La pelle

Di

Editore: Adelphi

4.1
(1203)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 342 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8845925285 | Isbn-13: 9788845925283 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell'ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l'anima, spingendo le donne vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé. Trasformata in un inferno di abiezione, la città offre visioni di un osceno, straziante errore: la ragazza che in un tugurio, aprendo «lentamente la rosea e nera tenaglia delle gambe», lascia che i soldati, per un dollaro verifichino la sua verginità; le «parrucche» bionde o ruggine o tizianesche di cui donne con i capelli ossigenati e la pelle bianca di cipria si coprono il pube, perché «Negroes like blondes»; i bambini seminudi e pieni di terrore che megere dal viso incrostato di belletto vendono ai soldati marocchini, dimentiche del fatto che a Napoli i bambini sono la sola cosa sacra. La peste – è questa l'indicibile verità – è nella mano pietosa e fraterna dei liberatori, nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo vinto non possa che essere un popolo di colpevoli. Null'altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l'anima, come un tempo, o l'onore, la libertà, la giustizia, ma la «schifosa pelle». E, forse, la pietà: quella che in uno dei più bei capitoli di questo insostenibile e splendido romanzo – uno dei pochi che negli anni successivi alla guerra abbiano lasciato un solco indelebile nel mondo intero – spinge Consuelo Caracciolo a denudarsi per rivestire del suo abito di raso, delle calze, degli scarpini di seta la giovane del Pallonetto morta in un bombardamento, trasformandola in Principessina delle Fate o in una statua della Madonna. Come ha scritto Milan Kundera, nella Pelle Malaparte «con le sue parola fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta».
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  • 4

    Un grande romanzo. Un 'classico' scomodo e spinoso. Erano anni che rincorrevo l'occasione per leggere 'La pelle' e in queste ultime settimane ho trovato le giuste motivazioni, così mi sono lasciato ca ...continua

    Un grande romanzo. Un 'classico' scomodo e spinoso. Erano anni che rincorrevo l'occasione per leggere 'La pelle' e in queste ultime settimane ho trovato le giuste motivazioni, così mi sono lasciato catturare dalla prosa barocca e avvolgente di Malaparte godendo la sua triste poesia fino all'impossibile. L'intreccio tra cultura classica e storia vissuta è straordinario, cattura e avviluppa fino al soffocamento. Il 'vento nero' che ammorba ogni anfratto narrativo disarma rendendo impotente ogni facile giudizio. Un 'Satyricon' novecentesco, un'anabasi che sfiora l'assurdo della guerra stemperandolo dentro il grottesco e il deforme. Per alcuni aspetti lessicali mi è tornato alla mente 'Le Benevole' di Littell, anche se meno stomachevole e putrefatto.

    ha scritto il 

  • 5

    Un capolavoro. Un libro intenso, forte e denso senza un momento di pausa. Un esempio di stile, linguaggio, cultura... un esempio.
    Infiniti gli spunti culturari in qualsivoglia settore.
    Questa è vera l ...continua

    Un capolavoro. Un libro intenso, forte e denso senza un momento di pausa. Un esempio di stile, linguaggio, cultura... un esempio.
    Infiniti gli spunti culturari in qualsivoglia settore.
    Questa è vera letteratura. Non si può non leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    “Solo un essere puro può odiare, quel che gli uomini chiamano odio non è che viltà. Tutto ciò che è umano è sporco e vile. L’uomo è una cosa orrenda.”

    Potente e visionario. Dovessi descriverlo con due parole sarebbe così che lo definirei. Potente è la cronaca degli avvenimenti: l’occupazione, la liberazione, la guerra civile; visionaria è la scrittu ...continua

