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La ragazza che non era lei

Di

Editore: Einaudi

3.2
(188)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806176099 | Isbn-13: 9788806176099 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico

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Descrizione del libro
Leika Orbit è una ragazza come tante altre. Ha ventiquattro anni ed è più checarina. Ma non è felice, non sa neanche lei il perché. È seduta in unfast-food, di fronte a un bicchiere di Coca Cola, quando uno sconosciutoattacca discorso. Non le piace veramente, e poi parla come un pazzo. Ma Leikalo segue e quel che sarebbe dovuta essere un'avventura di poche ore sitrasforma in un incubo. La ragazza è catapultata in uno strano mondo sommersodalla polvere, dove la radio manda sempre la stessa canzone e niente sembradavvero reale. Con questo romanzo Tommaso Pincio trasporta il lettore in unmondo alieno, dove riemergono le idee, gli oggetti di culto, le leggende, leteorie scientifiche degli anni Sessanta e della "controcultura".
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  • 4

    LA RAGAZZA CHE NON ERA LEI

    Laika si trova in una città di frontiera di un’America contemporanea, dove sorgono i più grandi escrementifici del paese, nella vana attesa del ritorno dello sconosciuto che, dopo averla abbordata in un bar, l’ha condotta laggiù a Cloaca Massima, tra polveri tossiche e stupri più sognati che real ...continua

    Laika si trova in una città di frontiera di un’America contemporanea, dove sorgono i più grandi escrementifici del paese, nella vana attesa del ritorno dello sconosciuto che, dopo averla abbordata in un bar, l’ha condotta laggiù a Cloaca Massima, tra polveri tossiche e stupri più sognati che reali. Kinky vive negli anni sessanta sperimentando tutte le possibili esperienze: droga, vita di gruppo, amore libero. Il figlio che nasce da questa sua promiscuità è un essere strano, che non parla ma osserva. Si chiama Zxyz e ama esprimersi eliminando le vocali. Ed è Zxyz che, incontrandosi Laika, unisce le storie. Ma nulla è così chiaro: “Tutto sommato mia madre ha fatto bene a non darmi subito un nome. Fateci mente locale, i nomi servono soltanto a nascondere la nostra essenza numerica. Sono tentazioni di esistere, chimere.” Una storia paranoica e destrutturata, sullo stile del postmodernismo americano di Burroughs, Dick, Gibson, Pynchon e Wallace. Non conoscevo Pincio. “Un italiano che scrive come un americano”, di quelli che piacciono a me. Molto bravo.

    ha scritto il 

  • 3

    Dopo il notevole "Un amore dell’altro mondo" (2002), ecco un altro lavoro di Pincio, forse non altrettanto intenso e straniante. Un viaggio allucinante e di sola andata nella California degli anni Sessanta, in compagnia di una ragazza. Un bilancio su ciò che è rimasto e ciò che è andato perso di ...continua

    Dopo il notevole "Un amore dell’altro mondo" (2002), ecco un altro lavoro di Pincio, forse non altrettanto intenso e straniante. Un viaggio allucinante e di sola andata nella California degli anni Sessanta, in compagnia di una ragazza. Un bilancio su ciò che è rimasto e ciò che è andato perso di quel decennio.

    ha scritto il 

  • 3

    Se volete farvi due (psico)palle grandi così.

    Menate sulla fine dello Spirito degli anni '60 che è morto per sempre, da parte di presunti buddisti che evidentemente dimenticano la trasmigrazione del karma. Menate su nerd geniali alla Nash che giudicano il tutto con matematica incontestabilità -credo di poter individuare senza sforzo eccessiv ...continua

    Menate sulla fine dello Spirito degli anni '60 che è morto per sempre, da parte di presunti buddisti che evidentemente dimenticano la trasmigrazione del karma. Menate su nerd geniali alla Nash che giudicano il tutto con matematica incontestabilità -credo di poter individuare senza sforzo eccessivo la fonte del mio sì intenso scetticismo nei confronti dei tecnici. MENATE, MENATE, MENATE, ma poi che cazzo di senso ha farsi chiamare Tommaso Pincio? Nomi d'arte della minchia.

