Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

La parete

Di

Editore: E/O

4.2
(267)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 189 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8876410708 | Isbn-13: 9788876410703 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: I. Harbeck

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature

Ti piace La parete?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 5

    Inaspettatamente bellissimo! Struggente,istintuale,femminino,animalesco...natura e animali supremi padroni del mondo,e l'uomo ridotto alla bestia che è diventato. Ho pianto quando ho finito il libro,e questo mi basta per consigliarlo vivamente.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi è piaciuto il tono diaristico, distaccato con cui registra un pezzo di vita in un mondo spopolato e separato. L'adattamento a una situazione dura e assurda, il personalizzare gli animali. Ma la sua paura degli umani mi confonde.

    ha scritto il 

  • 4

    è un racconto che colpisce al centro, all'essenza della vita, ci si perde con la protagonista, si vive con lei, ci si confronta e ci si angoscia....e forse si torna più serenamente alla vita di tutti i giorni. Consigliato.

    ha scritto il 

  • 4

    Non succede nulla, eppure.

    «Se io non sono per me, chi è per me? E, se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?»
    - [Hillel il Vecchio - Talmud] -


    Può essere un libro crudele e avere un forte poter pacificatore nello stesso tempo? Essere claustrofobico e risuonare come un inno alla natura e ...continua

    «Se io non sono per me, chi è per me? E, se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?» - [Hillel il Vecchio - Talmud] -

    Può essere un libro crudele e avere un forte poter pacificatore nello stesso tempo? Essere claustrofobico e risuonare come un inno alla natura e agli immensi spazi verdi lasciati al suo dominio? Essere un romanzo sulla dolorosa separazione da tutto ciò che la vita cittadina contempla e anche esaltazione del rapporto istintivo e pieno di calore fra l'essere umano, separato dai suoi simili, e gli animali che lo circondano? Può aderire al mio essere interiore come una seconda pelle, raccontando una storia talmente lontana nelle modalità che caratterizzano la mia esistenza esteriore, eppure, attraverso la narrazione di questa vicenda fuori da ogni ragionevole previsione, una distopia che ce l'allontana solo perché ci rifugiamo dietro la ragione, ma che ce la rende più vicina di tante altre storie reali perché è solo un pretesto per raccontare il lungo percorso, del corpo e dello spirito di una donna senza nome, di un'età definita intorno ai quarant'anni, in una località mai menzionata in un qualche dove fra le valli austriache, in periodo che non ci è dato sapere, ma che si intuisce essere compreso fra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Sessanta, che durante quello che doveva essere un tranquillo fine settimana di relax in compagnia degli zii nel loro chalet d caccia, si ritrova improvvisamente a essere isolata dal resto dell'umanità da una parete trasparente invalicabile e indistruttibile, della quale ignora i confini, la resistenza e l'origine, eppure, nonostante tutto questo essermi tanto vicina? Sopravvivenza del corpo e dell'anima, una lotta per sopravvivere ai cedimenti fisici e alla follia, alla fatica e alla tentazione di lasciarsi andare, superamento degli ostacoli e ingegno, delle ferite e delle malattie, riscoperta di sé e dicotomie che si ricongiungono riconoscendosi in un unico essere, un solo essere vivente parte di un tutto. Meravigliosa la protagonista, che scrive della sua prigionia iniziale per non dimenticare, per lasciare un segnale del suo passaggio a un futuro che forse non sarà mai, non più di quanto siano meravigliosi il cane Lince, e i suoi passi che la seguiranno anche quando non ci sarà più un dopo, la mucca Bella e il vitello Toro e i loro occhi mansueti e liquidi, la vecchia vecchia gatta selvatica e la sua progenie, l'immacolata Perla e i l'irruente Tigre, ma anche le cornacchie e le salamandre, le trote e i cervi dei boschi, così come sono magnifiche le valli, il bosco, i ruscelli, l'alpe e lo chalet, una natura inquietante, salvifica, enigmatica, che trasformano la cattività in libertà, la morte e il dolore mella speranza e in un futuro che risiedono in una cornacchia bianca. Imparare a seguire il ciclo delle stagioni, seminare patate e fagioli, raccogliere mirtilli nei boschi, aspettare il föhn che precede la pioggia, la coltre di neve e il silenzio che avvolgono la valle attutendo ogni rumore, la nebbia umida che preannuncia il ritorno del sole, il segnare il tempo attraverso il volo delle cornacchie e il battito del proprio cuore, il cielo sterminato trapunto di stelle rosse gialle e verdi che racconta l'infinito, come i cieli e i silenzi che mi hanno accompagnato nelle tante veglie alle stelle e nei deserti dei miei anni scout, cieli e silenzi che, per ore che sembrano eterne, ti fanno capire quanto di inutile ci sia nella nostra vita quotidiana, quanto spesso si corra senza un vero perché, perché, come annota la protagonista Il corpo è rilassato, e gli occhi hanno tempo per guardare. Uno che corre non può guardare. [..] Prima ero sempre in procinto di correre da qualche parte. La parete, in fondo, è solo una metafora, la parete è vita che è dentro di noi, ma la parete non è una metafora, quando è l'allontanamento da ciò che di più autentico ci circonda. La parete siamo noi, per noi stessi e per gli altri, e la parete è una gabbia che pur rendendoci prigionieri ci libera, se solo siamo capaci di guardarci attraverso, toccarla con le nostre mani e alla fine ricondurci noi stessi. Splendido.

