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La storia

Di

Editore: Giulio Einaudi Editore

4.4
(4080)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 671 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco

Isbn-10: 8806177400 | Isbn-13: 9788806177409 | Data di pubblicazione:  | Edizione 19

Contributi: Cesare Garboli

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Cofanetto

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
A questo romanzo (pensato e scritto in tre anni, dal 1971 al 1974) Elsa Morante consegna la massima esperienza della sua vita "dentro la Storia" quasi a spiegamento totale di tutte le sue precedenti esperienze narrative: da "L'isola di Arturo" a "Menzogna e sortilegio". La Storia, che si svolge a Roma durante e dopo la seconda guerra mondiale, vorrebbe parlare in un linguaggio comune e accessibile a tutti.
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  • 4

    Crudo realismo. Immensa Morante.

    È la storia di Ida e dei suoi bambini Nino e Giuseppe, ma potrebbe essere tranquillamente la storia di chiunque abbia vissuto gli anni della seconda guerra mondiale. Il realismo che caratterizza l' opera non si ritrova solo negli avvenimenti storici che accompagnano la cronologia della narrazione ...continua

    È la storia di Ida e dei suoi bambini Nino e Giuseppe, ma potrebbe essere tranquillamente la storia di chiunque abbia vissuto gli anni della seconda guerra mondiale. Il realismo che caratterizza l' opera non si ritrova solo negli avvenimenti storici che accompagnano la cronologia della narrazione, ma anche e soprattutto nelle vicende e nella psicologia dei personaggi, ed è forse questo l'aspetto che rende l'intero romanzo così profondo, così atroce, così degno di essere letto. Unica pecca, forse, la dispersione verso la metà del libro, un po' pesante alla lettura. Complessivamente: capolavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    "La Storia, si capisce, è tutta una oscenità fino dal principio, però anni osceni come questi non ce n'erano mai stati"

    Descrive situazioni avvenute durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra.
    I personaggi sono vividi, molto ben delineati.
    Il piccolo "Useppe", nato a seguito di una violenza subita, pare quasi di vederlo, di sentire il suo linguaggio prettamente infantile ed è impossibile non in ...continua

    Descrive situazioni avvenute durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. I personaggi sono vividi, molto ben delineati. Il piccolo "Useppe", nato a seguito di una violenza subita, pare quasi di vederlo, di sentire il suo linguaggio prettamente infantile ed è impossibile non innamorarsene. "Ninnuzzo", adolescente inquieto, ragazzo tenace, sprigiona una forza e una vitalità esagerata, e "Iduzza", la protagonista principale,giovane madre di origine ebrea,che si trascina faticosamente per tutta la durata del romanzo, poichè la vita le ha riservato amare sorprese... Un inno contro gli orrori della guerra, che da sempre è simbolo di devastazione e di morte. Bellissimo e consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Come ogni storia personale, ha un inizio e.. una fine.

    Credo di aver scelto il libro migliore per lasciarmi piacere Elsa Morante. Con il suo modo di scrivere senza tempo, che ti fa innamorare di quei dettagli a cui non avresti mai fatto caso se non fosse per quella descrizione che li ha resi vividi e unici. Non bisogna avere fretta di leggere, del re ...continua

    Credo di aver scelto il libro migliore per lasciarmi piacere Elsa Morante. Con il suo modo di scrivere senza tempo, che ti fa innamorare di quei dettagli a cui non avresti mai fatto caso se non fosse per quella descrizione che li ha resi vividi e unici. Non bisogna avere fretta di leggere, del resto la Storia ha un suo andare, e se ti metti a correre non arrivi prima. E' la storia di Ida, di suo figlio Useppe ma potrebbe essere benissimo la storia di chiunque durante uno dei periodi più irrazionali e violenti della Storia. E' una storia di fame e di ignoranza che crea paura, vergogna e disonore. E' una Storia di Ideali incompresi. E' una Storia amara.

    ha scritto il 

  • 4

    "In tutta la sua precedente vita, lui non aveva mai posseduto nulla di suo. Era cresciuto negli istituti pubblici per gli infanti abbandonati e i minori. Nella sua infanzia, le suore dell'istituto, una volta all'anno, e cioè per Natale, gli davano un orso di stoffa, che dopo Natale gli veniva rit ...continua

