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La morte di Ivan Il'ic - ­Tre morti e altri racconti

Di

Editore: Adelphi (Piccola biblioteca Adelphi, 376)

4.3
(152)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 188 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845912280 | Isbn-13: 9788845912283 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Tommaso Landolfi ; Curatore: Idolina Landolfi

Genere: Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
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  • 5

    Tolstoj e l'arte

    In un saggio dal titolo Tolstoj e l’arte Nicola Chiaromonte cerca di spiegare perché per alcuni grandi uomini, irrequieti, solenni e tragici, l’arte è l’ultimo rifugio della loro incontentabilità. Tol ...continua

    In un saggio dal titolo Tolstoj e l’arte Nicola Chiaromonte cerca di spiegare perché per alcuni grandi uomini, irrequieti, solenni e tragici, l’arte è l’ultimo rifugio della loro incontentabilità. Tolstoj non scrive i suoi capolavori perché si sente scrittore, sa che è bravo come nessuno ma non gli interessa e le prova tutte per comunicare altro, nei saggi peggiora perfino le cose in termini di comunicazione con giudizi portati all’estremo. Si scaglia contro Kant, Shakespeare, Baudelaire. Ma lui deve provarle tutte perché le considerazioni che lo assillano fin da giovane lo portano e riportano a un unico orrore interno, al quale si oppone con disperata illusione. Che quelle sue sensazioni intime, quando aveva diciotto anni, possano arrivare a qualcuno! nello stesso modo in cui erano arrivate a lui, devono sentirle in quel modo, perché solo in quel modo gli uomini si sentiranno vicini, ma di un amore che è sgomento. Che è il suo, di Tolstoj, di un’assurda pretesa. Chiaromonte scrive che se un uomo è veramente assorto in un problema e spinto a portarlo fino in fondo non teme di poter approdare in concetti talvolta insensati per egli esso che li scrive. Non capire ciò, da parte dei critici, è mediocrità. Ma ciò che interessa a una mente irrequieta come Tolstoj è che qualcosa passi, fosse pure la pazzia, ma tutto è meglio di quello che da giovane aveva provato, perché in questa vita che finisce non si è mai certi che qualcuno si possa commuovere e starci come lo siamo noi, questa è la disperazione di Tolstoj, la sua solitudine, sempre riaffiorata fino alla sublime e tragica fuga nel 1910, quando dopo 48 anni di matrimonio lascia sua moglie in una fuga verso il niente, per morire di freddo, solo, quel solo che aveva sempre combattuto, con l’amore, quando scriveva che bisogna vivere seriamente. La condizione scalza, quella cristiana, sembrava essere la condizione più giusta per vivere seriamente ma Tolstoj resta un uomo terribilmente solo. A cui non basta più nessuno, neppure Gesù.
    Un uomo grandiosamente tragico che annotava furioso: Il mio solo bisogno è scrivere e lavorare e così dimenticare. Dimenticare che cosa? Dimenticare che vivo. In un bellissimo saggio di Isaiah Berlin, Il riccio e la volpe, Berlin termina con queste parole: Tolstoj è il più grande tragico tra tutti i grandi scrittori, un vecchio disperato che nessuno può aiutare e che, cieco per propria scelta, vaga solitario per le vie di Colono.

    ha scritto il 

  • 3

    LA MORTE DI IVAN IL'IC: Un romanzo breve bellissimo sulla vita, la morte e il loro senso (o la loro assenza di senso?). La discesa nella sofferenza di un uomo mediocre attaccato alla sua esistenza. La ...continua

    LA MORTE DI IVAN IL'IC: Un romanzo breve bellissimo sulla vita, la morte e il loro senso (o la loro assenza di senso?). La discesa nella sofferenza di un uomo mediocre attaccato alla sua esistenza. La traduzione di quest'edizione a cura di Tommaso Landolfi, terribilmente antiquata e pretenziosa rischia di appesantire - a tratti- il racconto. Procuratevi un'altra edizione, se siete interessati a leggerlo. 4/5

    TRE MORTI: Un piccolo racconto che riprende le tematiche di "La morte di Ivan Il'ic", senza arrivarne alla medesima potenza, ma confermandosi ugualmente un'ottima lettura. Vale la pena leggerlo anche solo per il bellissimo finale, misteriosamente evocativo. 3/5

