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La peste

Di

Editore: Bompiani

4.1
(4592)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 235 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Spagnolo , Giapponese , Chi semplificata , Tedesco , Greco , Svedese , Portoghese , Catalano , Polacco , Olandese , Finlandese , Indiano (Hindi) , Danese , Ceco , Afrikaans

Isbn-10: A000009916 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 3

    "Non durerà, è cosa troppo stupida"

    Le premesse di questo romanzo sono ottime: assistiamo all'isolamento degli abitanti sentimentali, ma non abbastanza, di una città moderna causato da un improvviso scoppio di peste.
    Mentre ognuno è imp ...continua

    Le premesse di questo romanzo sono ottime: assistiamo all'isolamento degli abitanti sentimentali, ma non abbastanza, di una città moderna causato da un improvviso scoppio di peste.
    Mentre ognuno è impegnato nelle sue abitudini, i topi cominciano ad invadere le strade e i pianerottoli finché non si scoprono i primi malati di questo vecchio e inarrestabile male.
    Ho sempre trovato interessanti le storie dei grandi flagelli della storia e affascinanti le grandi epidemie, quindi non potevo non leggere questo romanzo. Alcuni particolari mi sono piaciuti, come l'invasione di topi all'inizio e la descrizione delle progressive decisioni dell'amministrazione, ma l'autore rimane, secondo me, troppo al di fuori della storia. Non vi ho trovato troppo coinvolgimento emotivo, specialmente nel dottore, che opera quasi come una macchina instancabile.
    Il primo paragone che mi è venuto in mente è quello con Cecità di Saramago: all'improvviso scoppia un'epidemia di cecità ed entriamo nelle case della gente colpita. Si sentono una sofferenza e un'indifferenza insopportabili, emerge la paura di chi ancora sta bene e cerca di allontanare i propri cari per evitare il contagio; vengono istituite strutture sorvegliate da militari per non far scappare i malati che vengono abbandonati.
    In La peste questa sofferenza non l'ho trovata, sembra quasi di leggere ciò che succede dalle pagine di un giornale.
    Resta comunque molto bella l'idea della storia, come anche quella di mettere insieme dei personaggi molto diversi, ognuno con le sue abitudini, e quella di raccontare dell'avvicinamento della gente alla chiesa nelle fasi iniziali del contagio.
    "I nostri concittadini (...) continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli."

    ha scritto il 

  • 5

    Quando ci si riferisce alla peste, a Venezia, il collegamento immediato è con la sontuosa Basilica della Madonna della Salute, costruita nel 1631 come ringraziamento per la fine dell'epidemia di peste ...continua

    Quando ci si riferisce alla peste, a Venezia, il collegamento immediato è con la sontuosa Basilica della Madonna della Salute, costruita nel 1631 come ringraziamento per la fine dell'epidemia di peste in città. Un elemento in particolare, che si trova all'interno di questa Basilica, ha popolato i miei incubi di bambina: la statua che raffigura la peste come una vecchietta che batte in ritirata, raggrinzita e repellente, che per me rappresentava il non plus ultra della “strega”. Una figura che in altri contesti avrebbe potuto anche suscitare compassione, una rappresentazione che sembra sottodimensionata rispetto alla gravità del flagello, ma capace di inquietarmi moltissimo. Una vecchietta viscida, subdola, ingannatrice, veramente angosciante. Forse nella mia mente quella statua è ancora oggi una delle più efficaci rappresentazioni del Male, e capisco bene, quindi, perché così tanti scrittori hanno scelto di usare la peste come metafora di questo male; Camus, in particolare, non la usa solo in un momento della vicenda che racconta, ma attorno ad essa fa girare un intero romanzo. Sul significato della peste già tutto è stato detto, sarebbe ridondante da parte mia erigermi a commentatrice pleonastica del romanzo, ma ci terrei a sottolineare il valore della realtà concreta in quest'opera: grande spazio è dato da Camus alla confutazione dell'idea che la peste sia un male astratto, gli appestati soffrono in modo molto concreto e chi decide di curarli sperimenta la spossatezza fisica; il male e il bene nel romanzo non sono mai astratti, non sono delle idee, gli uomini ne soffrono e ne gioiscono. Nessuna idea astratta potrà mai contare di più della vita umana per Rieux, ma questo già ce l'aveva insegnato, a sue spese, Raskol'nikov.

