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La rivincita di Capablanca

Di

Editore: Minimum fax

3.6
(164)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 202 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8875211663 | Isbn-13: 9788875211660 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Biography , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il nuovo romanzo di Fabio Stassi è la storia del cubano José Raul Capablanca, uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi. Che fu un bambino prodigio per le strade dell'Avana e che stupì tre continenti diventando campione del mondo a soli ventitré anni nel 1921. Che venne amato dalle donne e rispettato dagli avversari, almeno fino a quando non fu scaraventato giù dal suo trono per mano del terribile Aleksandr Aljechin, il miglior giocatore di Russia, fuggito dalla rivoluzione d'Ottobre verso la corte dei gerarchi nazisti: da quel momento diventerà il miglior nemico di Capablanca, che lo inseguirà per tutto il mondo cercando una rivincita fino alla fine dei suoi giorni... Stassi rielabora romanzescamente la vicendadi un personaggio leggendario regalandoci una storia in cui la rivalità tra Capablanca e Aljechin diventa la metafora delle passioni, della crudeltà, dei sogni infranti di un'intera epoca. Passando per guerre, notti d'amore, inseguimenti ma tornando sempre tra i quadrati bianchi e neri di un particolarissimo campo di battaglia. "Perché gli scacchi", come dice Gesualdo Bufalino, "non sono semplicemente un gioco. Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt'intera, la vita".
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  • 4

    interessante

    Pur non capendo un'acca di scacchi, mi piacciono molto i libri su questo gioco; anche questo non fa eccezione, molto piacevole la narrazione del protagonista che, durante una partita, ricorda la sua vita e ad ogni episodio della giovinezza affianca una mossa della partita che sta giocando.

    ha scritto il 

  • 3

    Una biografia romanzata del grande scacchista José Raúl Capablanca promette bene per almeno due motivi: una storia di continue rivalità e d'una sfida sempre rinviata col campione di origine russa Alechin, e il fascino d'un epoca in cui i campioni di scacchi erano fascinosi ed eleganti. A dir il v ...continua

    Una biografia romanzata del grande scacchista José Raúl Capablanca promette bene per almeno due motivi: una storia di continue rivalità e d'una sfida sempre rinviata col campione di origine russa Alechin, e il fascino d'un epoca in cui i campioni di scacchi erano fascinosi ed eleganti. A dir il vero, dei due quello fascinoso era solo Capablanca, il quale fu in effetti un elegantissimo bon vivant: il suo nemico, che da giovane può apparire nel corso della narrazione come un ragazzaccio capriccioso e antipatico, assume poi, man mano, i tratti da cattivo quasi paradigmatico; e in effetti si trattò d'un personaggio inquietante, le cui posizioni filonaziste, razziste e antisemite sono storicamente dimostrate. Se Stassi fosse un grande scrittore (o anche un piccolo scrittore, ma capace di ritrarre con vivezza la Stimmung d'un'epoca, e per il resto di trattare la materia con un po' di leggerezza), ci potremmo godere una storia trascinante, resa ancor più aromatica di buon tempo antico dalla rievocazione d'una Cuba torrida di malia decadente, dei grandi alberghi internazionali da film di Visconti, dei vestiti di lino écru o di flanella inglese dall'ottimo taglio, delle scarpe di cordovano, dei fedora e dei panama un po' di sghembo, delle colonie au cuir de Russie; ma purtroppo l'aura del tempo spira soltanto a tratti, e soprattutto l'autore cede al tipico gusto italiano odierno di voler sembrare pensoso e impegnato, e di voler scrivere denso e spezzato a mo' di romanziere americano. Ecco allora che arrivano le metafore allusive: ma se la metafora è rappresentata da un ragno che non riesce a risalire le pareti lisce d'una vasca, visto da Capablanca proprio mentre questi deve uscire da un periodo negativo sconfiggendo un giovane scacchista, l'impressione resta, purtroppo, quella d'intellettualismo cheap; e questo è solo un esempio. Non so per quale forma strana di masochismo un romanziere con una bella idea e una bella visione della vicenda debba indulgere poi a tali goffaggini stilistiche; poi, per amor di Dio!, ad altri queste parranno magari finezze retoriche. A me no, e mi sembra solo che rendano inutilmente pretenziosa la scrittura.

    ha scritto il 

  • 1

    romanzi e treni

    L'autore dice di scrivere sui treni sulla tratta Viterbo Orte Roma. So di essere cattivo, ma se i nostri treni fossero più efficienti, potremmo evitare questa banale letteratura, fatta di pretese magniloquenze e vuoto assoluto?