    -per precisare, Boom e il tizio illuminato dall'acido "siamo le palline del flipper che rotolano verso la California" (approssimativamente) e le discussioni sugli alberi messicani sono invece il massimo della grandezza, e quindi io non ammetto che tanta bellezza venga deturpata così.

    P.S. Se vuoi un esempio di psicopalla, guarda questo link: http://images.cosplay.com/photos/82/826392.jpg.

    ha scritto il 

  • 2

    Entro in questo libro e sono in un posto che sembra la California, ma non lo è. E inseguo le avventure di due personaggi, un matematico fuori come la lepre marzolina e una ragazza che non sa di essere fuori come la lepre marzolina. Il luogo è un non luogo, dove nessuna città ha un nome conosciuto ...continua

    Entro in questo libro e sono in un posto che sembra la California, ma non lo è. E inseguo le avventure di due personaggi, un matematico fuori come la lepre marzolina e una ragazza che non sa di essere fuori come la lepre marzolina. Il luogo è un non luogo, dove nessuna città ha un nome conosciuto, dove la polvere è allucinogena e ti guarda e ti spia per conto del governo, dove le mappe sono dei quadrati segnati da lettere e forse è un gioco con poche regole, nessuna certa. Il fatto è che entrare in questo libro non si può perché l’autore continua a pigliarmi per i capelli e a dirmi che non è una storia, che non devo farmi catturare, che non devo lasciarmi andare, è tutto un trucco dell’autore che sta giocando con i frammenti di una storia. Mi piacerebbe invece seguire la narrazione che mi intriga, ma lui mi tiene con un guinzaglio elastico e mi fa solo arrabbiare. Arrivo alla fine stremata e non so dove sono stata, come se avessi fatto un viaggio con un acido andato a male.

    ha scritto il 

  • 3

    questo libro mi ha lasciato dentro solo un po di polvere...

    Pincio prova a sedurci con un romanzo che ci incanta, lentamente, ma alla fine delle fiera sul momento più bello,quando ha creato sensazioni accattivanti, ci lascia a bocca asciutta, sul più bello, magari è una trovata geniale, magari una lacuna…a me non ha convinto…

    ha scritto il 

  • 4

    10987654321 lift off

    La scrittura di Pincio mi piace troppo, ogni tanto ci sono pagine che colpiscono come se ti stesse rivelando chissà quale verità e invece è solo che lui riesce a dire, con semplicità e chiarezza, come stanno le cose.
    Dopodiché, il romanzo è sullo stile del tipo cui Pincio ha rubato il nome, e io ...continua

    La scrittura di Pincio mi piace troppo, ogni tanto ci sono pagine che colpiscono come se ti stesse rivelando chissà quale verità e invece è solo che lui riesce a dire, con semplicità e chiarezza, come stanno le cose. Dopodiché, il romanzo è sullo stile del tipo cui Pincio ha rubato il nome, e io con quel genere di narrativa (anche se qui è tutto molto più chiaro rispetto ai deliri del TP originale; diciamo che mi ricorda un po' il DFW de La scopa del sistema: bello ma alla fine boh) ho qualche problemino. Tra Laika Orbit e Oedipa Maas, in ogni caso, preferisco senza dubbio la prima.

    ha scritto il 

  • 2

    bah. qualche pagina bella c'è (il ricordo della s.francisco dell'estate dell'ammore, ad esempio), ma nulla di davvero memorabile. comunque c'è una capacità notevole di ricostruire ambienti ed epoche, ma è proprio la storia raccontata che non va da nessuna parte a far meritare le due stelle.

    ha scritto il 

  • 4

    Biglietto a/r per il Regno della polvere

    Perdersi significa non avere più riferimenti, non riconoscere luoghi, simboli, confini. Perdersi significa che forme che prima avevano senso immediato ora non sono altro che contenitori vuoti, scatolette ammaccate impilate per la raccolta differenziata.
    Quindi come poteva avere un romanzo sulla ...continua