    ha scritto il 

  • 2

    La peste è la metafora del Male e attraverso il racconto possiamo osservare i diversi comportamenti della popolazione e il diverso modo di reagire. E’ una riflessione sul valore della vita e della mor ...continua

    La peste è la metafora del Male e attraverso il racconto possiamo osservare i diversi comportamenti della popolazione e il diverso modo di reagire. E’ una riflessione sul valore della vita e della morte.
    https://arieljulie.wordpress.com/2015/01/24/la-peste-di-albert-camus/

    ha scritto il 

  • 4

    Mi sono sempre piaciute le narrazioni che affrontano fatti più o meno importanti di Storia attraverso le vite degli individui e il loro modo personale di approcciarsi a una situazione che determina e ...continua

    Mi sono sempre piaciute le narrazioni che affrontano fatti più o meno importanti di Storia attraverso le vite degli individui e il loro modo personale di approcciarsi a una situazione che determina e cambia la collettività. In questo caso Camus fa scendere sulla città algerina di Oran un flagello che sembra quasi venuto dal cielo, indipendentemente dalla volontà degli uomini, ma che gli uomini devono imparare a gestire e -anche se Camus sembra non crederci troppo- a sconfiggere, ciascuno attraverso le proprie capacità e attitudini. Gli uomini sono schiacciati da un peso troppo grande (qui della peste, ma metaforicamente potrebbe essere qualsiasi tipo di Male) e l'individualità viene annullata per far posto a un terrore e un pensare comune, anche se le reazioni delle persone si differenziano: c'è chi agisce concretamente dandosi da fare, chi si appella alla volontà e alla bontà di Dio, chi è fatalista, chi cerca di guadagnarci, chi mantiene coerenza, chi rivede mille volte la sua posizione.
    Non è, in effetti, un romanzo propriamente da gustare, ma è eccezionale per la sua profondità e ricchezza di argomenti e riflessioni, che danno voce alle esistenze e alla sensibilità degli uomini rivelandone la fragilità e la finitezza.

    J'ai toujours aimé les récits, qui traitent avec les événements de l'Histoire en racontant la vie des individus e leur façon de s'approcher aux situations.
    En ce cas Camus raconte du fléau de la peste, qui frappe la ville d'Oran en Algerie. Le fléau semble envoyé du ciel, indépendamment de la volonté des hommes, mais il faut que ils apprennent à le gérer et -quoique Camus semble n'y croire pas- à le battre, chacun grâce à leurs capacités et attitudes.
    Les gens se trouvent écrasés par un poids trop grand de supporter seuls (ici par la peste, mais métaphoriquement pourrait être n'importe quoi) et donc l'individualité est annulée pour faire de la place au sentiment collectif de la peur.
    Les réactions sont très différentes: quelqu'un travaille concrètement pour la communauté, autres s'adressent à Dieu, à sa volonté et sa bonté, autres sont fatalistes, autres encore cherchent de gagner de la situation, quelqu'un c'est cohérent pour tout le période e quelqu'un autre change d'attitude mille fois.
    "La peste" n'est pas, en effet, un roman à savourer, mais il est exceptionnel pour sa profondeur et richesse d'argumentations et réflexions, qui donnent voix aux existences et à la sensibilité des hommes, en révélant leur fragilité et finitude.

    ha scritto il 

  • 5

    Gran novela, de enorme profundidad. La narración puede parecer fría y desapasionada, yo creo esto es porque es totalmente objetiva, muy honesta, llena de verdad. Se reivindica lo mejor del espíritu hu ...continua

    Gran novela, de enorme profundidad. La narración puede parecer fría y desapasionada, yo creo esto es porque es totalmente objetiva, muy honesta, llena de verdad. Se reivindica lo mejor del espíritu humano. Me emociona ver como las personas, ante una catástrofe tan enorme, van pasando paulatinamente de buscar el bien particular a entregarse por el bien común. Se llega a la solidaridad con los semejantes, no a través del corazón y los sentimientos, sino con el cerebro y el razonamiento. No hay héroes aquí, solo hay personas que hacen lo que tienen que hacer porque si no, nadie lo hará. La novela es en definitiva, como tienen que ser los buenos médicos, se puede tomar como un homenaje a los profesionales de la medicina, a gente como el doctor Rieux. Ahora mismo hay mujeres y hombres como él luchando contra el ébola en África. ¿Que queréis que os diga? Estas cosas me devuelven un poco la fe en la raza humana.