    "In tutta la sua precedente vita, lui non aveva mai posseduto nulla di suo. Era cresciuto negli istituti pubblici per gli infanti abbandonati e i minori. Nella sua infanzia, le suore dell'istituto, una volta all'anno, e cioè per Natale, gli davano un orso di stoffa, che dopo Natale gli veniva ritolto e conservato in certi armadi fino all'anno seguente. Una volta, nel corso dell'anno, preso da una nostalgia dell'orso, lui se n'era impadronito di nascosto dopo avere scassato la serratura dell'armadio. Scoperto dopo pochi minuti, per punizione era stato picchiato con una spazzola, e privato, nel seguente Natale, dell'orso, che era rimasto chiuso.”

    Estratto di: Morante, Elsa. “La storia.” Einaudi, 2011-11-19T08:53:55+00:00. iBooks. Il materiale potrebbe essere protetto da copyright.

    “Così, appunto in quell'anno, gli era riuscito, per mezzo di certe sue conoscenze, di farsi assumere come semplice operaio in una industria del nord (non si sa più se a Genova, o a Brescia, o a Torino, o altrove). Era il periodo delle totali vittorie naziste; e si può credere che, anche nelle fabbriche, quello non fosse il momento più fortunato per l'Anarchia. Però Davide Segre delle vittorie dell'Asse se ne rideva: convinto, anzi, che esse fossero dei tranelli preparati dal destino per inviare i nazifascisti (ovvero la borghesia) alla rovina definitiva e inevitabile: di là dalla quale il canto delle rivoluzioni potrebbe sciogliersi aperto attraverso la terra! Il fatto era che l'adolescente (tale, invero, in realtà) Davide Segre vedeva tutta intera l'umanità come un solo corpo vivente; e allo stesso modo che lui sentiva ogni cellula del suo proprio corpo tendere alla felicità, così credeva che a questa l'umanità tutta quanta si tendesse per destino. E in conseguenza, prima o poi, tale felice destino doveva compiersi! In che modo, poi, quello studentello ebreo latitante se la sia sbrigata, all'assunzione, con le pratiche del caso, io non so dire. Però mi è stato affermato che addirittura (grazie a qualche inghippo clandestino) in fabbrica la sua vera identità non fu conosciuta; né alcuno d'altra parte (nemmeno la sua famiglia) venne mai a sapere di questa sua esperienza operaia, da lui tenuta segreta a tutti, fuorché a pochissimi complici e confidenti suoi. Io, quanto a me, le rare e frammentarie notizie che ho potuto raccoglierne, le ho avute in gran parte da Ninnuzzu; e costui, fra l'altro, ne dava un'interpretazione comica (anche se per Davide quella era stata, invero, una tragedia). E così, la mia presente rievocazione del fatto rimane piuttosto vacante, e approssimativa. Il luogo, a cui lo destinarono fino dal primo giorno, era un capannone dal tetto di lamiera, vasto quanto una piazza e ingombro, per tre quarti del suo volume in basso e in alto, di mostruosi meccanismi in movimento. Davide ne passò la soglia col rispetto dovuto a un recinto sacro, perché quella che per lui era una scelta, per gli altri umani là rinchiusi era una condanna imposta. E anzi, dentro di lui c'era, col senso di rivolta, anche una emozione esaltata, giacché finalmente lui penetrava - non da semplice visitatore ma proprio da partecipe nell'occhio "del ciclone", ossia proprio nel cuore lacerato dell'esistenza. Siccome lo misero sùbito alla macchina, non gli si offerse, lì per lì, del luogo, che una visione confusa e turbinante. Anzitutto, il capannone rintronava senza tregua di un tale fragore che dopo un poco già i timpani ne dolevano, e una voce umana, pure a gridare, ci si perdeva. Inoltre, esso non pareva stare fermo, ma ballare, come in un sisma cronico ininterrotto: provocando un leggero mal di mare, che peggiorava sotto l'effetto della polvere e di certi odori caustici e penetranti, provenienti non si sa da dove, ma di cui Davide, nel suo angolo, sentiva il gusto di continuo, nella saliva, dentro le narici, e mischiato a ogni respiro. La luce del giorno, in quell'enorme spazio dalle rare aperture, entrava scarsa e torbida; e l'illuminazione elettrica, in certi punti, era così accecante che trafiggeva, come negli interrogatorii di terzo grado. Delle poche e strette finestre - tutte situate in alto, poco al disotto della tettoia - quelle chiuse avevano i vetri coperti da una crosta nerastra; e per quelle aperte entravano correnti umide e ghiacce (si era d'inverno), in urto coi vapori arroventati che all'interno bruciavano l'aria e mettevano nelle ossa una spossatezza da febbre a quaranta. Da