    Potente e visionario. Dovessi descriverlo con due parole sarebbe così che lo definirei. Potente è la cronaca degli avvenimenti: l’occupazione, la liberazione, la guerra civile; visionaria è la scrittura stessa di Curzio Malaparte che non si ferma alla nuda cronaca ma indaga, scava e cerca risposte plausibili ai tanti interrogativi della follia umana.
    La scena maggiore viene impegnata da Napoli, dove le truppe americane, presso le quali era in missione come ufficiale di collegamento Curzio Malaparte, devono attendere, dopo lo sbarco, che gli alleati facciano saltare il fronte di Cassino, tenuto ostinatamente dai tedeschi. Una volta aperta la strada, le truppe risaliranno la penisola incalzando le formazioni nemiche fino alla liberazione finale.
    Su questo percorso si snoda il racconto, cominciando da Napoli dove Malaparte ha modo di osservare e descrivere il degrado umano dovuto alle miserabili condizioni di vita della popolazione, in quel periodo colpita anche dalla peste; sono descrizioni spesso raccapriccianti quelle che riporta: prostituzione di qualsiasi livello, tratta dei bambini, vendita e commercio di qualsiasi cosa possa servire a sopravvivere in una città allo stremo, è qui in questo scenario che lo scrittore ha modo di esplorare a fondo gli abissi della disperazione umana, descrivendo cose aberranti anche al limite della credibilità. Il resto del percorso lo porta, dopo aver assistito anche all’eruzione del Vesuvio, altra piaga che colpisce Napoli in quel periodo, verso la tappa romana, salendo poi per la sua toscana dove ha modo di assistere alla, poco edificante, resa dei conti post liberazione, da lui riportata, vista anche l’epoca in cui è stato scritto il racconto, con grande coraggio. Fatti salvi gli addii con gli amici americani una volta tornato a Napoli, la storia si chiude con lo squallido spettacolo di piazzale Loreto che desta in Malaparte grande impressione.

    Bisogna cercare di andare un po’ oltre, altrimenti rimane difficile da capire sia il libro che lo scrittore, con questo non intendo dire che io sia stato in grado di capirlo fino in fondo né tanto meno di spiegarlo, ma soltanto che questo è ciò che ho creduto di capire io.
    Per Malaparte la condizione in cui nasce l’uomo è gia negativa per se stessa, tipo il peccato originale, ma non è alla religione il suo riferimento, il suo riferimento è alla stessa natura umana, imperfetta per definizione, che nelle sue sporche guerre non fa altro che manifestare il delirio e l’orrore che prepara nella pace. Secondo lui non c’è differenza, la natura umana non cambia, e se nella guerra tutto si può giustificare pur di conservare “La pelle” comprese le incredibili nefandezze narrate che vengono perpetrate da tutte le parti in causa, non ci sono buoni e cattivi, se c’è chi vende bambini è perché c’è chi li compra, è nelle altre situazioni che gli uomini danno il peggio della loro esistenza, prevaricando altri uomini, esercitando un potere inseguito con ferocia, alimentando continuamente il loro ego negativo che non potrà fare altro che spazzare la loro anima con un “Vento nero” che non lascia speranze per un possibile futuro di redenzione.
    Pessimismo allo stato puro e nessuna fiducia negli uomini, questa è la sentenza di Curzio Malaparte, anche alla luce di quanto visto durante gli anni della guerra.
    Una visione negativa ampiamente giustificata per quegli anni particolari, ma che non mi sento di condividere ancora oggi, in quanto, visto come vanno le cose, andrebbe rivista al ribasso.
    È un capolavoro, ma si corre il rischio di rimanere intrappolati, il motivo è che la lettura è molto impegnativa e spesso succede, di perdersi nelle mille digressioni e descrizioni che lo scrittore dissemina a piene mani per paradossare il suo pensiero, spezzettando il fluire stesso della storia che, nelle sue intenzioni vuole essere tutt’altro che un’arida cronaca di guerra, ma un preciso atto d’accusa contro qualcosa che difficilmente si potrà mai debellare completamente: l’imbecillità umana…

    ha scritto il 

  • 5

    La lettura mi ha lasciata scarnificata. Non c'è perdono perché nessuno è senza colpe.
    Stile giornalistico, crudo, esatto per raccontare i fatti. Una narrazione fredda che riesce a fondersi con una cap ...continua

    La lettura mi ha lasciata scarnificata. Non c'è perdono perché nessuno è senza colpe.
    Stile giornalistico, crudo, esatto per raccontare i fatti. Una narrazione fredda che riesce a fondersi con una capacità descrittiva superba

    ha scritto il 

  • 4

    Elegia della disfatta.

    Alla fine, credo che la fama di questo libro sia meritata, e per diverse ragioni. Innanzi tutto perché è scritto tecnicamente benissimo: con una scrittura che riesce ad essere prolissa ma non pesante ...continua

    Alla fine, credo che la fama di questo libro sia meritata, e per diverse ragioni. Innanzi tutto perché è scritto tecnicamente benissimo: con una scrittura che riesce ad essere prolissa ma non pesante allo stesso tempo ed un immaginario potente ed efficace; perché è stato il primo romanzo che ha gettato una luce su uno dei momenti più tragici (e vergognosi, perché negarlo?) della nostra storia; infine perché la vicenda personale ed artistica di Curzio Malaparte è uno strrumento importante di riflessione su cosa sia stato il fascismo nelle varie fasi della sua vita (tema questo che ha ovviamente sofferto di visioni stereotipate e strumentali).

