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La pelle

By Curzio Malaparte

(264)

| Paperback | 9788845925283

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142 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Un grande romanzo, che con linguaggio di rara potenza evocativa trasfigura liricamente uno dei momenti più difficili e duri della nostra storia recente (la guerra civile del '43-'45), inserendo anche delle memorabili riflessioni sul rapporto tra vint ...(continue)

    Un grande romanzo, che con linguaggio di rara potenza evocativa trasfigura liricamente uno dei momenti più difficili e duri della nostra storia recente (la guerra civile del '43-'45), inserendo anche delle memorabili riflessioni sul rapporto tra vinti e vincitori.

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    IlRosso said on Jul 9, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Uno dei libri più belli, immaginifici e terribili che abbia mai letto.

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    Giselperga said on Jun 23, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Tra momenti d’inaudita crudezza e squarci del lirismo più intimo e vivo, La pelle di Curzio Malaparte scorre come il resoconto di un viaggio tesissimo, doloroso e profondamente vissuto, fatto da un amico di sempre, qualcuno che ripone in te una grand ...(continue)

    Tra momenti d’inaudita crudezza e squarci del lirismo più intimo e vivo, La pelle di Curzio Malaparte scorre come il resoconto di un viaggio tesissimo, doloroso e profondamente vissuto, fatto da un amico di sempre, qualcuno che ripone in te una grandissima fiducia, che sa di poter essere compreso con due parole. In realtà è una finissima opera d’arte letteraria, in cui il vero e il metaforico, l’immaginazione, le pulsioni del sangue e la malinconia sono indistricabilmente intrecciati ed è impossibile (e superfluo) distinguerne il confine. Di chiunque sia il cuore che ci si è aperto davanti, ignaro o incurante dei pericoli e delle conseguenze, è un cuore bellissimo e di un’umanità rara. E nessuna città come Napoli avrebbe potuto esserne non il semplice sfondo ma il sistema circolatorio, linfatico e respiratorio che guidano e sostengono il corpo del romanzo anche quando lo sguardo si sposta su Roma, Firenze e Milano.

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    ivresse said on Apr 7, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "E' una vergogna che ci sia al mondo un cielo simile. E' una vergogna che il cielo, in certi momenti, sia com'era il cielo quel giorno, in quel momento"

    Sbaglia chi aspetta l'Apocalisse. Sbaglia perché la verità è che l'Apocalisse è già avvenuta, e non una, non due, ma centinaia, migliaia, milioni di volte. Ogni giorno di guerra è un'Apocalisse perché ogni giorno di guerra si compie un piccolo, preca ...(continue)

    Sbaglia chi aspetta l'Apocalisse. Sbaglia perché la verità è che l'Apocalisse è già avvenuta, e non una, non due, ma centinaia, migliaia, milioni di volte. Ogni giorno di guerra è un'Apocalisse perché ogni giorno di guerra si compie un piccolo, precario giudizio universale destinato a separare non già gli onesti, i giusti dai reprobi, bensì i vincitori dai vinti (separazione, questa, che non guarda all'animo, che non ne valuta il grado di moralità, di purezza, quanto piuttosto alla forza ed alla sua capacità di schiacciare, di ridurre in una condizione di inferiorità, di uccidere ed umiliare l'altro).
    Ogni giorno si ripete la vergogna, mascherata d'orgoglio, del vincitore ("Non vorrai darmi a intendere" disse Jimmy "che anche Cristo ha perso la guerra." "E' una vergogna vincere la guerra" dissi a voce bassa.); ogni giorno il vinto è sconfitto (costretto ad offrire il proprio corpo per un pacchetto di sigarette, a mascherarsi per compiacere il vincitore, a vendere i propri figli), e perde voce, identità, coraggio, memoria, capacità di provare compassione.
    Perdente è, però, anche l'intera razza umana (ed i figli pagheranno sempre per le colpe dei padri), che dimentica le proprie qualità, che baratta dignità e rispetto di sé pur di aver salva la vita/la pelle.
    Con un linguaggio che asseconda, sin nei dettagli più tristi e macabri, la sua terribile immaginazione (terribile perché popolata di ombre, di figure grottesche, da incubo, e, al tempo stesso, troppo legata ad una realtà spaventosa che si vorrebbe negare), Malaparte testimonia l'orrore dal centro dell'orrore stesso: è un moderno Inferno dantesco quello che lo scrittore pratese fotografa ne La pelle , ma è anche un pezzo di Storia filtrato attraverso simboli che, lungi dal nasconderla, la rivelano in tutta la sua bruttezza.
    Compongono il racconto di una doppia sconfitta (M. ha perso in quanto italiano ed ha perso in quanto individuo), le parole dello scrittore toscano, mentre sviluppano una dolorosa riflessione circa il lungo percorso affrontato per elaborare il lutto.
    E sempre più chiara ed evidente appare l'impossibilità di essere cristiani in un mondo nel quale anche la pietà è peccato e puzza come cosa marcia, come un corpo in decomposizione.

