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La repubblica del dolore

La fragilità della memoria ufficiale in Italia

Di

Editore: Feltrinelli

4.0
(8)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 208 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8807111101 | Isbn-13: 9788807111105 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: History , Political

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Descrizione del libro
"La politica non è oggi in grado di proporre antidoti ai guasti di una memoria fondata sulla centralità delle vittime. Meglio sarebbe guardare con fiducia alla conoscenza storica. Più storia e meno memoria vorrebbe dire distanziarsi dalla tempesta sentimentale che imperversa nelle nostre istituzioni, recuperare un rapporto con il passato più problematico, più critico, più consapevole." La memoria pubblica è un "patto" in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciar cadere degli eventi del nostro passato. Su questi eventi si costruisce l'albero genealogico di una nazione. Sono i pilastri su cui fondare i programmi di studio per le scuole, i luoghi di memoria, i criteri espositivi dei musei, i calendari delle festività civili, le priorità da proporre nella grande arena dell'uso pubblico della storia, le scelte sulla base delle quali si orientano tutti i sentimenti del passato che attraversano la nostra esistenza collettiva. I fondamenti di quel "patto" cambiano a seconda delle varie "fasi" che scandiscono il processo storico di una nazione. Vent'anni fa, la classe politica uscita dal crollo della Prima Repubblica venne chiamata a una complessiva opera di "rifondazione". Si trattava, fra l'altro, di rinnovare un intero apparato simbolico, quell'insieme di pratiche di natura rituale sul quale un sistema politico fonda la propria legittimazione. Vent'anni dopo prendiamo atto di un vero fallimento. A tenere insieme il patto fondativo della nostra memoria sono oggi infatti solo il dolore e il lutto che scaturiscono dal ricordo delle "vittime". Della mafia, del terrorismo, della Shoah, delle foibe, delle catastrofi naturali, del dovere, vittime, sempre e solo vittime. Il dolore di ognuna di esse, per potersi vedere riconosciuto, deve sopravanzare quello delle altre. Per emozionare, commuovere, suscitare consenso, le sofferenze vanno gridate, possibilmente in televisione; e più forte si grida più si sfondano le barriere dell'audience e dell'ascolto.
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    Ho scoperto questo libro grazie a una puntata di “Diario italiano” di Augias, un vero programma culturale che parla di libri e che infatti viene trasmesso all’una meno un quarto di pomeriggio, ...continua

    Ho scoperto questo libro grazie a una puntata di “Diario italiano” di Augias, un vero programma culturale che parla di libri e che infatti viene trasmesso all’una meno un quarto di pomeriggio, orario in cui difficilmente può essere visto da studenti e lavoratori. Analizza la storia della nostra religione civile, ovvero il patto in cui si accorda su cosa trattenere del passato. Uno dei contraenti è la politica, molto più interessata a politicizzare gli eventi, legittimare le sue azioni che a costruire una base di valori comuni, tramite interventi che in realtà dimostrano la debolezza di uno Stato non più fondamentale nella costruzione di identità, sostituito dal mercato e dai media. Un altro elemento importante è la memoria delle vittime come fondamento della nostra coscienza storica; ciò non ha portato a una riflessione collettiva ma a una visione della storia personalistica, in cui sparisce lo scenario e rimangono le vittime che gridano il loro dolore invitando a ricordare per risarcire i torti e i vuoti nella giustizia; storia come invito ad emozionarsi. La televisione ha accentuato questi aspetti, incoraggiando a ostentare le emozioni, trasformandole in merci. Non un’identità comune ma un insieme di voci che gridano nascondendo la propria debolezza in un caos in cui non c’è il silenzio dell’analisi, della riflessione, della consapevolezza, privo di una base solida, favorendo l’influenza dei media nel costruire un modo di pensare, o piuttosto nel non costruirlo, tutto a vantaggio del mercato. È quindi importante ritornare a un rapporto critico con la storia, per creare una vera religione civile e laica, dare rilievo alla cultura, alla scuola, alla ricerca.

    ha scritto il 

  • 3

    Giovanni De Luna, «Serve un nuovo patto memoriale che vado oltre il punto di vista vittimario»

    «Lo spazio pubblico – spiega Giovanni De Luna – è colonizzato dal lutto e dal dolore. La centralità delle vittime alimenta una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di ...continua

    «Lo spazio pubblico – spiega Giovanni De Luna – è colonizzato dal lutto e dal dolore. La centralità delle vittime alimenta una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione». Dopo l’analisi proposta alcuni anni fa da Enzo Traverso in Passato, modi d’impiego, sul peso che la nuova centralità vittimaria ha assunto nel discorso storiografico, Giovanni De Luna approfondisce lo sguardo critico sul fenomeno adeguandolo al contesto italiano.