    La vicenda prende l’addio dalla fine: l’ 8 Settembre del 1943, con l’invasione americana dell’Italia meridionale che fa seguito alla disfatta siciliana del regime (gli italiani di fatto si rifiutarono di combattere) suona la campana a morto del regime fascista di Benito Mussolini, che risorgerà come parodia di sé stessa nella RSI, e che finirà con l’essere molto più un fantoccio nazista che la rievocazione dei fasti (?) passati.

    Curzio Malaparte in qualità di attendente italiano presso la quinta armata americana, oltre che famoso ed apprezzato autore di “Kaputt”, approfitta della sua posizione per scrivere questa sorta di autobiografia romanzata che da una parte racconta della sua esperienza della guerra civile, dall’altra cerca di presentare al mondo un’ Italia al di fuori della retorica della liberazione, distrutta materialmente dalle bombe americane ed avvelenata nell’anima dalla ricchezza del consumismo americano che compra e distrugge i nuovi valori. Dove finisce la rabbia giornalistica verso l’ipocrita e tutta italiana celebrazione delle sconfitte e dove comincia il risentimento dell’ex fascista rimasto senza prospettive, ed alla disperata ricerca di un improbabile voltafaccia per poter sopravvivere, è difficile dirlo. Probabilmente sono presenti entrambi questi aspetti in una miscela indissolubile.

    Il romanzo avrebbe dovuto intitolarsi “La peste”, facendo riferimento al veleno consumista che il benessere americano porta con sé e che è in grado di avvelenare ed uccidere le anime oltre che il corpo. Non fu possibile perché proprio in quel periodo Albert Camus pubblicava con lo stesso titolo il suo immenso capolavoro (che a mio parere è tra l’altro una lettura irrinunciabile). Non potendo restituire l’immagine diretta, Malaparte sceglie il suo negativo e intitola il libro “La pelle”: titolo la cvuii spiegazione si spiega all’interno del libro ed è la tipica recriminazione fascista verso un popolo che non ha saputo battersi fino alla morte e che ha scelto di vendersi al nuovo vincitore. Fino a ieri gli italiani lottavano per salvarsi l’anima, oggi lottano per salvarsi la pelle; come a dire che il regime era in grado di dare all’Italia qualcosa per cui morire e per cui aspirare all’eternità, mentre la vuota ricchezza americana rende l’italiano un fagotto di carne pulsante.
    E non a caso parti importanti del romanzo sviscerano senza veli il putridume morale della Napoli di allora, non risparmiando crude immagini di prostituzione minorile, di perversione sessuale che arriva alla necrofilia ed alla pedofilia; e non acaso la gran parte del romanzo si svolge a Napoli, città di grande umanità ma votata per cultura a vendersi al nuovo invasore per poi avvolgerlo e confonderlo con la sua bellezza e le sue tentazioni. Come siamo lontani dal granitico sistema di valori fascista! (tale camaleontica capacità del regime di essere di volta in volta rivoluzionario distruttore e conservatore dei buoni valori di un tempo probabilmente è una delle ragioni del suo successo).
    Ma tutto, in “La pelle”, è travolgente e carnalità, inclusa la natura che si manifesta in tutta la sua bellezza e la sua smisurata potenza in bellissime pagine descrittive; una natura di carne che però, esattamente come gli uomini che sono passati agli americani, non tarda a marcire ed ad imputridirsi in modo sempre più purulento.

    Man mano che andavo avanti nella lettura, mi sorprendevo a percepire la stessa perplessità degli ufficiali americani che parlavano con l’autore in carne ed ossa. Chi è stato davvero Curzio Malaparte, e più in generale chi era l’intellettuale fascista alla caduta del regime? Un uomo di grande dirittura morale che fustiga i costumi decaduti degli italiani sconfitti, che si concedono ad ogni orgia nel delirio della vita salvata e di un rinnovato benessere comprato vendendosi al nemico? Un uomo ed uno storico rigorosi, che smascherano e denunciano l’ennesimo tentativo italiano di trasformare una sconfitta in un atto di eroismo, consegnando al futuro l’immagine di una disfatta senza se e senza ma, una disfatta che è insieme politica, culturale e morale? Un bieco trasformista che per sopravvivere alla sconfitta che lo aveva reso un borghese in mezzo ai morti di fame mescola le carte, confonde le idee, cambia bandiera in nome di valoro generici e fin troppo aerei, magari approfittando della necessità dei nuovi padroni di una continuità della classe dirigente?

