Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

La pelle

Di

Editore: Mondadori

4.1
(1065)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 299 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: A000038171 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History , Political

Ti piace La pelle?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
"Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle. Tutto il resto non conta". Nella Napoli occupata dalle truppe di liberazione alleate, l'ufficiale di collegamento italiano Curzio Malaparte è la coscienza vergognosa, umiliata e disfatta di un popolo vinto. Attraverso questo immenso scenario di orrori implacabilmente continui e implacabilmente narrati, pagina dopo pagina scendiamo in un abisso di dolore, di disperazione, di disgusto. Per riemergere a una visione di pietà e sopportazione suprema. A un'idea, forse, di cristianesimo.
Ordina per
  • 5

    Malaparte è tra i rari scrittori capaci di nominare il male senza porsi limiti. A volte lo fa con stoccate tanto forti, con pennellate così accese, da far dubitare che stia dandocene una rappresentazi ...continua

    Malaparte è tra i rari scrittori capaci di nominare il male senza porsi limiti. A volte lo fa con stoccate tanto forti, con pennellate così accese, da far dubitare che stia dandocene una rappresentazione tanto forzata quanto arbitraria. Ma a pensarci bene è un sentimento che sta tutto nel lettore, non in chi scrive. Allora tutto ciò che appare grottesco rivela una sincera pietà verso la degradazione umana, una pietà che smarrisce e turba in un modo che, dopo Dante, è difficile trovare in altri scrittori. E d’altronde come non rintracciare nelle scene apparentemente più repellenti, negli episodi più scandalosi, l’eredità di quello stesso sconvolgimento delle fattezze umane presente nella “Commedia”? Era da tempo che non leggevo un libro così denso di scene memorabili, capaci davvero di incidersi come solchi dolenti nel lettore, e anche nelle scene in cui la sessualità sconfina nella degenerazione, o dove l’orrore appare così estremo da sfiorare la menzogna, si percepisce al fondo il turbamento di un’anima (parola che Malaparte contrappone reiteratamente alla pelle del titolo) di fronte non tanto al proprio destino, o a quello del suo paese sconfitto, quanto dell’Europa intera. Da questo punto di vista la riflessione di Malaparte è forse più preziosa che mai, “La pelle” è infatti un libro che si interroga costantemente sulle radici profonde dell’essere europei. Napoli stessa, in fondo, non è soltanto quella città umiliata che tanti ostracismi attirò sullo scrittore, ma l’immagine simbolo dell’Europa distrutta.
    Le scene del bombardamento al fosforo di Amburgo e del cane Febo in un laboratorio di vivisezione le rileggerei migliaia di volte e la rappresentazione tragica della natura, culminane nell’ultima eruzione del Vesuvio, testimonia una scrittura altissima, quasi una traduzione in prosa della sterminata tradizione iconografica italiana. Vado a leggermi anche “Kaputt”.

    ha scritto il 

  • 4

    La verità esistenziale di Curzio Malaparte è tutta nei suoi libri: esteta, decadente, verista, poeta, classico, narciso, romantico, pagano e molti altri aggettivi e sostantivi ancora… La sua scrittura ...continua