un qualche fondo, attraverso il fumo polveroso, si intravedevano lingue di fiamme e colate incandescenti; e intorno a queste le presenze umane non parevano reali, ma effetti di vaneggiamento notturno. Di qua dentro, il mondo esterno, da dove ogni tanto pervenivano echi semisepolti (voci, scampanellii di tram), diventava una regione inverosimile, come una Tule estrema di là da una rotta transpolare. Però a tutto questo, Davide si sentiva preparato, anzi l'affrontava impavido, come un miliziano d'ultima leva impaziente di provarsi al "battesimo del fuoco". Un fatto, invece, che gli riusciva nuovo (per quanto, invero, fosse una conseguenza necessaria di tutto il resto) era l'assenza di ogni comunicazione possibile fra i soggetti umani del capannone. Qua dentro, gli uomini (ce n'erano delle centinaia) non si potevano nemmeno contare a "anime", come usava ancora ai tempi della gleba. Al servizio delle macchine, le quali, coi propri corpi eccessivi, sequestravano e quasi ingoiavano i loro piccoli corpi, essi si riducevano a frammenti di una materia a buon mercato, che si distingueva dal ferrame del macchinario solo per la sua povera fragilità e capacità di soffrire. L'organismo frenetico e ferreo che li asserviva, non meno che lo stesso fine diretto della funzione loro propria, per essi restava un enigma senza senso. A loro, infatti, non si davano spiegazioni, e loro stessi, d'altra parte, non ne chiedevano, sapendole inutili. Anzi, per il massimo rendimento materiale (che era tutto quanto a loro si domandava, imponendosi come un patto di vita-morte) la loro unica difesa era l'ottusità, fino a inebetirsi. La loro legge quotidiana era la necessità estrema della sopravvivenza. E loro portavano nel mondo il loro corpo come un marchio di questa legge incondizionata, che nega spazio perfino agli istinti animali del piacere, e tanto più alle domande umane. L'esistenza di simili Stati dentro lo Stato era, si capisce, già arcinota a Davide Segre; ma pure, fino adesso, lui l'aveva percepita fra un vapore caliginoso, quasi confuso in una nuvola... Quale fosse la sua carica particolare nella fabbrica, non è registrato di preciso fra le mie informazioni: però dalle stesse io posso indurre che, operaietto novizio e senza qualifica, lui venne in partenza applicato a una pressa, con la susseguente alternativa eventuale di una fresatrice o d'altro. Ma dall'una all'altra macchina, per lui, la fortuna mutava poco: anzi, certe variazioni insignificanti, dentro lo stesso ordine di monotonia eterna, lo frastornavano a vuoto, invece di dargli sollievo. Si trattava in ogni caso, per lui, sempre di ripetere vorticosamente una qualche operazione elementare delle solite (per esempio spingere una barra dentro un incastro, dando nel contempo qualche colpo di pedale...) esatta e identica, a una media minima di cinque o seimila pezzi nella giornata - a un ritmo cronometrico di secondi - e senza arrestarsi mai (se non per andare al cesso, ma anche questa parentesi calcolata a cronometro). Né altra relazione gli si permetteva, in tutto il tempo, se non con quella sua pressa, o fresatrice. E così, là fissato al proprio automa-demiurgo, fino dal primo giorno Davide si trovò piombato in una solitudine totale, che lo isolava non solo da tutti i viventi dell'esterno, ma anche dai suoi compagni del capannone: i quali tutti - assenti, al pari di lui, come sonnambuli, nel loro travaglio rapinoso e nel loro incessante gesticolio coatto - subivano tutti la sua sorte stessa indifferenziata. Era come trovarsi in un reclusorio dove la regola fissa sia la cella di rigore: e dove, inoltre, a ciascuno dei segregati il minimo necessario per la sopravvivenza sia dato a prezzo di ruotare senza riposo, e al numero estremo dei giri, intorno a un punto di supplizio incomprensibile. Sotto l'assillo di questa ventosa, che svuota dal di dentro, ogni altro interesse viene scansato come una insidia avversaria; o come un lusso peccaminoso e disastroso, che poi bisogna pagare con la fame. Questa solitudine inaspettata era un'esperienza nuova per Davide: troppo diversa da quell'altra solitudine - a lui nota - della contemplazione e meditazione, la quale anzi, al contrario, dà il sentimento di comunicare all'unisono con tutte le creature dell'universo. Qua, incarcerato dentro a un meccanismo che lo stringe a un'obbedienza passiva - e sempre teso a una medesima rincorsa ininterrotta, balorda e sterile - Davide si sentiva