    Probabimente tutte queste cose insieme. E se consegna alla storia un’immagine struggente e drammatica del nostro sud che ancora una volta consegna i suoi panorami mozzafiato al nuovo vincitore, e se giustamente impedisce facili giramenti di frittata agli storici del nuovo regime che pure hanno bisogno di celebrare qualcosa se vogliono ricostruire una vita culturale italiana dalle macerie (ed i valori forgiati nel fuoco della lotta partigiana forse da soli non sarebbero bastati), il terzo motivo per cui secondo me questo libro è un libro da leggere è proprio che tentare di dare un volto ed una spiegazione della multiforme creatura che era il fascista del 45 ci aiuta a capirlo meglio: per non diventare uno dei loro, per fare in modo che non ritorni.

    ha scritto il 

  • 5

    La valutazione non è per la piacevolezza.
    La pelle non è certamente un libro piacevole o, tanto meno, rassicurante.
    Ogni capitolo è un quadro barocco, pennellato egregiamente, in cui il gusto dell’orr ...continua

    La valutazione non è per la piacevolezza.
    La pelle non è certamente un libro piacevole o, tanto meno, rassicurante.
    Ogni capitolo è un quadro barocco, pennellato egregiamente, in cui il gusto dell’orrido, la ripetizione ossessiva e l’esasperazione di dettagli macabri e nauseanti si alternano a passi di pura poesia.
    La scrittura è sopraffina, a mio modesto parere, evocativa, descrittiva come solo la pittura sa essere. Basti pensare alle descrizioni di Napoli e del popolo napoletano.
    Il racconto, in prima persona, non dissimula il narcisismo dell’autore mentre descrive la decadenza della civiltà occidentale, la peste dello spirito che ha colpito i popoli d’Europa negli anni del secondo conflitto mondiale. Vincitori e vinti sono accumunati dallo stesso orrore, dall’assurdità della guerra.
    Un libro difficile, ma assolutamente da leggere.

    ha scritto il 

  • 0

    obbligatorio... per fortuna è finito

    So bene che è un libro da leggere, ma ho mal tollerato la violenza ,la gratuità della stessa, l'autocompiacimento nel descriverla,la superstizione,i rituali di falsa fede,il gusto per la povertà di sp ...continua

    So bene che è un libro da leggere, ma ho mal tollerato la violenza ,la gratuità della stessa, l'autocompiacimento nel descriverla,la superstizione,i rituali di falsa fede,il gusto per la povertà di spirito e di mezzi che certo non è una colpa ma nemmeno una virtù.Non ci sono vincitori e vinti, solo l'obbligo di condividere la miseria dell'essere uomo.

    ha scritto il 

  • 5

    E' una vergogna vincere la guerra.....

    Sono partito leggendolo con una certa fatica: non capivo se era già iniziato o meno. Ne ho anche interrotto la lettura. Quando l'ho ripreso e finalmente ne ho capito lo stile narrativo ed il senso (n ...continua

    Sono partito leggendolo con una certa fatica: non capivo se era già iniziato o meno. Ne ho anche interrotto la lettura. Quando l'ho ripreso e finalmente ne ho capito lo stile narrativo ed il senso (non è un romanzo tipico con una trama filante), l'ho amato e centellinato, perché ogni capitolo è un macigno, ogni paragrafo un paesaggio dell'animo umano, un calarsi in un'altra dimensione nell'assurdità della guerra.

    ha scritto il 

  • 4

    La dignità la perdi non quando diventa evidente a tutti ma nell’attimo stesso in cui la tradisci augurandoti che nessuno mai venga a saperlo oltre te.

