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La solitudine del satiro

Di

Editore: Bur

4.3
(211)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 228 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000023016 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Biography , Fiction & Literature , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    "Quello che volevo ricordare è una strada, un film un vecchio poeta: cose disparate che si mescolano poco chiaramente non solo nella memoria ma anche in un diario"


    Un libro miscellanea, quindi; uno di quelli da leggere senza l' ansia del filo logico o temporale da inseguire, anzi. ...continua

    "Quello che volevo ricordare è una strada, un film un vecchio poeta: cose disparate che si mescolano poco chiaramente non solo nella memoria ma anche in un diario"

    Un libro miscellanea, quindi; uno di quelli da leggere senza l' ansia del filo logico o temporale da inseguire, anzi. Più ti soffermi, più ci ritorni e più ti conquista, ogni volta chiarendo, aggiungendo, nulla sottraendo alle impressioni del primo approccio.
    Testimone di una realtà in trasformazione, vista soprattutto in negativo, con garbo, lontano dal tono da moralista, Flaiano volge il suo occhio disincantato sulla realtà che gli scorre attorno e con l' arma ben calibrata dell' ironia e del sarcasmo ci restituisce una lettura tutta personale ricca di aneddoti, riflessioni, apologhi sui costumi del tempo, nei quali spesso ritroviamo, sorridendone a denti stretti, alcuni dei nostri vizi, duri a morire.
    E' un piacere seguire la danza del satiro Flaiano, soprattutto nelle pagine che hanno come attore principale la città di Roma che egli avvolge in un rapporto di quasi amore-odio: "Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l' enorme garage del ceto medio d' Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha un' estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi".
    E' stato per me uno spasso gustare le sue zampate graffianti, mai volgari, su mode,manie e singole categorie di persone; sulla stupidità di certe affermazioni, sulle sciocchezze diffuse come incrollabili verità, sui falsi miti di un periodo ( gli anni cinquanta, sessanta ) in cui Flaiano era "abbastanza vecchio per ricordare le prime discussioni di Enrico De Nicola e abbastanza giovane per poter passeggiare in via Giovanni Giolitti".</>
    Un libro su cui ritornare, e chi non ama l' ironia si astenga dal leggerlo!

    ha scritto il 

  • 4

    [pag.32] ..Oh, il ritorno periodico di questi nomi! Io non li scriverò, essi mi suscitano un sospetto persino ortografico, ma li so a memoria, come tutti. Dimenticheremo il nome dei nostri maestri, il nome della persona che amammo per un giorno ma non i nomi di questa turpe combriccola, i loro so ...continua

    [pag.32] ..Oh, il ritorno periodico di questi nomi! Io non li scriverò, essi mi suscitano un sospetto persino ortografico, ma li so a memoria, come tutti. Dimenticheremo il nome dei nostri maestri, il nome della persona che amammo per un giorno ma non i nomi di questa turpe combriccola, i loro sorrisi, la loro volgare sicurezza, che traggono dal semplice fatto di sopravvivere , impuniti, e che quindi sfida ogni critica. E come potremmo, del resto, dimenticarli? I giornali stanno all'erta e a ogni nostro indizio di stanchezza raddoppiano la pietà. Lo stesso giotnale che ha stampato cent fotografie della signora assassina, oggi lamenta la pubblicità che essa vuole farsi: e stampa, all'uopo, la centunesima forografia. Da qui il disgusto che ci ispirano le facce troppo fotografate: in ognuna di esse può nascondersi il nostro incubo di domani.

    [pag.243]..Ma io penso che quest'archivio rappresenti il tributo che ella paga al culto moderno che fa di ogni turista un fotografo preoccupato di raccogliere testimonianze della sua stessa vita (per avere la certezza di aver vissuto).

