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La società della stanchezza

Di

Editore: Nottetempo

3.8
(20)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 81 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8874523459 | Isbn-13: 9788874523450 | Data di pubblicazione: 

Genere: Social Science

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Descrizione del libro
Byung-Chul Han analizza il disagio dell'individuo tardo-moderno nell'attuale società della prestazione e della competizione. L'ossessione dell'iperattività e del multitasking produce disturbi di natura depressiva e nevrotica, nel quadro di una generale incapacità di gestire la "negatività" dell'esperienza. Una denuncia della "società della stanchezza", in cui ogni reazione al modello sociale dominante rischia di essere inibita da un senso d'impotenza.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Società, obesità e stanchezza

    L’obesità della quale andrò a parlare rappresenta un pericolo sociale sottile quanto infido, nemmeno lontanamente paragonabile, in quanto a pericolosità, a quella temuta in campo medico. ...continua

    L’obesità della quale andrò a parlare rappresenta un pericolo sociale sottile quanto infido, nemmeno lontanamente paragonabile, in quanto a pericolosità, a quella temuta in campo medico. Baudrillard parla di "obesità di tutti i sistemi attuali", riferendosi ai sistemi d’informazione, di comunicazione e di produzione. Inoltre, "la comunicazione generalizzata e l'eccesso informativo minacciano tutte le forze di reazione". Siamo in presenza, cioè, di una disfunzione che coinvolge la società, così come la conosciamo, in toto. L’informazione, la comunicazione e i sistemi di produzione, nelle loro crescenti sfumature di apparente complessità (in termini quantitativi di flussi: la qualità non regge il passo della quantità), attribuiscono un fardello sempre più insostenibile all’individuo. Questi è ormai depotenziato nelle sue risorse in termini di capacità critica e di capacità di reazione. L’inflazione informativa è percepibile come tale soltanto se ci si pone in grado di focalizzare la sostanziale povertà di argomenti e di seri contradditori in seno al mondo dell’informazione stessa. Byung-Chul Han, nel suo lavoro "La società della stanchezza", dopo aver citato Baudrillard, prosegue nella sua "analisi del disagio dell'individuo tardo-moderno nell'attuale società della prestazione e della competizione". Durante gli Anni Ottanta e Novanta, sono solito ripeterlo alla nausea, attraverso i mezzi d’informazione e le statistiche, non sempre limpide, da questi offerte ai fruitori, apprendevamo essere in atto una trasformazione sociale non di poco conto. A prescindere dalla bontà, o meno, delle indagini sociologiche (o pseudo tali) del tempo, la famiglia e le amicizie erano man mano sostituite, all’apice delle ricorrenti classifiche delle preferenze degli italiani, dal lavoro e dal successo personale. Effettivamente, a quanto pare, la mutazione si è verificata: dal perbenismo, spesso di facciata, legato alla sfera della molecola famigliare o amicale, si è passati al disfunzionale pragmatismo dell’atomo-individuo. Questi si è rivelato incapace di gestire socialmente le ansie generate dalla richiesta di prestazioni sempre più differenziate e sempre meno ascrivibili a un riconoscibile ambito meritocratico. Un salto nel buio, per i più, dopo aver ceduto ai facili entusiasmi propri degli albori della civiltà del neoliberismo e della globalizzazione. La natura del disagio è multiforme, ma trova la sua più diffusa espressione in quella che sono solito chiamare “sindrome del fare purchessia”. L’individuo ha creduto erroneamente di salire i gradini di un’evoluzione che tale non parrebbe essersi rivelata: si potrebbe affermare che si è passati dalla gabbia della famiglia alla gabbia della solitudine individuale. La nota dell'ultima di copertina del predetto saggio recita ancora, significativamente, che "l'ossessione dell'iperattività e del multitasking produce disturbi di natura depressiva e nevrotica, nel quadro di una generale incapacità di gestire la negatività dell'esperienza. Una denuncia della società della stanchezza, in cui ogni reazione al modello sociale dominante rischia di essere inibita da un senso d'impotenza". Noi sappiamo che la capacità delle donne di saper gestire, meglio degli uomini, più attività contemporaneamente, è ormai una certezza da tempo. Per sillogismo argomentale, tuttavia, possiamo passare a chiederci chi sia più adeguato nell’elaborazione dei lutti derivanti da eventuali risultati finali negativi, dati anch’essi mediamente per certi nei test misuranti le capacità individuali in tema di multitasking. L’impressione è che si facciano molte cose in un quadro di generale incertezza (quando non paura), trattenuti a un nucleo esistenziale (a carattere depressivo-giocondo, bipolare) da una forza centripeta depotenziante in termini di reattività al negativo.

