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La nube purpurea

Di

Editore: Einaudi

3.9
(587)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 343 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8806159933 | Isbn-13: 9788806159931 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Copertina morbida e spillati

Genere: Fiction & Literature , Religion & Spirituality , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
Presentire, ancor più che immaginare, la fine del mondo, la rovina di questa nostra terra e di tutte le umane esistenze nel naufragio di una solitudine cosmica: è questo il romanzo, scritto nel 1901 e riscoperto in America nel 1928 e poi ancora nel 1948, di Matthew P. Shiel, dove all'annientamento dell'uomo succede la ripetizione del mito di Adamo ed Eva.
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  • 4

    [testo italiano in fondo]
    Published in 1901, this novel seems to anticipate something of the atmosphere of another sci-fi classic, Stanislaw Lem's Solaris; it could even be possible that Lem had read ...continua

    [testo italiano in fondo]
    Published in 1901, this novel seems to anticipate something of the atmosphere of another sci-fi classic, Stanislaw Lem's Solaris; it could even be possible that Lem had read it and draw some inspiration from it.
    The Purple cloud is full of visionary suggestions but it is not made of only that. I found astonishing similarities between the happenings at the end of the book and issues concerning the very recent use of social media as a substitute for vis à vis relations, although that is not the only use that can be done of them. With his admirable frankness, Shiel proves that man has always been the same and that was already in search of the refinements of today's means of communication. I'm sorry this can't be explained better without revealing something of the plot; so it shall be (possibly!) understood at the very end of the book. In this respect it is advisable, as in almost all cases, not to read the introduction which vainly reveals the full story in few pages beforehand.

    Questa storia, pubblicata nel 1901, pare anticipare l'atmosfera di Solaris di Stanislaw Lem, un altro classico della fantascienza; sembra quasi che lui lo abbia letto e abbia da li tratto qualche ispirazione.
    La nube purpurea abbonda di visionarie suggestioni ma non è fatta solo di quelle. Ho trovato delle incredibili somiglianze tra gli avvenimenti alla fine del libro con il recentissimo uso dei social media come sostituto di incontri reali vis à vis, benché questo non sia l'unico uso che se ne può fare. Con la sua ammirevole franchezza Shiel dimostra che l'uomo è sempre stato lo stesso, e che già era alla ricerca della raffinatezza degli odierni mezzi di comunicazione. Mi dispiace che la cosa non possa essere spiegata meglio senza rivelare la trama; si potrà capire (spero!) quasi in fondo al libro. A questo proposito è consigliabile, come nella maggior parte dei casi, di non leggere l'introduzione che rivela inutilmente tutta la trama in poche pagine.

    ha scritto il 

  • 2

    Ho perso il filo. Quale filo?

    Per cento pagine sei in pieno '800. C'è della gente che prepara una spedizione al Polo Nord e ci sono un sacco di spiegazioni, di cortesie narrative e di cosine alla Jules Verne. Il ritmo c'è e pregus ...continua

    Per cento pagine sei in pieno '800. C'è della gente che prepara una spedizione al Polo Nord e ci sono un sacco di spiegazioni, di cortesie narrative e di cosine alla Jules Verne. Il ritmo c'è e pregusti che da un momento all'altro arrivino Sodoma e Gomorra a fare un gran casino perché, vivaddio, la nube è purpurea. Con quel titolo deve succedere per forza un gran casino.

    E il casino succede. Non nel libro, ma nella testa dell'autore.
    Sei lì che ti sfreghi le mani e aspetti di veder volare le sedie, ma finisce che ti ritrovi a sfregarti il cranio per capire quali dannatissime droghe deve avere assunto Shiel, non solo durante la stesura del romanzo ma anche prima, molto prima.

    Insomma, fai conto che esci a farti un giro in bicicletta e, dopo qualche chilometro, la pianti lì sul ciglio della strada, ti togli una scarpa, rutti e scoreggi, bevi da una pozzanghera e infine rubi uno scuolabus e vai a schiantarti a ripetizione contro qualsiasi cosa trovi. La logica è più o meno questa. Già, perché da metà in avanti (dopo che il tizio, il protagonista insomma, torna dal Polo - dal quale è sopravvissuto in modi che Into the Wild gli suca le mutande - e scopre che sulla Terra è più o meno rimasto solo) non c'è più niente.

