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La pista di ghiaccio

Di

Editore: Sellerio (La memoria ; 629)

3.7
(223)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 228 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Portoghese

Isbn-10: 8838920036 | Isbn-13: 9788838920035 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Angelo Morino

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Un noir. Un amore di perdizione, à bout de souffle, per una donna imprendibile e conturbante, una truffa e un crimine assurdi o futili; due balordi; l'inchiesta; e sotto tutto e tutti il gorgo risucchiante dell'incerto destino. Solo che su questi elementi strutturali del noir, tracciati con una intenzionale calligrafia a rendere più stridente e ironica la futilità dei moventi e l'inezia delle personalità in campo, interviene il tocco di Bolaño, con la sua vocazione a raccontare la vita di traverso usando la maschera dell'invenzione e del gioco intellettuali. Gli elementi del noir vengono smontati e rimontati seguendo un metodo che si potrebbe dire cubista, per il tentativo di presentare la vicenda in una sequenza di quadri ognuno mostrato con una specie di simultaneità di visione. La vicenda, partita dall'improbabile costruzione illegale di una pista di ghiaccio, è narrata da tre personaggi: un burocrate potente del sottomondo politico; un cileno, scrittore fallito che ha fatto fortuna e ama sensualmente la donna capricciosa che il burocrate ama spiritualmente; un messicano poeta, senza permesso di soggiorno, testimone casuale per seguire un amore da bassifondi. Ma lo schema non è quello classico delle diverse versioni della stessa vicenda. I tre mostrano, narrando i momenti della loro avventura, le varie e diverse sfaccettature dei fatti: una sola prospettiva le nasconderebbe, così come l'onniscienza del narratore in terza persona le priverebbe di ogni intensità esistenziale. Ne emergono in filigrana tutti i temi che fanno di Bolaño un ironico, malinconico poeta: l'amor tradito, le illusioni perdute. La fragilità del tutto. «Quello che è perso è perso», si conclude, nella voce di abissale e disarmante banalità di un narratore, la storia che sembrava piena di rumore e di furore.
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  • 3

    E' un laboratorio piccolissimo, minuscolo, buono per un massimo di due persone, e a ogni parete sono appesi attrezzi, fasce, manici, legni di varia dimensione, sulla parete di fronte a noi c’e' una di ...continua

