La notte

Di

Editore: Giuntina (Schulim Vogelmann, 1)

4.3
(1698)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 112 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Chi semplificata , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 888594311X | Isbn-13: 9788885943117 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Daniel Vogelmann ; Contributi: François Mauriac

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto? (dalla Prefazione di F. Mauriac)
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  • 5

    Ero uno stomaco affamato

    Gli anni della Storia passano veloci per gli abitanti del piccolo villaggio ungherese di Sighet. L'annessione dei Sudeti, l'Anschluss dell'Austria, la Notte dei Cristalli, l'invasione della Polonia ed ...continua

    Gli anni della Storia passano veloci per gli abitanti del piccolo villaggio ungherese di Sighet. L'annessione dei Sudeti, l'Anschluss dell'Austria, la Notte dei Cristalli, l'invasione della Polonia ed avanti sono solo dicerie, materiale per pettegolezzi, da liquidare con un sorriso ed una risata nella piazza del paese. Tuttavia, come ormai sappiamo, la Storia difficilmente risparmia qualcuno ed alla fine giunge anche a Sighet. Inizialmente, le avvisaglie della catastrofe incombente non sembrano così preoccupanti: < < Una stella gialla? Oh bene, che importa? Non si muore per quella…>> e portano gli Ebrei del luogo, tra cui la famiglia di Eliezer, a non considerare nemmeno alla lontana qualsiasi idea di fuga. Uno dei primi testimoni dell'Olocausto tra i loro conterranei, quando gli Ebrei venivano ancora uccisi a mitragliate, il custode della sinagoga di nome Moshe, viene addirittura passato per folle. Nel 1944, alla fine, anche gli abitanti di Sighet cadono tra le spire della più atroce manifestazione d'odio nella storia dell'umanità, sicuramente per colpa della follia tedesca ma, forse, anche per colpa della loro cecità.

    Il primo paragone a cui ho pensato dopo aver letto questa testimonianza è con "Se questo è un uomo" di Primo Levi. Non c'è dubbio sul fatto che questi testi costituiscano quasi un genere letterario a sé stante, una "letteratura dell'Olocausto", con un insieme di temi ben delineato, che non è certo necessario descrivere. Primo Levi, nel titolo della sua opera, si pone delle domande, nel corso della sua narrazione analizza le vicende che gli sono capitate e si chiede "perché? Come mai? Come è potuto succede?" mentre Wiesel non fa niente di tutto ciò. Leggendo il suo lavoro si può capire come la sua sia stata una testimonianza estremamente dolorosa da scrivere, senza alcuna volontà di capire le motivazioni che hanno portato ad una tragedia del genere. Egli non si vendica sugli uomini, ma su Dio; all'inizio del libro, infatti, il custode Moshe gli insegna che < < L'uomo si eleva a Dio attraverso le domande>> ed allora, questo Dio, lo tempesta di domande ma, ovviamente, Dio non c'è. Dio non ha salvato sua sorella e sua madre, finite nelle camere a gas alla prima selezione, o il bambino impiccato per dare un segnale agli altri prigionieri del campo. Tuttavia, la vera e totale sconfitta di qualsiasi forma di umanità arriva dalla descrizione dei camini dei forni e dell'odore carico di carne bruciata che impregna l'aria e non brucia solo i corpi ma anche la fede stessa nel Dio-che-non-c'è e che consegna un messaggio lapidario nella sua tragicità: < < Non dimenticherò mai queste cose, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.>>

    Il campo di non concentramento, inoltre, non è solo perdita dei propri familiari e della propria fede e del proprio vigore, è una totale perdita di sé stessi, un annullamento della propria personalità. Si vive per un pezzo di pane, e si muore insensatamente ed inutilmente: < < Pane e zuppa erano tutta la mia vita. Ero un corpo. Forse anche meno: uno stomaco affamato.>> ma questo è un tema comune, ovviamente, nella lettatura dell'Olocausto. Un tassello "diverso" dalle altre testimonianze e che consegna alla storia un ulteriore motivo per guardare con orrore a quegli anni sta nel fatto che, incredibilmente, Wiesel riesce a rimanere accanto al padre per tutta la durata della loro prigionia e si assiste inizialmente ad un inversione del ruolo padre/figlio ed, alla fine, neppure questo legame sociale riesce a salvarsi alla furia distruttiva dell'Olocausto: < < […] Ma nello stesso momento questo pensiero entrò nella mia mente. Non farmelo trovare! Se solo potessi sbarazzarmi di questo peso morto, così da poter usare tutta la mia forza per lottare per la mia sopravvivenza, e preoccuparmi solo di me stesso. Immediatamente provai vergogna di me stesso, vergogna per sempre.>>.

