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La società dello spettacolo

By Guy Debord

(187)

| Paperback | 9788845701832

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Book Description

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  • 2 people find this helpful

    Zitti tutti, va in scena il Potere!

    Non c'è dialogo. Non c'è scelta. Gli individui sono testimoni passivi, ammirano le immagini, scelte dal potere, che sostituiscono la realtà. Il pubblico guarda non agisce e non reagisce. Reale e virtuale si confo ...(continue)

    Zitti tutti, va in scena il Potere!

    Non c'è dialogo. Non c'è scelta. Gli individui sono testimoni passivi, ammirano le immagini, scelte dal potere, che sostituiscono la realtà. Il pubblico guarda non agisce e non reagisce. Reale e virtuale si confondono, perdono identità. Si assiste così alla “rimozione di ogni verità vissuta sotto la presenza reale della falsità assicurata dall'organizzazione dell'apparenza”. È vero ciò che il potere mostra. Il resto è impostura. Il reale perde consistenza, è annullato, lo stesso accade all'individuo, alle sue necessità e ai suoi desideri, annientati per trasformare l'io in mero consumatore.
    In questo modo, il potere manipola. Continuo rinnovamento tecnologico; fusione economico-statale; segreto generalizzato; falso indiscutibile; eterno presente.
    La società dello spettacolo schiaccia, imprigiona e domina l’individuo, oramai isolato, in una società che s’è fatta, essa stessa, spettacolo.

    “La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, limitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale la sua vita è stata deportata, non conosce più se non gli interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente con la loro merce e con la politica della loro merce. Lo spettacolo, in tutta la sua estensione, è il suo «segno dello specchio». Qui si mette in scena la falsa via d'uscita di un autismo generalizzato”.

    Viviamo in una società dove tutto è merce, spettatore compreso. Dall’essere all’apparire. Questa l’evoluzione dell’individuo nella società dello spettacolo. Non guardiamo più le cose, ma la rappresentazione delle stesse. Non siamo altro che consumatori d’illusioni.

    Guy Debord scrisse La società dello Spettacolo nel 1967. Profetico, o acuto osservatore? Una critica aspra rivolta alla società capitalistica e alla sua cultura. Non si può evitare, leggendolo, di fare un parallelo con la società attuale. E sorge una domanda. È ancora possibile un cambiamento?

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    Cat said on Sep 17, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    nel 1967 scriveva di oggi!

    lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini

    la prima e la terza parte sono davvero interessanti, la critica della parte centrale al pensiero marxista invece meno appassionante

    lo spettacolo è ...(continue)

    lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato da immagini

    la prima e la terza parte sono davvero interessanti, la critica della parte centrale al pensiero marxista invece meno appassionante

    lo spettacolo è una visione del mondo che si è oggettivata

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    Acetico Glaciale said on Aug 21, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    "Presto per la strada non vedremo più che artisti, e faremo una gran fatica a scorgere un uomo" Arthur Cravan

    “La società dello spettacolo” è un libro del 1967, ha fatto la storia del '68 e poi è stato dimenticato, come succede, a volte, ai libri scomodi e troppo intelligenti.

    “Che la società contemporanea sia una società dello spettacolo, è un fatto assoda ...(continue)

    “La società dello spettacolo” è un libro del 1967, ha fatto la storia del '68 e poi è stato dimenticato, come succede, a volte, ai libri scomodi e troppo intelligenti.

    “Che la società contemporanea sia una società dello spettacolo, è un fatto assodato. Presto si noteranno solo quelli che non si fanno notare.” Lo dice Debord nei suoi “Commentari sulla società dello spettacolo” scritti nel 1988 e allegati a questa edizione dell'opera. Sono altrettanto lucidi e illuminanti delle analisi di 20 anni prima, che descrivevano una società prossima a convertirsi nel “regno autocratico dell'economia mercantile elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile“.

    Ciò che allo stesso tempo segnala e costituisce il motore di questo salto di qualità in negativo della società in cui viviamo è lo “spettacolo”: il concetto che costituisce il filo rosso che lega le analisi debordiane.

    Che cos'è lo “spettacolo”? Qui viene il difficile: spiegarlo è complicato perché lo spettacolo è diventato così consustanziale alla nostra società che facciamo fatica a vederlo, a percepirlo. E' diventato come l'aria che respiriamo, “non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini.”

    “Lo spettacolo non può essere compreso come l’abuso del mondo visivo, il prodotto delle tecniche di diffusione di massa delle immagini. È piuttosto una Weltanschauung divenuta concreta e operante, materialmente tradotta. È una visione del mondo che si è oggettivata.”

    “Lo spettacolo, compreso nella sua totalità, è allo stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente. Non è un supplemento del mondo reale, la sua decorazione sovrapposta. È il cuore dell’irrealismo della società reale. In tutte le sue forme particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto di divertimenti, lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante. Esso è l’affermazione onnipresente della scelta già fatta nella produzione, e il suo consumo conseguente.”