sopraffatto dal doppio orrore di una mole schiacciante e di un'astrazione assurda. E la sopraffazione non lo rilasciava nemmeno all'uscita, dove la sua temporanea "libertà" somigliava a quella di un galeotto che facesse la sua ora d'aria col ferro ai piedi. Per un pezzo, fuori dai cancelli della fabbrica, gli restava l'impressione che tutto, intorno a lui, e il terreno sotto di lui, vibrasse disgustosamente, come succede dopo una traversata col mal di mare. E finché non si buttava a letto, l'assedio quotidiano delle macchine seguitava a stringerlo concentrandosi in una sorta di tenaglia invisibile, che gli teneva la testa fra le sue ganasce, con certe fitte lancinanti e un orribile sfrigolio. Se ne sentiva la sostanza cerebrale deformata, e ogni ideazione o pensiero che gli si affacciasse, in quelle ore, lo infastidiva, così che gli veniva voglia di schiacciarlo sùbito, come un parassita. Fino dalla prima sera, al momento di ritirarsi, l'effetto della sua giornata lavorativa, su Davide Segre, era stato di fargli rivomitare - là, non appena messo piede nella sua stanzuccia - tutto il poco cibo che aveva mangiato e la moltissima acqua che aveva bevuto (ancora, a quell'epoca, lui beveva soltanto acqua, o al caso, aranciate e bevande analcooliche, se glielo permettevano le finanze). E da allora ogni sera, puntualmente, al suo rientrare, gli ricapitava sempre questo fenomeno del vomito, al quale lui si trovava incapace di resistere, contro ogni sua volontà (fra l'altro, gli faceva rabbia di sprecare a questo modo il pranzo, che s'era guadagnato con tanta pena...) Né gli veniva risparmiata, ogni mattina, una certa lotta, al suono della sveglia che lo chiamava per il suo turno di fabbrica. All'improvviso, difatti, con questo annuncio della sua nuova giornata, le migliaia e migliaia di «operazioni» della sua norma gli si prospettavano come un'immensa avanzata di formiche nere sopra il suo corpo; e ne risentiva dappertutto un prurito, così che la sua prima ginnastica, per darsi la sveglia, era di grattarsi disperatamente“Aveva lo strano, duplice sentimento di avviarsi a un dovere sacro che tuttavia gli comportava una sorta di misfatto contro natura, demenziale e perverso. E una simile legge abnorme urtava la sua coscienza, nel momento stesso che la richiamava con fervore assoluto, quasi una voce dall'alto! In realtà, si diceva Davide, proprio nel consegnarsi, lui stesso, a un misfatto così aberrante, stava il senso della sua azione attuale. Appunto questo, difatti, era il suo impegno: di scrivere l'infamia dell'esperienza operaia non sulla carta, ma sul proprio corpo, come un testo sanguinoso! nel quale la sua IDEA si renderebbe vivente, per esclamare la Rivoluzione e liberare il mondo!! Ora, una simile fiducia bastava al ragazzetto Davide per farlo correre al galoppo verso il capannone della fabbrica, uguale a un combattente di prima linea innamorato della propria bandiera!” Sui primi giorni, durante il solito lavoro, in certi istanti lui si ristorava dirigendo la sua fantasia - o meglio l'ultimo filo che gliene perdurava intatto - verso qualche visione rinfrescante: ragazzette di sua conoscenza, sentieri di montagna, onde marine... Ma tali sue vacanze momentanee gli risultavano regolarmente, purtroppo, in piccoli disastri e infortunii del mestiere, meritandogli i cicchetti (e le minacce di licenziamento) del caposquadra, il quale non usava affatto maniere complimentose (i complimenti più comuni che gli usavano erano: "pirla" e: "vincenso", un termine che là significherebbe: scemo). In queste occasioni, lo pigliava immediatamente la voglia di tirar pugni, o al minimo di piantare là tutto, dare un calcio alla cassa dei pezzi, e andarsene a spasso. E naturalmente, con la volontà, riusciva a tenersi la sua voglia: però gliene veniva dentro un rivoltarsi delle viscere, una nausea, e sempre di ritorno quel solito prurito mattutino, quasi avesse sotto i panni dei nidi di formiche, o un'invasione di pidocchi. A ogni modo, anche quelle sue riserve fantastiche filiformi furono presto consumate. Nel breve corso di una settimana, già per lui non esisteva più la terra, coi suoi boschi e marine e prati, né il cielo con le sue stelle: perché queste cose non gli facevano più voglia né piacere, anzi nemmeno le vedeva più. Perfino le ragazze, all'uscire la sera dal capannone, non lo attiravano. “L'universo, per lui, si era ristretto a quel capannone; e lui paventava addirittura di evadere