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La scuola raccontata al mio cane

Di

Editore: Guanda

3.6
(684)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 208 | Formato: Copertina morbida e spillati

Isbn-10: 888246606X | Isbn-13: 9788882466060 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Education & Teaching , Fiction & Literature , Humor

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Descrizione del libro
Che cosa può ancora fare un'insegnante che ama il suo lavoro? Quali sono leprospettive di un mestiere che non sa nemmeno più riconoscere se stesso? Unracconto-riflessione, amaro e divertito, sulla nuova scuola italiana, le suefollie e il suo declino che pare inarrestabile. Tra aneddoti, curiosità estridenti effetti comici, il ritratto di un mestiere che davvero "non c'èpiù", perché è stato strozzato e fatto a pezzi da insensate "paroled'ordine", ingabbiato in un labirinto di "progetti", "strategie educative" e"recuperi", lasciando i suoi protagonisti, insegnanti ma anche studenti,spaesati e delusi, forse anche nostalgici di un mondo in cui le parole"insegnare" e "studiare" non significavano altro che se stesse.
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  • 5

    Nonostante la leggerezza e l'ironia che caratterizzano sia il titolo che il linguaggio del libro, si tratta di una riflessione lucida, profonda ed appassionata sui mali della scuola di oggi e sulla bellezza della vera cultura. Lascia l'amaro in bocca e fa pensare. Assolutamente consigliato agli i ...continua

    Nonostante la leggerezza e l'ironia che caratterizzano sia il titolo che il linguaggio del libro, si tratta di una riflessione lucida, profonda ed appassionata sui mali della scuola di oggi e sulla bellezza della vera cultura. Lascia l'amaro in bocca e fa pensare. Assolutamente consigliato agli insegnanti che si sentono "pesci fuor d'acqua" nel fiume in piena del "nuovo che avanza" nella scuola, ed ai genitori degli studenti a cui interessa davvero il futuro dei propri figli.

    ha scritto il 

  • 3

    Riflessivo

    La scuola raccontata da un'insegnante che è a disagio con il nuovo modello educativo imposto dalla pubblica istruzione, che snaturalizza i valori e i principi della letteratura. Ci viene raccontato attraverso un dialogo tra lei ed il suo cane, per meglio far comprendere a tutti quel che lei affro ...continua

    La scuola raccontata da un'insegnante che è a disagio con il nuovo modello educativo imposto dalla pubblica istruzione, che snaturalizza i valori e i principi della letteratura. Ci viene raccontato attraverso un dialogo tra lei ed il suo cane, per meglio far comprendere a tutti quel che lei affronta ed è costretta ad affrontare nella scuola di oggi. Come insegnante deve frequentare dei corsi di aggiornamento che le insegnano ad "insegnare", ma non la sua materia, la letteratura, ma solo discorsi generici che non conducono da nessuna parte. Così come confusi e soli sono poi gli studenti che si trova di fronte. Interessante punto di vista, anche considerando il fatto che ho una laurea in lettere e all'epoca degli studi avrei tanto voluto insegnare, ma poi a causa delle tanto odiate SSIS ho intrapreso tutt'altra strada e leggendo questo libro non posso che ritenermi soddisfatta di come la mia vita abbia preso un'altra piega.

    ha scritto il 

  • 4

    La Mastrocola dismette in questo libro il suo ruolo di scrittrice, per parlare della sua attività di insegnante di lettere, e più generalmente di quanto, nell’arco degli ultimi 10-15 anni, la scuola sia cambiata, in particolar modo nelle politiche di insegnamento, nei sistemi di valutazione, nell ...continua

    La Mastrocola dismette in questo libro il suo ruolo di scrittrice, per parlare della sua attività di insegnante di lettere, e più generalmente di quanto, nell’arco degli ultimi 10-15 anni, la scuola sia cambiata, in particolar modo nelle politiche di insegnamento, nei sistemi di valutazione, nell’atteggiamento nei confronti degli allievi. Meno disciplina di studio, meno fiscalità, meno nozionismo, più facilità, paradossalmente anche più divertimento. La necessità di allinearsi sulle presunte richieste di un mondo del lavoro ha portato ad una radicale trasformazione delle materie, in particolar modo quelle umanistiche, ed alla perdita di una classica didattica basata sullo studio di opere ed autori come si faceva da decenni. In breve, una scuola del “fare”, del “socializzare”, a scapito di una scuola del “riflettere”, del “concentrarsi”.