    «La noia, di cui spesso soffrivo, era la noia d'un ingenuo coltivatore di rose a un congresso di fabbricanti di automobili. [...] Qui nel bosco, in realtà mi trovo al posto che mi spetta. Non serbo rancore ai fabbricanti di automobili, del resto hanno perduto qualsiasi interesse da molto tempo. Ma quanto mi hanno tormentata, tutti loro, con cose che mi ripugnavano. Avevo solo questa piccola vita, e non me l'hanno lasciata vivere in pace.»

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro è meraviglioso nella sua particolarità. Protagonista è una donna che nel corso di una tranquilla gita in montagna, resta inspiegabilmente isolata dal mondo. Durante la notte è sorta una misteriosa “parete” (da qui penso ne derivi anche il titolo) che si è posta come barriera tra la s ...continua

    Questo libro è meraviglioso nella sua particolarità. Protagonista è una donna che nel corso di una tranquilla gita in montagna, resta inspiegabilmente isolata dal mondo. Durante la notte è sorta una misteriosa “parete” (da qui penso ne derivi anche il titolo) che si è posta come barriera tra la sua vita, e la vita degli altri. Così la donna comincia a scrivere una sorta di cronaca della sua vita. Lei dovrà imparare a ripartire da sé stessa, dalla sua intimità, dal suo vivere per sé, ormai lei è sola, non ha più uomini che le danno compagnia, non ha più oggetti che la collegano con il mondo, c’è solo lei e il suo senso del divenire. Lei che si scoprirà pian piano, lei che acuirà il suo rapporto con la natura, quasi a divenire una Ninfa, prossima alla sua trasmutazione, rapporto che si evince e che entrerà a far parte della sua nuova famiglia quello con: un cane, una gatta, e una mucca. Entrambi diverranno coscienti di quanto ognuno è materia dell’altro, ognuno non può vivere se non vive l’altro, come una sorta di ecosistema, come una catena, ricorda un po’ il concetto del circolo naturale della natura, tutto procede meccanicamente, e nulla può essere cambiato, ogni alterazione del corso naturale potrebbe portare un disastro. La donna avrà modo di salvarsi attraverso questa perdizione, sembra quasi buffo, ma solo così la donna riuscirà a riflettere sulla sua storia, e sul rapporto con i suoi familiari, e con il mondo. La parete è quello che noi tutti ci portiamo dentro, che forse abbiamo troppe volte paura di affrontare, e che forse è proprio oltre essa che dovremmo spingerci. E’ un viaggio, forse senza ritorno, o forse di durata breve. E’ una partenza, ma troppe volte l’uomo ha paura di partire, soprattutto quando c’è l’ignoto che disegna le geometrie del percorso.

    ha scritto il 

  • 4

    “La parete” è un romanzo sul costringersi a non abbandonarsi alla follia, laddove tutto indurrebbe ad abbandonarsi ad essa. La follia è il limite estremo da non oltrepassare. Superarlo significa annientarsi, non superarlo proteggersi. La follia è prima di tutto in quella “parete”: “allungai una m ...continua