dalle sue spire carcerarie, sospettando che gli sarebbe forse impossibile, poi, di rientrarci, se rivedeva in faccia la felicità di vivere. Anche il suo piacere dell'arte (amava specialmente la pittura e la musica, soprattutto Bach) - e la poesia - e i suoi studi, le sue letture (non esclusi i testi dei suoi maestri politici) - attualmente gli vacillavano in lontananza come figure falotiche, retrocesse a un Eden di là dal tempo. Talvolta gli veniva da sghignazzare pensando a Socrate di Atene, uso a discutere coi suoi amici aristocratici in qualche sala luminosa, o seduto a banchetto... e a Aristotele che insegnava la logica passeggiando sulle rive dell'Ilisso... Quaggiù fra i suoi compagni del capannone, comunicare l'IDEA (oltre all'impossibilità obiettiva) sarebbe stato come parlare di madri in un disperato asilo di figli di nessuno. Un sentimento cupo, di pudore fraterno, e anche di etica amara, gliene negava il diritto, quasi un lusso vietato. E così, anche certe sue intenzioni propagandistiche (motivo non secondario della sua presente impresa) si risolvevano in un'altra, continua frustrazione per lui, che sempre le rimandava. Solo una delle ultime sere - per quanto mi risulta - s'indusse a rifilare di soppiatto a tre o quattro compagni, appena fuori dai cancelli, un certo opuscoletto clandestino, del quale, tuttavia, da loro non ebbe più notizia. Forse, in quell'aria (col terrore nazifascista trionfante), da parte loro questo silenzio valeva per l'unico segno possibile di complicità verso di lui; ma per lui (che nella sua spensieratezza non valutava nemmeno i rischi) esso significò che i suoi propositi di apostolato anarchico, nella fabbrica, cadevano senza risposta. D'altra parte, i suoi rapporti coi compagni del capannone si limitarono, ch'io sappia, a pochi scambi casuali, e caduchi. Ho notizia di un sabato sera che si trovò a cena con alcuni di loro, fra i più giovani. Stavano in un locale affollato nei dintorni della fabbrica (ritratti del Duce, scritte bellicose, presenze - là in giro - di questurini in borghese, spie e camicie nere) e a tavola si parlò esclusivamente di sport, cinema e donne. Il loro linguaggio, o meglio gergo allusivo, era ristretto a un vocabolario minimo; é, in particolare, sul soggetto delle donne si riduceva a un divertimento comico-osceno. Davide si rendeva conto che ai forzati delle macchine simili evasioni miserande sono l'unico riposo consentito; e per un sentimento che a lui pareva di "carità" (ma assai più, invero, per un suo bisogno di simpatia) si buttò lui stesso a raccontare una storiella sconcia: la quale poi non ottenne neppure un gran successo. Era un aneddoto intricato, su un tale che per una festa in costume ha deciso di travestirsi da cazzo; ma che alla fine, non trovando copricapi adatti, si rassegna a travestirsi da culo, eccetera eccetera. Ora, i circostanti (senza che lui, nella sua ingenuità, lo sospettasse) si guardavano intorno allarmati, immaginandosi, nel clima di paura di quei tempi, che sotto il personaggio dell'aneddoto si volesse alludere al Duce, o al Führer, o al Maresciallo Goering... Quella sera, Davide aveva un dito fasciato (nel capannone s'era fresato un polpastrello) che andava in suppurazione e gli faceva male. Inoltre, contro le sue abitudini di allora, per simpatia verso i commensali aveva bevuto del vino. E durante la notte - forse, al sopravvenirgli di qualche linea di febbre - ebbe un incubo. Sognava di avere, al posto delle dita, dei grossi bulloni avvitati troppo stretti sul dado; e che intorno a lui, dentro al capannone, non c'erano più né uomini né macchine; ma solo degli anfibi, mezzi-uomini e mezzi-macchine: con carrelli, dalla vita in giù, al posto delle gambe, trapani o pulegge per braccia, e così via. Costoro, e lui fra loro, dovevano correre e correre senza posa in una nebbia diaccia-bollente. E correndo dovevano levare delle urla e delle risate assordanti, poiché anche questo faceva parte della norma. Tutti quanti portavano degli enormi e spessi occhiali verdi, essendo tutti quasi ciechi per certi acidi delle fonderie; e sputavano una saliva scura e densa, come sangue nero... Del resto da qualche tempo Davide, se non proprio incubi, aveva sempre sogni congeneri. Ci si incontravano sempre dei trapani, delle pulegge, delle morse, delle caldaie e delle viti... Oppure si trattava di calcoli complicati di ritmi e di pezzi, che lui doveva fare e rifare di continuo, litigando con uno