    ha scritto il 

  • 3

    La vita stanca

    "La società della stanchezza" narra dell’uomo di oggi, un uomo condannato a vivere eternamente la punizione ultra-terrena di Prometeo. Colpo di scena: l’aquila che gli mangia il fegato non è ...continua

    "La società della stanchezza" narra dell’uomo di oggi, un uomo condannato a vivere eternamente la punizione ultra-terrena di Prometeo. Colpo di scena: l’aquila che gli mangia il fegato non è nient’altro che un suo alter-ego; vi è tra i due un «rapporto di auto-sfruttamento» (p. 6). Oggi noi siamo i nostri sfruttatori, i nostri datori di lavoro; quante volte sentiamo la magica formula “imprenditore di se stesso”? C’è un pericolo però che Byung-Chul ravvisa, anche se non lo esplicita in modo lampante come forse dovrebbe: se non c’è uno sguardo altro, estraneo a noi, a fermarci davanti ad un dato oggettivo, chi può farlo?... Continua su http://sharada.altervista.org/blog/la-vita-stanca-la-societa-della-stanchezza-byung-chul-han/

    ha scritto il 

  • 3

    Per certi versi illuminante, sia nella sua tesi principale, sia quando analizza alcuni elementi del nostro vivere quotidiano (es.: “Il multitasking non è un’abilità di cui sarebbe capace ...continua

    Per certi versi illuminante, sia nella sua tesi principale, sia quando analizza alcuni elementi del nostro vivere quotidiano (es.: “Il multitasking non è un’abilità di cui sarebbe capace soltanto l’uomo nella società del lavoro e dell’informazione tardo-moderna. Si tratta, piuttosto, di un regresso. Il multitasking infatti si trova già largamente diffuso tra gli animali in natura. È una tecnica dell’attenzione indispensabile per la sopravvivenza nell’habitat selvaggio”). Un libro utile per aprire spunti di riflessione, che tuttavia sembra più alimentato dal desiderio dell’autore di partecipare ad un dibattito culturale “alto” che di far pervenire un messaggio al lettore. L’autore pare preoccuparsi di più di dimostrare la non validità di alcune riflessioni di altri pensatori, più che di sviluppare le conseguenze della propria intuizione e leggere le dinamiche sociali che ne possono derivare. Originale, senza dubbio. Utile a cambiare punto di vista. Non particolarmente “empatico” e a mio avviso “non finito” nelle sue conclusioni.

    ha scritto il 

  • 3

    Anche in questo saggio, come in "Eros in agonia", c'è la convenzione, che semplifico, per cui viene definito "positivo" lo stato del soggetto contemporaneo che rifugge dall'Altro e si isola sempre ...continua

    Anche in questo saggio, come in "Eros in agonia", c'è la convenzione, che semplifico, per cui viene definito "positivo" lo stato del soggetto contemporaneo che rifugge dall'Altro e si isola sempre di più nel proprio narcisismo, che vive in un eccesso di positività che lo porterebbe a contrarre disagi psicologici. "Negativa", invece, è la situazione in cui ci si abbandona all'Altro o alterità, lasciando che anche i propri stati emozionali fluiscano e si rafforzino. Nel contesto lavorativo si è passati dalla fase della società disciplinare (negativa) a quella della prestazione (positiva), deregolamenteta in cui è il soggetto stesso che diventerebbe artefice dei propri obblighi, spesso estremi, in termini di iniziativa e motivazione che generano soggetti depressi e frustrati per auto sfruttamento.

    Una particolare sezione è dedicata al multitasking che l'autore definisce come regressione ad uno stato istintivo in cui non si riesce più ad assumere una attenzione profonda, come ad esempio, la capacità di ascoltare/rsi contemplativo. Alla rete Internet viene data valenza positiva secondo quanto espresso sopra.

    A conclusione l'autore invita a riprendersi gli spazi di ozio perché, come il sonno che rigenera le funzioni psico fisiche, così il non-fare aiuterebba a reimpossessarsi della negatività che stiamo perdendo.