    Intendiamoci, l'idea è un'ideona, considerato anche l'anno di pubblicazione. Cioè, nei romanzi di quei tempi di fantasia iperfica e un po' suonata non ce n'era molta e questo se ne esce che sono tutti quanti schiattati da un giorno all'altro. Chapeau, sul serio. Ma il problema non è la storia in sé che, per tutti i diavoli della Turchia (anche i turchi schiattano tutti), funge. Il problema è come viene raccontata.

    Da metà in avanti non torna più un diavolo (turco) di nulla. Il protagonista impazzisce (e ci può stare), ma l'autore lo segue a ruota: coerenza zero, verosimiglianza sottoterra e flusso narrativo paragonabile al peggior episodio dei Teletubbies.
    Non voglio anticipare troppo ma il protagonista (che verso la fine del libro dice di avere tipo 44 anni), nel giro di una ventina di anni va in Inghilterra, in Francia, quattro o cinque volte in Italia, in Grecia (e in Turchia, ovviamente), un paio di volte in Cina, negli Stati Uniti e chissà dove altro. Il tutto muovendosi a piedi, su un treno che ovviamente lui aziona da solo, con carburante infinito e che a volte viaggia anche senza rotaie, oppure con una nave indistruttibile che, ça va sans dire, comanda lui in perfetta solitudine.

    Ma fosse solo questo. Nel mezzo di tutti questi spostamenti - nei quali, novello Nerone, dà fuoco ad ogni città che incontra - si prende il tempo per costruirsi un palazzo tutto suo con tutte le migliori opere d'arte rastrellate in giro per il mondo e con tutto l'oro e i diamanti e i gioielli che riesce a trovare. Il palazzo lo fa tutto da solo ovviamente, e ci mette diciassette anni. Insomma, ti viene da chiederti (e pardon per il francesismo) se abbia mai trovato il tempo per farsi una sega ogni tanto.

    Insomma, la follia è totale e dappertutto. Il protagonista (che, yupi, dentro di sé sente anche delle voci misteriose, la cui provenienza e ragione non vengono spiegate), non solo è un self made man ultraperformante, ma ha anche una cultura sconfinata che ti chiedi quali cavolo di corsi Radio Elettra abbia frequentato per accumulare tutto quel sapere in così breve tempo.

    I misteri sono tanti, le voragini narrative ancora di più e arrivi a pensare che ci può persino stare, data l'imperante follia. Il problema è che ogni cosa viene raccontata con una pesantezza di scrittura da far rivalutare Svevo e Joyce in tre secondi. Ogni città, ogni paesaggio, ogni movimento è spiegato con continui riferimenti culturali e con tecnicismi talmente articolati che puzzano tanto di maldestro tentativo di mostrare al lettore quanto è figo chi scrive.

    Na palla insomma. Aggiungeteci anche uno spruzzino di misoginia (esilarante come il protagonista tratta l'unica donna rimasta al mondo. E capisci perché di seghe non se ne faceva), una supponenza da piccolo Lord novantenne e che sto romanzo con la fantascienza non c'entra proprio nulla. Io ho finito, voi provate a finirlo, il libro. :D

    ha scritto il 

  • 3

    La lettura di questo romanzo del 1901 non può prescindere dalla sua epoca, la scrittura ne risente infatti molto, così pure i molti atteggiamenti eticamente e politicamente per noi scorretti, nonché l ...continua

    La lettura di questo romanzo del 1901 non può prescindere dalla sua epoca, la scrittura ne risente infatti molto, così pure i molti atteggiamenti eticamente e politicamente per noi scorretti, nonché la poco attendibile semplicità e onnipotenza dei gesti del protagonista che noi potremmo definire maschilista, insensibile, senza etica animalista e megalomane e che pare, secondo le critiche letterarie dell'epoca, sia non la costruzione voluta di un personaggio, bensì una creazione a propria immagine dell'autore.
    È però la fantasia anticipatrice, lo straordinario crescendo in un mondo di assoluto delirio e di atmosfere visionarie che fanno di quest'opera un degnissimo antesiniano delle opere distopiche o post apocalittiche della nostra generazione.

    ha scritto il 

  • 2

    Il protagonista di questa storia è una grandissima testa di cazzo. Narcisista, razzista, maschilista, supponente, un egotico di prima grandezza. Più che l'ultimo uomo sulla terra sembra un Playmobil , ...continua

