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La pianista

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Publisher: Cículo de Lectores

3.4
(596)

Language:Español | Number of Pages: 284 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Italian , French , Catalan

Isbn-10: 8467210176 | Isbn-13: 9788467210170 | Publish date: 

Translator: Pablo Diener Ojeda

Also available as: Paperback , Others

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
Sorting by
  • 2

    Deludente

    È il secondo Nobel (dopo LeClezio) che mi delude: spero proprio che non sia stato questo libro a farle meritare il premio. Scrittura contorta., che mi ha reso difficile la lettura. Sono stato tentato più volte di abbandonare il libro e sono arrivato alla fine con molta, molta fatica.

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Si può restare toccati da un libro anche senza bisogno necessariamente di identificarsi o di immedesimarsi nel protagonista o nella mente (contorta, su questo non c'è dubbio) del suo creatore. Se poi il libro in questione è La pianista di Elfriede Jelinek, per quanto "anticonvenzionali" si ...continue

    Si può restare toccati da un libro anche senza bisogno necessariamente di identificarsi o di immedesimarsi nel protagonista o nella mente (contorta, su questo non c'è dubbio) del suo creatore. Se poi il libro in questione è La pianista di Elfriede Jelinek, per quanto "anticonvenzionali" si possa essere, direi che è quasi impossibile: Erika Kohut, così come sua madre, con la quale forma un tutt'uno che è impossibile scindere, è un personaggio "estremo", così come estremo, eccessivo, osceno è questo romanzo. Per certi versi mi ricorda Roth ne Il teatro di Sabbath: solo un grande scrittore riesce a trasformare l'eccesso in un'opera d'arte e, se non consentiamo all'arte di trascendere la realtà, di prenderne il meglio e il peggio per dare vita a un capolavoro, chi altro potrebbe farlo?
    Ma, tornando a Roth, a differenza de Il teatro di Sabbath, tutto centrato sulla "libidine" del protagonista, qui, a ben vedere, di spazio - non dico per la passione, ma anche solo per la "lussuria" - ce n'è molto poco... ed è questo ad avermi sorpreso e insieme conquistato. Diciamoci la verità, chiunque alle prese con la vicenda di una donna sessualmente repressa che si dà al voyerismo e al sadomasochismo, si aspetterebbe l'altra faccia della medaglia: il piacere della perversione che evidentemente deve provare, che la spinge e a suo modo la "giustifica". Invece no: di tutto questo non c'è traccia in questo romanzo, e questo fa sì che il tutto sia ancora più duro, più indigesto, più graffiante. “Erika non dà e non prende”. Direi persino che qui si parla di tutto fuorché di sesso, il che può sembrare un paradosso. Me ne sono accorta in modo palese in uno dei passaggi chiavi del romanzo, ovvero quello in cui Klemmer legge sconvolto la lettera che Erika gli ha scritto.
    Cosa significa questa lettera per lei? è una richiesta d'aiuto? è il disvelamento di un'ossessione a lungo covata, è il perverso desiderio di essere sottomessa, dopo che lei stessa, per tutta la vita, si è sottomessa a sua madre e insieme hanno sottomesso il mondo? è un modo per annullare la propria volontà, o piuttosto per imporla per l'ennesima volta, incapace com'è di interpretare la vita se non come una guerra di potere, un dispiegamento di forze che porterà necessariamente alla capitolazione di qualcuno? La complessità, la problematicità che si nascondono in questa rivelazione che la donna fa di se stessa e della sua natura, è talmente profonda da non poter essere banalmente ridotta a una deviazione sessuale... Di questo in un certo senso me ne ero accorta fin dall'inizio, e la consapevolezza è andata crescendo pagina dopo pagina. Tutto nella vita di Erika sembra averla condotta a quella lettera: il rifiuto del mondo, alla cui mediocrità lei e la madre non si sono mai volute conformare, il rifiuto di se stessa, del proprio intrinseco valore - che non è dato da un illusorio senso di supremazia sugli altri, alimentato per tanto tempo dai sogni di gloria di sua madre - e quindi della propria naturale e sana femminilità. La conseguenza è dolorosa e inevitabile: Erika crede che sarà di nuovo se stessa sentendosi "oggetto" nelle mani di qualcuno.
    Schiava e padrona, vittima e carnefice di se stessa: senza troppe "spiegazioni psicologiche", viene espresso chiaramente il concetto di sado-masochismo, quella forma di perversione per cui si cerca allo stesso tempo di dominare e di essere dominati. Di dominare sentendosi dominati. A questo proposito, il rapporto con la madre è emblematico: ci rinuncio a priori perché non ne verrei più fuori, tanto ci sarebbe da dire... ma questo è uno dei passaggi che mi ha colpito di più: “I suoi atti di obbedienza, ormai una semplice routine, necessitano di un crescendo! E una madre non può bastare”...
    Erika non è una vittima in senso tradizionale, e la Jelinek non vuole farcela passare per tale, neanche quando, alla fine, la sua “fantasia” verrà coronata e si rivelerà tutta diversa da quello che aveva immaginato... forse perchè non era questo che voleva davvero? forse perchè il suo era davvero solo il disperato appello di una donna che vuole essere amata? Difficile dirlo, e non credo che alla fine sia tanto importante arrivare a capire le ragioni (o le colpe) della tragedia che si dispiega sotto i nostri occhi.
    In questo senso la scrittrice è davvero superba e non salva nessuno: non la giovane Erika (era LEI, quindi? a questo punto direi proprio di sì), nè quello che è diventata da adulta, non il "libero" e cinico Klemmer, nè tanto meno la dispotica madre... Neppure il "mondo" - questa massa informe e volgare che tanto spaventa le due donne - si salva da questa condanna senza appello e senza misericordia. La Jelinek, non a caso premio Nobel, è maestra non solo nel dosare ironia e tragedia, nel reggere un romanzo intero senza concedersi una sola volta un semplice (e liberatorio) “dialogo diretto”, ma soprattutto nel riportarci questi stralci impietosi di mondo: la mamma che perde la pazienza e molla una sberla al figlio, il turco che non è nessuno persino quando va a puttane, gli amanti che bisticciano perché "i due sessi vogliono sempre qualcosa di fondamentalmente diverso"...
    Un libro forte, a tratti molto pesante (lo devo ammettere) ma che è capace di dimostrare che un argomento che potrebbe eccitare la fantasia per la sua componente di scandalo, è in realtà una porta spalancata su un mondo che può fare paura.