    IL VECCHIO NELLA CHIESA: Uno stile da parabola cristiana per una brevissima storia con morale vagamente satirica. 3/5

    VIVEVA AL VILLAGGIO UN UOMO GIUSTO... : Un'altra piccola parabola di matrice cristiana sull'utilità del bene e sul perché Dio sembri non aiutare i giusti. 3/5

    NOTE SATIRICHE PER LA "CASSETTA POSTALE" DAL NUMERO D'APRILE DELLE "ANTICHITA' RUSSE" DELL'ANNO 2085: Un piccolo ed efficace ritratto di povertà della Russia del 1825. Raggiunge l'apice satirico con la piccola immagine di una donna ricca sul calesse che non sa dove appoggiare il suo prezioso cappotto. Il cocchiere le consiglia di sedercisi sopra. 3/5

    DISCORSO SULLE PUBBLICAZIONI POPOLARI: Un piccolo saggio di Tolstoj sulla lettura e la sua fruizione. Per completisti. 3/5

    PALECEK IL GIULLARE: Ho trovato che la traduzione, anche in questo raccontino che non verrà ricordato tra le opere migliori del grande autore russo, appesantisse (e sappiamo bene che la scrittura di Tolstoj è capace di essere diretta ed evocativa/sanguigna nello stesso tempo; pensiamo al bellissimo "La Sonata a Kreutzer"). E dire che "Palecek Il Giullare" era stato concepito come racconto per bambini! Peccato. 2/5

    ha scritto il 

  • 0

    La fanciulla Praskov'ja Fedorovna era di buona stirpe nobile, graziosa; aveva un piccolo patrimonio. Ivan Il'ic avrebbe magari potuto aspirare a un partito più brillante, ma anche questo dopotutto era ...continua

    La fanciulla Praskov'ja Fedorovna era di buona stirpe nobile, graziosa; aveva un piccolo patrimonio. Ivan Il'ic avrebbe magari potuto aspirare a un partito più brillante, ma anche questo dopotutto era un buon partito. Ivan Il'ic aveva i suoi assegni; lei, sperava, avrebbe portato altrettanto. Buona nascita; donna affettuosa, leggiadra e assolutamente ammodo. Dire che Ivan Il'ic si sposò perchè amava la sua fidanzata e trovava in lei piena rispondenza alla sua maniera di considerar la vita, sarebbe altrettanto inesatto quanto dire che si sposò perchè la gente della sua società approvava l'unione. Ivan Il'ic si sposò per tutte e due le ragioni: faceva cosa grata a se stesso, prendendosi una tal moglie, e nel medesimo tempo faceva quanto era giudicato bene dalla gente altolocata.
    E Ivan Il'ic si sposò.

    Sì, la vita c'era, ed ecco che adesso se ne va, se ne va e non posso tattenerla. Sì, perchè illudersi? Forsechè non appare evidente a tutti, fuori che a me stesso, che io sto morendo e che ormai si tratta solo di sapere quante settimane, quanti giorni durerò ancora? E forse è per subito. C'era la luce, ed ora c'è la tenebra. Ero qui, ed ora son là! Là dove? Un gelo lo prese, gli si mozzò il respiro. Non udiva che i battiti del suo cuore. Io non ci sarò più, e che ne sarà allora? Niente ci sarà. E dove sarò io quando non ci sarò più? La morte dunque? No, non voglio. Balzò su, voleva accender la candela, la cercò a tentoni con mani tremanti, sicchè fece cadere a terra candela e candeliere, e di nuovo si rovesciò indietro sul cuscino. "Perchè? Ma poco importa perchè" si disse guardando con gli occhi spalancati nel buio. "E' la morte, sì, la morte. E loro non sanno nulla e non vogliono sapere, e non hanno compassione. Loro si divertono. (S'udivano da lontano, d'oltre due porte chiuse, stese di voci e ritornelli). A loro non glie ne importa nulla, ma moriranno anche loro. Banda d'idioti! Io prima, ma dopo loro: anche a loro la stessa cosa. E loro si divertono. Bestie!" La rabbia lo soffocava. E sentì una pena straziante, intollerabile. Non è possibile che tutti siano per sempre condannati a questo orrore. Si levò.

    ha scritto il 

  • 4

    "Di doversi poi anche inchinare non era ben sicuro, epperò scelse una via di mezzo: entrando nella stanza cominciò a segnarsi e a inchinarsi appena un poco, vagamente".

