più, e che forse vorrebbe tornare ad essere se solo fosse possibile. L’accettazione di questo divario è talmente lunga e difficile che è attraverso il suo straziante svolgersi che si dipana il racconto: Ivan Il’Ic comprende presto, quasi subito, che chi lo sta aspettando è “lei”, la morte, ma ci vorranno mesi e mesi, pagine e pagine per noi, perchè questo destino venga accettato e infine abbracciato.

    Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter, Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio, e in alcun modo in rapporto a se stesso. Una cosa era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e in questo caso il sillogismo andava benissimo; ma lui non era né Caio né l’uomo in generale, ma era sempre stato un essere molto, molto particolare, molto diverso da tutti gli altri esseri. (...)Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che al piccolo Vanja piaceva così tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e avevano mai frusciato così dolcemente, per Caio, le pieghe della seta del vestito della mamma? Aveva mai litigato, Caio, per le frittelle, all’istituto di giurisprudenza? E Caio, era mai stato innamorato? E sapeva, Caio, presiedere un’udienza in tribunale?
    Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.

    In questo passaggio non si può non riconoscere uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi. Col progredire della malattia e l’avvicinarsi di quella morte che continua a fargli paura, ma che ormai gli appare inevitabile, Ivan Il’Ic dovrà prendere coscienza che è proprio lui Caio, ognuno di noi lo è. E se è troppo tardi per riparare agli errori commessi – e forse anche per comunicare con chi sarebbe ancora in tempo ma non capisce, non può capire (non dimentichiamoci che c’è sempre quel baratro, quella distanza infinita e impercorribile) –, si può almeno vivere la morte come non si è vissuta la vita, che alla fine è il solo modo per fare a patti con lei.

    ha scritto il 

  • 4

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    La quale insegna che un uomo non deve appendere tende. ...continua

    [DISCLAIMER] Questo commento nasce da un'esigenza ironica e non vuole screditare né il libro né l'autore né gli altri lettori [/DISCLAIMER]

    La quale insegna che un uomo non deve appendere tende.

    ha scritto il 

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