    Per concludere, oltre alle impressioni che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti, ho imparato una cosa fondamentale dalla lettura di questo testo. Ogni testimonianza sull'Olocausto racconta la stessa storia, ma ognuna di queste storie in realtà è diversa dalle altre, perché ogni essere umano osserva le cose con punti di vista diversi ed ogni punto di vista aggiunge un tassello importante nella comprensione di un avvenimento. Risulta sempre difficile valutare in modo obiettivo una testimonianza del genere, ma forse non ha nemmeno senso provarci. Possiamo solo ringraziare Elie Wiesel, Primo Levi e chiunque altro abbia avuto la forza di affrontare tali ricordi e scrivere di essi.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Una volta di più l'ultima notte.

    "Non era né il tedesco né l'ebreo a regnare nel ghetto: era l'illusione".
    Così Elie Wiesel, racconta la Shoah, il suo lager, illusione crepitante sangue che, di notte in notte, diventa sempre più scur ...continua

    "Non era né il tedesco né l'ebreo a regnare nel ghetto: era l'illusione".
    Così Elie Wiesel, racconta la Shoah, il suo lager, illusione crepitante sangue che, di notte in notte, diventa sempre più scura e profonda.
    Tutto il racconto è scandito dal farsi delle notte: l'ultima notte in casa, mandati al letto presto dalla madre a far provvista di forze o la prima notte nel campo che fece della sua vita "una lunga notte e per sette volte sprangata".
    E così: "l'ultima notte a Buna. Una volta di più l'ultima notte. L'ultima notte a casa, l'ultima notte nel ghetto, l'ultima notte sul treno e, adesso, l'ultima notte a Buna. Per quanto tempo ancora la nostra vita si sarebbe trascinata da un'ultima notte all'altra?"
    Una notte dopo l'altra è una discesa agli inferi, lì dove solo lo stomaco sente il tempo passare, dove non c'è più Kaddish, dove madre e sorella sono morte senza evidenza, mentre tuo padre ti muore accanto (e ne provi una sorta di liberazione) e Juliek suona "quello che non avrebbe mai più suonato". Anche lui prima della notte e prima di morire.
    Senza salvezza, nonostante l'essere scampato alla morte, Wiesel confessa che anche il suo essere sopravvissuto è un peso troppo grande, l'ennesima notte da affrontare. Quale fu il perché, ci fu un perché? Perché lui e non altri, perché? Perché non la morte? Non quella generale, la morte del campo, ma quella singola, solitaria e insostenibile, del condannato alla forca; colui il cui nome e cognome, per dirla con Stirner, ti interroga e ti percuote, Perché e perché no?
    E quando il sonno pesante di mio nipote arriva durante il sonno esausto della marcia fuori Auschwitz; e quando leggevo, al 28 gennaio 2017, che nel libro era il 28 gennaio 1945... sei immediatamente portato a cercare significati...
    Così, non cercate una narrazione esaustiva, non l'analisi, non il resoconto storico, non il decoro poetico. Qui è tutto minimo e reale, ma tutto è dentro questa enorme e cruda metafora della notte che si fa sempre più irreversibile. Anche per noi.

    ha scritto il 

  • 5

    Dov'è dunque Dio? Eccolo lì, appeso a quella forca.

    Dio è il grande colpevole della storia ( o meglio, della Storia) raccontata da Elie Wiesel. È Dio il vero, il solo accusato, mentre l'Autore rivendica per sé il ruolo di accusatore con orgoglio e con ...continua

    Dio è il grande colpevole della storia ( o meglio, della Storia) raccontata da Elie Wiesel. È Dio il vero, il solo accusato, mentre l'Autore rivendica per sé il ruolo di accusatore con orgoglio e con dolore; e, contro un Dio assente e distratto, punta il suo dito di eletto e di fanciullo violato, sopravvissuto ai lager e ormai adulto.
    "Mai dimenticherò quella notte. [...]
    Mai dimenticherò quel fumo.
    Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformati in volute di fumo, sotto un cielo muto.
    Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
    Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l"eternità il desiderio di vivere.
    Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, i miei sogni, che presero il volto del deserto."

    Come commentare parole di così grande disperazione? Onorandole, in silenzio.

    ha scritto il 

  • 4

    Eliezer, ragazzo ebreo di Sighet in Transilvania, dal ghetto viene deportato con la sua famiglia a Auschwitz, dove è testimone dell'abominio, vede neonati buttati nei forni crematori, e questo gli fa ...continua

    Eliezer, ragazzo ebreo di Sighet in Transilvania, dal ghetto viene deportato con la sua famiglia a Auschwitz, dove è testimone dell'abominio, vede neonati buttati nei forni crematori, e questo gli fa perdere la fede in Dio. La dura vita nel campo, il lavoro disumano, la lotta per un pezzo di pane distruggono tra i deportati la solidarietà e anche gli affetti più cari. Infine il trasferimento a Buchenwald sotto l'incalzare dell'armata russa e la liberazione, ma quando il protagonista si guarda allo specchio per la prima volta, dopo aver lasciato il ghetto, vede un cadavere il cui sguardo non lo lascerà più. Racconto lungo autobiografico commosso e teso, capace di esprimere l'esperienza del male estremo.