    E' un laboratorio piccolissimo, minuscolo, buono per un massimo di due persone, e a ogni parete sono appesi attrezzi, fasce, manici, legni di varia dimensione, sulla parete di fronte a noi c’e' una dispensa con appesi alle mensole manici di violino di diversi colori e sulla parete alla nostra destra, dietro la sedia del maestro, sono appese due foto, una un primo piano in bianco e nero di un uomo di mezza età, con gli occhi duri e i baffi folti, e un’altra più grande, incorniciata, sempre in bianco e nero che ritrae un negozio di legnami del secolo scorso e un uomo sulla soglia appoggiato allo stipite, sorridente appoggiato allo stipite lui guarda verso l’obiettivo, e un anziano sul lato sinistro della foto, gobbo e intento a guardare qualcosa a terra. Il figlio di Siena non dice nulla, neanche ha salutato lui dei liutai ha paura dalle sue parti i liutai sono visti come orchi non e' colpa sua se non saluta e' colpa di chi gli ha messo certe storie nella testa quando era piccolo. Io neanche dicevo niente, davanti al liutaio, e io questo liutaio lo conosco da un bel po' e' amico di Firenze e si e' trasferito qui da anni. Siamo stati io e il figlio di Siena per almeno mezz'ora a guardare il liutaio lavorare e noi senza dire niente neanche fiatare c'era un odore buonissimo nella stanza un odore di legno e colla liquida e vernice un odore uno di quelli da dipendenza tipo cioccolata tipo una bella scopata. Il liutaio sta li' che lavora a un certo punto dice ah, che bellezza. Tu lo sai, dice lui rivolto a me, che questo odore mi fa morire? Io ho annuito e lui ha guardato verso di noi ci squadrava, a me e al figlio di Siena e con l'indice si sistemava gli occhiali sul naso. Eh, ha detto il liutaio, non vi sarete mica pensati chissà che, io lo dico quello è un cretino, e si riferiva al suo assistente che non ci voleva far entrare, il cretino ci ha detto che un violino per il figlio di Siena al momento non si poteva fare perché' il maestro era busy, e quando il cretino ha detto busy il figlio di Siena si e' grattato il culo. Gli ho detto mille volte, ha detto il liutaio, gli ho detto mille volte a quel cretino, se uno è cliente è cliente, mica sono un diavolo! E poi guarda là, tu sì che sei un bel giovanotto, come ti chiami?, e il figlio di Siena ha detto il suo nome. Ah, come il mio fratello più' piccolo quello morto! Lavorava lui con me ora invece mi sono dovuto prendere questo cretino che non sa distinguere un violino da una chitarra ne' un cliente da uno rompi palle. A me son gli scocciatori che rompono, mentre sono qui nel lavoro e nei rumori. Perché una delle cose che a me veramente mi piace di questo lavoro è il rumore, il rumore della pialla, il rumore del coltello della lima della carta da vetro, bello, mi fa compagnia, a volte preferisco che ci sia il silenzio per sentire il rumore degli attrezzi piuttosto che la musica; per non parlare poi di quelli che vengono a rompere i coglioni. L’altro giorno quel cretino fa passare uno: din don, buongiorno, mi dica, dice senta, lei fa il liutaio da tanto?, io dico sì, lui dice sa, mio nonno suonava il mandolino; mi fa piacere, dico io, e posso essere utile per qualcosa?, lui dice no, le volevo dire solo che mio nonno suonava il mandolino. Anche il mio, gli ho detto io, mio nonno aveva un mandolino fantastico, però, voglio dire, chi se ne frega, la discussione finisce lì. Anche lì, dell’apertura del laboratorio fuori al mercato, voglio dire, detto così, a uno che viene dal periodo della rivolta studentesca, delle grandi utopie, questa storia del laboratorio aperto, all’inizio anch’io c e l'avevo in testa, e vedevo che... cazzo dicevo?, ah si', a me anche certo nel laboratorio piacerebbe avere la gente che entra, far parte del tessuto sociale della via dove tu lavori, essere parte integrante della comunità' fare folclore tutta questa piena di queste stronzate insomma... ma a parte quelli che vengono per il lavoro, che quelli dico ben vengano, ma altrimenti, per gli