    Di primo acchito, a leggere questo libro (scritto benissimo, e zeppo di spunti interessanti), dal posto e dall’età che ho io, e soprattutto guardando la realtà giovanile che si ha intorno, verrebbe da dargli ragione al 110%. Tuttavia, poi, ripensandoci, affiorano alcune riflessioni, non necessariamente critiche od oppositive. Proverò ad elencarle qui in ordine sparso, e chiedo scusa se forse parlerò più di me e delle mie esperienze che di questo libro.

    Innanzi tutto, questo è il punto di vista di un’insegnante di lettere, che vorrebbe per prima cosa insegnare l’importanza dell’inutile, delle materie che “non servono” ma che contano nella formazione di una persona, anche se nessuno, nel mondo del lavoro, ti chiederà mai la conoscenza dell’Eneide o dei sonetti del Petrarca, e che si è vista distruggere il proprio mondo attorno in favore di uno studio più pratico, più mirato al “fare” che al “sapere”: meglio saper scrivere relazioni tecniche, slogan pubblicitari e articoli giornalistici piuttosto che temi letterari. Sostanzialmente sono d’accordo con lei - anche perché là fuori, a quanto mi consta, non c’è tutta questa gran fame di giornalisti e di addetti alla pubblicità o alle P.R. - , ma nello stesso tempo mi piacerebbe sapere cosa conterrebbe questo libro se fosse stato scritto, per dire, da un insegnante di matematica o di fisica. Come si svolge oggi la didattica di queste materie? Anch’essa è stata vittima di un progressivo imbarbarimento e volgarizzazione, al pari di quelle umanistiche, rispetto ad un po’ d’anni fa? Personalmente ricordo come andavano le cose nella mia scuola, un liceo scientifico (come quello della Mastrocola) ‘enta anni fa, e qual’era l’atteggiamento dei miei compagni. Io, ovviamente, ero quello che riusciva bene nella materie umanistiche, e malissimo in quelle scientifiche. Erano gli anni in cui - come testimonia questo libro - si combatteva la battaglia contro il nozionismo, si faceva strada la multidisciplinarietà, il fare collegamenti, lo studiare il contesto, eccetera… e ovviamente io ero d’accordo. Non lo erano invece i miei compagni, tutti pronti a diventare tecnici ed ingegneri (e possibilmente ad entrare in FIAT, destino segnato ed aspirato di ogni bravo torinese), per i quali le materie umanistiche erano solo tempo rubato a quelle veramente importanti, quelle che servono - matematica fisica chimica - e per i quali lo studio nozionistico delle materie umanistiche era di gran lunga preferibile, perché più immediato, meno vincolato a riflessioni, ricerche e altre perdite di tempo. Il paradosso, poi, è che l’istituzione (compresi proprio i professori umanistici tanto nemici del nozionismo) dava ragione a loro; a me sarebbe piaciuto vedere questi studenti umiliati da voti espressi in linguaggio binario, rimandature e bocciature nelle materie umanistiche, ma i meno bravi in italiano o in filosofia, in qualche modo al 6 ci arrivavano (o venivano messi in condizione di arrivarci), mentre i 2 e i 3, rimandature e bocciature erano riservate ai meno bravi in matematica e fisica. Oggi ho cambiato atteggiamento e mi chiedo se in realtà non avessero ragione loro, visto che effettivamente il mondo del lavoro, e non solo, vuole quello che sa la matematica, piuttosto che quello che sa la filosofia.