    Per una genealogia italiana del paradigma vittimario

    Il paradigma vittimario tracima ampiamente la questione storiografica, la sua diromppenza ha stravolto l’intero modo di funzionamento dell’impianto giudiziario ed è divenuta centrale anche nei nuovi modelli di affermazione politica come il populismo penale. Per restare, però, ad una genealogia italiana della “centralità delle vittime” nel discorso pubblico, a nostro avviso occorre fare un passo indietro. Prima che si affermasse oltre Oceano come aspetto decisivo del populismo penale, e che arrivasse in Europa sull’onda del neoliberismo, della destrutturazione dello Stato Keynesiano, della privatizzazione sempre più estesa dello spazio sociale, in Italia era stato il partito comunista a salire sul cavallo di battaglia del vittimismo in funzione “antiterrorista”. Il patrocinio legale offerto dai legali ufficiali del pci alle parti civili nei maxi-processi contro la lotta armata, la retorica costruita sulla stampa e gli organi di comunicazione influenzati dal partito di Berlinguer, hanno gettato le prime basi ideologiche del discorso vittimario. Il secondo passaggio, tra la fine degli anni 80 e buona parte dei 90, fu gestito invece dal partito editorial-finanziario di Repubblica. Fu Eugenio Scalfari a promuovere le “vittime del terrorismo” a nuovi arbitri della politica in funzione antiamnistia. Vennero gettate allora le basi del successivo processo di “privatizzazione della giustizia”, negli ultimi tempi rifiutato nettamente da una minoranza di familiari delle vittime (vedi la battaglia condotta da Sabina Rossa). Un processo che condusse la magistratura, dopo la funzione di supplenza antiterrorista svolta per conto del sistema politico, ad adossare ai familiari l’ultima supplenza, questa svolta in materia di conclusione dell’esecuzione penale con l’introduzione del rito della richiesta di perdono come requisito necessario alla concessione delle liberazioni condizionali per i prigionieri politici.

    Paolo Persichetti Liberazione 8 maggio 2011

    Un profluvio di leggi memoriali ha accompagnato l’avvio del nuovo secolo. Ne parliamo con Giovanni De Luna, autore di un volume fresco di stampa, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli. Dal luglio 2000 al novembre 2009 il parlamento italiano ha istituito tra i nuovi riti pubblici della nazione un gran numero di “giornate della memoria”. Si è partiti nel 2000 con la giornata dedicata al ricordo dei deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti. La data prescelta è caduta sul 27 gennaio, giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’armata rossa, anziché sul 16 ottobre, quando i nazisti rastrellarono il ghetto di Roma. Ricordare è selezionare, spiegano gli storici che hanno lavorato sulle memorie pubbliche. Non a caso Marc Bloch invitava a diffidare del presente quando si proietta sul passato. Declinare la data del 16 ottobre, sottolinea Giovanni De Luna, «voleva dire assumersi la responsabilità italiana della Shoa, perché senza la repubblica di Salò, la complicità delle Ferrovie italiane, dell’infrastruttura italiana, quei mille ebrei romani non sarebbero finiti ad Auschwitz». E così ogni 27 gennaio va in scena il rito dell’autoassoluzione, la stigmatizzazione di un male tanto assoluto quanto poco circostanziato, per nulla storicizzato. Le scolaresche d’Italia ricordano per meglio dimenticare. «La Francia dopo un acceso dibattito, ha scelto il luglio del 1944, quando vi fu la deportazione del “Vel d’hiv”, proprio perché con quella data intendeva assumere la sua parte di responsabilità nella Shoa». Un ragionamento analogo potrebbe essere svolto per ogni altra giornata prescelta, come quella del 10 febbraio in memoria delle vittime delle foibe, o del 9 novembre che ricorda la caduta del muro di Berlino, fino alla scelta del 9 maggio, giorno in cui venne ucciso Aldo Moro, come giornata dedicata al ricordo delle vittime del terrorismo, al posto del 12 dicembre, data della prima grande strage di Stato avvenuta 9 anni prima. In questo caso ricordare diventa rovesciare. La memoria vittimaria si è dunque imposta come il paradigma centrale delle narrazioni pubbliche e dei riti ufficiali.

    Professore, quali sono state le tappe di questa trasformazione?