    Perdersi significa non avere più riferimenti, non riconoscere luoghi, simboli, confini. Perdersi significa che forme che prima avevano senso immediato ora non sono altro che contenitori vuoti, scatolette ammaccate impilate per la raccolta differenziata. Quindi come poteva avere un romanzo sulla perdita un inizio e una fine, una struttura narrativa che ti riportasse al punto di partenza entro le ultime pagine del libro, impeccabile e puntualissimo come un Inter Regio svizzero? Non ci meravigliamo che un romanzo sul senso del perdersi invece che una narrazione lineare affronti improvvise curve a gomito, lentissimi tornanti, poi rampe e rampette d’accellerazione, fino a disorientare il lettore completamente. E convincendolo però subdolamente a quel punto, mentre barcolla confuso e un po’ nauseato da tanto girare, ad abbandonarsi senza remore ad un dolce girovagare, un rollare casuale di barca in mezzo al lago. Così ti prende Tommaso Pincio e ti conduce nelle sue terre, lande desolate e incomprensibili coperte di un onnipresente manto di polvere. Polverosi sono tutti gli scenari, i personaggi secondari e i dialoghi, avvelenati dalla stasi e dalla rassegnazione. Solo Laika Orbit, la semi-protagonista più volte dimenticata, sente l’incessante bisogno di porre le sue domande: come si è trovata lì? Cos’è quel “lì”? come funziona? Laika cerca di ritrovare in queste periferie infinite un indizio, un segno che possa finalmente fornirle un grimaldello per scardinare l’enigma, ridare agli spazi vuoti un senso e, finalmente, ritrovarsi. Nel suo viaggio, che è anche quello del lettore, purtroppo non ci sarà nessuna chiave di volta né la tanto attesa epifania: tornanti, dicevamo, svolte improvvise e ripide salite conducono la narrazione in direzioni inaspettate, tanto da perdere di vista ad un certo punto la protagonista per approdare ad un nuovo io narrante. Finalmente una figura che ci sappia dare un punto di vista meno stranito su questo mondo inesplicabile, e che ci sappia spiegare come si possa ad esso arrivare? Forse, se non fosse che dopo solo qualche pagina del “romanzo nel romanzo” ci accorgiamo di essere questa volta in preda ad un narratore inaffidabile, che filtra attraverso una mente distorta i primi dati finalmente riconoscibili come reali: San Francisco, gli anni ’60, le prime comuni hippy, l’LSD sgocciolato sui francobolli. Quale rapporto tra l’America degli anni ’60 ed il regno della polvere? Che l’uno sia il risultato dell’altra, con il tramonto delle grandi illusioni giovanili, inabissate in una realtà monotona e stantia? Forse Laika è la metafora di un’epoca andata, che continua a non ritrovare la sua collocazione all’interno del sistema che la ingloba. Forse Laika è semplicemente la rappresentazione della rabbia giovanile, che stenta ad adeguarsi, dà colpi di testa improvvisi sino al punto in cui si trova all’estremo e finalmente riconosce il bisogno di ritornare alle origini. Un po’ come il Konrad della Sottile linea d’ombra abbandona d’istinto la nave ed un lavoro sicuro senza sapersi fornire egli stesso una spiegazione, Laika si alza dal suo tavolo di fast food e segue uno sconosciuto dalla maglia cangiante, per poi ritrovarsi trascinata in un universo senza regole. Non avremo mai nessuna risposta a questo interrogativo, così come non sapremo ricostruire gli itinerari labirintici attraverso cui la storia ci trascina. Dopo le peripezie stralunate tra comuni a San Francisco, case galleggianti ad Amsterdam, chioschi ai margini delle strade di Bankog, giunti a fine libro Laika si ritrova inspiegabilmente libera dalla sua prigionia nel mondo della polvere, ricatapultata con sollievo nel mondo “standard” dal quale un tempo i suoi moti di insofferenza l’avevano fatta fuggire. Senza che nemmeno se ne accorga Laika ora è libera, l’Estate dell’Amore è sfumata via insieme alle sue contraddizioni e noi, dopo esserci piacevolmente persi attraverso queste pagine, ci siamo ritrovati.

    ha scritto il 

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