    “La parete” è un romanzo sul costringersi a non abbandonarsi alla follia, laddove tutto indurrebbe ad abbandonarsi ad essa. La follia è il limite estremo da non oltrepassare. Superarlo significa annientarsi, non superarlo proteggersi. La follia è prima di tutto in quella “parete”: “allungai una mano e toccai qualcosa di freddo e di liscio”. Questa descrizione è la descrizione di un muro invisibile perchè trasparente, quindi apparentemente virtuale ma, in realtà, solidissimo e invalicabile. Una muraglia senza inizio nè fine che, sorta all'improvviso una notte, isola dal resto del mondo la protagonista del romanzo. Ma questa prima follia ne introduce una seconda e cioè la follia della catastrofe: al di là della parete non vi è più alcun segno di vita. Quindi, al di qua di quella parete, non c'è solo un essere isolato dal mondo ma vi è un essere che potrebbe essere l'unico essere umano rimasto al mondo. Giacchè, là dove la protagonista si trova, è un estremo lembo di terra, una zona di alta montagna, già essa stessa isolata a ridosso di pascoli e alpeggi. E, attraverso quella parete, ella vede, fin là dove arriva il suo sguardo, che tutto è morto: animali e uomini sono come pietrificati. Nè in cielo nè in terra non si muove più, da quella parte, alcun essere. Solo la natura vegetale continua anche da quella parte il suo corso, immutata e rigogliosa. Vi è quindi una follia più generale che avvolge tutto e cioè quella dell'inspiegabilità. Non sapendo che cosa è accaduto non è neanche possibile prevedere che cosa potrà accadere e, soprattutto, se accadrà qualcosa. Alla condizione di isolamento ed esclusione dal mondo subentra ben presto quella della cattività. La protagonista si rende conto che, per effetto di quella parete e di ciò che è accaduto dietro di essa, ella si trova come chiusa in una gabbia. Come fosse in una prigione nella quale non vi sono neanche più i secondini. E che se non vuole morire e, soprattutto, se non vuole impazzire, deve farsi secondino di se stessa. Molti hanno paragonato “La parete” a “Robinson Crusoe” ma le differenze sono enormi. In “Robinson Crusoe” nulla è inspiegabile. Lì c'è un naufragio che dà origine agli eventi. E poi lì c'è sempre la speranza che il mondo riappaia perchè è pur sempre nel mondo che quella vicenda si svolge. Ne “La parete” non è data alcuna spiegazione, nulla è più certo, si sa solo che è intervenuta una mutazione nel mondo e quindi il mondo così come lo conosciamo e come lo conosce la protagonista non è più quello di prima. Quindi non è più possibile fare deduzioni logiche, affidarsi a speranze che siano nel novero delle cose, poter credere che se ne possa uscire. Verrebbe pertanto, comprensibilmente, da impazzire, da lasciarsi andare alla follia come unica conseguenza logica. Ma, a quell'istinto, ne “La parete” se ne contrappone un altro: l'istinto di protezione. Non solo l'istinto di protezione dalle innumerevoli minacce che potrebbero adesso incombere, ma proprio l'istinto di protezione dalla follia. Ed è a quest'ultima che la protagonista de “La parete” opporrà resistenza e contro di essa si proteggerà decidendo di non abbandonarvisi, accudendo se stessa e gli animali che, come lei, al di qua de “la parete” sono sopravissuti. In questo senso, anche da questo punto di vista, rispetto a “Robinson Crusoe”, “La parete” è un romanzo chiuso e che si chiude all'esterno. La protagonista de “La parete” non si accudisce per mantenersi viva e vegeta in attesa dei suoi salvatori, non scruta in lontananza per vedere se arrivi qualcuno, non guarda al futuro. Costretta a separarsi dal mondo, ella si insedia in questa condizione e ne sperimenta, ne vive e ne consuma tutta la drammatica fatica, sapendo che quella fatica è l'unica salvezza dal baratro in cui può precipitare in qualsiasi momento. Il raccontare della Haushofer è ossessivo e implacabile. Descrive la trasformazione che la protagonista mette in atto, diventando, lei che