    Da questo libro, poi, i professori umanistici apparirebbero una casta di Grandi Maestri, innamorati delle proprie materie e desiderosi di porgerle ai loro discenti. Nella realtà, le cose non stanno proprio così; la maggior parte dei professori (di tutte le materie) si collocano su una “sequenza principale” che va dal generico disinteresse per la materia che si insegna, tanto basta portare a casa la pagnotta, a una vera e propria pazzia furiosa, personaggi da sbattere in manicomio e buttare via la chiave (uso a ragion veduta un linguaggio politicamente scorretto e pre-basagliano, perché sono convinto che siffatti personaggi non meritino niente di meglio) come ad esempio, al netto della fascinazione, la nevrotica professoressa protagonista del libro “Questa lontananza così vicina” di Paolo di Paolo, da me già recensito. D’altra parte, la scuola paga ancora l’atteggiamento assistenzialistico proprio del pubblico impiego fin dai tempi del dopoguerra: piuttosto che versare sussidi a fondo perduto, diamo a chi ne ha bisogno un posto pagato poco e ottenuto coi punti Mira Lanza, senza essere troppo fiscali a livello di impegno e di doveri, così prendiamo due piccioni con una fava… I morti di fame di ieri sono diventati i privilegiati di oggi, visto che oggi (a differenza di ieri) anche quelli “bravi” farebbero lotte al coltello per prendersi un posto pubblico o una cattedra, ma la sostanza non è cambiata.

    Sono assolutamente d’accordo sull’inconsistenza di certe metodologie didattiche odierne. Tuttavia, se devo pensare al mio passato studentesco, non ricordo tutti questi stimoli venutimi da libri che mi veniva detto di leggere. Ricordi confusi: la Metamorfosi di Kafka (disgustoso e immotivato), Ragazzi di vita di Pasolini (ipocrita, meno parolacce e bestemmie di quelle che ci si sarebbe aspettati da un libro che voleva essere uno spaccato di realtà), Gli indifferenti di Moravia (carino,ma lontanissimo nello spazio e nel tempo), La coscienza di Zeno di Svevo (improbo ed esasperante coi suoi penosi tentativi di fare umorismo, non riuscii a finirlo), Le ceneri di Gramsci di Pasolini (poesie, non ci capii niente, nemmeno che c’entrasse Gramsci), Le terre del Sacramento di Jovine (un titolo che faceva sperare una vicenda western e invece era un’ingarbugliata e incomprensibile storia di contadini e possidenti terrieri, ovviamente in Italia), Conversazione in Sicilia di Vittorini (bello, per una volta niente angosce e niente tragedie che sembravano comunque un “must” della letteratura per come la mostravano gli insegnanti). Andò meglio con la letteratura francese, “Les belles images” di De Beauvoir, un romanzo comprensibile ed attuale, mi insegnò che è possibile anche fare una letteratura che dice cose vere, immediate e comprensibili senza pianti, vittimismi, denunce sociali didascaliche e simbologie scarafaggesche inconcludenti, oltre alla soddisfazione di leggere in lingua originale. C’è da chiedersi quale ammaestramento possa venire da questo tipo di “invito alla lettura” se non, nella maggior parte dei casi, una sorta di reazione di rigetto, anche a fronte del fatto che il massimo degli strumenti critici che venivano da parte dei professori erano frasi del genere “Bellissimo, non è vero?” In questo senso forse non sono del tutto d’accordo con la posizione della Mastrocola sul fatto che si devono imporre i libri belli ai propri allievi. Forse un po’ di confronto prima di partire con le lettura, non potrebbe portare a qualcosa di meglio? Non è meglio forse esercitare le proprie capacità lettorie e critiche su testi più vicini a noi - qualche esempio: Brizzi, Coupland, Tondelli, Nove, Labranca, Cameron, McEwan, Nothomb - prima di cimentarsi con gli ardui “classici”? Per decenni dopo la maturità, credendo nell’equazione “letteratura = paranoia e tristezza” personalmente ho letto solo qualche sparuto saggio; se da circa una decina d’anni sono diventato quello che si dice un lettore “forte”, se devo dire grazie a qualcuno, temo che questo qualcuno non sia la scuola.