    [pag.276] Gli italiani non amano la natura perché essi stessi <<sono>> nella natura. Ecco l'avvio di una disussione con L., in una trattoria di pescatori, verso la foce dell'Arrone. Lamentavamo che quegli stessi pescatori avessero trasformato la spiaggia in una landa piatta, bruciata, polverosa, distruggendo quasi tutte le quarantasette specie di piante che formano la macchia mediterranea e che sono interdipendenti (cioè, ognuna aiuta le altre per vivere). Noi la ricordavamo un tempo arcadica e solenne, proprio adatta a uno sbarco di Enea, fitta di tamerici, di cardi, di ciliegi selvatici, di ginepri...ispidi e verdi grovigli che proteggevano dalla salsedine i giovani lecci e questi, a loro volta, proteggevano i vecchi pini del bosco. Quella macchia che sfumava sin verso la riva coi suoi aghi, i suoi fiori violetti, le sue grasse diramazioni, e modellava dune sempre più possenti e invalicabili, sulle quali libeccio e maestrale non facevano presa, ora è scomparsa. Quando passa una macchina ora s'alza un polverone. Ci chiedevamo dunque come mai i pescatori (che pure conoscono il mare e i venti) non avevano capito la necessità di conservare quell'ordine vegetale stabilito dalla natura, che difendeva le loro case e temperava il loro clima. Bene, la risposta è quella che abbiamo già data. Davanti ad un paesaggio l'italiano <<povero>> non si commuove, non lo vede cioè come un fatto armonico e intangibile (suscitatore di varie emozioni e presidio della memoria, se si vuole) ma lo scompone nei suoi singoli elementi utilitari. Quel che gli serve, se lo prende, il resto lo distrugge. Agisce infine come un essere talmente inserito nella natura da non avere la capacità di ammirarla, ma soltanto quella di servirsene. Sotto certi aspetti, l'italiano povero è un roditore. Ma l'italiano <<ricco>> è forse qualcosa di peggio, Il <<ricco>> capisce il paesaggio come ornamento di ciò che possiede e riesce persino a dividerlo in due categorie: paesaggio di rappresentanza e paesaggio di servizio. Per ottenere questi paesaggi, indispensabili al suo prestigio, il ricco agisce da guastatore, spiana le dune che gli occludono la vista del mare (il quale, secondo Flaubert, <<gli ispira pensieri profondi>>), scava, riempie, livella, squadra, sradica i cespugli e pianta alberi che non attecchiscono, erge muretti e cancellate, le adorna, sbatte la sua casa a un palmo dalla riva o la ficca nel folto del bosco, facendovi ammirare un tronco che attraversa dall'alto in basso la sua stanza di soggiorno; insomma, modifica anch'egli il paesaggio originale, che gli sembra no elegante, non ordinato, soprattutto non moderno.E, dove può, passa una mani d'asfalto.
    Come conclusione - e tutta la costa laziale sta diventando prova di questo dramma - sia il <<povero>> che il <<ricco>> distruggono la natura: l'uno perché ne fa parte, l'altro perché vuole farla a sua immagine e somiglianza. La desolazione di certi luoghi si fa insostenibile? Spesso l'idea di vivere in un paese che si va sgretolando nella laidezza ci avvilisce.

    ha scritto il 

  • 4

    Vorrei guardare e raccontare la realtà con lo stesso sguardo paradossale di Flaiano, vorrei avere la sua fulminante intelligenza, la sua capacità di racchiudere in una frase un'intera filosofia. Più volte in questo libro ci si chiede se fosse Flaiano a essere un preveggente o se è il popolo itali ...continua

    Vorrei guardare e raccontare la realtà con lo stesso sguardo paradossale di Flaiano, vorrei avere la sua fulminante intelligenza, la sua capacità di racchiudere in una frase un'intera filosofia. Più volte in questo libro ci si chiede se fosse Flaiano a essere un preveggente o se è il popolo italiano che non muta.
    Credo entrambe le cose. Ciò nulla toglie, comunque, alla lucidità d'analisi di questo grandissimo scrittore nostrano.

    ha scritto il 

  • 4

    "Il calabrone entra nella stanza illuminata, va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere forze. Ricomincia contro la lampada, le pareti, i vetri e daccapo la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all’aria ...continua