    La verità esistenziale di Curzio Malaparte è tutta nei suoi libri: esteta, decadente, verista, poeta, classico, narciso, romantico, pagano e molti altri aggettivi e sostantivi ancora… La sua scrittura è sostanzialmente (e quando si parla di sostanza qui la relazione è con la categoria filosofica) estetica e decadente.
    La pelle è il canto del cigno di una poetica apparentemente distaccata e cinica, nella realtà una romanza appassionata su Napoli, l’Italia, la Vita.
    Durante la seconda guerra mondiale Malaparte era giornalista e durante gli ultimi mesi ufficiale di collegamento dell’esercito italiano con il contingente alleato. Della scrittura giornalistica conserva l’ordine freddo del discorso, della seconda esperienza la durezza del soldato.
    Ma il tutto s’infrange , come onda e spuma su una roccia, sospinto da un lirismo classico e di poesia autentica: «Simile a un osso antico, scarnito e levigato dalla pioggia e dal vento, stava il Vesuvio solitario e nudo nell’immenso cielo senza nubi, a poco a poco illuminandosi di un roseo lume segreto, come se l’intimo fuoco del suo grembo trasparisse fuor della sua dura crosta di lava, pallida e lucente come avorio: finché la luna ruppe l’orlo del cratere come guscio d’uovo, e si levò estatica, meravigliosamente remota, nell’azzurro abisso della sera. Salivano dall’estremo orizzonte, quasi portate dal vento, le prime ombre della notte. E fosse per la magica trasparenza lunare, o per la fredda crudeltà di quell’astratto, spettrale paesaggio, una delicata e labile tristezza era nell’ora, quasi il sospetto di una morte felice.»
    Neorealista – più legato al naturalismo francese (Maupassant, la stessa ossessiva cura nella campitura dei luoghi), ma anche l’astrattezza vischiosa e vorticosa dei quadri meno ottocenteschi di Turner – classico e moderno, del classicismo nutre il culto tragico della morte, vera protagonista del romanzo: la morte dell’anima, della dignità, di quel corpo oggettivato e pietrificato prima nel dolore e poi nella morte, la fine degli ideali di una fanciullezza mai esistita, offerta agli dei in cambio del nulla.
    «Una bambina, qualcosa che assomigliava a una bambina, era distesa sulla schiena in mezzo al vassoio, sopra un letto di verdi foglie di lattuga, entro una grande ghirlanda di rosei rami di corallo. Aveva gli occhi aperti, le labbra socchiuse: e mirava con uno sguardo di meraviglia il Trionfo di Venere dipinto nel soffitto da Luca Giordano. Era nuda: ma la pelle scura, lucida, dello stesso color viola del vestito di Mrs. Flat, modellava, proprio come un vestito attillato, le sue forma ancora acerbe e già armoniose, la dolce curva dei fianchi, la lieve sporgenza del ventre, i piccoli seni virginei, le spalle larghe e piene.»
    Romanzo posto all’indice per queste pagine di un cannibalismo vistoso e pagano, puramente estetico, la vera oscenità è il sentimento corale (e di nuovo la tragedia greca) di una città, di una nazione, di un’umanità di vinti e vincitori che si sono divorati.
    Pasolini ha descritto Roma con la stessa energia violenta e cruda, con lo stesso distacco dell’anatomista che agisce su una collettività di cadaveri, con la stessa disperata passione dell’uomo-eroe vinto dal fato, della inutile lotta contro gli dei indifferenti. Malaparte possedeva una cultura profonda e multiforme, come D’Annunzio, il senso di aristocrazia del pensiero e il tentativo di fare del romanzo un’opera completa che racchiudesse musica, pittura, fotografia, poesia…
    Ma tutta questa bellezza non compensa l’inquietudine di un nichilismo sofferto e ricco di piaghe: «Era un silenzio orribile. La luce era morta, l’odore dell’erba, il colore delle foglie, delle pietre, delle nuvole erranti nel cielo grigio, tutto era morto in fondo a quell’immenso, vuoto, gelido silenzio. Spronai il cavallo, che s’impennò, si buttò al galoppo. E fuggii gridando e piangendo attraverso la steppa, nel vento nero che correva qua e là nel giorno chiaro, come un cavallo cieco.»
    Le descrizioni sono le parti più riuscite del romanzo, la definizione della trama e dei personaggi risulta, a volte, forzata, di maniera, mentre le immagini si srotolano e dispiegano occhi spalancati , stelle che stanno a guardare, in un naturalismo che quasi recupera un po’ d’innocenza: «Ma dove quel cielo appariva più delicato e crudele, era lassù, lungo l’orlo del muro ai piedi del quale stavano seduti i piccoli schiavi. Il muro che fa da sfondo al cortile della Cappella Vecchia è un alto muro a picco dall’intonaco tutto screpolato dal tempo e dalle stagioni, che una volta era senza dubbio di quel colore rosso delle case di Ercolano e Pompei, che i pittori napoletani chiamano rosso borbonico. Gli anni, la pioggia, il sole, l’abbandono, hanno stancato, addolcito quel rosso vivo, dandogli il colore della carne, qua rosea, là chiara, più in là trasparente come una mano davanti alla fiamma della candela. E fossero le screpolature, fossero le verdi macchie di muffa o quei bianchi, quegli avori, quei gialli smorti, propri della carne umana già stanca, già vecchia, già solcata di rughe, già prossima all’ultima, meravigliosa avventura del disfacimento. Grasse mosche erravano lentamente su quel muro di carne, ronzando. Il frutto maturo del giorno si faceva mézzo, si guastava, e nell’aria stanca, già corrotta dalle prime ombre della sera, il cielo, quel crudele cielo di Napoli, così puro, così tenero, metteva un sospetto, un rammarico, una felicità triste e fuggitiva. Ancora una volta il giorno moriva. E ad una ad una tornavano a rifugiarsi nel tepor della notte, come cervi e daini e cinghiali alla selva, i suoni, i colori, le voci, quel sapor del mare, quell’odor d’alloro e miele, che sono il sapore e l’odore della luce di Napoli.»
    Ma le stelle non stanno sempre a guardare, alla fine, tipica dell’opera classica, la catarsi: il vulcano che vomita, erutta tutto quel dolore, quel marciume, quell’inutile affollarsi di larve, insetti, vermi, uomini e donne senza amore, perché l’amore li ha abbandonati e la compassione e la tenerezza e l’amicizia sono sentimenti che la guerra, vera e unica peste, ha spazzato via come lava sul cammino:
    «Non vorrai darmi a intendere – disse Jimmy – che anche Cristo ha perso la guerra.
    – E’ una vergogna vincere la guerra – dissi a voce bassa.»