aveva poche o nulle esperienze precedenti del genere, prima agricoltore, poi, via via, allevatore, cacciatore, nonchè molte altre cose a cui la sopravvivenza la metterà di fronte. Diventando, infine, non da ultimo, capace di quell'ininterrotto dialogo fatto soprattutto di intima e muta comprensione, ma anche di parola e di parole, con quegli animali: un cane, una gatta e i suoi piccoli, una mucca e il suo vitello, con cui convivrà e con cui si instaurerà un rapporto di mutuo soccorso in nome della reciproca sopravvivenza sia fisica che affettiva, creandosi tra essere umano e animali un'interdipendenza totale che li proteggerà dall'abbandono e quindi dalla morte che ne sarebbe potuta derivare. Perchè la morte si materializzerà ma mai come conseguenza di un abbandono essendo la cura che la protagonista avrà per i suoi animali smisurata, ricevendone in cambio tutte le attenzioni che la loro natura consente loro. Ma quella che l'Haushofer ci racconta non è una favola, ma è un terrbile calvario per imporsi di vivere. Dove non è mai consentito abbandonarsi a se stessi, dove la vita è scandita dai cicli naturali a cui non ci si può sottrarre, dove il pericolo e i pericoli e le relative paure possono essere tanti e imprevedibili, come in un ritornare ai primordi della vita nella sua più cruda e crudele essenzialità. Nella meticolosità e nella maniacalità, con cui descrive il susseguirsi dei giorni e delle stagioni, l'accadere degli eventi, il ricorrere delle azioni della vita quotidiana, i razionamenti continui, lo sfruttamento calcolatissimo delle risorse, il pauperismo che permea ogni cosa, le piccole e grandi emozioni per tutto ciò che lì accade, la Haushofer riesce a rendere il nulla che vi è in quella terribile esistenza che è anche, nello stesso tempo, ciò che riempie quel nulla e gli dà un senso. Con un linguaggio che è poetico e al tempo stesso espressione di un trovarsi sempre a un passo dal crollo, la Haushofer riproduce gli sfinimenti insiti in quella situazione, la rassegnazione incorporata in quel quotidiano a cui non ci si può sottrarre, il rifugiarsi stesso nel linguaggio, tramite cui la protagonista dà vita a questa sua “cronaca”, così come lei la chiama. Laddove anche questa “cronaca” si erge come una risorsa contro l'incombere della pazzia: “Non scrivo per il gusto di scrivere; vi sono costretta dalle circostanze, se non voglio perdere la ragione”. Essendo che anche questa risorsa è esaurita nell' incombente esaurirsi delle risorse, giacchè, nelle ultime righe, dirà: “Oggi 25 febbraio concludo la mia cronaca. Non mi è rimasto un foglio di carta.” Pur mantenendo un senso di suspense costante e pur aleggiando in tutto il romanzo un clima apocalittico, “La parete” nulla ha a che vedere con la relativa letteratura di genere, essendo invece un'opera che ha forti implicazioni metaforiche. Scrive nella postfazione Gunhild Schneider: “Molto spesso nei romanzi della Haushofer troviamo delle persone, per lo più donne, che si negano, che si ritirano in una stanza appartata (“La porta tappezzata” 1957), in una sordità psicosomatica (“La mansarda” 1969), che fingono la propria morte per poter incominciare una nuova vita (“Una manciata di vita” 1955), oppure nel modo più radicale, nella Parete(1963), pietrificando il mondo intorno a sè, uccidendolo per potere, loro, continuare a vivere. In mezzo al bosco l'io narrante senza nome si è costruito la sua Utopia personale: tutte le influenze esteriori, tramite la parete, vengono tenute lontane dalla micro-società formata dalla donna e dai suoi animali. Mentre nell'utopia classica l'eroe si allontana dal suo mondo per poter realizzare i propri ideali di una vita migliore, nel romanzo della parete <<l'eroina>> elimina il mondo diventato insopportabile” In questo senso la stessa protagonista del romanzo, a un certo punto, parlando de la “parete” dice: “Forse la parete non era che l'ultimo tentativo di un essere torturato che doveva