    "Il calabrone entra nella stanza illuminata, va a battere velocemente contro la lampada, le pareti, i mobili. Rumore secco delle sue zuccate. Dopo un po’ si acquatta per riprendere forze. Ricomincia contro la lampada, le pareti, i vetri e daccapo la lampada. Infine cade sul tavolo, zampe all’aria, la mattina dopo è secco, leggero, morto. Non ha capito niente, ma non si può dire che non abbia tentato." (p. 125)

    ha scritto il 

  • 5

    inutile farsi illusioni

    Lo leggo e lo rileggo da una vita Flaiano, che è una delle mie fonti predilette per il suo sarcasmo, per la sua intelligenza, per il suo amore e odio per Roma.
    Di solito succede questo: rido molto, rifletto e poi vengo preso da una fortissima depressione. L'Italia è sempre quella descritta ...continua

    Lo leggo e lo rileggo da una vita Flaiano, che è una delle mie fonti predilette per il suo sarcasmo, per la sua intelligenza, per il suo amore e odio per Roma.
    Di solito succede questo: rido molto, rifletto e poi vengo preso da una fortissima depressione. L'Italia è sempre quella descritta meravigliosamente da Flaiano. Inutile coltivare speranze, inutile farsi illusioni

    ha scritto il 

  • 5

    Questa raccolta proietta pensieri e frammenti di filosofia in ogni direzione: nello spazio dei luoghi che descrive, nel tempo di un passato che è fin troppo attuale, oltre il libro verso la mente del lettore e dentro la mente dell'autore.


    Una filosofia forte, umile e orgogliosa, ironica e ...continua

    Questa raccolta proietta pensieri e frammenti di filosofia in ogni direzione: nello spazio dei luoghi che descrive, nel tempo di un passato che è fin troppo attuale, oltre il libro verso la mente del lettore e dentro la mente dell'autore.

    Una filosofia forte, umile e orgogliosa, ironica e sottile, leggere e amara. C'è un'ombra di disillusione, ma forse è davvero solo disincanto, e una gioia nei confronti della vita tanto sentita da provocare una certa invidia.

    E c'è il racconto di una Italia che è stata e continua ad essere. L'Italia del bene e quella del male, con i suoi personaggi ed i suoi difetti. E la sua tremenda e cattiva abitudine a non ascoltare mai le giuste voci.

    Per concludere, c'è un titolo meraviglioso e sublime: la solitudine del satiro.

    ha scritto il 

  • 5

    il satiro ed io

    non ricordo quale grande penna del giornalismo italiano consigliava ai giovani praticanti del quotidiano per il quale lavorava di tenere sempre un libro sul comodino, una sorta di bibbia per laici. ecco io considero alcuni scritti di Ennio Flaiano la mia bibbia da comodino, da borsa, da viaggio. ...continua

    non ricordo quale grande penna del giornalismo italiano consigliava ai giovani praticanti del quotidiano per il quale lavorava di tenere sempre un libro sul comodino, una sorta di bibbia per laici. ecco io considero alcuni scritti di Ennio Flaiano la mia bibbia da comodino, da borsa, da viaggio. mi capita non di rado di aprire a caso La solitudine del Satiro e leggere. hanno superato il mezzo secolo di vita le sue riflessioni su Roma, sugli italiani, su Via Veneto, sull'uso tutto italiano di spendere l'estate tra politica e pettegolezzo. il suo stile è asciutto, ironico, a momenti amaro e caustico, ma capace di una leggerezza che resta impressa. Leo Longanesi, al quale qui Flaiano dedica pagine cariche di affetto nell'occasione della morte scrisse"mangiano farfalle per farsi un'anima aviatoria". ecco questo libro, come altri di Flaiano appartiene all'aviazione leggera delle farfalle di parole ma in formazione d'attacco pacifico al conformismo, al piattume, alla volgarità imperante, al giornalismo di superficie, a certo provincialismo italiano che ottunde le menti..farfalle che battono le ali nel 1952 e suscitano sorrisi e riflessioni nel 2011.

    ha scritto il 

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