    In questo senso il contributo dato da Debord alla comprensione di quanto pervasivo e intrusivo sia diventato nelle nostre vite il modus operandi “spettacolare” è straordinario, direi unico per quanto ne sappia.

    La politica si è ridotta e mera rappresentazione, puro spettacolo televisivo sganciato dalla vita reale; il mondo dell'informazione si spende nella reiterazione indefinita di notizie inutili, pettegolezzi, avvenimenti drammatici e qualsiasi cosa che faccia audience, cioè spettacolo, senza andare a intaccare i fondamentali della società, del potere.

    I prodotti, perfino quelli della terra, si sono trasformati in merci il cui valore d'uso decresce tanto quanto cresce il loro valore di scambio, la loro importanza simbolica. Il gusto della frutta, per esempio, è sempre più distante dal suo potenziale naturale; la percezione di quanto sia insipida rispetto a quello che era in passato, e in pochi casi ancora oggi, sta scemando, eppure, grazie all'opera incessante di falsificazione della realtà realizzata dal marketing, continuiamo a chiamarla frutta, abituati a valutare le cose dalla loro etichetta.

    In ogni settore, dalla medicina all'alimentare, dall'arte al turismo, dalla moda alla gestione delle risorse umane, la mercificazione della vita produce inautenticità e ci abitua alle immagini delle cose invece che alle cose reali e genuine. Gli altri diventano soggetti da manipolare con la propaganda, la programmazione neurolinguistica, la narrazione di falsità, noi stessi diventiamo imprenditori della nostra immagine, continuamente attenti alla proiezione calcolata del nostro fantasma, del nostro alter ego sul palcoscenico della vita.

    In tutto questo la cancellazione del passato, la fine organizzata della storia considerata come sforzo consapevole per mantenere vivi gli accadimenti, la produzione materiale e i saperi del passato, diventa necessaria ai fini della costituzione di un “eterno presente”.

    “Il campo della storia era il memorabile, la totalità degli avvenimenti le cui conseguenze si sarebbero manifestate a lungo. Inseparabilmente, la conoscenza avrebbe dovuto durare, e aiutare a comprendere almeno in parte ciò che sarebbe successo di nuovo: «un'acquisizione per sempre», dice Tucidide. In tal modo la storia era la misura di un'autentica novità; e chi vende la novità ha tutto l'interesse a far sparire il modo di misurarla.”

    Guy Debord ci aiuta a strappare strati e strati di falsità sovrapposta all'autenticità della vita. Lo fa a suo modo, da intellettuale anticonformista, "autenticamente" opposto al sistema spettacolare: “Una notorietà antispettacolare è diventata una cosa rarissima. Io sono uno degli ultimi viventi a possederne una; a non averne mai avuta un'altra. Ma è diventata anche estremamente sospetta. La società si è proclamata ufficialmente spettacolare. Essere noto al di fuori delle relazioni spettacolari equivale già a essere noto come nemico della società.”

    A chiunque interessino i temi della comunicazione e le dinamiche del potere, tutti i curiosi delle logiche di fondo, delle macro tendenze della società troveranno in questo libro pane per i loro denti, abbondanza di enzimi da assimilare.

    Non fatevi scoraggiare dal tempo che è trascorso da quando è stato scritto, le riflessioni che contiene sono ancora valide, come e più di prima.

    E dopo averlo letto fatelo girare, ce n'è bisogno!

    “Possiamo essere certi che questi Commentari saranno conosciuti rapidamente da cinquanta o sessanta persone; che non sono poche di questi tempi, e trattando di questioni così gravi.”
    Guy Debord

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    Bradipous said on Jun 23, 2013 | Add your feedback

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    quest'uomo era un idiota e, sinceramente, apprezzare una critica superficiale del genere è di per sé uno spettacolo di miseria

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    William Di Pasquale said on Apr 2, 2013 | 1 feedback

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    *** This comment contains spoilers! ***

    "La società dello spettacolo" spiegata a un cretino (ovvero a me stessa)

    Viviamo in una società dello spettacolo, ci spiega Debord (che negli anni '60 aveva già capito molto più dei cosiddetti attuali giornalisti indipendenti, a quanto parrebbe. Ma visto che è francese nessuno ha mai cercato di scrivere su di lui articoli ...(continue)

    Viviamo in una società dello spettacolo, ci spiega Debord (che negli anni '60 aveva già capito molto più dei cosiddetti attuali giornalisti indipendenti, a quanto parrebbe. Ma visto che è francese nessuno ha mai cercato di scrivere su di lui articoli scandalistici che lo ritraggono con un paio di calzini azzurri ai piedi), una società che mercifica tutto a partire dalla realtà stessa con la sua brillante e fascinosa patina di spettacolarizzazione.
    Come un enorme spot senza fine.
    (Pensa agli attuali spot in circolazione) *Che culo...*

    Questo porta a una profonda alienazione dello spettatore a beneficio dell'oggetto contemplato: ovvero per essere più chiari visto che Debord non è che sia proprio immediato, per riflettere sulla merce il pirla qualunque non riflette su se stesso, e dal momento che la merce è pubblicizzata in continuazione (perchè la merce da pubblicizzare è la realtà stessa!) al pirla qualunque non viene dato mai modo di riflettere. Questo porta a un senso di profonda alienazione e di dimenticanza del sè. E un pirla senza identità tende a seguire la corrente, un gruppo che più gli sembra congeniale.
    Fin qui qualcosa suona familiare?

