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La pelle

Di

Editore: Adelphi

4.1
(988)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 342 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8845925285 | Isbn-13: 9788845925283 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 3

    Malaparte è fastidioso. Si compiace di descriverci episodi crudi e crudeli e dopo poche pagine se ne esce con immagini bucoliche, liriche, tenere.
    Per i miei gusti però è troppo infarcito di retorica e troppo amante del patetico.
    Apprezzo sicuramente di più il suo cinismo (che almeno fa vedere la ...continua

    Malaparte è fastidioso. Si compiace di descriverci episodi crudi e crudeli e dopo poche pagine se ne esce con immagini bucoliche, liriche, tenere. Per i miei gusti però è troppo infarcito di retorica e troppo amante del patetico. Apprezzo sicuramente di più il suo cinismo (che almeno fa vedere la fine della guerra per quello che è) rispetto al suo sentimentalismo da pochi soldi. Insomma, ottimo il tema, così così lo svolgimento ;)

    ha scritto il 

  • 5

    Avevo fatto un salto in libreria con la speranza di sfruttare lo sconto del 25% su ET Einaudi e Fabula Adelphi quando il mio amico, grandissimo ed eclettico lettore, mi tira per una manica:
    -Gab a te piace Céline, giusto? Questo allora devi leggerlo per forza.
    -È bello?
    -È bellissimo.


    "La ...continua

    Avevo fatto un salto in libreria con la speranza di sfruttare lo sconto del 25% su ET Einaudi e Fabula Adelphi quando il mio amico, grandissimo ed eclettico lettore, mi tira per una manica: -Gab a te piace Céline, giusto? Questo allora devi leggerlo per forza. -È bello? -È bellissimo.

    "La Pelle" di Curzio Malaparte. Da dove comincio? Dalla frase con la quale, solitamente, terminerei un commento: un capolavoro della letteratura italiana del '900.

    Uno spaccato della Seconda Guerra Mondiale; una finestra sulla Napoli del '43; la descrizione di una sconfitta e una peste che corrompono non il corpo ma l'anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé. Malaparte scrive degli orrori della vita, ma lo fa con pietà; con una forte commozione e un disperato senso di impotenza.

    Consigliato a chi vuole imparare; a chi non è più soddisfatto del ruolo miracolato che ricopre.

    ha scritto il 

  • 4

    insopportabile per retorica, patetismo, scialacquio di cristologie, continua ricerca del colpo ad effetto, nauseante miscela di cinismo e sentimentalismo; e Malaparte che se la tira insopportabilmente dall'inizio alla fine. poi, certo, compensa con mestiere, bravura, erudizione, doti affabulatori ...continua

    insopportabile per retorica, patetismo, scialacquio di cristologie, continua ricerca del colpo ad effetto, nauseante miscela di cinismo e sentimentalismo; e Malaparte che se la tira insopportabilmente dall'inizio alla fine. poi, certo, compensa con mestiere, bravura, erudizione, doti affabulatorie. ma insomma...

    ha scritto il 

  • 4

    Prosa di straordinaria potenza evocativa per un racconto intenso, cinico, verosimile, dell'Italia del 1943. Spettacolare la descrizione dell'eruzione del Vesuvio.

    ha scritto il 

  • 5

    Tra momenti d’inaudita crudezza e squarci del lirismo più intimo e vivo, La pelle di Curzio Malaparte scorre come il resoconto di un viaggio tesissimo, doloroso e profondamente vissuto, fatto da un amico di sempre, qualcuno che ripone in te una grandissima fiducia, che sa di poter essere compreso ...continua

    Tra momenti d’inaudita crudezza e squarci del lirismo più intimo e vivo, La pelle di Curzio Malaparte scorre come il resoconto di un viaggio tesissimo, doloroso e profondamente vissuto, fatto da un amico di sempre, qualcuno che ripone in te una grandissima fiducia, che sa di poter essere compreso con due parole. In realtà è una finissima opera d’arte letteraria, in cui il vero e il metaforico, l’immaginazione, le pulsioni del sangue e la malinconia sono indistricabilmente intrecciati ed è impossibile (e superfluo) distinguerne il confine. Di chiunque sia il cuore che ci si è aperto davanti, ignaro o incurante dei pericoli e delle conseguenze, è un cuore bellissimo e di un’umanità rara. E nessuna città come Napoli avrebbe potuto esserne non il semplice sfondo ma il sistema circolatorio, linfatico e respiratorio che guidano e sostengono il corpo del romanzo anche quando lo sguardo si sposta su Roma, Firenze e Milano.

    ha scritto il 

  • 0

    "E' una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. E' una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com'era il cielo quel giorno, in quel momento"

    Sbaglia chi aspetta l'Apocalisse. Sbaglia perché la verità è che l'Apocalisse è già avvenuta, e non una, non due, ma centinaia, migliaia, milioni di volte. Ogni giorno di guerra è un'Apocalisse perché ogni giorno di guerra si compie un piccolo, precario giudizio universale destinato a separare no ...continua

    Sbaglia chi aspetta l'Apocalisse. Sbaglia perché la verità è che l'Apocalisse è già avvenuta, e non una, non due, ma centinaia, migliaia, milioni di volte. Ogni giorno di guerra è un'Apocalisse perché ogni giorno di guerra si compie un piccolo, precario giudizio universale destinato a separare non già gli onesti, i giusti dai reprobi, bensì i vincitori dai vinti (separazione, questa, che non guarda all'animo, che non ne valuta il grado di moralità, di purezza, quanto piuttosto alla forza ed alla sua capacità di schiacciare, di ridurre in una condizione di inferiorità, di uccidere ed umiliare l'altro). Ogni giorno si ripete la vergogna, mascherata d'orgoglio, del vincitore ("Non vorrai darmi a intendere" disse Jimmy "che anche Cristo ha perso la guerra." "E' una vergogna vincere la guerra" dissi a voce bassa.); ogni giorno il vinto è sconfitto (costretto ad offrire il proprio corpo per un pacchetto di sigarette, a mascherarsi per compiacere il vincitore, a vendere i propri figli), e perde voce, identità, coraggio, memoria, capacità di provare compassione. Perdente è, però, anche l'intera razza umana (ed i figli pagheranno sempre per le colpe dei padri), che dimentica le proprie qualità, che baratta dignità e rispetto di sé pur di aver salva la vita/la pelle. Con un linguaggio che asseconda, sin nei dettagli più tristi e macabri, la sua terribile immaginazione (terribile perché popolata di ombre, di figure grottesche, da incubo, e, al tempo stesso, troppo legata ad una realtà spaventosa che si vorrebbe negare), Malaparte testimonia l'orrore dal centro dell'orrore stesso: è un moderno Inferno dantesco quello che lo scrittore pratese fotografa ne La pelle , ma è anche un pezzo di Storia filtrato attraverso simboli che, lungi dal nasconderla, la rivelano in tutta la sua bruttezza. Compongono il racconto di una doppia sconfitta (M. ha perso in quanto italiano ed ha perso in quanto individuo), le parole dello scrittore toscano, mentre sviluppano una dolorosa riflessione circa il lungo percorso affrontato per elaborare il lutto. E sempre più chiara ed evidente appare l'impossibilità di essere cristiani in un mondo nel quale anche la pietà è peccato e puzza come cosa marcia, come un corpo in decomposizione.

    ha scritto il 

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