    ha scritto il 

  • 4

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2015/01/01681-la-peste-albert-camus.html

    a) Una ciudad, Orán, una población que se mueve por rutinas, el bullicio y el silencio, el amor pasional y el deseo ...continua

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2015/01/01681-la-peste-albert-camus.html

    a) Una ciudad, Orán, una población que se mueve por rutinas, el bullicio y el silencio, el amor pasional y el deseo pasajero, el orden y saber que existe otra cosa, las calles populosas, los suburbios pobres y el mar cercano. Una epidemia de peste que voltea la rutina de la ciudad, las primeras ratas muertas, la fiebre que aparece poco a poco y pronto contagiará a unos y otros, la peste que se inicia como algo secundario, que crece en importancia, que toma la vida de la ciudad y sus habitantes. El cierre de la ciudad, nada ni nadie puede entrar o salir, la improvisación de hospitales, el velo de los pacientes en su agonía, los experimentos con suero, la sensación de estar en medio de una batalla cruenta y saberse agotado y cerca de la derrota, las restricciones que afectan a la vida en la calle y las relaciones personales, las ventanas cerradas y los intentos de huida, la creencia de un final cercano y los precios que suben y los habitantes que pasan por una montaña rusa de emociones, la calma, la esperanza, el miedo y las dudas, la negación y la desesperación.

    b) El narrador, un hombre que prefiere conservar el anonimato para tomar distancia y hablar con la mayor objetividad posible sobre aquellos meses donde la peste cambió la faz de la ciudad y sus habitantes, que da la voz a los protagonistas de la epidemia, médicos, funcionarios, periodistas extranjeros, víctimas que se consumen por la enfermedad, su idea de contar lo que vivió a través de su experiencia, de cuadernos escritos durante la crisis, de cartas y confesiones, los cambios en la ciudad, el bullicio que se convierte en silencio y las ventanas cerradas de las casas, la lucha contra la epidemia, los resquicios por donde se mantiene la vida y algunos ecos del pasado.

    e) El doctor Rieux, un hombre diligente y trabajador que lucha contra la peste, los días que pasan en visitas a casas, hospitales, la búsqueda de un suero, el agotamiento y ser el centro de una ciudad que se derrumba, el compromiso en la lucha y el agotamiento como rutina. Grand, un empleado gris que escribe una y otra vez la primera frase de una novela, cientos de páginas en busca de la perfección, de dejar anonadados a editoriales y críticos, un lugar en la literatura, y que parece fuera de la ciudad. Cottard, alguien que quiere huir y que la epidemia le da la oportunidad de esconderse, de olvidar el pasado, de hacer nuevos negocios y vivir una plenitud desconocida. El periodista Rambert, un corresponsal que espera volver a su ciudad para no perder a la mujer que ama, que intenta salir de los muros de la ciudad y que ve cómo, tras meses de encierro, se borran los contornos de su amada y su amor y ambos se convierten en abstracción. Tarrou, que escribe notas y que con el paso del tiempo, dejan de ser un diario de la epidemia a reflexionar sobre los cambios en la ciudad, que ejercía de conciencia en la epidemia y buscaba una paz que parece esquivarle.

    d) Los sermones del padre Paneloux, el primero donde recuerda a sus feligreses que han caído en desgracia, que Dios impone un castigo y que hay que estar agradecidos ante semejante prueba, un segundo sermón cuando la peste se cobra semanalmente cientos de vidas y están las dudas y la idea de luchar para sobrevivir, de no dejar a un dios silente el fin de la epidemia y las muertes. El silencio del creador en unas calles que languidecen, que primero esperan la curación y luego sólo siguen adelante hasta ver truncada su suerte.

    e) La epidemia, que es abstracción y exilio, que es ausencia de futuro y lucha, que llega a todos y les obliga a decidir qué posición tomar, combatirla, sucumbir, huir, aprovecharse de la situación, ser un testigo lejano o llegar hasta el final, que está latente en cada uno de nosotros y puede pasarse años en silencio pero explotar en menos de un segundo.