    ha scritto il 

  • 4

    Ogni libro che tratti di quella grande tragedia che è stato l'olocausto vale la pena di esser letto.
    Wiesel narra, in questo libro, la sua dolorosa esperienza di deportato e il suo primo contatto con ...continua

    Ogni libro che tratti di quella grande tragedia che è stato l'olocausto vale la pena di esser letto.
    Wiesel narra, in questo libro, la sua dolorosa esperienza di deportato e il suo primo contatto con il male e anche di come esso abbia influenzato la sua crescita e il suo rapporto con la famiglia (con il padre, in particolar modo).
    Le pagine sono toccanti, tristi e delicate nello stesso tempo.
    Wiesel non indugia su particolari terribili e, nonostante il tema trattato, la sua scrittura è lieve e non esente da immagini poetiche e liriche.
    Questo è un romanzo sul male assoluto, sulla cattiveria umana, sulla disperazione che ti fa arrivare alla negazione di Dio o di qualsiasi altro tipo di giustizia divina.
    Ed è un romanzo che sul male porta a riflettere: ogni volta che giudichiamo qualcuno negativamente per il suo orientamento religioso, sessuale, politico, ecc. alimentiamo il male. Ogni volta che formuliamo un pensiero di odio ingiustificato ci mettiamo dalla parte del male.
    Ve lo consiglio caldamente, non solo per la valenza storica ma anche perché è uno di quei romanzi che fa riflettere e porta a guardare il mondo da un'altra prospettiva.

    ha scritto il 

  • 5

    E la notte arrivò, per sempre

    Difficile rifletterci, mettere insieme le immagini, i frammenti, le sensazioni e lo sgomento in poche parole. Tutto diventa sempre più cupo nel seguire il percorso di un ragazzino, quello che oggi sar ...continua

    Difficile rifletterci, mettere insieme le immagini, i frammenti, le sensazioni e lo sgomento in poche parole. Tutto diventa sempre più cupo nel seguire il percorso di un ragazzino, quello che oggi sarebbe poco più che un idiota, mentre passo dopo passo, tra sporco freddo sonno fame e dolore senza fine, perde la sicurezza e la pace, la dolcezza della madre e delle sorelle, la fede così importante, e poi la solidarietà della propria comunità e degli esseri umani accanto a se, e poi il padre e magari anche la devozione verso di lui, e infine forse anche quel rimorso. Resta il nulla, resta la notte che lo accompagnò da allora per sempre, sopravvivendo in mezzo ad una umanità distratta e sciocca. E che dovrebbe accompagnare anche noi per non dimenticare.

    "... non mi ero più visto dal ghetto. Dal fondo dello specchio un cadavere mi contemplava. Il suo sguardo nei miei occhi non mi lascia più."

    ha scritto il 

  • 4

    La notte della condizione umana

    Con "Se Questo è un Uomo" Primo Levi si è chiesto perchè il lager. La risposta era : annientare l'umanità dell'uomo e renderlo bestia, per quindi giustificare l'annientamento di una razza intera. La N ...continua

    Con "Se Questo è un Uomo" Primo Levi si è chiesto perchè il lager. La risposta era : annientare l'umanità dell'uomo e renderlo bestia, per quindi giustificare l'annientamento di una razza intera. La Notte di Wiesel non si pone domande : descrive la caduta dell'uomo (vittima e carnefice) nella notte più nera dell'umanità. Non c'è mai un sole nelle pagine di Wiesel ma tutto accade di notte, nella notte più fredda che si possa immaginare.

    ha scritto il 

  • 4

    Dio è morto?

    L‘Olocausto e le sue immense ferite. Fame, freddo, dolore, identità e rapporti umani lacerati, violati, profanati. Di un`altra ferita si parla meno: quella inferta dalla Shoah alla fede, alla spiritu ...continua

    L‘Olocausto e le sue immense ferite. Fame, freddo, dolore, identità e rapporti umani lacerati, violati, profanati. Di un`altra ferita si parla meno: quella inferta dalla Shoah alla fede, alla spiritualità, in questo caso dell‘autore poco più che bambino.
    Si pone il problema della Teodicea cioè il rapporto tra giustizia di Dio e male nel mondo:
    Dio muore con Auschwitz?
    L‘ateo risponderà: “poiché c‘è Auschwitz non posso sopportare il pensiero di Dio".
    Il credente dirà: " soltanto perché c‘è Dio posso sopportare il pensiero di Auschwitz."
    Ognuno potrà darsi la risposta che crede, ricordando che anche Cristo il venerdì sembrava essere stato abbandonato da Dio, ma la domenica è risorto. Dio, secondo una certa dottrina, resta segretamente vicino alla sofferenza degli uomini che solo mantenendo la fede potranno assistere alla Sua rivelazione.

    ha scritto il 

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