La pelle

Di

Editore: Adelphi

4.1
(1149)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 342 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8845925285 | Isbn-13: 9788845925283 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell'ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l'anima, spingendo le donne vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé. Trasformata in un inferno di abiezione, la città offre visioni di un osceno, straziante errore: la ragazza che in un tugurio, aprendo «lentamente la rosea e nera tenaglia delle gambe», lascia che i soldati, per un dollaro verifichino la sua verginità; le «parrucche» bionde o ruggine o tizianesche di cui donne con i capelli ossigenati e la pelle bianca di cipria si coprono il pube, perché «Negroes like blondes»; i bambini seminudi e pieni di terrore che megere dal viso incrostato di belletto vendono ai soldati marocchini, dimentiche del fatto che a Napoli i bambini sono la sola cosa sacra. La peste – è questa l'indicibile verità – è nella mano pietosa e fraterna dei liberatori, nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo vinto non possa che essere un popolo di colpevoli. Null'altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l'anima, come un tempo, o l'onore, la libertà, la giustizia, ma la «schifosa pelle». E, forse, la pietà: quella che in uno dei più bei capitoli di questo insostenibile e splendido romanzo – uno dei pochi che negli anni successivi alla guerra abbiano lasciato un solco indelebile nel mondo intero – spinge Consuelo Caracciolo a denudarsi per rivestire del suo abito di raso, delle calze, degli scarpini di seta la giovane del Pallonetto morta in un bombardamento, trasformandola in Principessina delle Fate o in una statua della Madonna. Come ha scritto Milan Kundera, nella Pelle Malaparte «con le sue parola fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta».
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  • 5

    Salvare la pelle

    Cosa accadrebbe se d'improvviso il Vesuvio si spaccasse in due?
    Cosa accadrebbe se l'involucro roccioso che nasconde agli occhi il fuoco crollasse su sè stesso?
    E se la voragine inghiottisse tutto, pe ...continua

    Cosa accadrebbe se d'improvviso il Vesuvio si spaccasse in due?
    Cosa accadrebbe se l'involucro roccioso che nasconde agli occhi il fuoco crollasse su sè stesso?
    E se la voragine inghiottisse tutto, perfino il magma e il gas, rivelando la più assurda e dantesca delle "città capovolte"?
    Ecco, se accadesse tutto questo finiresti nella "Contro-Napoli" raccontata ne "La Pelle".
    Scrivere queste due righe mi mette in enorme imbarazzo. Non perchè io sia troppo ignorante o indegno, anzi. Qualcosa mi dice che Malaparte si divertirebbe a sentire il mio sproloquio. Mi mette in imbarazzo perchè leggere quel maledetto volume è così travolgente, così totalizzante, così terribile e sublime da ottenebrarti ogni volta che provi a parlarne.
    Sarò schietto: i libri sulla Seconda Guerra Mondiale mi annoiano a morte. L'intento letterario, in quasi tutte le mie esperienze di lettura, è stato talmente intriso di intento educativo e di senso civico da ridurre l'urlo della Bellezza a un cinguettio appena percettibile. "La Pelle" sfugge alle "lezioni" di storia. "La Pelle" ti mette di fronte al fatto che la bellezza sinistra del dramma sa perfino vestirsi del puzzo di morte. Malaparte massacra i buonismi, deride i vincitori e non risparmia i vinti, soprattutto se sono innocenti. Malaparte si farebbe beffe di tante "intelligenze" mediatiche, e non oso pensare a come deriderebbe tutte le forme del nostro vociare. Senza escludere il mio, sia inteso.
    Malaparte non racconta "per non dimenticare", non c'è retrospettiva in lui. Ne "La Pelle" c'è la meditazione sul presente. Peggio, sul futuro. Perchè il morbo che ti attanaglia ogni volta che metti da parte il "contenuto" per salvare l'involucro, la "pelle" appunto, ti cammina accanto pronto a saccheggiare la tua vita. Il tempo di pace che abbiamo la grazia di vivere non ci illuda.
    Ma non leggere "La Pelle" per questo. Leggilo perchè non ti basterà una vita per esaurire il messaggio che ha per te. Leggilo perchè è Bello, nel senso più pieno del termine.

