La prima verità

Di

Editore: Einaudi (Stile libero Big)

3.7
(199)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 402 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806212680 | Isbn-13: 9788806212681 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Criminalità , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Una giovane donna va in anni recenti alla ricerca del misterioso passato dei reclusi di un enorme lager in un'isola greca dove il regime dei colonnelli confinò insieme folli, poeti e oppositori politici. E sprofonda, come il coniglio di Alice, seguendo tracce semicancellate archivi polverosi e segni magici, in una catena imprevista di orrori e segreti dove la pazzia sempre più si mostra come eterno segno dell'opposizione e della ribellione e il passato rivive in storie miracolose, in una festa del linguaggio e della parola. Nella seconda parte del romanzo la detection su follia, normalità e violenza della giovane donna si allarga al mondo contemporaneo e finisce col diventare inevitabile, sconvolgente autobiografia dell'autrice, dove il nodo del rapporto con la madre e la scoperta del fantasma della propria follia (e di quella materna) si aprono in immagini di rara forza. Unica salvezza è la parola poetica, la passione di dire e raccontare che unisce i mondi nel gesto individuale di chi ha il coraggio di cercare ancora "la prima verità".
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  • 4

    null

    Brava Simona Vinci nel trattare gli argomenti più difficili, quelli che tutti non vorremmo mai udire, perché a certi orrori è difficile porre rimedio. La sua scrittura è molto particolare, la si ama o ...continua

    Brava Simona Vinci nel trattare gli argomenti più difficili, quelli che tutti non vorremmo mai udire, perché a certi orrori è difficile porre rimedio. La sua scrittura è molto particolare, la si ama o la si odia, probabilmente. La mescolanza di argomenti non crea caos ma incide profondamente su quanto l'autrice vuole comunicarci, rendendola singolare

    ha scritto il 

  • 1

    momento sbagliato?

    a me proprio questo libro non è piaciuto, l'ho trovato abbastanza sconclusionato, come se si fossero voluti far combaciare due racconti che erano nati per star da soli.

    ha scritto il 

  • 4

    4 e mezzo

    Storie dei dimenticati e degli sconfitti, storie di uomini ignorati dalla Storia, storie tragiche ma di una bellezza devastante.

    “La prima verità” non è un libro facile da leggere, io ne ho assaporato ...continua

    Storie dei dimenticati e degli sconfitti, storie di uomini ignorati dalla Storia, storie tragiche ma di una bellezza devastante.

    “La prima verità” non è un libro facile da leggere, io ne ho assaporato pochi capitoli al giorno. L’orrore che trapela dalle pagine non può lasciare indifferenti. Il dolore lo si prova sulla propria pelle rimanendo increduli nel leggere le violenze subite dai malati. Sanità e pazzia si confondono, il labile confine svanisce e si perde nel tempo. Anche oggi, accadono tragedie senza precedenti, figlie di una pazzia contagiosa. Il tempo dei mostri mostra il suo volto negli attentati di matrice terroristica, nella paura dell’ignoto che avanza. Proprio lì, a Leros, nello stesso luogo d’internamento dove i malati psichiatrici, i disabili, i bambini abbandonati hanno vissuto l’inferno in terra, i profughi ora vengono ospitati per iniziare una nuova vita.

    Le paure di ieri si confondono con la paura del presente.

    Simona Vinci, con il suo romanzo potente e drammatico, sdogana la follia narrando la pazzia che contamina il mondo. Narra l’esclusione di chi è considerato diverso dando voce alla memoria dei luoghi, liberando l’eredità del passato, ascoltando chi bussa alla porta del suo cuore. Prende vita, così, un racconto doloroso, a momenti crudele che vive su più piani temporali e spesso supera i confini di Leros per sorvolare altri luoghi, altre storie, altre follie.

    Recensione completa su Penna D'oro http://pennadoro.blogspot.it/2017/04/la-prima-verita-vinci.html

    ha scritto il 

  • 3

    Orrore nella bellezza greca

    Incipit
    ”Un lettino di ferro con le sbarre bianche e un corpo nudo, quello di una bambina tra il sette e dieci anni. Che è una femmina, si capisce solo del taglio tra le gambe unite e tenute ferme da ...continua

    Incipit
    ”Un lettino di ferro con le sbarre bianche e un corpo nudo, quello di una bambina tra il sette e dieci anni. Che è una femmina, si capisce solo del taglio tra le gambe unite e tenute ferme da una cinghia di contenzione. Anche le braccia sono legate alle sponde con due strisce di tela e tutto il peso del corpo si regge sui gomiti. Dietro la schiena, un cuscino macchiato e sotto il sedere, una tela cerata. Nell’angolo il fondo a destra si intravede un materasso a righe.
    Poi c’è il buio.”