    Commento: mi sembra tutto u po' troppo estremizzato. Certo, ci sono casi di esagerazione nella richiesta endogena prestativa sul lavoro, lo dimostra anche l'uso di sostante eccitanti che verrebbero in qualche modo autorizzate proprio perché il doping permetterebbe migliori prestazioni, ma non si può certo affermare che nel complesso la nostra società sia peggiorata in termini di salute rispetto alle precedenti dove, gli attacchi di agenti patogeni sul fisico, piuttosto che situazioni frustranti se non alienanti specialmente delle donne, non mietessero meno vittime nei disagi psichici di oggi. Certamente bisogna percorrere e ritrovare alcuni equilibri nella "Vita Activa" in modo da evitare richieste così forti e autoindotte alle proprie possibilità. E comunque non è solo l'ambito lavorativo che può determinare stati di disagio psichico, basti pensare a certi razionalismi urbanistici che hanno rotto la rete sociale o casi di indigenza che inducono alla disperazione. Tante volte si trova soddisfazione nel lavoro dove, invece, viene negata in altri ambiti. La situazione è complessa, come sempre.

    ha scritto il 

  • 4

    Numerosi gli spunti:‎

    " La violenza non nasce solo dalla negatività, ma anche dalla positività, non solo dall'Altro o dall'Estraneo ma anche dall'eguale" infatti per Baudrillard " Chi vive ...continua

    Numerosi gli spunti:‎

    " La violenza non nasce solo dalla negatività, ma anche dalla positività, non solo dall'Altro o dall'Estraneo ma anche dall'eguale" infatti per Baudrillard " Chi vive dell'eguale, muore dell'eguale."

    "La violenza della positività non presuppone alcuna ostilità, si sviluppa proprio in una società permissiva e pacificata".

    Questa positività " non è privativa ma SATURATIVA, non è esclusiva ma ESAUSTIVA.[...] è immanente al sistema"

    " La società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una SOCIETA' DELLA PRESTAZIONE."

    " Il verbo modale positivo, proprio della società della prestazione, è il poter-fare illimitato.[...] Yes we can."

    "La società disciplinare è ancora dominata dal no [...] produce pazzi e criminali; la società della prestazione, invece genera soggetti depressi e sfruttati."

    "L'inconscio sociale è palesemente animato dallo sforzo di massimizzare la produzione [...] cozza rapidamente con i propri limiti[...] La positività del poter-fare è molto più facile della negatività del dovere ma[...] non annulla il dovere[...] egli è passato attraverso lo stadio della disciplina[...] In rapporto all'incremento della produttività, tra il poter-fare e il dovere non sussiste una rottura bensì una continuità".

    " Non è solo l'imperativo di appartenere solo a se stessi a causare depressione e esaurimento, bensì la pressione della prestazione."

    " Libertà e costrizione coincidono [...] l'imperativo della prestazione quale nuovo obbligo."

    " La libertà in senso proprio è connessa alla negatività [...] dove vi è eccesso di positività scompare anche l'enfasi della libertà, che deriva dialetticamente dalla negazione della negazione."

    La noia profonda è secondo Benjamin " Un uccello incantato, che cova l'uovo dell'esperienza"

    " Solo l'attenzione profonda impedisce <<l'erranza degli occhi>> e realizza la sintesi che è in grado di << congiungere le mani erranti della natura >>. Senza questa sintesi contemplativa lo sguardo errerebbe inquieto e non porterebbe nulla a espressione. L'arte, invece, è appunto una << attività espressiva >> . "

    " La pura frenesia non crea nulla di nuovo, ma riproduce e accelera ciò che è già disponibile."

    " senza quegli istinti che concludono, l'agire si disperderebbe in un reagire e abreagire irrequieto, iperattivo. L'attività pure prolunga soltanto ciò che già esiste."

    "Agli uomini d'azione manca di solito la più alta attività [...] , per questo riguardo essi sono pigri. [...] Gli uomini attivi rotolano, come rotola la pietra, in conformità alla brutalità della meccanica." Nietzsche

    " l'irritazione sta alla rabbia come la paura all'angoscia "

    " Per Hegel è proprio la negazione a tenere l'esistente in vita."