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    non esiste niente di più spietato di una battaglia senza sangue.
    Cercare i punti deboli dell'avversario, sfiancarlo e poi saltargli alla gola, senza pietà (solo con Stalin c'è stato un perfetto cesello per arrivare a far credere che la patta era dovuta alla bravura di chi ti avrebbe potuto ...continua

    non esiste niente di più spietato di una battaglia senza sangue.
    Cercare i punti deboli dell'avversario, sfiancarlo e poi saltargli alla gola, senza pietà (solo con Stalin c'è stato un perfetto cesello per arrivare a far credere che la patta era dovuta alla bravura di chi ti avrebbe potuto sbattere in siberia). La più spietata delle rivincite, la superiorità di Capablanca nei confronti del codardo Aljechin che non ha mai rimesso in palio il proprio titolo nella rivincita finale, quella che avviene senza spettatori e senza attribuzione del titolo per mezzo di un ragazzino, Xavier, a cui Capablanca ha insegnato una sola partita, quella dell'umiliazione dell'avversario.
    E poi un'epoca in cui gli uomini si vestivano di lino e mettevano il cappello, avevano sempre un fazzolettino da tasca e profumavano di colonia.
    E ancora la teoria sul finale, di partita, della vita, e di questo libro, che sono magistrali.
    (io non capisco niente di scacchi, ma questo libro è splendido).

    ha scritto il 

  • 4

    "che importa se il tuo pugnale trafigge la mia schiena?"


    piccolo ma intensissimo romanzo su un grande campione di scacchi, josè raul capablanca- ma anche sulla vita, sul destino, sulle ossessioni a cui è impossibile sfuggire. si possono decidere le mosse, pianificarle minuziosamente, studi ...continua

    "che importa se il tuo pugnale trafigge la mia schiena?"

    piccolo ma intensissimo romanzo su un grande campione di scacchi, josè raul capablanca- ma anche sulla vita, sul destino, sulle ossessioni a cui è impossibile sfuggire. si possono decidere le mosse, pianificarle minuziosamente, studiare l'avversario facendolo diventare il centro intorno a cui si costruisce la propria esistenza- ma la fine è nota e ineluttabile (uno scacco matto). bellissimo.

    "era la tristezza che c'è sempre nelle cose che non si possono mutare e che dobbiamo apprendere per forza. la tristezza di doversi comportare come dei maiali ciechi e di non avere redenzione da questa volontà sicura e concreta"

    ha scritto il 

  • 4

    Campioni si nasce

    Scacchi: E' meglio vincere senza lottare, vincere lottando fino alla fine, vincere e basta, perdere con onore, perdere alla fine, perdere e basta? Mi viene da pensare anche a questo leggendo il libro su Capablanca.
    Il libro ha una storia: pensato anni fa da Bufalino, iniziato e non finito a ...continua

    Scacchi: E' meglio vincere senza lottare, vincere lottando fino alla fine, vincere e basta, perdere con onore, perdere alla fine, perdere e basta? Mi viene da pensare anche a questo leggendo il libro su Capablanca.
    Il libro ha una storia: pensato anni fa da Bufalino, iniziato e non finito a causa della sua tragica morte, compiuto infine da Stassi con precisione e tanta bravura. Si snoda come una biografia, ma la vita di un campione è sempre prossima a diventare un romanzo, e l'autore lo sa, e la fa diventare tale.
    Si apprezza tantissimo se si è stati, in passato, dei giocatori, specie se mediocri o falliti. Magari, se si gioca ancora, con successo, la biografia di un giocatore di questo tipo può anche non piacere, perchè si hanno già i propri idoli, i propri riferimenti, e si giudicano anche i campioni con competenza. Ma gli scacchisti sfigati come me, con un passato tra il bianco e il nero, anche studiando per supplire la mancanza di genio, non possono non apprezzare la storia che tutti avremmo voluto vivere. Quella del giovane eletto che sconfigge tutti, che entra nei circoli polverosi e si impone, a sei anni, a nove, a undici anni, contro i vecchi e venerati maestri. Gli scacchi, un gioco... Anche se hai avuto successo nella vita, e dico il comune successo di uomini comuni, un lavoro e una famiglia non troppo incasinata, la stabilità degli affetti o le passioni vitali, un giusto appetito e una buona salute, beh, se hai provato a giocare a scacchi e non ci sei mai riuscito bene ti rimane dentro quel dispetto che ti porta ad ammirare i Grandi, pensando "perchè non ci sono riuscito anche io?".
    Scacchi: vincere, e basta.