    Al cuarto día, las ratas empezaron a salir para morir en grupos. Desde las cavidades del subsuelo, desde las bodegas, desde las alcantarillas, subían en largas filas titubeantes para venir a tambalearse a la luz, girar sobre sí mismas y morir junto a los seres humanos. Por la noche, en los corredores y callejones se oían distintamente sus grititos de agonía. Por la mañana, en los suburbios, se las encontraba extendidas en el mismo arroyo con una pequeña flor de sangre en el hocico puntiagudo; unas, hinchadas y putrefactas, otras rígidas, con los bigotes todavía enhiestos. En la ciudad misma se las encontraba en pequeños montones en los descansillos o en los patios. Venían también a morir aisladamente en los salones administrativos, en los patios de las escuelas, en las terrazas de los cafés a veces. Nuestros conciudadanos, estupefactos, las descubrían en los lugares más frecuentados de la ciudad. Ensuciaban la plaza de armas, los bulevares, el paseo de Front-de-Mer. Limpiada de animales muertos al amanecer, la ciudad iba encontrándolos poco a poco cada vez más numerosos durante el día. En las aceras había sucedido a más de un paseante nocturno sentir bajo el pie la masa elástica de un cadáver aún reciente. Se hubiera dicho que la tierra misma donde estaban plantadas nuestras casas se purgaba así de su carga de humores, que dejaba subir a la superficie los forúnculos y linfas que la minaban interiormente. Puede imaginarse la estupefacción de nuestra pequeña ciudad, tan tranquila hasta entonces, y conmocionada en pocos días, como un hombre de buena salud cuya sangre empezase de pronto a revolverse.

    ( … )

    Así pues, lo primero que la peste trajo a nuestros conciudadanos fue el exilio. Y el cronista está persuadido de que puede escribir aquí en nombre de todo lo que él mismo experimentó entonces, puesto que lo experimentó al mismo tiempo que otros muchos de nuestros conciudadanos. Pues era ciertamente un sentimiento de exilio aquel vacío que llevábamos dentro de nosotros, aquella emoción precisa; el deseo irrazonado de volver hacia atrás o, al contrario, de apresurar la marcha del tiempo, eran dos flechas abrasadoras en la memoria. Algunas veces nos abandonábamos a la imaginación y nos poníamos a esperar que sonara el timbre o que se oyera un paso familiar en la escalera y si en esos momentos llegábamos a olvidar que los trenes estaban inmovilizados, si nos arreglábamos para quedarnos en casa a la hora en que normalmente un viajero que viniera en el expreso de la tarde pudiera llegar a nuestro barrio, ciertamente este juego no podía durar. Al fin había siempre un momento en que nos dábamos cuenta de que los trenes no llegaban. Entonces comprendíamos que nuestra separación tenía que durar y que no nos quedaba más remedio que reconciliarnos con el tiempo. Entonces aceptábamos nuestra condición de prisioneros, quedábamos reducidos a nuestro pasado, y si algunos tenían la tentación de vivir en el futuro, tenían que renunciar muy pronto, al menos, en la medida de lo posible, sufriendo finalmente las heridas que la imaginación inflige a los que se confían a ella.

    ( … )

    »Desde entonces no he cambiado. Hace mucho tiempo que tengo vergüenza, que me muero de vergüenza de haber sido, aunque desde lejos y aunque con buena voluntad, un asesino yo también. Con el tiempo me he dado cuenta de que incluso los que eran mejores que otros no podían abstenerse de matar o de dejar matar, porque está dentro de la lógica en que viven, y he comprendido que en este mundo no podemos hacer un movimiento sin exponernos a matar. Sí, sigo teniendo vergüenza, he llegado al convencimiento de que todos vivimos en la peste y he perdido la paz. Ahora la busco, intentando comprenderlos a todos y no ser enemigo mortal de nadie. Sé únicamente que hay que hacer todo lo que sea necesario para no ser un apestado y que sólo eso puede hacernos esperar la paz o una buena muerte a falta de ello. Eso es lo único que puede aliviar a los hombres y si no salvarlos, por lo menos hacerles el menor mal posible y a veces incluso un poco de bien. Por eso me he decidido a rechazar todo lo que, de cerca o de lejos, por buenas o por malas razones, haga morir o justifique que se haga morir.
    »Por esto es por lo que no he tenido nada que aprender con esta epidemia, si no es que tengo que combatirla al lado de usted. Yo sé a ciencia cierta (sí, Rieux, yo lo sé todo en la vida, ya lo está usted viendo) que cada uno lleva en sí mismo la peste, porque nadie, nadie en el mundo está indemne de ella. Y sé que hay que vigilarse a sí mismo sin cesar para no ser arrastrado en un minuto de distracción a respirar junto a la cara de otro y pegarle la infección. Lo que es natural es el microbio. Lo demás, la salud, la integridad, la pureza, si usted quiere, son un resultado de la voluntad, de una voluntad que no debe detenerse nunca. El hombre íntegro, el que no infecta a casi nadie es el que tiene el menor número posible de distracciones. ¡Y hace falta tal voluntad y tal tensión para no distraerse jamás! Sí, Rieux, cansa mucho ser un pestífero. Pero cansa más no serlo. Por eso hoy día todo el mundo parece cansado, porque todos se encuentran un poco pestíferos. Y por eso, sobre todo, los que quieren dejar de serlo llegan a un extremo tal de cansancio que nada podrá librarlos de él más que la muerte.
    Albert Camus
    La peste (traducción de Rosa Chacel. Edhasa)