    ha scritto il 

  • 4

    Chi ama Napoli non puo' perderlo!

    Non conoscevo questo libro e vi sono arrivata praticamente per caso.
    E' scritto in modo ineccepibile da Curzio Malaparte, celato dalla letteratura del Novecento, ho scoperto poi, per i suoi trascorsi ...continua

    Non conoscevo questo libro e vi sono arrivata praticamente per caso.
    E' scritto in modo ineccepibile da Curzio Malaparte, celato dalla letteratura del Novecento, ho scoperto poi, per i suoi trascorsi fascisti .
    La Napoli che vi viene raccontata è quella del tempo dell' arrivo degli alleati, ed è una Napoli piena di contraddizioni. Dalle righe di queto romanzo escono ritratti d' amore e di morte, di solidarietà e di indifferenza, ritratti sublimi ed osceni. Non è facile descrivere queste sensazioni contraddittorie, eppure Malaparte ci riesce, sconfinando spesso nel grottesco e nella fantasia, lasciando il limite tra realtà e finzione al lettore, che spesso questo limite non riesce a porlo!
    Io sono figlia di mamma napoletana, che nel '44 aveva 6 anni. Ho ritrovato nel libro il sapore di alcuni suoi racconti ... anche per questo per me è stata una emozionante lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    Tutti piangevano, poiché un lutto a Napoli, è un lutto comune, non di uno solo, né di pochi o di molti, ma di tutti, e il dolore di ciascuno è il dolore di tutta la città, la fame di uno solo è la fame di tutti.

    Tempo fa:
    Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio fra le letture scolastiche, per non dimenticare.

    Seduta sulla soglia dei tuguri, la gente ci guardava in silenzio, seguendoci a lungo con gli o ...continua

    Tempo fa:
    Un libro che dovrebbe essere reso obbligatorio fra le letture scolastiche, per non dimenticare.

    Seduta sulla soglia dei tuguri, la gente ci guardava in silenzio, seguendoci a lungo con gli occhi: erano bambini quasi nudi, erano vecchi bianchi e trasparenti come funghi di cantina, erano donne dal ventre gonfio, dallo smunto viso del color della cenere, ragazze pallide e scarne dal seno sfiorito, dai fianchi magri. Tutto intorno a noi era uno sfavillar d’occhi nella verde penombra, un ridere muto, un baglior di denti, un gestire silenzioso: quei gesti fendevano quella luce d’acqua sporca, quella spettrale luce d’acquario che è la luce dei vicoli di Napoli nel tramonto. La gente ci guardava in silenzio, spalancando e chiudendo la bocca come fanno i pesci.

    ha scritto il 

  • 4

    14-2015

    Non avevo mai letto "La pelle" di Curzio Malaparte, e da quando l'ho finito continuo a chiedermi perché non sia di diritto tra i grandi classici del novecento che tutti prima o poi dovrebbero leggere ...continua

    Non avevo mai letto "La pelle" di Curzio Malaparte, e da quando l'ho finito continuo a chiedermi perché non sia di diritto tra i grandi classici del novecento che tutti prima o poi dovrebbero leggere nella vita. Racconta di Malaparte ufficiale di collegamento con gli alleati a Napoli nel 43-44, immerso in situazioni disperate e grottesche metafora della guerra ormai persa. Vi ho ritrovato fasi di lucido realismo in cui sembra di leggere l'Hemingway inviato al fronte oppure Bocca o Fenoglio, ad altre totalmente folli in cui sembra di essere nel Viaggio al termine della notte di Celine oppure nella Peste di Camus. Descrizioni estreme delle bassezze e grettezze di Napoli che farebbero felice Salvini vs momenti di sofferenza reale sulla povera Italia del 43 che la vita di Malaparte riassume bene: prima fascista di sinistra, dannunziano, poi critico del regime, mandato al confino, combattente, simpatizzante partigiano anarchico e dopo la guerra forse anche vicino al PCI. Autore da rileggere senza indugio.