    ha scritto il 

  • 4

    Come non perdere per zeitnot

    “Il finale. Questo è un gioco che si impara dal finale. Una sua ossessione. Se non sai come stringere la presa e portare avanti la tua azione sino all’ultima inchiodatura, in modo sicuro e logico, legnoso, non vale la pena sedersi al tavolo. A volte gli sembrava che questa fosse l’unica cosa c ...continua

    “Il finale. Questo è un gioco che si impara dal finale. Una sua ossessione. Se non sai come stringere la presa e portare avanti la tua azione sino all’ultima inchiodatura, in modo sicuro e logico, legnoso, non vale la pena sedersi al tavolo. A volte gli sembrava che questa fosse l’unica cosa che avesse capito nella vita. Gli era sempre stato chiaro. Sin da quando, per tre giorni consecutivi, aveva osservato suo padre giocare e scoperto le regole. Le aperture lo avevano sempre annoiato e si era deciso a studiarne la teoria soltanto dopo gli sciagurati giorni di Buenos Aires. Insieme al mediogioco, per lui non rappresentavano che una molesta preparazione. Se non si commettono errori grossolani, tutto si decide alla fine.
    Solo alla fine.”

    In 64 paragrafi - tanti quanti le caselle di una scacchiera - si sviluppa la storia romanzata di colui che fu campione del mondo di scacchi dal 1921 al 1927.
    E la storia inizia proprio così, dal finale.
    Ad Estoril, nel marzo del 1946.

    Mentre una partita a scacchi si apre con un movimento di pedone, il romanzo non si apre con gli esordi del nostro campione, ma col finale: con uno scacco matto, con il Re avversario (ovviamente il nero) che muore.
    http://www.scacchierando.net/public/alekhine%20morto.jpg

    Solo dopo si ripercorrono, poco a poco, a ritroso le mosse che hanno portato a tale finale di partita. Proprio come nella visione che Capablanca aveva del gioco degli scacchi: un gioco che bisognava prendere dal fondo, e rovesciarlo.

    In poche pagine, Stassi riesce a ripercorrere tutta la storia di José Raúl Capablanca. Da quando, ad appena quattro anni, si interessò agli scacchi guardando giocare il padre (e dopo aver intravisto nelle strade della sua città il grande Cigorin), alla sua incoronazione come campione del mondo in un memorabile incontro all’Avana, nel 1921 con Lasker (che di lui disse: « Ho conosciuto molti giocatori di scacchi, ma un solo genio: Capablanca »).
    Questo romanzo sembra scavare nell’animo del campione, soprattutto dopo la sconfitta con Alekhine, nel 1927 a Buenos Aires, quando perse il titolo, e non ebbe più l'occasione di una rivincita, perché Alekhine non gliela concesse mai, ricalcando una situazione che in gergo scacchistico si definisce zeitnot .
    http://it.wikipedia.org/wiki/Zeitnot
    Per tutta la vita Capablanca si è sentito di essere in zeitnot. Sentiva di poter riconquistare quel titolo mondiale, ma si sentiva a corto di tempo soprattutto per via della strategia di fuga del suo avversario.

    Una storia coinvolgente, che esamina anche la vita di altri grandi giocatori di scacchi, come Cigorin, Morphy, Corzo, Lasker, e soprattutto Alekhine, con le loro manie e fobie.

    “Ma in questa storia dei finali c’è una tristezza…La tristezza che c’è sempre nelle cose che non si possono mutare e che dobbiamo apprendere per forza”.
    E’ un libro malinconico questo, proprio come quel lungomare dell’Avana, perché non c’è un luogo che meglio rappresenti l’Avana del Malecón, quel lungomare dal quale si può osservare la baia e “catturare la luce dell’equatore”. A Josè Raul una partita ben giocata dava “quest’illusione, di catturare la luce dell’equatore, il Malecón era il confine di una scacchiera. Una lunga striscia luminosa e orizzontale presidiata da due torri”.