    «Quando 20 anni fa è crollata la prima Repubblica i partiti che hanno ereditato il potere politico sono stati chiamati a rifondare non solo il sistema politico ma anche quella che possiamo definire la “religione civile”. Questo tentativo è fallito. All’inizio si provò ad affiancare la memoria di Salò alla memoria della Resistenza con il famoso discorso d’insediamento alla presidenza della Camera pronunciato da Luciano Violante nel 1996. Si cercò di allargare lo spazio pubblico in cui chiamare i cittadini a riconoscersi all’interno di una cittadinanza condivisa attraverso l’inclusione della memoria di Salò.

    Perché questo progetto fallisce?

    Perché si rivela sterile, impossibile da portare avanti. A quel punto lì si sceglie di riorganizzare le fila di un discorso sulla religione civile a partire dalla memoria delle vittime. Questa dimensione diventa straripante: c’è la Shoa, le vittime delle foibe, le vittime del terrorismo, le vittime della mafia… Ma anche questa soluzione si rivela molto fragile perché la memoria delle vittime è una memoria carica di sentimenti, è una memoria risarcitoria, rivendicativa, una memoria non pacificata soprattutto in un Paese come il nostro in cui molte delle vittime aspettano ancora giustizia e verità per l’assenza di istituzioni virtuose in grado di rasserenare e raccogliere questa memoria. L’idea di aver puntato prima sulla memoria condivisa e poi sulla memoria vittimaria, è una idea che si è rivelata fragile. La memoria vittimaria è una memoria insufficiente, non può servire a recintare uno spazio pubblico.

    Questa tendenza spesso viene descritta come un processo generale.

    Certo, si tratta di una tempesta memoriale che l’Italia condivide con l’Europa occidentale, con gli Stati uniti. Siamo di fronte ad uno scenario complessivo che rinvia al modo con cui lo Stato nazione è stato svuotato dall’alto dai flussi della globalizzazione e dal basso dai particolarismi, dai localismi che si sono affermati. In Italia questa crisi dello Stato potente ha coinciso anche con la crisi del sistema politico, in più la nostra religione civile è stata sempre molto fragile, priva di tradizione accettata e conclamata. Nella religione civile dello Stato liberale non si riconoscevano i socialisti, i comunisti ma neanche i cattolici. Tuttavia la classe dirigente liberale si era assunta la responsabilità di indicare nel culto della dinastia dei Savoia, nei padri della patria del Risorgimento, dei paletti che potessero delimitare spazio pubblico. Il fascismo, a sua volta, si è assunto fin troppo la funzione di indicare una religione civile legata al culto del Duce, alla militarizzazione del Paese, certo escludendo gli antifascisti, escludendo gli ebrei. La stessa Italia della prima Repubblica, almeno a partire dagli anni 70 in poi, intorno all’antifascismo, al patto costituzionale, indicava dei nuovi paletti che delimitavano lo spazio pubblico della condivisione, seppure contestati dall’estrema sinistra e dai fascisti di Salò. La classe politica della seconda Repubblica questa responsabilità non se l’è assunta perché non ha nessun rapporto con il passato, con la memoria. La Lega ha inventato un passato fantasmatico di ritualità celtico-pagana che non ha nessuna radice reale. Forza italia e Pdl non hanno un passato, sono culture usa e getta senza storia. Gli ex del Pci o del Msi hanno un passato ingombrante che preferiscono dimenticare. Nel sistema politico attuale l’interesse verso il passato, verso la memoria, verso una ritualità celebrativa si è totalmente disciplinata a vantaggio del mercato. L’unico agente che oggi perimetra appartenenze e ritualità. Esemplare è stata la discussione sulla data del 17 marzo o sul primo maggio. L’unica cosa che interessava era sapere se i negozi dovessero restare aperti o chiusi, quanta percentuale di pil si rischiava di perdere introducendo un nuovo festivo. insomma una dimensione puramente mercantile che poi è la religione civile oggi egemone.

    Professore però qui sembra di finire come nella canzone “Contessa”. Ma il nostro compito non era stato sempre quello di decostruire qualsiasi religione, comprese quelle civili? In fondo altro non è che un uso pubblico della storia?

    C’è un dibattito fortissimo attorno a questo termine, me ne rendo conto. Quando uso questo concetto mi riferisco ad una cosa storicamente definita: ovvero tutto quello che riguarda ritualità, simboli, cerimonie che in qualche modo rendono uno Stato nazionale non soltanto un apparato burocratico-amministrativo ma qualcosa che abbia anche dei valori da trasmettere. Uno Stato capace di perimetrale i luoghi della memoria e in qualche modo di legittimare i programmi scolastici, di legittimare i musei, di legittimare tutta la dimensione della ritualità pubblica in cui la politica moderna si è riconosciuta quando ha dovuto prendere le distanze dall’ancien régime, da una visione confessionale della religione civile. Questo spazio è tutto quello che disintegra i vecchi caratteri del “tengo famiglia, mi faccio i fatti miei”, un qualcosa che sia spirito civico, spirito comunitario, spirito di appartenenza.