    " La stanchezza è disarmante. Nel lungo, lento sguardo di chi è stanco sorge la risolutezza della quiete."

    ha scritto il 

  • 2

    La cosa più interessante di questo pamphlet è la tesi su cui si basa:

    Ogni epoca ha la sue malattie. Così, c'è stata un'epoca batterica, finita poi con l'invenzione degli antibiotici. ...continua

    La cosa più interessante di questo pamphlet è la tesi su cui si basa:

    Ogni epoca ha la sue malattie. Così, c'è stata un'epoca batterica, finita poi con l'invenzione degli antibiotici. Nonostante l'immensa paura di una pandemia influenzale, oggi non viviamo in un'epoca virale. L'abbiamo superata grazie alla tecnica immunologica. Sul piano delle possibili patologie, il XXI secolo appena cominciato non è caratterizzabile in senso batterico o virale, quanto piuttosto in senso neuronale. Malattie neuronali come la depressione, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo borderline di personaliità (BPD) o la sindrome da burnout (BD) connotano il panorama delle patologie tipiche di questo secolo. Non si tratta di infezioni, piuttosto di infarti che non sono causati dalla negatività di ciò che è immunologicamente altro, ma sono determinati da un eccesso di positività. Queste sindromi si sottraggono a qualsiasi tecnica immunologica che miri a respingere la negatività dell'Estraneo. [pgg. 7-8]

    Pensando allo sviluppo umano come ad un processo che si evolve in "ere", o "periodi", questa teoria è certamente stimolante. Proviamo a pensare al mondo attuale: un mondo estremamente collegato sia fisicamente (mezzi di trasporto) che idealmente e tecnologicamente (internet, tv, radio, cellulari). Il concetto dell'Estraneo, del lontano, si è radicalmente ridimensionato rispetto a soli quarant'anni fa.

    Nonostante gli spauracchi periodici che ci propinano i telegiornali a proposito delle cicliche influenze aviarie o suine che siano, le malattie di questi anni sono la depressione, l'ansia e il cancro. L'individuo non si ammala per una causa esterna, un virus, un "Estraneo", ma per cause interne a sè stesso. La società odierna, di "prestazione", si sussegue a quella precedente "disciplinare": ovvero l'individuo, da essere regolamentato dall'alto al dover fare (impulso negativo all'azione), adesso, nell'epoca dello "Yes we can", è spronato dalla società all'iniziativa e alla motivazione personale (impulso positivo all'azione). Byung-Chul Han spiega questo cambiamento in termini di necessità di aumento produttivo. "L'inconscio sociale passa dal dovere al poter-fare" (pg. 24) In questo quadro sociologico interviene la depressione, che sarebbe un'auto-accusa del soggetto di prestazione frustrato da quest'obbligo di dover realizzare sè stesso in termini produttivi. E' la malattia di un uomo vittima di un'illusoria libertà che fa la guerra a sè stesso.

    "Il soggetto di prestazione è libero dall'istanza esterna di dominio, che lo costringerebbe a svolgere un lavoro o semplicemente lo sfrutterebbe. E' lui il signore e sovrano di se stesso. Egli, dunque, non è sottomesso ad alcuno se non a se stesso. In ciò si distingue dal soggetto d'obbedienza. Il venir meno dell'istanza di dominio non conduce, però, alla libertà. Fa sì, semmai, che libertà e costrizione coincidano. Così il soggetto di prestazione si abbandona alla libertà costrittiva o alla libera costrizione volta a massimizzare la prestazione. L'eccesso di lavoro e di prestazione aumenta fino all'auto-sfruttamento. Esso è più efficace dello sfruttamento da parte di altri in quanto si accompagna a un sentimento di libertà. Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Vittima e carnefice non sono più distinguibili." [pgg. 27-28] Purtroppo, però, l'autore non approfondisce ulteriormente questa interessante correlazione tracciata tra la storia sociale, la medicina e la biologia. Sarebbe stato interessante, per esempio, trattare della diffusione delle droghe e del cancro. Salta agli occhi l'evidente parallelo con i saggi di Huxley sul Mondo Nuovo, ovvero come la libertà illusoria possa essere molto più producente del divieto e dell'obbligo. Solo che Huxley si dilunga sulle forme di controllo occulte volte a formare questa libertà pretestuosa, mentre Byung-Chul Han salta completamente l'argomento. Interessante sarebbe stato anche fare riferimento al terrorismo (altra forma di distruzione "dall'interno"). Insomma, sono tanti gli aspetti che avrebbero dato credito a questa teorizzazione, ma purtroppo l'autore non li approfondisce, rendendo la trattazione piuttosto incompleta e scarsamente descrittiva della società d'oggi. Byung-Chul Han passa poi a trattare delle conseguenze di un uomo orientato all'iper-lavoro, ovvero il multitasking, la scarsità d'attenzione e la mancanza di capacità contemplativa. Tutte queste cose però sono ripetizioni di altre teorie: penso soprattutto a Jung che in Tipi psicologici nel tracciare le differenze fra i due principali tipi introverso/estroverso, sottolinea come la società odierna premi maggiormente l'estroversione, e di come l'individuo sia altamente funzionalizzato, ovvero di tutte le sue funzioni solo alcune vengono sviluppate, quelle più utili alla società e all'inserimento funzionale dell'individuo nella stessa, mentre le altre rimangono ad uno stadio quasi primitivo. Essendo una società estroversa, le funzioni secondarie, non svilluppate, sono più spesso quelle inerenti all'introversione, come appunto una capacità di pensiero più profonda e astratta e, quindi, la capacità contemplativa. Lo sviluppo personale di queste capacità latenti porterebbe, secondo Jung, a una ristabilizzazione della libido eccessiva accumulata per l'elevata "funzionalizzazione". Discorso che naturalmente si ricollega a molte discipline orientali e al concetto buddhista del distacco come superamento degli opposti. Niente di nuovo, quindi, nella conclusione di Byung-Chul Han che ipotizza la necessità di esperienze puramente immanenti (capacità contemplativa, occhio spirituale) come opposizione alla frenesia sterile dell'uomo di prestazione. Da qui in poi l'autore si lancia in una serie di critiche a diversi scritti, da Vita activa di Hannah Arendt a Bartleby lo scrivano di Melville, senza realmente aggiungere nient'altro alla sua teorizzazione. Per assurdo un saggio sull'eccesso di positività pecca proprio di eccessiva negatività indugiando sulla critica e moderandosi nell'esposizione della teoria vera e propria. Il finale preconizzante la società della stanchezza mi sembra poco probabile e completamente alieno all'attuale panorama sociale. http://brutto-carattere.blogspot.it/2012/05/la-societa-della-stanchezza.html