altri, aver la bottega aperta sulla strada da dove venivo io, quasi tutti sono gente che viene quello a farti la fotografia, quello a sentire se tu mi accomodi la fisarmonica del bambino, che l’ha rotta, cioè voglio dire, quelli che vengono a dire ah bella giornata oggi per passare di qui, quello che mi suona il campanello per dirmi sai mio nonno suonava il mandolino, e chi se ne frega, il mio anche, il mio anche lo suonava. E lì che succede?, questo modo di dire no, cioè i liutai sono un po’ esagerati, sono pieni di sé, sembra che si credono di essere chissà chi, sì, può darsi ci sia anche qualcuno a quella maniera, io non dico di no, per carità, quelli che dicono maestro, sì, oh, oh, mi dica, mi dica, quello lo capisco, però mettiamoci nei panni di un povero diavolo che lavora, io magari sto a fare un incollaggio di un manico no?, l’incollaggio del manico è un incollaggio importante, praticamente tutta la forza dello strumento, tutto il peso del violino, delle corde, sul ponticello, fa leva su questo, questo è il fulcro, se uno sbaglia, se uno perde tempo o gli viene il manico storto, o gli si incolla male, o gli si ghiaccia la colla se tu cominci a aprire la finestra, specialmente d’inverno se si fa questi lavori d’inverno, è un po’ un problema, che succede?, succede sei in bottega, la colla, tutta la temperatura, diciotto gradi, il riscaldamento acceso, se tu lavori e si apre la porta e mio nonno suonava il mandolino, è chiaro che tu prendi il coso della colla e glielo tiri dietro: perché?, non perché tu sei ignorante e cattivo, ma perché praticamente in quel momento ti danneggia, uno che fa una cosa del genere ti danneggia: allora io, se devo stare, onestamente, se mi devo mettere, all’animo, di, darmi la bottega, avere questi imbecilli che entrano, allora mi metto il campanello, si riceve solo per appuntamento, anche se tanto è uguale: io ho lavorato in pubblico per trent’anni, e ti rompono l’animo uguale, ti battono il vetro: un giorno, ero lì che stavo cercando di mettere, ero allievo, ero nella bottega del maestro (si riferiva a Firenze), ero dal maestro in centro, ero che stavo cercando di mettere un morsetto a una fascia e non c’era verso di farla tornare e sento battere il vetro, che il maestro aveva pure messo il campanello, apro, un signore mi sorride e mi dice, che hai per caso da prestarmi una matita?, e io allora me lo guardo e gli faccio, abbia pazienza lei, scusi lei, ma ci va a pigliarlo un attimo in culo? Senta un po’, mi risponde quello, ma è un ignorante lei. E sono anche ignorante, ma di’ un po’: devi smontare tutti i morsetti della fascia, lavare tutta la colla perché chiaramente era ghiaccia, non c’era più verso di adoperarla, e questo perché?, per un niente, un lapis, per un lapis vai dal tabaccaio e non mi rompere i coglioni!, voglio dire, e allora ho deciso, ho deciso di venire qui e di lavorare in un laboratorio chiuso, a chiunque, c’è la stanza, di là, che avete visto, e si riceve, si telefona, io vengo, dica dica, quando vogliono, a me non mi danno mai noia, però, mi devono telefonare per dirmelo, perché se in quel momento sono a fare una cosa che mi richiede la massima attenzione, e non voglio gente intorno, ma non perché, non è una questione di segreti, quelle sono tutte stronzate, è proprio una questione di tranquillità interiore, per riuscire a fare il lavoro il meglio possibile, poi dopo per il resto, quando io ho finito si può stare pure fino a domani mattina, figurati a me che, anzi, sono uno che mi piace stare. Ma è un lavoro così. È un lavoro che se uno gli rompe il cazzo nel momento sbagliato gli fa un danno grosso cosi'. Non è per cattiveria se uno che si mette a fare un lavoro del genere non vuole gente intorno, per cui spesso e volentieri, modo di dire, di pensare i liutai, i liutai; i liutai se tu gli rompi i coglioni, diventa l’ignorante per eccellenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Il campeggio sulla penisola iberinava di un sudamericano nordeuropeo.