    ha scritto il 

  • 4

    L'umanità appestata di Malaparte

    Chi si accinge alla lettura di questo romanzo con la speranza d’imbattersi in un diario di guerra, sbaglia il suo approccio. “La pelle” è molto più di questo, è il grido di dolore di un uomo sofferent ...continua

    Chi si accinge alla lettura di questo romanzo con la speranza d’imbattersi in un diario di guerra, sbaglia il suo approccio. “La pelle” è molto più di questo, è il grido di dolore di un uomo sofferente, nauseato dall'umanità appestata dal secondo conflitto mondiale.
    Di questo romanzo, il primo che leggo di Malaparte, mi hanno colpita lo stile, le immagini, la sofferenza che traspare da ogni sua parola, da ogni frase. Perché se è vero che l’autore prova disgusto per questi uomini che per salvare la pelle vendono la propria dignità, è pur vero che prova nei loro confronti un grande senso di pietà. Più che altro, è la compassione il sentimento motore dell'opera, nel suo significato più vero: Malaparte soffre insieme agli altri, è vicino ai napoletani, agli americani che combattono una guerra non loro, ai vincitori. Sì, Malaparte prova pietà anche per i vincitori, per gli uomini tutti. Durante lo svolgersi della trama, assistiamo all'evoluzione del suo pensiero. L’autore prende inizialmente le distanze dai vinti, che per sopravvivere si macchiano delle più terribili infamie, ma alla fine è come se giungesse ad una rassegnata conclusione: l’uomo è ben poca cosa, non vi è nulla di più crudele al mondo, e non vale neppure la pena chiedersi chi siano stati i colpevoli e chi gli innocenti in questa terribile guerra. L’uomo è una creatura naturalmente infima, Malaparte ne prende coscienza, ma giunge a questa conclusione senza amarezza.
    Per questo, l’umanità è paragonata a Napoli. Lo scrittore si concentra molto sulla descrizione di questa città, sulle scene di quotidiana miseria, sugli effetti della “peste”, dimostrando di nutrire una grande vicinanza al suo popolo. Napoli, meravigliosa e terribile, grandissima eppure così povera, è il simbolo di un’umanità atavica, sempre uguale a sé stessa, bellissima e crudele. Ed ecco perché Malaparte soffre per Napoli: quando piange per essa, in realtà piange per gli uomini, per il loro esser piccoli, per la loro crudeltà insanabile.
    Eppure, come Napoli, anche l’umanità non è priva di bellezza. Nonostante tutto, c’è sempre qualcuno, un Cristo, pronto a sacrificarsi per gli altri, ed è quindi un messaggio quasi di speranza quello che l’autore vuol lasciarci. Il genere umano è sì infimo, ma vi alberga anche la bontà.

    Per quanto riguarda lo stile, è superbo. Malaparte descrive un paesaggio infernale con termini aulici – moltissimi sono i riferimenti al mondo greco – sottolineando così la dicotomia tra meraviglioso e brutale.

    Ho molto apprezzato questo romanzo per i motivi sopra descritti e per molti altri ancora. Malaparte è uno scrittore di straordinaria profondità, che ha saputo interrogarsi, traendo spunto dagli eventi del secondo conflitto mondiale, su di una delle questioni forse più dibattute di sempre: il senso dell'umanità.

    ha scritto il 

  • 5

    Un'autore micidiale, attualissimo, è riuscito a spiegarmi l'Italia di oggi parlando di quella dei giorni in cui veniva "salvata" dagli americani.
    "Salvata" fra virgolette perché, come a chi ha gli occ ...continua

    Un'autore micidiale, attualissimo, è riuscito a spiegarmi l'Italia di oggi parlando di quella dei giorni in cui veniva "salvata" dagli americani.
    "Salvata" fra virgolette perché, come a chi ha gli occhi ben aperti è noto da tempo, più che di Italia salvata dagli Alleati di "Italia conquistata", bisognerebbe parlare.
    Ma non è politicamente corretto.
    Non lo è oggi come non lo era allora.
    Quindi taciamo, e leggiamo...

    ha scritto il 

  • 5

    La pelle

    Bellissimo. Quando la letteratura supera la realtà, la utilizza, la mastica e la restituisce al servizio dell'arte dello scrivere. Opera che non va presa come un saggio di storia, ma va apprezzata per ...continua

    Bellissimo. Quando la letteratura supera la realtà, la utilizza, la mastica e la restituisce al servizio dell'arte dello scrivere. Opera che non va presa come un saggio di storia, ma va apprezzata per l'utilizzo della buona scrittura e della fantasia al servizio del lettore.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Una faticaccia finirlo, e per lo stile (è il suo libro che mi è piaciuto meno in questo senso) e per la compiaciuta terribilità dei contenuti.