    Un libro che parla di manicomi, di repressione di malati (ma anche di politici), di torture e di sofferenze.
    Gli ambienti sono diversi: per gran parte la storia è ambientata nell’isola di Leros, dove, per lungo tempo, fino agli anni ‘70, furono internati, in un lugubre edificio, i “matti” di tutta la Grecia e, dopo il colpo di Stato dei colonnelli, nel 1969, anche gli oppositori politici. Tra questi il poeta Yannis Ritsos, al quale si ispira uno dei personaggi del libro.
    Un altro luogo è Budrio, dove il rapporto con i “matti”, seppure meno drammatico, è frequente e colpisce la fantasia dei bambini. A Budrio c’erano due istituti psichiatrici: il San Gaetano e Villa Donini, con un totale di circa 600 ricoverati.
    Infine, l’ultimo luogo raccontato nelle pagine finali del libro è Freetown in Sierra Leone: si tratta dell’ospedale psichiatrico Kissy Mental, che era l’unico in tutto il Paese.

    Questo libro mi ha colpito perché condivido con l’autrice l’interesse per la storia dei manicomi e delle tante vite legate a queste istituzioni. C’è sempre in questi luoghi qualcosa di misterioso, di segreto e di vergognoso, come se fossero luoghi sotterranei. Per questo siamo attratti nel desiderio di esplorarli e affascinati dalla ricerca del segreto, anche se, spesso, alla fine, ci troviamo davanti a vicende banali, di “ordinaria follia” e non riusciamo raggiungere una comprensione maggiore di quella dalla quale eravamo partiti.
    Ho segnato un pezzo che mi ha colpito, che riguarda la passione per le ricerche negli archivi e per lo scavo nei faldoni, la curiosità che ci spinge, come dei “minatori”, a cercare tra le storie delle risposte:

    “Questa stanza nel seminterrato di un edificio di un’isola sperduta nell’Egeo, con i suoi veli di ragnatele che sembravano millenarie, lo strato di polvere oleoso che ricopriva ogni cosa, per lei era un sogno … Una fila di faldoni scoloriti e in disordine. Registri annuali, cartelle di pazienti, fotografie, tutto affastellato senza un ordine cronologico, quasi scompigliato di proposito, come se conoscere la storia di quel posto e delle persone che ci erano finite dentro dovesse risultare impossibile a chiunque avesse osato metterci le mani in mezzo … Forse, pensò Angela, dietro non c’era niente di strano o misterioso, niente che valesse la pena di essere indagato, davvero doveva trattarsi solo di incuria e disinteresse, perché in effetti le vite di quelle persone erano irrilevanti. Erano irrilevanti i loro nomi, le loro facce, le diagnosi a loro riferite, irrilevante la durata del loro passaggio in questo posto in particolare e, in generale, del loro passaggio sulla terra. Decine, centinaia, migliaia di disadattati, psicopatici, cerebrolesi, deficienti, handicappati, casi umani tutti diversi, ma in fondo tutti uguali”
    (Pagine 64 65)

    Dunque “irrilevanti”, da nascondere, da tenere lontani (non a caso i manicomi erano costruiti sempre lontani dalle città e addirittura nelle isole chiusa). Ma questo disordine dell’archivio corrisponde bene al disordine del “mondo di sopra”, dove si aggirano i “matti”, lasciati a se stessi, tra la sporcizia, oggetti di semplice custodia o peggio di contenzione, e mai di cura.

    ha scritto il 

  • 0

    La prima Verità

    Con "La prima Verità" Simona Vinci ha dato vita a un romanzo che non può lasciare indifferenti. Tratto da eventi realmente accaduti, la storia arriva al lettore con la stessa violenza di un pugno nell ...continua

    Con "La prima Verità" Simona Vinci ha dato vita a un romanzo che non può lasciare indifferenti. Tratto da eventi realmente accaduti, la storia arriva al lettore con la stessa violenza di un pugno nello stomaco. Siamo in Grecia, sull'isola di Leros, dove un ospedale psichiatrico (ma più corretto sarebbe definirlo prigione) ospita malati mentali di ogni età, bambini compresi. E non solo. Perchè dentro quelle mura circondate da un mare che suscita meraviglia finiscono anche dissidenti politici. I primi vengono abbandonati a loro stessi, legati ai letti o in casi irrecuperabili lasciati all'aperto come animali, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche; i secondi sottoposti a torture indicibili. Ecco che il romanzo si fa denuncia di un pezzo di storia a lungo taciuto e che porta alla luce il lato più oscuro dell'animo umano. Ne sanno qualcosa i personaggi principali che portano avanti il racconto: Teresa, Stefanos; Nikolaos. Ognuno con la propria storia portata sulle spalle come una pesante tara, tutti anestetizzati e rassegnati all'ineluttabilità del loro destino si fanno portavoce di una collettività dimenticata o, peggio ancora, volutamente ignorata. Non c'è pietà, non c'è redenzione. Solo indignazione, quella suscitata nel lettore. La Vinci ha una scrittura che incanta per la sua scorrevolezza e che nonostante questa apparente semplicità affonda nell'animo come una lama tagliente. L'unico neo, se vogliamo trovarne uno, è la parte in cui racconta in prima persona il suo vissuto, dove la malattia mentale ha un peso non indifferente, e che forse spiega l'interesse per questo tema. Una sorta di appendice superflua per un lavoro degno del Premio Campiello.