    Le barche da pesca che, vai a sapere perché, hanno l’odore della crema per il viso. Il cielo che sembra “un polmone in una tinozza piena di pittura blu”. La riflessione sull’amore che rende più genero ...continua

    Le barche da pesca che, vai a sapere perché, hanno l’odore della crema per il viso. Il cielo che sembra “un polmone in una tinozza piena di pittura blu”. La riflessione sull’amore che rende più generosi: forse, ma con chi si ama, semmai, e molto meno generosi, o generosi come sempre ma non con lo stesso entusiasmo di prima, con gli altri. L’aria, nell’afa estiva dalla cittadina spagnola sulla Costa Brava, densa da doverla attraversare: ‘Se si tendevano le braccia, come i segnalatori delle portaerei, si aveva la sensazione di ficcarle simultaneamente nel culo e nella fica, a un delirio atmosferico o a una extraterrestre.’ La poetica da ragazzo picchiato che si rialza, da mondo finito che non è mai veramente iniziato, da meglio perdenti che vinti dalla ansie e ossessioni della vittoria, di Roberto Bolaño nel romanzo c’è tutta, con una sobrietà, e una maturità, e una ‘ordinarietà’ che sarà bello scombussolare, ma che è anche bella da leggere qui, così.

    I personaggi, tutti, dalle tre voci narranti principali (tre uomini; la psiche più autonoma è di Remo Moràn, il cileno che ha fatto una piccola fortuna a Z e che pensa poco per raccontare meglio; Gaspar Heredia è deboluccio, l’immigrato spaesato, è il testimone di se stesso, uno svuotato; Enric Rosquelles, il dirigente comunale, è finto fino a farne un espediente letterario e basta), ai garzoni di taverna che durano il tempo di una frase, in “La pista di ghiaccio” hanno credibilità narrativa, come altre volte manca a Bolaño quando fa il patafisico sotto altro nome.

    L’ambiente, la trama, il clima fisico e metafisico, tutto fila senza offrire mai lo scampo di una roccia affiorante a cui aggrapparsi per interrompere l’imparzialità della corrente. Una morale: la vita è come il ghiaccio, il rischio è lo stesso sia se impari a andarci su troppo bene sia se non sai andarci affatto: ti scivola sotto i piedi e questa eventualità è più dolorosa di qualsiasi caduta e frattura, frattura tua o del ghiaccio: entri e esci di pista e accada quel che ti accada, sembra comunque tu abbia avuto a malapena il tempo di infilare i pattini che ecco, li devi restituire a chi te li ha noleggiati e l’esibizione è finita.

    Bisogna imparare a camminare e poi bisogna imparare come dimenticarselo, per poi imparare di nuovo: a imparare come si fa e a imparare come si fa a non saperlo più fare.

    Com’è triste, il bel romanzo fatalista di Bolaño, ma la tristezza è un pezzo troppo facile, è come camminare su una crosta di un chilometro di spessore. Chi vuole essere un campione olimpionico della letteratura deve filare su una lastra di ghiaccio sottilissima con ai piedi gli scarponi chiodati, mettendoci il crepapelle delle risate nel corpo che raggrinzisce mentre la superficie di ghiaccio si spacca sempre più e l’unico generatore di emergenza immaginabile per farla tenere un altro po’ devi immaginartelo da te e esserlo tu.

    ha scritto il 

  • 3

    Troncato

    A Robbè mi dici che ti è successo dopo un tot di pagine? Pardon, non mi puoi rispondere essendotene andato troppo presto. Inizio sfavillante...amori strambi ma carinissimi (solo nei libri e nei film, ...continua

    A Robbè mi dici che ti è successo dopo un tot di pagine? Pardon, non mi puoi rispondere essendotene andato troppo presto. Inizio sfavillante...amori strambi ma carinissimi (solo nei libri e nei film, of course) e poi, e poi la pista di ghiaccio. Premesse per un grande romanzo. E invece? Invece giunti a metà dell'opera è come vedere un atleta che, piano piano, ma inarrestabilmente, s'imballa e si spegne, giungendo al traguardo per inerzia.

    ha scritto il 

  • 4

    * illeggibile
    ** insufficiente
    *** sufficiente
    **** discreto
    ***** BUONO
    ****** ottimo
    ******* capolavoro

    Anche gli antipatici soffrono per amore. Già questo basterebbe. Ma ciò che conta è la nostalgi ...continua

    * illeggibile
    ** insufficiente
    *** sufficiente
    **** discreto
    ***** BUONO
    ****** ottimo
    ******* capolavoro

    Anche gli antipatici soffrono per amore. Già questo basterebbe. Ma ciò che conta è la nostalgia di un'attesa che non si è realizzata, che non si realizza in nessuna vita. Il ricordo del momento in cui tutto avrebbe potuto essere non ci risparmia e il nodo alla gola è una emozione dolce e struggente.