    said on 

  • 3

    Bello ma... morboso.

    Credo che stilisticamente possa essere considerato un vero capolavoro, per quanto io non sia mai stata una particolare fan di certe scritture novecentesche. Purtroppo, al di là di questo, temo di non averlo potuto apprezzare appieno per via del suo nocciolo tematico centrale, eccessivamente morbo ...continue

    Credo che stilisticamente possa essere considerato un vero capolavoro, per quanto io non sia mai stata una particolare fan di certe scritture novecentesche. Purtroppo, al di là di questo, temo di non averlo potuto apprezzare appieno per via del suo nocciolo tematico centrale, eccessivamente morboso e disturbante per il mio stomaco. Leggere queste pagine, infatti, è stato come navigare con l'acqua alle mastre in un maelstrom di grave patologia psichica e di relazioni sociali malate. Il tutto affrontato con maestria, per carità: davvero, non si può negare che sia una lettura di un certo livello. Per quanto, almeno per la sottoscritta, decisamente non definibile come piacevole.

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  • 4

    Te le suona

    Erika Kohut è una pianista viennese prossima ai quaranta anni la cui esistenza è da sempre stata eterodiretta dalla madre dispotica. Tutto nella vita di Erika è stato pianificato da sua madre, che l'ha sempre tenuta lontana da tutte le esperienze della vita, convinta che il solo scopo della figli ...continue