    Questa merce-realtà poi, continua l'autore come se tutto questo non bastasse a far venire in chi legge un'ansia mica da ridere, viene continuamente rappresentata come spettacolo, ovvero tramite immagini opportunamente selezionate e rimontate che non corrispondono al reale ma piuttosto a una versione riveduta e corretta all'uopo da chi vende - quindi priva di qualità. E chi è il miglior pubblicitario di questa finta realtà-merce? La politica, claro.
    (Zan zan zaaaaaaaaaaan)

    Lo spettacolo è per sua natura al tempo stesso uno e diviso: vive e prospera nella falsa "concorrenza", in una serie di finte lotte per la supremazia quando in realtà tutte le forse contrastanti altro non sono che facce della stessa medaglia. Le merci sono tutte uguali.
    Sono "una", per l'esattezza.
    Uno dei mezzi più efficaci della spettacolarizzazione è la banalizzazione del messaggio: appellarsi a forme di identità arcaiche, comuni e di stampo conservatore come Dio, Patria e Famiglia, cambiando solo la patina esterna. Il suo portavoce è l'uomo banale da prendere a modello, quello che di merce vive e che la merce rappresenta.
    Qualsiasi riferimento a Biscioni vivi, morti o proprietari di buona parte della stampa e dei mezzi televisivi del paese è puramente casuale.

    A questo punto Debord comincia una lunga digressione sulle teorie marxiste di rivoluzione proletaria in cui, lo ammetto, per un po' ho faticato a capire dove si volesse andare a parare. Finchè non ho capito, o mi pare di aver capito, che quello che Debort cerca di farci capire è il percorso storico di questa società dello spettacolo.

    Debord ci spiega che Marx nel suo linearismo proletario, ovvero nel prendere in esame una sola classe, quella proletaria, perde di vista il quadro d'insieme: ovvero che la borghesia è la sola classe sociale che nella storia a conti fatti si è effettivamente compiuta e che ha davvero trionfato, perchè nel momento in cui il comunismo ha vinto (per esempio in Russia) non ha vinto il proletariato, ma la rappresentanza operaia, ovvero una classe totalitaria forte che in quanto tale maschera la propria forza dietro il diniego della stessa.
    "Noi non siamo forti, operiamo in nome del popolo"
    Questa finta vittoria del proletariato si costruì attraverso una lunga e faticosa spettacolarizzazione del trionfo (fasullo e inesistente) delle masse operaie, le quali persero di vista il contatto con la realtà e si ritrovarono non solo convinte di aver trionfato una battaglia che avevano tutt'altro che vinto, ma addirittura a venir rappresentati da persone che sapevano benissimo di non rappresentare gli interessi degli stessi. Gente che deve vendere la merce-realtà con un'opera di grandiosa spettacolarizzazione.
    Realtà che si identifica col tempo.
    Il controllo del tempo (che in realtà c'è sempre stato a vari livelli anche se non con questa forza e questa efficacia), lo status quo, il presente. Un tempo che svilisce il ragionamento, il dialogo, che deforma la realtà (e per questo svilisce la cultura, che la realtà la descrive) dando un finto senso di appartenenza e porta l'uomo a divenire un non-essere.

    Lo spettacolo è ideologia per eccellenza perchè espone e manifesta nella sua pienezza l'essenza di ogni sistema ideologico: impoverimento, asservimento e negazione della vita reale.

    Alla fine non è che Debord offra una soluzione. Presenta un problema e la via d'uscita, se c'è, viene presentata in maniera davvero inattuabile. Diciamo che a conti fatti la morale di questo libro è che siamo un po' tutti fottuti, e da parecchio se ce l'è venuto a dire uno che questo libro l'ha scritto negli anni '60.

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    Twin Fitzgerald Kirkland ha fatto una Homerata said on Mar 21, 2013 | Add your feedback

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    Fondamentale per imparare a cogliere la sostanza nascosta dietro l'aspetto superficiale di qualsiasi fenomeno sociale e comunicativo di massa, anche dei più recenti.
    Per essere compreso a fondo richiede un'ampia cultura di base, riflessi pronti e cap ...(continue)

    Fondamentale per imparare a cogliere la sostanza nascosta dietro l'aspetto superficiale di qualsiasi fenomeno sociale e comunicativo di massa, anche dei più recenti.
    Per essere compreso a fondo richiede un'ampia cultura di base, riflessi pronti e capacità di ricongiunzione di concetti distanti tra loro.
    Scritto come l'Hagakure.

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    XOs said on Jan 8, 2013 | Add your feedback

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