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    alice said on Feb 15, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Libro denso e intenso per tematiche e descrizioni molto forti. A tratti ricorda Celine del "viaggio al termine della notte" a tratti henry miller abilissimo nel creare sempre descrizioni da " sense of wonder ". Ma in gran parte c'è solo tanto Malapar ...(continue)

    Libro denso e intenso per tematiche e descrizioni molto forti. A tratti ricorda Celine del "viaggio al termine della notte" a tratti henry miller abilissimo nel creare sempre descrizioni da " sense of wonder ". Ma in gran parte c'è solo tanto Malaparte come solo un italiano di cultura che parla a italiani può essere.

    Bisognerebbe far leggere a tutti d'obbligo alcune pagine o parti che io reputo memorabili. Altre invece sono troppo descrittive, ripetitive e lente.

    Nel leggere il capitolo celeberrimo " Il pranzo del generale Cork" mi è venuto in mente Pasolini e il suo " Salò e le 120 giornate di Sodoma " .

    Entrambi mi hanno posto nodi di natura artistica, etica e morale che le mie riflessioni non riescono a sciogliere...

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    Bolzone said on Feb 8, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    e meno male che a scuola si studiano carducci e d'annunzio

    Malaparte è stato senza dubbio la rilevazione letteraria del mio 2013. A 20 anni avevo letto soltanto maledetti toscani, non trovandolo un granché, anche perchè come dice il suo curatore, biografo, amico, editore e riscopritore al centenario della na ...(continue)

    Malaparte è stato senza dubbio la rilevazione letteraria del mio 2013. A 20 anni avevo letto soltanto maledetti toscani, non trovandolo un granché, anche perchè come dice il suo curatore, biografo, amico, editore e riscopritore al centenario della nascita, Vigorelli, è stata una cosa non capita e presa troppo sul serio. da critica e pubblico. E questo è il problema principale: a scuola si studia ancora d'annunzio, causa una non damnatio memoriae che invece gravò (e forse grava) sulle spalle di uno dei massimi narratori del 900 italiano, Curzio Malaparte, causa nell'ordine: socialimo, anarco-sindacalismo, arditismo, surrealismo, fascismo rivoluzionario, liberalismo, comunismo, cattoilicesimo (con in mezzo un tentativo di immanicarsi all'aristocrazia postmoderna mediante matrimonio con la vedova Agnelli, l'unica che abbia amato davvero) e per finire, testamento in virtù della Repubblica Popolare cinese.
    Eppure la sua prosa, il ritmo, il gusto per l'allegoria, l'erudizione classica miscelata col grottesco, il tutto con un tocco di grazia imbevuta, inzuppata per "il più dolce, miserabile, umiliato, fiero popolo del mondo, quello napoletano" fanno della Pelle un romanzo che nel dopoguerra italiano non c'era, e non ci sarà. Bistrattato, censurato (anche dal Papa) come e peggio di un celine, mentre le menate del Vate, su pruriti genitali e la lirica classica, ammorberanno i compendi liceali fino ai nostri giorni.
    Vivere, e ripeto vivere, (con le dovute concessioni al vittimismo e alle iperboli, griffe malapartiane) nella Napoli del 43-45, tra l'eruzione del Vesuvio, la liberazione, l'occupazione e un mix di colori, grida, miseria, generosità, astuzia e calore (che da sempre la contraddistinguono) è solo un'esperienza che si può sentire tuffandosi nel libro.
    P.s. il capitolo IX, il processo, è forse il più bello della letteratura del XX secolo italiana, dove ci si sposta velocemente sulla jeep americana, dopo essere stati 200 pagine a Napoli e a Cassino, dalla vigilia della liberazione di Roma, lungo la via Appia, dentro la città fino a Palazzo Venezia, e poi su verso l'Oltrarno fiorentino, il Po, fino a Piazzale Loreto, con un finale singolare (per la storia e la cultura italiana) processo surreale e surrealistico di Norimberga al Duce-feto tra feti in formaldeide, che si conclude con una dolorosa auto analisi, vista in Italia solo in Buongiorno notte di bellocchio circa l'omicidio Moro.
    P.s 2 se amerete, come me, questo romanzo e vi mancherà questo gusto per l'allegoria, il grottesco, il caos nella letteratura italiana contemporanea, il non "allineamento" agli schemi editoriali classici, vi consiglio il buon Antonio Moresco, degno erede di questa tradizione ai margini.

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    Fex compagno che sbaglia said on Jan 4, 2014 | 1 feedback

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