    ha scritto il 

  • 5

    Napoli non è una città: è un mondo

    “Io volevo bene a Jack perché egli solo capiva che la parola “pagani” non basta a spiegare le profonde, antiche, misteriose ragioni della nostra sofferenza; che le nostre miserie, le nostre sventure, ...continua

    “Io volevo bene a Jack perché egli solo capiva che la parola “pagani” non basta a spiegare le profonde, antiche, misteriose ragioni della nostra sofferenza; che le nostre miserie, le nostre sventure, le nostre vergogne, il nostro modo d’esser miserabili e d’esser felici, i motivi stessi della nostra grandezza e della nostra abiezione sono all’infuori della morale cristiana.”

    ha scritto il 

  • 4

    God bless America

    'Liberators' americani si aggirano, storditi e affascinati, fra rovine e miserie, con il loro delicato 'inferiority complex' nei confronti di un'Europa e di un'Italia che, sebbene disperata, umiliata, ...continua

    'Liberators' americani si aggirano, storditi e affascinati, fra rovine e miserie, con il loro delicato 'inferiority complex' nei confronti di un'Europa e di un'Italia che, sebbene disperata, umiliata, e dilaniata - prima della liberazione - dalla nobile, dignitosa e leale lotta 'per non morire' e da quella 'per vivere', orribile, umiliante e vergognosa - dopo la liberazione - esercita ancora una magia che parte dalla notte dei tempi.
    - Ho bisogno dell'Europa per sentirmi americano - ammettere Jack.

    Sorprendente il fervido spirito europeista:
    "Io ero l'Europa. Ero la storia d'Europa, la civiltà d'Europa, la poesia, l'arte, tutte le glorie e tutti i misteri dell'Europa. E mi sentivo insieme oppresso, distrutto, fucilato, invaso, liberato, mi sentivo vigliacco ed eroe, bastard e charming, amico e nemico, vinto e vincitore. E mi sentivo anche una persona per bene: ma era difficile far capire a quelli onesti americani che c'è della gente onesta anche in Europa."

    Gab di anobii scrisse bene nel suo commento: "Consigliato a chi vuole imparare"- non c'è altro da aggiungere a questa colta, contaminata, vivida 'fiction based on fact' fra storicità, invenzione e visione; a tratti macabra, grottesca e surreale, delineata da una scrittura concitata, allucinata e inquietante, ma notevole.

    ha scritto il 

  • 0

    Ambientato a Napoli tra il 1943 e il 1945, durante l’occupazione alleata. La scrittura mi piace, ma i contenuti sono molto crudi e non è il momento giusto. Spero di riprenderlo più in là. Se non ricor ...continua

    Ambientato a Napoli tra il 1943 e il 1945, durante l’occupazione alleata. La scrittura mi piace, ma i contenuti sono molto crudi e non è il momento giusto. Spero di riprenderlo più in là. Se non ricordo male, non sono riuscita a vedere nemmeno il film della Cavani tratto dal romanzo.
    [Radio 3. Ad alta voce. Tempo: 8 ore circa. Lettura di Toni Laudadio.]

    ha scritto il 

  • 4

    Ad Alta Voce - Radio 3 RAI

    http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-9fe19bce-1c27-4b63-b41e-2d7581d21374.html?set=ContentSet-5cb58487-c464-47b9-a137-923259347ad6#
    Anch'io, come altri utenti di aNobii, ero tituban ...continua

    http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-9fe19bce-1c27-4b63-b41e-2d7581d21374.html?set=ContentSet-5cb58487-c464-47b9-a137-923259347ad6#
    Anch'io, come altri utenti di aNobii, ero titubante verso Malaparte, che probabilmente aveva un ego ben sviluppato. Però questo romanzo è davvero bello, scritto bene e coinvolgente. E' vero che alcune scene e alcuni particolari sembrano veramente esagerati. Chissà se le cose terribili che racconta di Napoli nel 1944 saranno vere. Tuttavia le racconta con dolore e partecipazione e anche con un linguaggio non banale e ricco di similitudini.
    Tony Laudadio legge in modo sapientemente asciutto. Tanto il testo è già abbastanza esasperato.

    ha scritto il 

Ordina per