    Il protagonista di questa storia è una grandissima testa di cazzo. Narcisista, razzista, maschilista, supponente, un egotico di prima grandezza. Più che l'ultimo uomo sulla terra sembra un Playmobil ,tante sono le cose che sa fare, praticamente tutto. L'autore del romanzo , incredibilmante molto amato dal pubblico,non doveva essere una persona molto diversa. Entrambi due reazionari pezzi di merda ... erudizione scambiata per saggezza.

    ha scritto il 

  • 4

    Molta più fantascienza di quanto mi aspettassi. Stiamo comunque parlando di proto-fantascienza con le nuove tecnologie che quegli anni a cavallo tra XIX e XX secolo cominciavano a far trasparire. Inte ...continua

    Molta più fantascienza di quanto mi aspettassi. Stiamo comunque parlando di proto-fantascienza con le nuove tecnologie che quegli anni a cavallo tra XIX e XX secolo cominciavano a far trasparire. Interessanti le considerazioni socio-politiche sui giorni imminenti il disastro e anche quelle geofisiche che ne sono causa.

    Comunque mi sarei risparmiato volentieri la lunga parte centrale un pochino noiosa.

    ha scritto il 

  • 4

    Adam Jeffson della Terra

    Un'avventura intessuta nel meraviglioso, che muta continuamente atmosfera: sinistri accadimenti e frenetici viaggi ai confini del possibile si alternano a lentezze volutamente opprimenti; e poi deliri ...continua

    Un'avventura intessuta nel meraviglioso, che muta continuamente atmosfera: sinistri accadimenti e frenetici viaggi ai confini del possibile si alternano a lentezze volutamente opprimenti; e poi deliri, visioni e follia esplosiva che si mescolano e si scontrano di continuo con esoterismo, forze oscure e riflessi biblici. Visionario e stupefacente.

    ha scritto il 

  • 3

    Un romanzo ambientato in un futuro apocalittico ma lungi dall'essere banale o paragonabile ai molti "fratelli di genere" contemporanei (tipo "La strada" o "Io sono leggenda").
    Già l'inizio denota una ...continua

    Un romanzo ambientato in un futuro apocalittico ma lungi dall'essere banale o paragonabile ai molti "fratelli di genere" contemporanei (tipo "La strada" o "Io sono leggenda").
    Già l'inizio denota una certa originalità: il pretesto di un manoscritto da cui parte l'autore potrebbe far pensare ad uno scopiazzamento dai molti romanzi che iniziano così, ma in questo caso l'origine del manoscritto è decisamente inusuale e stranamente moderna per essere stata pensata nel 1901 (anno di pubblicazione del romanzo!)!
    Poi la storia..sembra di leggere molti libri in uno: prima la spedizione verso il Polo, poi il profumo di mandorle, poi la scoperta di cosa è accaduto nel mondo, poi la ricerca di se stessi e di qualcuno con cui condividere (o forse no) ciò che sta accadendo, fino agli sviluppi dell'ultima parte.... Non è facile parlarne senza anticipare il contenuto, ma vale la pena leggere questo romanzo ed apprezzarne l'originalità e la fantasia...ma anche la bella scrittura.
    Unico neo, non trascurabile: parte molto bene e finisce molto bene (nel senso stilistico del termine, ossia una prosa scorrevole e accattivante) ma la parte centrale è lenta e questo girovagare per le varie città ad un certo punto un po' stanca...ma se tenete duro sarete ricompensati!

    ha scritto il 

  • 4

    Una concatenazione di casi fortuiti permettono ad Adam Jefferson di far parte di una missione al Polo.
    Man mano che si prosegue verso il nord l’intero equipaggio viene ridotto e così Adam è il solo ...continua

    Una concatenazione di casi fortuiti permettono ad Adam Jefferson di far parte di una missione al Polo.
    Man mano che si prosegue verso il nord l’intero equipaggio viene ridotto e così Adam è il solo a raggiungere la meta. Il viaggio di ritorno rivela una serie di stranezze accompagnate da una misteriosa nube purpurea.

    “In genere osservai che i ricchi si erano preoccupati di più di questo problema del rifugio perché i poveri capivano soltanto ciò che era immediato e visibile, vivevano alla giornata, e vivevano l’illusione che il domani sarebbe stato simile all’oggi.”

    ha scritto il 

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