    [audiolibro]

    ha scritto il 

  • 3

    E' uno dei primi che ho scoperto di Bolano; non mi è affatto dispiaciuto e mi è servito per fiondarmi su "I detective selvaggi" e, dulcis in fundo, il monumentale 2666, ancora in lettura.

    ha scritto il 

  • 0

    La tigre nello zoo

    in tanti dicono che questo sia il noir di Roberto Bolano. E allora via con le spietate analisi dei moventi, la consecutio temporum, la valutazione della perizia delle indagini, del destino dei crimina ...continua

    in tanti dicono che questo sia il noir di Roberto Bolano. E allora via con le spietate analisi dei moventi, la consecutio temporum, la valutazione della perizia delle indagini, del destino dei criminali, la vita turpe o mascherata della vittima. Si assiste a una decodifica di Bolano attraverso il noir. Quasi ogni lettura anobiana fa più o meno questo.
    Ma leggere Bolano come se fosse un noir (e applicando ad esso tutti gli elementi e gli sforzi del genere) è come ingabbiare una tigre. Da che mondo è mondo, è di gran lunga più bello vederla in una savana che rinchiusa in uno zoo.

    ha scritto il 

  • 3

    Uno de los puntos que más me atraen de la obra de Bolaño son sus personajes secundarios, seres siempre al límite que parecen van a irse al diablo en cualquier momento, prostitutas melancólicas, superv ...continua

    Uno de los puntos que más me atraen de la obra de Bolaño son sus personajes secundarios, seres siempre al límite que parecen van a irse al diablo en cualquier momento, prostitutas melancólicas, supervivientes de naufragios vitales, mujeres extrañas e inquietantes, poetas mediocres que engarzan trabajo temporal tras trabajo temporal. Todos ellos parecen vivir por inercia en un mundo definido por los recuerdos nostálgicos de tiempos no necesariamente mejores y un porvenir inexistente, personajes que parecen obrar el milagro de mantenerse en un equilibrio precario, de ir tirando, de saberse desterrados y fuera de su tiempo y patria.

    En La pista de hielo tenemos a uno de esos poetas mediocres que apenas escribe en sus cuadernos y es vigilante nocturno de un camping de verano, una mujer madura que canta en bares y calles como medio de supervivencia, una muchacha que apenas habla y que esconde un cuchillo de cocina bajo la ropa, un extraño hombre al que apodan el recluta y que parece perdido de la realidad, ajeno a todo, un veterano vigilante que habla de guerras pasadas, un conjunto de seres que sobreviven en la calle, que son como sombras tras una cortina de niebla. “Soy un recluta en este pueblo del infierno, dijo el Recluta cuando pregunté por qué lo llamaban así. Un recluta, un novato a los 48 años, un pardillo que no conoce las trampas ni tiene amigos en quien afirmarse. La rebusca en contenedores le daba algo de dinero, el resto del día vagaba por algunos bares apartados de la playa, nada turísticos, en las salidas de Z, o bien se pegaba como una lapa a la sombra siempre imprevisible de Carmen. Ésta le había puesto el nombre de Recluta y en su voz era como mejor sonaba: Recluta haz esto, Recluta haz lo otro, Recluta cuéntame tus penas, Recluta vamos a beber. Cuando Carmen decía Recluta uno podía escuchar la música de fondo de una calle de Andalucía llena de pobres conscriptos de permiso, buscando una pensión barata o un tren para escapar del cataclismo tantas veces soñado; su silabeo arrastrado y luminoso, que al Recluta, por otra parte, le encantaba al grado de poner los ojos en blanco, tenía algo de baño colectivo de hombres con un agujerito en el techo por donde la hija pequeña del Capitán General observaba la tortura de cada mañana bajo las duchas frías.”

    Conviven con otro poeta que no escribe pero que ha logrado construir un pequeño imperio de tiendas, hoteles y campings, una patinadora de belleza única que patina con la melodía de La danza del fuego en una pista construida dentro de un antiguo palacete y que lleva al desastre a un político catalán enamorado de ella, tres personajes que parecen la otra cara de la moneda pero que son igualmente supervivientes y perdedores.