    Nel suo libro valorizza molto il ruolo di supplenza della presidenza della Repubblica. Non le sembra però che questa autorità, ed in particolare l’interpretazione che ne da Napolitano, sia totalmente interna al paradigma vittimario come dimostra il particolare impegno profuso nella giornata del 9 maggio?

    Il paradigma vittimario è egemone in tutto il mondo, difficile che possa sottrarsene il Quirinale. Anche gli ambienti più sensibili ai temi della lotta sociale ormai sono totalmente assorbiti da questo paradigma. Si pensi alla battaglia che fanno i ragazzi di “Libera”, l’associazione di don Ciotti. La giornata del 21 marzo, quella che loro propongono per le vittime della mafia, perché non è semplicemente la giornata della lotta contro la mafia? Non serve la testimonianza delle vittime per rendere credibile la lotta alla mafia. Eppure è così. Questo fatto mostra una subalternità culturale alla centralità delle vittime. Nel caso della presidenza della repubblica mi sembra che questa subalternità sia temperata. Si tratta dell’unica istituzione che pur restando all’interno di questa deriva culturale si preoccupa di recintare un territorio di valori, sferzando la classe politica a creare un nuovo pantheon in cui riconoscersi senza appiattirsi sulla dimensione vittimaria. Merito sia di Ciampi che di Napolitano.

    Non le sembra che la centralità del discorso vittimario sia in Italia anche una conseguenza del ruolo preponderante assunto dalla magistratura nella scena politica e sociale? Una conseguenza di quella che gli specialisti hanno definito “giudiziarizzazione”?

    Per me è l’era del testimone quella all’interno del quale il paradigma vittimario diventa l’approdo. Certo il testimone comincia in un’aula giudiziaria, quella del processo ad Adolf Eichmann all’inizio degli anni 60, però coinvolge tutti. Anche noi storici, non soli i giudici, siamo dentro questa sorta di grande giudiziarizzazione della storia. Si tratta di una temperie culturale dell’Occidente. Tra l’altro anche questa dimensione va storicizzata: agli inizi l’era del testimone è dinamica, irrompe nella storia e ne rivivifica anche i metodi, i percorsi di ricerca, perché ridà voce ai protagonisti, agli emarginati. La storia orale nasce lì. E’ una storia che non guarda più al potere ma alle classi subalterne. La stessa memoria familiare delle vittime negli anni 80, almeno in Italia era totalmente declinata verso l’interesse pubblico. La verità e la giustizia, per cui lottavano negli anni 80 i familiari delle vittime di Ustica, non sono dei patrimoni privati ma delle virtù pubbliche propedeutiche alla democrazia. Il paradigma vittimario va storicizzato individuandone le varie fasi. Oggi è certamente egemone un altro aspetto meno legato alle virtù pubbliche e che ha assunto delle caratteristiche puramente recriminatorie, ma nella sua evoluzione non è sempre stato così.

    ha scritto il 

  • 4

    La Repubblica del dolore: la memoria pubblica e la figura della vittima secondo Giovanni De Luna

    [Recensione pubblicata sul sito del Centro di Studi Interdisciplinare su Memorie e Traumi Culturali http://centrotrame.wordpress.com/2011/04/29/de-luna/]

    In "La Repubblica del dolore. Le memorie di ...continua

    [Recensione pubblicata sul sito del Centro di Studi Interdisciplinare su Memorie e Traumi Culturali http://centrotrame.wordpress.com/2011/04/29/de-luna/]

    In "La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa", Giovanni De Luna affronta, non senza rischi, quello che Paul Ricoeur chiamava uno “sconcertante dilemma”: l’inesorabile allargarsi del “cerchio delle vittime” e la “tendenza contemporanea alla vittimizzazione” (La memoria, la storia, l’oblio, p. 678).

    Il testo di De Luna è una riflessione approfondita sul paradigma vittimario e su quanto esso abbia avuto un’importante e negativa ricaduta nel modellare il patto memoriale italiano, cioè quell’accordo più o meno esplicito in cui si prevede cosa trattenere del passato e trasmettere al futuro e cosa invece far cadere nell’oblio.