    ha scritto il 

  • 3

    Dentro questo libro si sta male. Ci sono dei luoghi che non dovrebbero esistere, oscuri, inspiegabili, luoghi dove soprattutto non so cosa fare. Scendo nell’inferno della psichiatria preBasaglia senza ...continua

    Dentro questo libro si sta male. Ci sono dei luoghi che non dovrebbero esistere, oscuri, inspiegabili, luoghi dove soprattutto non so cosa fare. Scendo nell’inferno della psichiatria preBasaglia senza armi, portata dalle parole che mi ci fanno scivolare senza che me ne accorga finché ormai ci sono dentro. E allora devo guardare, anche attraverso il filtro di una narrazione che pesa le parole e le trasforma in pietre. Eppure, guardando il bimbo che il sasso lo mette in bocca per tacere, imparo a osservare i gesti e i corpi che parlano senza le parole. Forse imparerò a non avere paura.

    ha scritto il 

  • 3

    Mi piace come scrive: acqua di fiume.
    Lei lo chiama romanzo: bah, sì, no, è strano. Fino a un certo punto sembrano parti slegate, salti temporali un po' disarmonici, parti di vita sua reali oppure no, ...continua

    Mi piace come scrive: acqua di fiume.
    Lei lo chiama romanzo: bah, sì, no, è strano. Fino a un certo punto sembrano parti slegate, salti temporali un po' disarmonici, parti di vita sua reali oppure no, reportage giornalistico. È un po' di tutto questo in effetti e ha un che di sperimentale nella struttura.
    Detto questo...
    Il tema è una stilettata continua, e io ho seri problemi sia col disagio mentale, sia con certe forme di violenza.
    Il primo mi spaventa perché non è da me assolutamente gestibile. Ho grosse difficoltà a riconoscere l'umanità in questi casi.
    La stessa difficoltà tuttavia che ho a riconoscere come miei simili esseri che di tali situazioni se ne approfittano o che cancellano ogni forma di dignità.
    Certo è che spesso si preferisce non sapere, perché fa troppo male, e non c'è nessuna prima verità, ma solo continue mediazioni.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro toccante e a tratti inquietante. La storia di questo manicomio e delle sue storie e dei suoi personaggi mi ha profondamente toccato.
    Pezzi di vita e momenti di storie al limite della realtà ...continua

    Un libro toccante e a tratti inquietante. La storia di questo manicomio e delle sue storie e dei suoi personaggi mi ha profondamente toccato.
    Pezzi di vita e momenti di storie al limite della realtà in un ambiente che assomiglia ad un lager.
    Personaggi che restano impressi e descritti in una maniera ottimale.
    Un bello stile di scrittura , un pochino difficile la terza parte che sembra staccata dalla storia iniziale .

    ha scritto il 

  • 4

    A volte penso che la malattia mentale, i manicomi, la pazzia siano strettamente connessi con la letteratura, non so se questa è terapeutica per gli uni o viceversa, la letteratura si nutre delle p ...continua

    A volte penso che la malattia mentale, i manicomi, la pazzia siano strettamente connessi con la letteratura, non so se questa è terapeutica per gli uni o viceversa, la letteratura si nutre delle parole dei pazzi, le quali sono un po' magiche o un po' false "e per questo sono le più vere di tutti", citando il libro. Ma il libro è anche altro, c'è il desiderio di portare alla luce i nostri fantasmi, che a volte ci passeggiano accanto, magari vicino a casa o nei luoghi che ci affascinano. Infatti, le vie dell'orrore passano anche attraverso isole che evocano azzurro, tranquillità, senso di pace. Anzi, quasi sempre i posti di detenzione e i manicomi erano su isole, per rendere difficoltosa un'eventuale fuga. Così questo romanzo inizia proprio parlando di uno di questi manicomi, fino a scavare nell'orrore che ognuno si porta dentro.
    Il libro mi è piaciuto in ogni sua parte. Anche se forse può apparire poco organico, l'ho trovato molto evocativo e potente. Forse mi ha colpito particolarmente perché io a Leros ci sono stata, e non è proprio l'isola brutta evocata da Durrell, anzi: avevo visto gli affreschi dei deportati, avevo visto la panaghia kavouradena, la graziosa chiesetta incastrata tra gli scogli, ho nuotato tra le acque azzurre, notato le architetture fasciste, libere dalle imposizioni del regime, ma non sapevo del luogo al di là dell baia, dove tante persone hanno vissuto, sofferto e sono morte senza lasciare traccia. Era giusto che le loro parole e i loro sogni entrassero nella nostra memoria, proprio perché ogni storia è una storia di fantasmi.

    ha scritto il 

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