    La pista de hielo cuenta con tres narradores, sus voces se entrelazan para contar y avanzar en la historia de un asesinato, de amores frustrados o encontrados, de una ciudad que vive sólo en la temporada veraniega. Todo es temporalidad y fugacidad en esta historia. A veces, mientras avanzaba por los capítulos de esta novela de Bolaño, sentía puntos de unión con El tercer Reich: la ciudad costera, la temporada de verano y los seres extraños y límites. Tenemos las voces de Remo Morán, un poeta chileno que se ha instalado en Z y ha abierto varios negocios, Gaspar Heredia, poeta mexicano que llega a Z para trabajar como vigilante nocturno y se enamora de una muchacha extraña y que parece muda, y Enric Rosquelles, un turbio político que se deja llevar por el deseo y la pasión hacia Nuria, la celebridad local, una patinadora de belleza inquietante.

    La novela avanza a un ritmo endiablado, los tres narradores parten de distintas partes para, a las pocas páginas, cruzar sus voces y sus vidas, enriqueciendo y agilizando con sus diferentes puntos de vista la historia. La lectura es rápida y engancha y tienes momentos inolvidables, como la imagen de una hermosa mujer patinando sobre una pista de hielo, la misma pista de hielo, escondida dentro de un palacio en ruinas, o los momentos donde el amor es posible, a pesar del dolor, y hay dos cuerpos y una habitación.

    Una pista de hielo, un cuchillo escondido bajo la ropa, el amor silenciado y el amor doliente, media docena de personajes que se cruzan en un verano atípico, la sensación de un destino marcado del que es imposible escapar. Bolaño escribe una novela intensa en La pista de hielo.

    ha scritto il 

  • 3

    lo stile è sicuramente interessante ma proprio non mi appassiona, mi risulta difficile seguire un filo logico le varie parti sembrano slegate e non mi rimane neanche la tratteggiatura dei personaggi m ...continua

    lo stile è sicuramente interessante ma proprio non mi appassiona, mi risulta difficile seguire un filo logico le varie parti sembrano slegate e non mi rimane neanche la tratteggiatura dei personaggi ma solo qualche loro pensiero fugace, una riflessione che mi colpisce ma restano dei fantasmi

    ha scritto il 

  • 4

    Il mio primo Bolano...

    ...certamente non l'ultimo. Una gradevolissima sorpresa il superamento, da parte di questo fecondo Autore, del realismo magico, talora un po' invischiante, che pervade gran parte della letteratura sud ...continua

    ...certamente non l'ultimo. Una gradevolissima sorpresa il superamento, da parte di questo fecondo Autore, del realismo magico, talora un po' invischiante, che pervade gran parte della letteratura sudamericana (Márquez, Borges, Amado, Allende). Notevole ed insolita la narrazione dal punto di vista dei tre personaggi principali, ognuno con la sua visione della realtà; intensa l'attenzione rivolta ad un sottobosco di emarginati posseduti da un dolore senza voce e senza speranza.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro è stato scelto come lettura del mese dal gruppo di cui faccio parte. Il genere stabilito era il noir ma, come ci ha giustamente spiegato un'amica che l'ha letto con noi, questo è un noir ...continua

    Questo libro è stato scelto come lettura del mese dal gruppo di cui faccio parte. Il genere stabilito era il noir ma, come ci ha giustamente spiegato un'amica che l'ha letto con noi, questo è un noir atipico. Che ci sia un morto lo si sa da subito, ma chi è che muore lo si scopre solo verso la fine. Il detective non c'è, chi indaga è il lettore, che seguendo gli eventi raccontati da ognuno dei protagonisti secondo la propria versione, cerca di trovare il bandolo della matassa, ma la difficoltà è ovviamente doppia, visto che per un bel pezzo non si sa neanche su cosa si deve indagare.. la "famme fatale", tipica protagonista dei romanzi noir, è in questo caso una bella ragazza che manipola senza la consapevolezza di manipolare e, anzi, alla fine si rivela molto ingenua. Detto questo, Bolano scrive davvero bene, i protagonisti sono ben tratteggiati e la storia, anche se non è propriamente trascinante, appassiona.

    ha scritto il 

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