    Che racconto sarebbe stato senz ...continua

    "Di doversi poi anche inchinare non era ben sicuro, epperò scelse una via di mezzo: entrando nella stanza cominciò a segnarsi e a inchinarsi appena un poco, vagamente".

    Che racconto sarebbe stato senza quell'insopportabile finale da catechismo..

    ha scritto il 

  • 5

    Senza titolo

    Mi chiedo se la mia non sia l’ultima generazione che rimane attonita e senza parole da questo viaggio allucinante nella psiche umana, quest’autobiografia di un morto. È passato più di un secolo dalla ...continua

    Mi chiedo se la mia non sia l’ultima generazione che rimane attonita e senza parole da questo viaggio allucinante nella psiche umana, quest’autobiografia di un morto. È passato più di un secolo dalla sua stesura, ma il tempo trascorso sembra brevissimo se confrontato a quello infinito che mi separa dalle nuove generazioni, che hanno assottigliato il confine tra vita e morte fino a trasformarlo in virtuale.
    Non sarebbe la prima volta che il pensiero umano subisce svolte tanto drastiche da risultare impossibile collocare nel contesto giusto pensieri e parole. Possiamo noi metterci nei panni dei nostri antenati medievali e leggere il paradiso in chiave tommasea senza consultare le note a margine?
    Un giorno forse, se ancora questo racconto sarà di “pubblico dominio”, saranno le note a margine a spiegare cosa s’intendesse per rapporto tra morte e vita dai tempi di Tolstoj fino all’avvento del mondo virtuale, di internet e dei network, delle morti in 3D, che riguardano il 3D e non gli umani, e degli ipermercati, dove il protagonista di “Rumore bianco” affoga il disagio dei germi di questi interrogativi. Sembrerà strano, al limite dell’impossibile, questo interrogarsi sul senso della nostra propria morte, che senso non ha ma lo acquista nel momento in cui ci si rende conto di non aver vissuto una vita ammodo, come si credeva, e che la morte non è punizione di dei invidiosi. L’aver vissuto per anni e anni piacevolmente, amabilmente, decorosamente; l’aver passato la nostra esistenza nel privato e nel pubblico piacevolmente e con decenza; l’aver curato la nostra casa come fosse unica e non a conti fatti “ come tutte le case delle persone che non sono ricche abbastanza ma vogliono somigliare ai ricchi e non fanno altro che somigliarsi tra loro”; l’aver negato fino allo spasimo la malattia a chi ostenta una salute di ferro, per continuare a vivere una vita facile, piacevole e decorosa e a intrattenere rapporti di “leggerezza, piacevolezza e decenzasul lavoro; tutto questo è la dimostrazione del vuoto di una vita che come una montagna abbiamo a poco poco disceso figurandoci di salirla. Dove sono gli altri da cui pretendiamo affetto, carezze, pietà e calore ma a cui li abbiamo negati per tutta la nostra esistenza?
    Questa vita borghese piccola piccola, potrà essere sconvolta da uno stupido caso come quella del giudice Ivan che stupito dice: “Qui su questa tenda, come altri in battaglia, ho perduto la vita. Ma è vero? Che cosa terribile e sciocca! Non può essere! ”. Ma la morte è là e mostra tutto il vuoto di una vita che non ci sembrerà più la luce oscurata dalle tenebre della morte. Dal vuoto al nulla. Orribile.
    Non c’è un senso nella morte ma solo questa è in grado di farci capire il senso della vita, dice Tolstoj: la buona vita del ragazzo Gerasim che non la nega. E Ivan negli ultimi istanti compie l’unico atto generoso della sua via: Ho pietà di loro, non voglio farli soffrire. Liberarli e liberare me stesso da queste sofferenze .

    ha scritto il 

  • 5

    “E se così è”, s’era detto “e se io lascio la vita colla coscienza d’aver sciupato tutto quanto mi fu dato e che ormai non c’è più nulla da fare, allora che sarà?”

    ha scritto il