    E’ la storia di un amore che diventa ossessione - ossessione di essere il migliore -, di un accanimento, “questo tempo maschile di duelli, e procrastinazione, e vendetta. Senza altra posta in gioco che il riconoscimento della propria supremazia”.

    http://digilander.libero.it/taioscacchi/storia/stile-capa.html

    http://www.segnalidivita.com/scacchi/jose-raul-capablanca/

    http://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Aleksandrovi%C4%8D_Alechin

    http://www.dailymotion.com/video/xdtxoi_la-febbre-degli-scacchi-vsevolod-pu_shortfilms

    ha scritto il 

  • 4

    «Che importa se il tuo pugnale trafigge la mia schiena?»

    (José Martí)

    Ma che bella sorpresa sono stati questo romanzo e Fabio Stassi!
    Non posso più negare a me stessa di subire inevitabilmente il fascino dei romanzi che hanno a che vedere con il mondo degli scacchi, pur conoscendo a malapena i pezzi e avendo solo una vaga idea di come ques ...continua

    (José Martí)

    Ma che bella sorpresa sono stati questo romanzo e Fabio Stassi!
    Non posso più negare a me stessa di subire inevitabilmente il fascino dei romanzi che hanno a che vedere con il mondo degli scacchi, pur conoscendo a malapena i pezzi e avendo solo una vaga idea di come questi si muovano sulla scacchiera.
    Eppure, da Nabokov a Zweig, da Tevis a Mauresing a Stassi, sono stregata da queste storie delle quali non riesco a percepire tutte le sfumature, essendo praticamente immune, invece, all'incantesimo procurato dalla scacchiera e da quell'alternarsi misterioso delle sessantaquattro caselle bianche e nere; ma forse è proprio per il fatto di non riuscire a capire proprio tutto fino in fondo che io mi incanto, e come il bianco e il nero della scacchiera procura ai giocatori un susseguirsi inarrestabile di emozioni, allo stesso modo io resto vittima di queste vicende in cui al bianco luminoso del genio e al chiarore del successo, si contrappongono violentemente il nero della lucida follia e del fallimento spesso improvviso.
    Nella storia romanzata di José Raúl Capablanca, campione del mondo cubano dal 1921 al 1927, e della sua ossessione per il suo amico nemico Aleksandr Aljechin, il miglior giocatore di Russia, personaggio sfuggente ambiguo e opportunista, che gli strappò incredibilmente il titolo mondiale nel 1927, c'è tutto questo.
    Una vita, quella di Capablanca da quel momento in poi, vissuta al solo scopo di riconquistare l'Olimpo, la storia di un talento precoce purissimo contrapposto alla Cuba barocca e malfamata degli anni Venti, ai 'duelli' in giro per il mondo, alle centinaia di partite giocate in simultanea tra New York e Mosca, Parigi e Berlino - dove Capablanca sfiora persino Lužin, il campione di Nabokov (e che Nabokov sia stato fonte di ispirazione io l'ho respirato sin dalle prime pagine, fino a trovarne conferma) per consentire solo per un attimo al romanzo di diventare metaromanzo - in un'Europa post bellica in cui le luci sfavillanti degli hotel sembrano accendersi sulle scacchiere solo per dimenticare la Grande Guerra e, in uno spasmo parossistico di vitalità, illuminare il talento indiscutibile di Capablanca per metterlo continuamente di fronte ai cedimenti dell'essere umano e alla sua caducità; fino ad arrivare, passando per la seconda guerra mondiale, causa involontaria della mancata rivincita, allo scontro finale di Lisbona che preannuncia una vendetta attesa tutta la vita e alla quale tutto il romanzo, sin dalle prima pagine, sembra voler tendere.
    Gli appassionati di scacchi sapranno esattamente riconoscere dove finisce la storia e dove inizia il romanzo, cosa succede veramente a Capablanca e cosa Fabio Stassi decide di regalare al lettore, ma per tutti noialtri, che ci incantiamo senza conoscere la realtà, resta una bellissima storia in bianco e nero, la storia di un sogno. «Cosa sogna un pedone?» , gli aveva chiesto un giorno Aljechin, «La chiave di tutto», aveva alla fine compreso Capablanca, «era nell'ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regine.»

    «Apparvero articoli dai titoli di sicuro effetto come 'La rivincita di Capablanca'. Uno lo firmò un giovane che si chiamava John Ernst Steinbeck.»
    http://it.wikipedia.org/wiki/Capablanca

    http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alekhine_Capablanca_1927.jpg

    ha scritto il 

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