evadere; evadere o impazzire.” E, in questa frase, ella racchiude l'unica spiegazione che riesce a darsi di quella parete. Il rischio di impazzire che la protagonista vive quotidianamente nella sua prigione alpestre esisteva quindi anche nel mondo e da quel rischio sarebbe fuggito, chiudendosi dietro la parete, quell' “essere torturato” che aveva di fronte solo quelle due possibilità: “evadere o impazzire”. Viene quindi da chiedersi se la questione è: proteggersi dalla parete? Oppure: sentirsi protetti dalla parete? Quell' ”essere torturato” non sarebbe quindi minacciato dalla parete, ma al contrario, sarebbe evaso dal mondo che era la sua prigione e avrebbe riacquistato la sua libertà rifugiandosi dietro la parete che si sarebbe erta a sua protezione. I confini fra realtà, percezione della realtà e proiezioni nella realtà si confondono e si mescolano. La protagonista nel riferirsi a quell' ”essere torturato” lo fa in modo impersonale ed anonimo, non sappiamo chi è, ma veniamo indotti a pensare che quella parete sarebbe stata generata per effetto di una volontà soggettiva, come atto di un pensiero che l'ha pensata e fatta sorgere, come una proiezione nella realtà di un proprio desiderio. E che la protagonista fosse stanca del mondo e della vita che ella vi conduceva traspare ripetutamente nei suoi soliloqui. Mancanza di affetti, senso di perdita dei legami naturali e acquisiti: progressivo distacco e indifferenza nei rapporti con le figlie e il marito, senso diffuso di alienazione e solitudine, noia, ricorrono nei suoi ricordi di quel mondo da cui proviene, nei cui confronti non trapela mai alcun rimpianto. Ma se la protagonista facendo sua quella parete ha così inteso “proiettarsi” fuori dal mondo e ricostruire insieme ai suoi animali e con il suo sfiancante lavoro quotidiano la perduta realtà degli affetti e del senso, anche questa speranza è stata vana. Perchè anche dietro la parete la vita è terribile e disumana e quel rischio di impazzire permane irrisolto. Non è quindi certo il ritorno alla natura che può salvare dalla follia e dalla solitudine. Nè è dato lontanamente immaginare un ricongiungersi della donna con l'uomo, nella prospettiva di una rinascita e di una rifondazione di una nuova era. L'apparire improvviso sull'alpe di quell'uomo: l' ultimo uomo? spuntato dal nulla che, con cieca e devastante violenza ucciderà in modo barbaro e ancestrale l'amato cane e il prezioso vitello, il cui nome Toro è di per sè evocativo di vita, in virtù della sua funzione di riproduttore della vita, distruggerà l'idea stessa di un nuovo mondo. Ucciso l'uomo, la donna si ritirerà nel suo rifugio a valle dell'alpe, intenta a proseguire quella sua missione basata sul vivere come unico antidoto alla pazzia e alla morte e, con queste parole, chiuderà la sua “cronaca”: “Quando verrà il tempo senza fuoco e senza munizioni, me ne occuperò e cercherò una via d'uscita. Ma ora ho altro da fare. ...Il ricordo, il lutto e la paura mi seguiranno, insieme al duro lavoro, fin quando vivrò”

    ha scritto il 

  • 4

    Non è il mio genere!Cioè non l'avrei scelto..ma alla fine son contenta di averlo letto!Mi ha angosciato un po',mi son riconosciuto un po'..Credo anch'io nella forza delle donne,in quell'legame con la"vita"che comprende:la natura,e cio che la popola..un legame viscerale.Non il legame dello studios ...continua

    Non è il mio genere!Cioè non l'avrei scelto..ma alla fine son contenta di averlo letto!Mi ha angosciato un po',mi son riconosciuto un po'..Credo anch'io nella forza delle donne,in quell'legame con la"vita"che comprende:la natura,e cio che la popola..un legame viscerale.Non il legame dello studioso, il "naturalista"..ma di chi si ritrova,a suo malgrado a doverci vivere-convivere,Combatte la paura,la solitudine,sa che stabilendo legami..soffrira',ma sa di non avere scelta! Si prendera' cura di se stessa..degli animali ,accetta l'inelluttabile.

    ha scritto il 

Ordina per