    Mi sarebbe piaciuto parlare con Curzio Malaparte del suo bel romanzo, mi sarebbe piaciuto litigarci. Avrei esordito dicendogli “Curzio Malaparte, lei ha scritto un bel romanzo, qualcosa nel suo stile ...continua

    Mi sarebbe piaciuto parlare con Curzio Malaparte del suo bel romanzo, mi sarebbe piaciuto litigarci. Avrei esordito dicendogli “Curzio Malaparte, lei ha scritto un bel romanzo, qualcosa nel suo stile mi ha ricordato Oriana Fallaci, altra toscana, certe ripetizioni enfatizzanti, la Fallaci però poi le ripuliva, le asciugava, le rendeva fredde, lei invece le estenua, le dilata, cerca l’effetto, ma non è da questo che volevo esordire, avrei voluto piuttosto dirle che è per me una vera ginocchiata nei coglioni leggerle scrivere “i miei poveri napoletani”, ma suoi perché? Non sono certo miei, i napoletani, non sono neppure dei napoletani stessi, vuole che siano suoi, della sua estetica spaccata, ancora, tra natura e civiltà? Tra miseria e nobiltà? Ma non volevo cominciare neanche così, mi scusi. Per un po’ avevo pensato di cominciare dalla sua casa di Capri. L’ho vista quest’anno, non ero mai andato a Capri, ci sono andato per portarci, io e la donna che mi ha sposato, mia madre e sua madre: i nostri padri non le hanno mai portate de nessuna parte. Capri le è parsa bellissima. Abbiamo affittato una barchetta quel giorno, per fare il giro di tutta l’isola, e la guida a un tratto, in italiano e poi in inglese e spagnolo e non ricordo se anche in tedesco, con la risata cronometrata sempre allo stesso punto, indicò una casa su una roccia e disse: quella è la casa di Curzio Malaparte. Bellissima la posizione. Però, a guardarla da fuori, di quel rosso, tutta geometrica, pensai: che brutta la casa di Curzio Malaparte, e allora non sapevo che molti mesi dopo avrei pensato: ebbene, era quella la casa in cui Malaparte ospitava i generali americani e non solo gli americani, parlava della rovina dell’Italia, e dell’Europa, attraverso il simbolo di Napoli, dalla sua villa di Capri? Però ho declinato questo tipo di approccio. La sola cosa che mi sembra intelligente da dire è questa: Curzio Malaparte, lei confonde il prima con il dopo, ma come può confonderlo? Se lo fa, o è stupido o è ideologico, e io vorrei tanto che fosse stupido, purtroppo temo lei sia finito in preda alla sua ideologia. Meglio la guerra che la peste, lei dice, la guerra è più dignotosa della peste, lottare per non morire è più degno del lottare per vivere, ma questa è una retorica molto stupida, Malaparte, specie se fa a meno di notare che la peste è una conseguenza della guerra, la dignità non l’abbiamo persa arrendendoci al vincitore americano ma consegnandoci al dittatore italiano. L’Italia del primo dopoguerra italiano non è diversa dall’Italia fascista: ne è la atroce conclusione. Il fascismo a questo preparava, alla rovina, fisica e morale, invece lei si scandalizza del dopo, Malaparte, e ha pochissima memoria del prima. Malaparte, un romanzo non è un libro di storia, lo sappiamo, allora esordirò con questo aneddoto. La prima volta comprai “La pelle” su una bancarella. Era una vecchia edizione. S’è distrutta completamente prima che potessi cominciare a leggerla. Allora ho ricomprato il libro, un usato online, e l’ho letto, e ora che l’ho letto le pagine cominciano a venirsene via. Il suo libro non lo rilegano bene, ma non l’ha legato bene neanche lei: il libro, in definitiva, è tenuto insieme dai suoi pretesti, dai suoi lirismi, dalla qualità della sua scrittura, che è bellissima, ma sono quadri senza pareti, aneddoti senza una storia che li integri in sé. Malaparte, lei non si è emancipato dalle sue impressioni. Ricasca nel triste mito della virilità che deve essere giocoforza di destra, se a sinistra sono tutti dei comunisti froci per moda borghese. E quel suo volerla buttare nel cristianesimo, nello spirito più forte della carne e dei suoi volgari bisogni: forse non le è riuscito immaginarsi nessuna altra chiosa, è talmente una resa dell’immaginazione, un chiamarsi fuori dalla sua responsabilità di uomo del suo tempo, e con la sua storia. Malaparte, lei ha scritto di voler far parte della ‘razza degli uomini vivi’, come me, e che è orgoglioso di essere un uomo del suo tempo, come me. Mi sarebbe piaciuto terribilmente discutere con lei fino alle urla e agli spintoni, tra l’ammirazione e la riprovazione, ma lei è morto e a me non resta che ringraziarla per le bellissime perché efficacissime parole con cui ha scritto di Napoli e degli italiani nel dopoguerra, per come era disposto a perdonare chi era stato fascista anche a Salò e fin quasi nazista per causa della giovane età, e per quella sua descrizione finale di quel feto morto che è stato Mussolini anche da vivo, credo tra le più belle pagine su Mussolini che abbia letto io. Deciso, comincio così: Curzio Malaparte, grazie per il suo libro che vorrei fare a pezzi come un po’ ha fatto a pezzi lui me.”