il quale asseriva che la sua paga, in tutto, ammontava a lire due e quaranta... e via di séguito. Anche nei sogni, si vede, attualmente lui voleva evitare ogni tentazione di felicità. Quella famosa cena del sabato sera, fu, a mia notizia, l'unica occasione d'incontro fra Davide e i suoi compagni fuori del capannone. E qua bisogna dire che Davide - già scorbutico per sua natura - si faceva più che mai timido e scontroso con gli operai. E tanto peggio, quanto più, invero, in cuor suo bramava il contrario. Avrebbe voluto apostrofarli negli spogliatoi, rincorrerli fuori dei cancelli, abbracciarseli, dirgli chi sa quante e quali cose destinate proprio a loro; ma più che "buon giorno" e "buona sera" non gli usciva di bocca. Per quanto nessuno, in fabbrica, conoscesse la sua vera classe e identità, lui tuttavia, fra gli altri operai, si sentiva trattato da estraneo. E da parte sua, peggio che estraneo, lui di fronte a loro si sentiva schifoso, sapendo che, per lui, questo lavoro di fabbrica non era che un'esperienza temporanea: in fondo, un'avventura d'intellettuale, mentre che per loro, essa era tutta la vita. Domani, e dopodomani, e fra dieci anni: sempre il capannone, e il fragore, e i ritmi, e i pezzi, e le strapazzate dei capi, e il terrore del licenziamento... senza mai termine, altro che al momento della malattia definitiva, o della vecchiaia, quando si è buttati via come robaccia inservibile. Per questa fine le loro madri li avevano partoriti uomini interi di mente e di corpo, né più né meno di lui! uomini, ossia «sedi elette della coscienza» in tutto e per tutto uguali a lui! Per sottrarsi al peso di una simile ingiustizia, allora il solo rimedio gli pareva di farsi operaio come loro per tutta la vita. Così, almeno, avrebbe potuto chiamarli fratelli senza rimorso. E a volte, pensando, ci si risolveva sul serio. Ma di lì a un momento, intravvedeva la felicità che gli accennava da centomila finestrelle aperte, dicendogli: ma come! e dunque vuoi tradirmi?! Difatti, Davide, come già s'è accennato, era un fedele della felicità, nella quale, secondo lui, risiedeva il destino stesso degli uomini. E anche se il suo destino personale gli si annunciava, a lui, di quei tempi, contrario e minaccioso, si è visto che su di lui certe minacce non pesavano. La felicità di Davide Segre, invero, nonostante tutto, si poteva cantare in tre parole: AVEVA DICIOTT'ANNI. Frattanto, lui si impegnava nel suo mestiere d'operaio fin oltre i limiti del possibile. Secondo lui, difatti, la cosa principale che gli mancava era la pratica e l'allenamento; così che, per allenarsi, non solo si affrettava a tutti i suoi turni, ma ricercava pure gli straordinari, comprese le giornate domenicali: a tal punto diffidava delle parentesi. E sebbene ogni sera gli si ripetesse quel dannato vomitare e ogni giorno il suo corpo perdesse di peso e si trovasse sempre più snervato, era convinto, fisicamente, di farcela (il morale dipendeva dalla sua volontà). Che forse, lui, era meno forte degli altri lavoratori del capannone?! là in fabbrica ci si trovavano pure degli uomini di cinquant'anni, e delle donne, e dei ragazzettucci dall'aria di tisici... Lui era di corpo sano e forte, in passato aveva vinto perfino delle gare atletiche, e a braccio di ferro con lui pochi ce la facevano. Per lui, resistere alla prova "fisicamente" almeno fino al termine da lui stabilito (ossia fino all'estate - si era in febbraio) rappresentava non solo un impegno, ma un punto d'onore. E invece, fu proprio il fisico che lo tradì. Accadde il lunedì della terza settimana. Il sabato gli era andata male: aveva sbagliato non so quante centinaia di pezzi (s'era distratto per un ritorno inopinato di gelosia riguardo a una sua mantovanina) e il caposquadra, uno nuovo, gli aveva detto, fra l'altro: "balosso, maroc" e "romanso gialo" (tutti termini, per me, invero, incomprensibili; ma si trattava, a quanto pare, di gravi insulti). Alla sera, saltò il pasto; e tuttavia rientrando, vomitò il doppio delle altre sere: un vomito grigio, tutto acquaccia, fuliggini e polvere, e con dentro perfino della segatura e dei trucioli! Nel letto, poi, non gli riusciva di dormire. Sempre quel prurito dappertutto, e quella odiosa tenaglia intorno alla testa, e dentro il cervello in luogo dei pensieri, nient'altro che bulloni e viti, pezzi e bulloni e viti... D'un tratto, bruciante, come una frustata, gli guizzò nella testa quest'unico pensiero spaventoso:

    Finché degli uomini, o anche un solo uomo sulla terra, sia forzato a una simile esistenza, discorrere di libertà, e bellezza, e rivoluzione, è un'impostura.

    Ora, un tale pensiero lo faceva indietreggiare, peggio che una tentazione spettrale e demoniaca; giacché ascoltarlo, per lui, avrebbe significato la fine della sua IDEA, e dunque d'ogni speranza vitale. Il giorno dopo, domenica, rimase a letto, febbricitante, e dormì quasi tutto il giorno. Ebbe pure dei sogni, dei quali poi non ricordava nulla di preciso; ma certo erano stati sogni di felicità, poiché gli lasciavano un senso di guarigione e insieme di estrema debolezza (come nelle convalescenze). Anche quel pensiero della vigilia, che gli era parso così terrificante, adesso gli si presentava, invece, con l'aria di una promessa, e di uno stimolo: «Proprio davanti all'impossibilità lampante di certe dannazioni umane», si diceva infatti, «più che mai bisogna affidarsi all'IDEA che potrà, lei sola, agendo misteriosamente, come il miracolo, liberare la terra dai mostri dell'assurdo...» Alla sera, secondo il solito, caricò la sveglia; e alla mattina si levò con urgenza frenetica, per tornare al lavoro. Ma ecco, sul punto di avviarsi, alla visione di se stesso che marciava verso il capannone, veniva messo alla macchina, eccetera eccetera, sentì quella fatale tenaglia calargli sulla testa con un rimbombo e dargli una stratta così feroce, da arrestarlo in cima alle scale, paralizzato nelle gambe! Era preso da mal di mare, vedeva lampi, udiva fischi - e, peggio di tutto, era percorso, lungo tutti i canali della sua volontà, da intenzioni risolute, ma, d'altra parte, decisamente da respingersi: non solo perché contrarie al suo impegno presente, e - oltre un certo segno - anche alla stessa IDEA; ma perché velleitarie nella prassi, negative nella tattica; e tali, in realtà, che dentro l'attuale situazione politica e sociale, perfino un Bakunin (il quale pure fu tutt'altro che un non-violento) le ripudierebbe con disprezzo! E tuttavia, esse erano le sole figure capaci almeno "fisicamente" stamattina di ridargli un certo slancio delle gambe, e un piccolo fremito, se non proprio di felicità, certo di allegria... Si trattava, invero, di una serie di variazioni sullo stesso tema, quali per esempio: picchiare il caposquadra che gli aveva detto "balosso" (?) e il resto; saltare sul macchinario sventolando un qualsiasi straccio nero e rosso e cantando l'Internazionale; gridare a tutti i presenti: FERMI! con voce di altezza insuperabile, al punto da zittire tutti i fragori notorii del capannone; ancora gridare, a crescente altezza di voce: «Scappiamocene via di qua! Sbaracchiamo tutto!! incendiamo le fabbriche! ammazziamo le macchine! balliamo un girotondo universale intorno ai padroni!!» eccetera eccetera. Si capisce che nel suo fondo, senz'altro, lui era deciso a resistere a tali stimoli aleatorii, con la forza "morale" della volontà; però una CERTEZZA fisica, quasi un grido delle sue viscere, lo avvertiva che forse nessuna volontà gli sarebbe servita invece contro un altro stimolo: quello di VOMITARE! Sentiva insomma, che non appena si ritrovasse al suo posto, intento a contare i pezzi e a rimangiarsi gli altri stimoli, quel famoso dannato vomito, che di solito gli veniva alla sera, gli si sarebbe rovesciato là, in pieno giorno, e nel pieno della sua funzione! svergognandolo, come un pupo, alla presenza di tutti! Non per questo, a ogni modo, lui si dette per vinto; deciso a marciare lo stesso, come al solito, verso il capannone. Ma purtroppo, di tutta la lunga scala della sua abitazione (cinque piani) non gli riuscì di scendere nemmeno i primi gradini! Alla semplice, imminente prospettiva del capannone, subito gli seguiva l'effetto della paralisi. La sua "volontà morale", insomma, era di andarci; ma le sue gambe NON vollero più andarci. (Era - come lui stesso poi spiegava a Ninnuzzu - la "paralisi dell'infelicità". Per qualsiasi azione reale, non importa se faticosa o rischiosa, il movimento è un fenomeno di natura; ma davanti all'irrealtà contro natura di una infelicità totale, monotona, logorante, ebete, senza nessuna risposta, anche le costellazioni - secondo lui - si fermerebbero...) E così, l'esperienza operaia di Davide Segre, che secondo lui doveva durare, nell'ipotesi minima, cinque o sei mesi (e nell'ipotesi somma, addirittura tutta la vita!), si era conclusa miseramente nel giro di diciannove giorni diciannove! Per fortuna, la sua IDEA non ne era uscita distrutta; piuttosto anzi, illuminata e rafforzata (come già lui s'era ripromesso). Ma tuttavia non si può negare che, almeno "fisicamente", la sua prova fosse risultata in una disfatta; tanto che in séguito Davide, quando incontrava degli operai, provava un senso di rossore e di colpa che lo rendeva scorbutico al punto da farlo ammutolire.”