    Resta, e so che è ingiusto valutare un'opera d'arte con c ...continua

    Una faticaccia finirlo, e per lo stile (è il suo libro che mi è piaciuto meno in questo senso) e per la compiaciuta terribilità dei contenuti.

    Resta, e so che è ingiusto valutare un'opera d'arte con criteri morali, un enorme fastidio per la spettacolarizzazione di Malaparte di qualsiasi cosa potesse fargli comodo.
    Che Malaparte sia pienamente cosciente del gioco cui sta giocando, lo narra lui stesso nella scena del banchetto all'aperto, quando per rispondere all'ufficiale Usa che gli ha chiesto quanto di inventato ci sia nei suoi romanzi storici, lui si inventa lì per lì di avere appena mangiato la mano staccatasi a un uomo a causa di una bomba; e quanto si diverte, a esporre gli ossicini animali dal suo piatto spacciandoli per umani!

    C'è quell'espressione: uno che si venderebbe la nonna per un'ora di celebrità. E questo qui si inventa, nientemeno, la morte in una clinica vivisezionista del suo amatissimo cane Febo.
    Nei fatti, Febo morì di vecchiaia nella villa di Capri. Lui però, come non può fare a meno di mettere in scena gli ebrei crocefissi agli alberi in Ucraina, non rinuncia neanche alla scena madre di se stesso che chiede e ottiene dal medico della clinica di porre fine con una pietosa iniezione alle sofferenze del cane sventrato.
    E io non posso fare a meno di detestarlo per questo (che poi, figuriamoci, quanto gli avrebbe fatto piacere un po' di livore in più).

    ha scritto il 

  • 4

    La Mala-Pelle

    Doveva essere il libro che avrebbe dovuto concludere il mio 2015 ma il forzato riposo – che per culo, perdonatemi l’aulicismo, non si è trasformato in eterno liberandomi, anzi, dalla preparazione dei ...continua

    Doveva essere il libro che avrebbe dovuto concludere il mio 2015 ma il forzato riposo – che per culo, perdonatemi l’aulicismo, non si è trasformato in eterno liberandomi, anzi, dalla preparazione dei lauti menù natalizi per parenti affamati – ne ha fatto aggiungere altri due, del cui commento vi allieterò in questi giorni.
    Ma “La pelle” merita una peroratio nell’accezione che ne dà Quintiliano (mutuandola da Cicerone): insistere sulla mozione degli affetti, non limitandosi a ciò che ha letto e appreso, ma esponendo anche le cognizioni che ha acquistate dalla sua esperienza e dalla stessa natura che gli ha servito di guida.
    Potevo abbandonarlo e sottrarlo alla vista -non avendo gli attributi per mandarlo al macero in pattumiera-, dopo che il mio consorte me l’aveva scovato tra i libri da buttare al mercatino d’anticaglie, che è solito frequentare e a soli 50 centesimi? E poi, il glorioso Vallecchi del gennaio ’66 era pure cucito a mano e poteva ben valere una lettura in quest’epoca di caduta non solo delle ideologie ma soprattutto delle idee: che me ne cale che la “vulgata” lo avesse definito fascista e pure voltagabbana per essere finito con la tessera comunista in tasca nell’ospedale in cui ci lasciò la pelle, quella pelle sul cui altare gli uomini sono disposti a sacrificare ogni dignità, secondo lui?
    Alcuni diranno che non fu lui a chiederla, la tessera del PCI, ma Togliatti a offrirgliela e che, morto l’imbarazzante testimone, gliela infilò i tasca. Ma la ferrea cultura del dopoguerra protrattasi fino all’avvento del Bettino Crazzo, quella che o si era rossi o non si era ( ogni riferimento ai miei convincimenti è puramente casuale), non si impressionò tanto del Migliore quanto dei napoletani, che avevano minacciato di ridurre il Malaparte come Apollo con Marsia, tanto per rimanere in tema di Pelle. Si ebbero comizi di protesta e dimostrazioni, furono affissi manifesti in cui si accusava lo scrittore che se avesse osato mettere piede nel capoluogo campano non avrebbe potuto sentirsi tranquillo.