    ha scritto il 

  • 4

    Claustrofobico

    Un'epidemia di peste si abbatte all'improvviso sulla sonnacchiosa città di Orano, nell'Algeria colonia francese.

    La peste, metafora evidente del nazismo appena vinto (il libro, scritto in parte durant ...continua

    Un'epidemia di peste si abbatte all'improvviso sulla sonnacchiosa città di Orano, nell'Algeria colonia francese.

    La peste, metafora evidente del nazismo appena vinto (il libro, scritto in parte durante la guerra, uscì nel 1947) mette gli increduli cittadini davanti a scelte fondamentali e non procrastinabili. La peste trionfa in apparenza senza freni, per combatterla occorrono la solidarietà tra gli uomini, il coraggio, spesso il sacrificio della propria vita. I suoi alleati sono l'ignavia e la cupidigia: come sempre nelle tragedie, c'è chi cerca di trarne un profitto personale, tramite il contrabbando ed altre attività illegali.

    Il libro difetta un po' di profondità nella descrizione di alcuni personaggi, solo tratteggiati e non troppo caratterizzati; alcune parti sono un po' lente, soprattutto certe descrizioni della parte centrale del romanzo e certe speculazioni filosofiche che prendono il sopravvento nel finale.

    Ma si tratta di un libro sicuramente da leggere e che fa molto pensare. Molto potente è la sua conclusione che avverte che il microbo della peste non muore mai, è capace di restare dormiente per decenni e poi ripresentarsi all'improvviso da qualche altra parte, a sconvolgere un'altra città pacifica.

    Ammonimento che, purtroppo, trova riscontro nei fatti di cronaca e che ci deve esortare a non abbassare mai la guardia contro nazismo, fascismo, fanatismo religioso e politico di ogni bandiera e colore.

    ha scritto il 

  • 3

    Leggevo e la cosa mi piaceva di recente ho letto molto e con avidità' con la fame proprio avevo voglia di storie, non di saggi o divulgazioni proprio storie, personaggi, storie sotto storie, ma mentre ...continua