    La disamina di De Luna si concentra attorno a due dicotomie: eroe/vittima ed emozione/conoscenza. Dopo la Resistenza l’eroe scompare nella memoria pubblica italiana e diviene predominante la necessità di onorare il debito di memoria verso la vittima. Ne deriva uno sbilanciamento delle pratiche di commemorazione e memoria verso l’effetto emotivo più che conoscitivo.

    Lo storico ripercorre la “storia della memoria” nazionale degli ultimi trent’anni e dimostra come l’attuale patto memoriale si fondi essenzialmente sul ruolo centrale della vittima: questo ha prodotto una parcellizzazione del panorama memoriale, con la proliferazione di associazioni delle vittime o a sostegno della memoria di alcuni eventi, ognuna con delle rivendicazioni circa il “debito” – non solo simbolico, come ricorda De Luna – da saldare e il diritto a essere ricordati (e lo speculare dovere degli altri a ricordare).

    Questo fenomeno trasforma la memoria pubblica in una memoria in negativo: essa si risolve in una lista di mancanze o di torti da riparare (che rimangono tuttavia non riparabili) e di giorni predisposti dal legislatore da e per “dover ricordare”. Il fenomeno, in verità, non è solo italiano: come ci ricorda De Luna tale dinamica è legata all’affermarsi della memoria della Shoah come paradigma per le memorie nazionali.

    De Luna riconduce l’evoluzione della memoria frammentata e particulare fondata sulla vittima alla debolezza dello stato-nazione e all’incapacità delle istituzioni, particolarmente grave in Italia, di perimetrare in positivo gli spazi simbolici dei valori e della memoria nazionale. Lo storico torinese prende una posizione forte sull’argomento, che ha attirato le critiche delle Associazioni delle vittime: occorre rifondare il patto memoriale allontanandoci dal paradigma vittimario e costruendo possibilmente una nuova figura d’eroe (un eroe temprato dalla virtù della mitezza descritta da Bobbio, suggerisce De Luna).

    Il libro di De Luna ha scatenato discussioni e in qualche caso aspre polemiche, ma crediamo possa accendere una riflessione importante sulle politiche della memoria.

    Indico cinque punti di possibile discussione e approfondimento:

    La dimensione estetica della memoria. Il problema delle modalità e degli stili estetici non è di poco conto: se dal punto di vista letterario (con Fenoglio, Primo Levi o Rigoni Stern per esempio) la Resistenza ha saputo costruire una estetica letteraria fondativa del secondo dopoguerra, questo non è avvenuto sul piano delle arti visive (forse con l’eccezione di alcuni film di Rossellini) o dell’architettura. L’antifascismo, rifiutando la monumentalità e la retorica nazionale inquinata dal ventennio, non è riuscito a elaborare una propria monumentalità e un proprio repertorio nazionale di simboli. Questo ‘difetto’ di elaborazione oggi, nell’epoca dell’immagine, si fa particolarmente dannoso. Memorie sul tema dell’eroe. Esistono dei tentativi di costruire delle figure eroiche o di rifondare un’epica (es. Wu Ming 4 con Razza partigiana e le teorizzazioni di New Italian Epic), anche se sempre da un punto di vista letterario. Questi processi interessano da anni le arene che forse alcuni chiamerebbero “antagoniste”, ma ha interessato anche molto di recente un’arena istituzionale come il Festival di Sanremo, con il tentativo di Roberto Benigni di narrare epicamente la storia di Goffredo Mameli: il paradigma vittimario, anche se dominante, non ha quindi completamente schiacciato l’alternativa “eroica”. De Luna ha indicato solo nelle ultime pagine del suo libro l’influenza che la Chiesa cattolica ha avuto su questo modo di elaborare la memoria pubblica in Italia. Probabilmente il tema è meritevole di maggior approfondimento: la centralità del paradigma vittimario è stato rafforzato proprio da Giovanni Paolo II che ha, in diverse occasioni, chiesto perdono alle vittime per le molte colpe storiche della Chiesa cattolica. È vero, come dice De Luna, che il paradigma vittimario è centrale oggi anche nella costruzione della leadership politica? Infine una questione riguardante proprio il percorso dello storico torinese. Nel 2009 De Luna scriveva un libro sospeso tra “lo sguardo del testimone e il senno di poi dello storico” e con l’intenzione di restituire alle vittime cancellate “dalla memoria pubblica di questo paese” il “loro tempo” e il posto che meritano (Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria). In quel libro libro il militante politico, divenuto storico, cerca di ridare il posto alle vittime che negli anni settanta erano i suoi compagni di viaggio. Insomma forse dal paradigma vittimario, fino a un paio di anni fa, sembrava essere dominato anche il discorso storico e nella fattispecie proprio quello di De Luna?

    ha scritto il