    I curatori delle antologie per Licei lo avevano seppellito nei meandri di note a fine volume, fino a quando la complice la subcultura imperante spazzò via anche i nomi altisonanti, a cui erano stati dedicati capitoli e capitoli sui peli perduti per caso e gli sputi emessi volontariamente da cotanti autori, la maggior parte tisichetti. E come la livella, fascisti e antifascisti, finirono tutti nel dimenticatoio.

    Che l’uomo fosse contemporaneamente amico di Gobetti e di Ciano, a quei tempi poteva generare dubbi morali che di questi tempi fanno ridere: non c’è sinistrorso che non frequenti salotti e fascista accanito che non bivacchi nelle periferie degradate.
    Che magari Mussolini lo avesse mandato al confino a Lipari, ben lontano dall’ Ustica di Gramsci, potrebbe per una volta trovarmi d’accordo con l’ex testa asfaltata, quando ebbe a dire “Sì, Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”. Però non arrivo a tanto, anche se, finito il confino, firmava articoli sul Corriere con lo pseudonimo di Candido, per intercessione dell’amico Ciano: sempre lui. Non mi pare che Gobetti e Matteotti avessero avuto lo stesso trattamento.

    Ma nonostante l’uomo, il talento c’è, non c’è che dire. Se avessi letto La Pelle, cinquant’anni fa mi sarei imbufalita parecchio nel leggere che Napoli non era altro che la reificazione di un quadro di Bosch con annesso Vesuvio. Una città di cui provava gusto a descriverne un esagerato degrado, di giocare con il loro dolore di eterni perdenti, di essersi “divertito” con questa estetica macabra, con questa poetica della crudeltà. Ma leggerlo ora è solo un’operazione estetica di lettore che si sdilinquisce – non troppo – davanti ad un’eccelsa operazione estetica. Tutto è splatter, diremmo oggi: morte, guerra, sangue, fame, miseria, erotismo. Napoli è il simbolo della decadenza d’Europa, il vero lascito della guerra che descrive manieristicamente: un eterno scandalo che più che macerie materiali lascia macerie morali.

    Non c’è contraddizione. Il fatto che la deposizione del Cristo di Caravaggio mi provochi tempeste emotive non m’impedisce l’appagamento davanti a quella del Rosso Fiorentino. Due artisti, due visioni.

    Abituati come siete, miei pochi affezionati lettori, a non capirci nulla del libro che ho letto, vi dico soltanto che per stile svetta su tanti talenti che con me, a parole nel passato e nel presente, condividono l’ideologia: leggetelo se ve la sentite di passare sulla doppia conversione sul letto di morte, al cattolicesimo e al comunismo ;-), ne vale la pena senza rischiare la pelle.

    ha scritto il 

  • 3

    Il punto non è, non è mai, se tutto questo gli sia davvero accaduto, se racconti di fatti reali (come diceva Manganelli: "Era Petrarca innamorato, quando scriveva d'amore? Il problema è assolutamente ...continua

    Il punto non è, non è mai, se tutto questo gli sia davvero accaduto, se racconti di fatti reali (come diceva Manganelli: "Era Petrarca innamorato, quando scriveva d'amore? Il problema è assolutamente irrilevante"), se sia uno sbruffone, un millantatore. Il problema, grave, è sempre e solo il come.

    ha scritto il 

  • 0

    bellissimo... un modo di scrivere che mi ha molto colpito, ti cattura ti porta dentro la narrazione. Solo non ho capito il racconto dei feti..mi sembra avulso dal romanzo, completamente al di fuori.. ...continua

    bellissimo... un modo di scrivere che mi ha molto colpito, ti cattura ti porta dentro la narrazione. Solo non ho capito il racconto dei feti..mi sembra avulso dal romanzo, completamente al di fuori..

    ha scritto il 

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