    Come non puoi dirsi scrittore uno che scrive così:

    “Eravamo puliti, lavati, ben nutriti, Jack e io, in mezzo alla terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci, che torme di soldati degli eserciti liberatori, composti di tutte le razze della terra, urtavano e ingiuriavano in tutti i dialetti del mondo.”

    “Non era l’odore dello scirocco, che sa di cacio di pecora e di pesce guasto.”

    “Donne livide, sfatte, dalle labbra dipinte, dalle smunte gote incrostate di belletto, orribili e pietose, sostavano all’angolo dei vicoli offrendo ai passanti la loro miserabile mercanzia: ragazzi e bambine di otto, di dieci anni, che i soldati marocchini, indiani, algerini, malgasci, palpavano sollevando loro la veste o infilando la mano fra i bottoni dei calzocini. Le donne gridavano: “Two dollars the boy, three dollars the girls!”.

    “(…) un ragazzo col coltello abbagliante dei suoi denti di neve trae da una curva fetta di cocomero, come da un’armonica, una mezzaluna di suoni verdi e rossi scintillanti nel cielo grigio di un muro, una fanciulla che si pettina affacciata alla finestra, cantando “ohi Marì” e mirandosi nel cielo come in uno specchio.”

    “Napoli – gli dicevo – è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilona. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Non potevate scegliere un posto più pericoloso di Napoli, per sbarcare in Europa.”

    “Non mi piace assistere allo spettacolo della bassezza umana, mi ripugna star seduto, come un giudice o come uno spettatore, a guardar gli uomini mentre scendono gli ultimi gradini dell’abbiezione: temo sempre che si voltino indietro, e mi sorridano.”

    “Nei giorni di scirocco, sotto quel cielo ammuffito e tignoso, Napoli prende un aspetto miserabile e protervo assieme.”

    “Chi non fa, né pensa il male, è portato non già a negare l’esistenza del male, ma a rifiutare di credere alla fatalità del male, e rifiutarsi di ammettere che il male sia inevitabile e inguaribile.”

    “Seduta sulla soglia dei tuguri, la gente ci guardava in silenzio, seguendoci a lungo con gli occhi: erano bambini quasi nudi, erano vecchi bianci e trasparenti come funghi di cantina, erano donne dal ventre gonfio, dallo smunto viso del color della cenere, ragazze pallide e scarne dal seno sfiorito, dai fianchi magri. Tutto intorno a noi era uno sfavillar d’occhi nella verde penombra, un ridere muto, un baglior di denti, un gestire silenzioso: quei gesti fendevano quella luce d’acqua sporca, quella spettrale luce d’acquario che è la luce dei vicoli di Napoli nel tramonto. La gente ci guardava in silenzio, spalancando e chiudendo la bocca come fanno i pesci.”

    “Era in loro scoparsa ogni traccia di quel forte sentimento che spinge la gioventù proletaria a odiare e insieme a disprezzare le richezze, le eleganze, i privilegi altrui.”

    “I vostri anni di galera” disse il giovane “non meritano alcun rispetto.”
    “E perché?” dissi.
    “Perché non li avete sofferti per una nobile causa.”
    Risposi che avevo sofferto la galera per la libertà delll’arte.
    “Ah, per la libertà dell’arte, dunque non per la libertà del proletariato!” disse il giovane.
    “Non è forse la stessa cosa?” dissi.
    “No, non è la stessa cosa” risposte l’altro.
    “Infatti” replicai “non è la stessa cosa, e il male è tutto qui.”

    “Veniva avanti lentamente, tra due di quegli sgherri, un feto enorme, dal ventre floscio, dalle gambe coperte di peli bianchicci e lucenti, simili alla peluria del cardo. Aveva le braccia raccolte sul petto, le mani legate colo cordone ombelicale. Camminava dondolando i fianchi adiposi sulla cadenza dei passi lenti, gravi e silenziosi, quasi avesse i piedi fatti di materia molliccia.”

    ha scritto il 

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