    ha scritto il 

  • 4

    Piccolo E bello

    Un agilissimo libretto denso denso. Insomma, io che pensavo facesse figo definirsi multitasking scopro che questa è una capacità primitiva: non lo sono, multitasking, le belve a caccia, ad esempio? ...continua

    Un agilissimo libretto denso denso. Insomma, io che pensavo facesse figo definirsi multitasking scopro che questa è una capacità primitiva: non lo sono, multitasking, le belve a caccia, ad esempio? La potenza dell'uomo, quello veramente evoluto, sta non solo nel fare, ma anche nello scegliere di non-fare, che non significa impotenza. Impotenza sta per vorrei, ma non ce la fò. Non-fare sta per potrei, ma scelgo di no. Quindi un atteggiamento contemplativo, attento all'ascolto e alla visione, questo e non l'iperattività è ciò che fa dell'uomo un animale evoluto. La società che viviamo, se le cose stanno così, sta andando verso una rapida primitivizzazione credendo di essere al top della forma. Però...

    ha scritto il 

  • 4

    Tesi: "Ogni epoca ha le sue malattie. Così, c'è stata un'epoca batterica, finita poi con l'invenzione degli antibiotici. Nonostante l'immensa paura di una pandemia influenzale, oggi non viviamo in ...continua