    Erika Kohut è una pianista viennese prossima ai quaranta anni la cui esistenza è da sempre stata eterodiretta dalla madre dispotica. Tutto nella vita di Erika è stato pianificato da sua madre, che l'ha sempre tenuta lontana da tutte le esperienze della vita, convinta che il solo scopo della figlia fosse il pianoforte e con esso il riconoscimento sociale che ne deriva. Le amicizie, gli amori, le passeggiate, lo sport, i viaggi: tutto è stato sacrificato per l'obiettivo di diventare una concertista di talento.
    Anche il più docile degli animali, tenuto alla catena, s'incattivisce. Ed Erika non fa eccezione. Nel tempo è diventata una donna totalmente priva di passioni ed empatia, impermeabile ai sentimenti. Tutto in lei è frustrazione, soprattutto la sessualità, che viene vissuta come qualcosa di ripugnante.
    Walter Klemmer, un aitante studente di ingegneria, si invaghisce di Erika, sua professoressa di pianoforte presso il conservatorio di Vienna. Walter è un inno alla vitalità della gioventù, e riesce ad insinuarsi tra le difese di Erika fino a scardinarle: i due divengono amanti o almeno ci provano.
    Erika è totalmente inesperta ed incapace di gestire una qualsiasi relazione basata sugli affetti: il contatto dei due opposti sarà distruttivo per entrambi.

    Il grande merito di Elfriede Jelinek è quello di regalarci una figura totalmente malata immersa in una Vienna non da cartolina. I personaggi di questo romanzo sono come animali della stessa specie che passano il tempo cercando di divorarsi a vicenda, rettili sdentati che lottano senza posa per strapparsi brandelli di carne. La scrittura ricca di metafore sa restituire con freddezza e lucidità tutti i loro malsani moti interiori, senza nasconderci niente, alzando sempre un po' di più l'asticella.
    Soprattutto nella prima parte basta l'uso dei pronomi scritti in maiuscolo per trasmettere tutta l'autoreferenzialità della protagonista. L'assoluta incapacità di Erika di relazionarsi alla realtà è palese. Ma non c'è nessun tentativo da parte dell'autrice di farci provare empatia per questa figura meschina o per quella ancora peggiore della madre. Aspettatevi pagine dure e spietate, asfissianti.
    Sulla distanza purtroppo il romanzo perde di tono, diventando pesante soprattutto nell'ultima parte, dopo che la passione tra i due amanti cerca uno sfogo. Tutto ciò che c'è prima invece l'ho letto con molto piacere, sebbene non sia una lettura per svagarsi (ne consiglio la lettura nei freddi mesi invernali).

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  • 4

    ‘La pianista’ è un libro davvero bellissimo, che unisce alla trama intrigante una pungente e talvolta amara ironia; narra del difficile, morboso rapporto tra una madre e una figlia la quale, per fuggire la prigione rappresentata dall’affetto della genitrice, si rifugia in una vita tutta sua, un p ...continue

    ‘La pianista’ è un libro davvero bellissimo, che unisce alla trama intrigante una pungente e talvolta amara ironia; narra del difficile, morboso rapporto tra una madre e una figlia la quale, per fuggire la prigione rappresentata dall’affetto della genitrice, si rifugia in una vita tutta sua, un po’ sogno un po’ realtà, fino alla drammatica esperienza erotico-sentimentale con un allievo di pianoforte da cui esce inevitabilmente sconfitta e umiliata.

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  • 3

    Linguisticamente potentissimo, un autentico pugno allo stomaco: non oso immaginare la potenza di queste pagine in lingua tedesca. Dopo questo libro urge qualcosa di decisamente più leggero e scorrevole.

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  • 1

    Già lasciato a metà qualche anno fa,ho voluto riprovarci per vedere se nel frattempo qualcosa era cambiato (io più che il libro).
    Come volevasi dimostrare niente è mutato rispetto alla prima impressione,a parte una maggiore sopportazione della noia.
    Stessa sensazione di inutile morbos ...continue

    Già lasciato a metà qualche anno fa,ho voluto riprovarci per vedere se nel frattempo qualcosa era cambiato (io più che il libro).
    Come volevasi dimostrare niente è mutato rispetto alla prima impressione,a parte una maggiore sopportazione della noia.
    Stessa sensazione di inutile morbosità in questa storia di un rapporto malato tra madre e figlia.
    A esser buoni,per i temi trattati,si potrebbe considerare l'autrice una lontana parente di Bernhard,troppo lontana,putroppo.

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