    Leggevo e la cosa mi piaceva di recente ho letto molto e con avidità' con la fame proprio avevo voglia di storie, non di saggi o divulgazioni proprio storie, personaggi, storie sotto storie, ma mentre leggevo quest'ultimo libro mi sono fermato, l'ho stretto nella mano mi sono alzato avvicinato alla finestra l'ho aperta e ho buttato il libro di fuori ho colpito un gatto. Il gatto ha compiuto un salto da share immediato da vine di quelli che rivedi in loop e ti fai le tue stupide quattro risate del cazzo quando non sai cosa andare a guardare su internet io invece mi chiedevo cosa mi aveva fatto incazzare e non ho saputo darmi risposta, quando mai?, quando mai mi so rispondere?, dio porco, e il rancore lo sento anche ora che bolle e ribolle e mi scalda e vado in crash. Elvira non è in casa e per questo le sono grato mi avrebbe chiesto cosa è il rancore e una volta ancora le avrei dovuto rispondere che non lo so, che non so niente, non so neanche perché ho smesso di leggere, forse non c'è nessun perché sicuro non è per il triplo crash nel giro di 24 ore che sono incazzato, ma non lo so, adesso non posso pensarci, adesso mi ha chiamato San Pietroburgo lui ora sta festeggiando il natale io di questa parola di merda non voglio neanche sentire parlare, che è successo?, mi dice appena mi vede seminudo in webcam, che è successo che?, dico io, sei in forma, mi dice lui, sì ultimamente mi alleno, dico io, e per cosa?, dice lui, per scappare meglio, dico io, sempre un ottimo motivo, mi dice lui, mi piaci, aggiunge, fottiti frocio, dico io, ehi vacci piano con le parole lo sai che non me ne frega un cazzo, dice lui, come va lì?, dico io, fa freddo, dice lui, minchia parlare con te è come parlare con un bot, dico io, cazzo ma che hai?, dice lui, non lo so, dico io, sì che lo sai, dice lui, lo so eh?, dico io, sì, dice lui, prova a dirmelo, aggiunge e io ci provo. Gli racconto del triplo crash in 24 ore, ho passato la notte a fare il gentiluomo con una ragazza che non mi piace molto ci siamo toccati e ritoccati ma quando stavo per scoparmela ha detto no, non la prima sera, ha detto, va bene, ho detto io e due ore più tardi me ne sono andato, primo palo poi la mattina seguente ho ricevuto la telefonata di Melbourne, con voce tutto sommato ferma mi dice che il nostro primo amore si è schiantato contro un palo, e questo mentre accendevo il computer, terzo palo il computer non si è acceso si è fermato su una schermata blu coi quadretti. Ma non è per questo che sei pieno di rabbia, dice San Pietroburgo, no infatti, dico io, allora perché lo hai detto?, dice lui, perché il vero motivo è molto più stupido e mi vergogno, dico io, dimmelo cazzo non rompere i coglioni, ha quasi urlato lui, ok ok se la metti così, ho detto io e così allora gliel'ho detto e alla fine del discorso San pietroburgo mi guarda e mi dice, chi è questo tu a cui ti stai rivolgendo?, non lo so, dico io, pensaci, mi dice lui, ci penserò, dico io, e poi ho visto il gatto che avevo colpito col libro sta sotto la mia finestra in mezzo alla strada gira intorno al libro, lo annusa, lo sfiora con la zampa, alla fine ci piscia sopra e se ne va, ben fatto, penso io, bravo, penso di nuovo, e poi prendo un libro dalla libreria e saluto San Pietroburgo, lui mi dice, ti dà fastidio se mi tiro una sega su di te?, minchia dovevi proprio dirmelo?, dico io, penso di sì, dice lui, sei un porco, dico io, vabbè ormai è andata, come dite lì?, move on, dice lui, move on una sega, dico io, e lui ride, fottiti, dico io, con piacere, dice lui, e allora ho staccato mi sono messo a leggere leggere e' uno dei pochi modi per salvarsi da qualsiasi situazione per salvarsi diciamo in generale.

    ha scritto il 

  • 2

    Quel che mi è piaciuto tantissimo:
    - L'inizio: i topi, il precipitare della situazione.
    - L'aspirante scrittore che continua a modificare l'incipit del suo romanzo all'infinito.
    - Il sollievo con la f ...continua

    Quel che mi è piaciuto tantissimo:
    - L'inizio: i topi, il precipitare della situazione.
    - L'aspirante scrittore che continua a modificare l'incipit del suo romanzo all'infinito.
    - Il sollievo con la fine del penultimo capitolo.
    - L'ultimo paragrafo, in cui il parallelismo col nazismo è chiaro e inquietante come non mai.

    Quello che abbassa drasticamente il voto: tutto il resto.
    Vi confesso due cose:
    1) Ho adorato lo stile de Lo straniero e speravo di ritrovarlo anche qui in qualche variante;
    2) Mi hanno sempre attirato le situazioni di emergenza, gruppi umani che si ritrovano insieme a fronteggiare un pericolo imminente.
    Cosa succede invece ne La peste? Camus sceglie un punto di vista imparziale, da cronaca, giustificando la scelta con l'identità del narratore. La giustificazione però non compensa la noia e la scarsa partecipazione emotiva che ne derivano.
    La peste decima i cittadini di Orano, ma sono solo numeri che crescono e diminuiscono, e quasi nulla di quello che succede nella parte centrale mi ha comunicato il senso di oppressione, ingiustizia e paura che dovrebbero scaturire da una città in quarantena, dall'essere separati da chi si ama e dal rischio di morire da un momento all'altro. Alcuni personaggi potrebbero anche spiccare (il medico ligio al dovere, il giornalista che cerca di fuggire), ma — per com'è scritta e sviluppata la storia — secondo me hanno poco della risonanza che avrebbero in teoria.

    È stata una delusione. Non è stata una faticaccia arrivare alla fine, questo no, ma viste le premesse e la bellezza di certi punti mi sarei aspettato di meglio.

    ha scritto il 

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