    Importanza della cultura “classica” a prescindere dall’uso che se ne farà. Sono tendenzialmente d’accordo, ma nello stesso tempo mi chiedo se la riuscita sociale propria di coloro che provengono da prestigiosi licei classici, come il Cavour a Torino o il Parini a Milano dipenda dall’importanza e dal valore pedagogico e disciplinare della cultura classica, piuttosto che non dal censo, dai privilegi di partenza e da una disciplina strutturale familiare allo studio e alla conoscenza degli allievi che si iscrivono a queste scuole, anche quando diventeranno medici o ingegneri piuttosto che professori di materie umanistiche.

    Comunque sia, il libro della Mastrocola è interessante, ed assolutamente da leggere, eventualmente in modo critico, da tutti quelli che si interrogano sul destino della scuola italiana.

    ha scritto il 

  • 4

    tutti dovrebbero leggerlo

    Rivedere >Karate kid e capire l'essenza del maestro.


    Trasmettere e patrimonio, gli insegnanti come depositari di sapere che viene trasmesso. Insegnare: piacere immenso della condivisione "sentite che bello questo brano".


    versi della cvetaeva?


    Adesso non si parla più di pro ...continua

    Rivedere >Karate kid e capire l'essenza del maestro.

    Trasmettere e patrimonio, gli insegnanti come depositari di sapere che viene trasmesso. Insegnare: piacere immenso della condivisione "sentite che bello questo brano".

    versi della cvetaeva?

    Adesso non si parla più di programmi, perchè sono diventati una cosa vecchia e inessenziae. Parliamo solo di progetti e di uscite. Cioè parliamo di cosa facciamo fare agli allievi di extra-scolastico. Extra, per l'appunto, vuol dire fuori. Tutto ciò che facciamo fare "fuori" va bene, perchè vuol dire "uscire" dagli schemi scolastici, meglio ancora uscire davvero, letteralmente, fuori dalla scuola: fa tanto scuola "aperta".

    ha scritto il 

  • 4

    x colpa di chi chi chi

    un j'acuse palpitante e vibrante contro lo sfacelo della scuola cultura intelligenza, dell'inutilità dei nuovi metodi, ma anche di un approccio della prof "alla vecchia", forse non permeabile ai nuovi strumenti di comunicazione privilegiando il vecchio metodo...


    avrei voluto i nomi di chi ...continua

    un j'acuse palpitante e vibrante contro lo sfacelo della scuola cultura intelligenza, dell'inutilità dei nuovi metodi, ma anche di un approccio della prof "alla vecchia", forse non permeabile ai nuovi strumenti di comunicazione privilegiando il vecchio metodo...

    avrei voluto i nomi di chi ha tradito, di chi ha parlato di una riforma giusta, mai più mai più una scuola così!

    ha scritto il 

  • 2

    Letto all'uscita, un po' per dovere, un po' per curiosità, e giudicato quanto meno assai frettoloso, e molto querulo. Rileggerlo per ricerca, e concordare con quel vecchio, pur rapido, giudizio, è stato tutt'uno.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro straordinario. Si può non essere d'accordo su tutto, è perfettamente normale, ma le riflessioni sono utilissime, soprattutto quando si ha a che fare con la scuola e i ragazzi. Il recupero delle parole, gli esempi stringenti... la narrazione fluida e la scrittura semplicemente perfetta. U ...continua

    Un libro straordinario. Si può non essere d'accordo su tutto, è perfettamente normale, ma le riflessioni sono utilissime, soprattutto quando si ha a che fare con la scuola e i ragazzi. Il recupero delle parole, gli esempi stringenti... la narrazione fluida e la scrittura semplicemente perfetta. Un gran libro!

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo sulla scuola italiana dei nostri giorni. La scrittrice, nonché docente liceale, dà un valido reportage di come la realtà educativa italiana sia cambiata, e non di certo in meglio.

    ha scritto il