    Tesi: "Ogni epoca ha le sue malattie. Così, c'è stata un'epoca batterica, finita poi con l'invenzione degli antibiotici. Nonostante l'immensa paura di una pandemia influenzale, oggi non viviamo in un'epoca virale. L'abbiamo superata grazie alla tecnica immunologica. Sul piano delle possibili patologie, il XXI secolo appena cominciato non è caratterizzabile in senso batterico o virale, quanto piuttosto in senso neuronale. Malattie neuronali come la depressione, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), il disturbo borderline di personalità (BPD) o la sindrome da burnout (BD) connotano il panorama delle patologie tipiche di questo secolo. Non si tratta di infezioni, piuttosto di infarti che non sono causati dalla negatività di ciò che è immunologicamente altro, ma sono determinati da un eccesso di positività. Queste sindromi si sottraggono a qualsiasi tecnica immunologica che miri a respingere la negatività dell'Estraneo". Patologie che sono anche metafore sociali: se l'epoca immunologica era l'età dello scontro fra interno ed esterno, amico e nemico, se era in altre parole l'epoca della Guerra Fredda (dopo le due guerre mondiali), stavolta il nemico è tutto interno: siamo noi stessi, gli attori della società tardo-occidentale e tardo-capitalistica, in un mondo dal quale sono scomparsi i concetti di alterità ed estraneità. Lo sostiene il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, che insegna filosofia e teoria dei media all'università di Karlsruhe, in un pamphlet che in Germania ha fatto discutere. Come si potrebbe descrivere, fuori da ogni metafora medica, questo cambiamento? "La società disciplinare descritta da Foucault, fatta di ospedali, manicomi, prigioni, caserme e fabbriche, non è più la società di oggi. Al suo posto è subentrata da molto tempo una società completamente diversa, fatta di fitness center, grattacieli di uffici, banche, aeroporti, centri commerciali e laboratori di genetica: la società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una società della prestazione... I suoi stessi cittadini non si dicono più "soggetti d'obbedienza" ma "soggetti di prestazione"... Sono imprenditori di se stessi". Non sono sicuro che tutto sia esattamente, graniticamente così. Che la società disciplinare sia cioè scomparsa, con la sua negatività, i suoi divieti e le sue alterità. Non sono sicuro che, per dirla con il nostro, "l'estraneo cede il posto all'esotico, visitato dal turista" (andatelo a dire ai turisti o ai volontari sequestrati in Africa o in Asia). Certo però, se "la società della prestazione" non è ancora il tratto dominante del nostro mondo, è un aspetto rilevante. Ma l'ansia della prestazione, l'obiettivo di massimizzare i risultati, e la constatazione di non farcela, sommersi da un mare di informazione e in affanno tra un mare di impegni (esemplari le pagine sul multitasking, che al contrario dei pifferai del novismo Byiung-Chul Han vede come un regressso allo stato biologico, quello dei predatori che devono difendere la preda e se stessi mentre si apprestano a divorarla), portano a stanchezza, torpore della mente più che del corpo. Possono portare a depressione (ne aveva già parlata Alain Ehrenberg in "La fatica di essere se stessi: depressione e società"). Eccola qui, servita sul piatto, la società della stanchezza. Molti i bersagli polemici del pamphlet: La teoria dell'obesità di Baudrillard, l'immunitas di Roberto Esposito, l'homo sacer di Giorgio Agamben, la vita activa di Hannah Arendt. E i classici del classici: da Sartre a Heidegger a Kant, tutti "pensatori immunologici". E un modello, un faro: il Walter Benjamin di "Angelus Novus", quello del magistrale saggio sull'arte del narrare in Leskov, con il suo ideale di "noia profonda, l'uccello incantato, che cova l'uovo dell'esperienza". Chiosa Byung-Chul Han: "Benjamin lamenta che questi nidi dell'uccello incantato, nidi di riposo e di tempo, scompaiano sempre più nella modernità". Così, l'iperattenzione, la società dell'azione, distrugge la capacità della contepmlazione, dell'ascolto, della comprensione profonda. Come si vede, siamo sull'altra sponda rispetto ai "barbari" di Alessandro Baricco, che sguazzano in questo mare magnum, lieti di essere iperinfgormati, attivi e superficiali. Come in molti pamphlet, come in molti ragionamenti sociologici, antropologici e filosofici dei nostri anni, c'è nella "Società della stanchezza" più di uno stimolo. E una tendenza, tipica non soltanto dell'intellettuale coreano, a pensare quasi per sineddoche. Prendendo cioè una parte per il tutto. Notava di recente Antonio Gnoli come il pensiero contemporaneo abbia la tendenza di riassumere la società con un aggettivo che catturi l'attenzione: la "societò disciplinare" di Foucault, appunto. Quella "dello spettacolo" di Debord, quella "liquida" di Baumann, quella "del rischio" di Ulrich Beck, quella "post-secolare" di Habermas. Si potrebbe continuare. Ee io, che sono nato in una società "aperta" (Popper), dei consumi, dell'informazione, e ovviamente diffusa e complessa, sono via via passato per la "società sotto assedio" (ancora Bauman), "post-crescita" (Fabris e Latouche), "pandemica" (Michaela Liuccio), "insicura" (Bordoni), "cinica" (Carboni), "senza Stato" (Cassese), "del disagio" (Ehrenberg), "traspasrente" (Vattimo), "nanotecnologica" (Neresini), "dei simulacri" (Perniola), "individualizzata" (sempre Bauman), "della prevenzione" (Pitch), "eccitata" (Turcke). Tutti questi concetti coesistono con quelli di società della conoscenza, globale, secolarizzata, laica, multietnica e multiculturale. Sara una bella società/ basata sulla libertà, canticchiavo da ragazzo (The Rokes). Oggi, ammaestrato dal passato italiano che non passa, fischietto sgomento "La società dei magnaccioni". Che stanchezza.

    ha scritto il