    ha scritto il 

  • 4

    Una storia, La storia

    Solo una donna poteva raccontare gli orrori della guerra in modo così commovente. Solo da un punto di vista così intimo la vita appare per quella che è: la storia di uno, la storia di tutti.

    ha scritto il 

  • 4

    E' un libro a tratti estenuante.
    Pieno di tenerezza per Useppe e di pena per Iduzza.
    E' anche un libro prolisso, a tratti interminabile.
    In tutto il libro non c'è un filo di speranza, un raggio di sole.
    Tutto il mondo è brutto, fa schifo, pieno di tragedia, pieno di violenza, privo di libertà.
    Pe ...continua

    E' un libro a tratti estenuante. Pieno di tenerezza per Useppe e di pena per Iduzza. E' anche un libro prolisso, a tratti interminabile. In tutto il libro non c'è un filo di speranza, un raggio di sole. Tutto il mondo è brutto, fa schifo, pieno di tragedia, pieno di violenza, privo di libertà. Penso che il mondo sia anche così ma c'è pure un lato bello. Il mio commento non vuole e non può essere esaustivo per un tomo di oltre settecento pagine, che illustrano uno dei periodi più brutti della nostra storia, però una cosa voglio dire Davide/Carlo/Piotr o come lo si vuol chiamare mi rimane uno dei più brutti personaggi che abbia mai incontrato.

    7-/10

    ha scritto il 

  • 4

    La storia è brutta, la storia è sporca, la storia è violenta. La storia è senza pietà, la storia è senza sconti, la storia è senza senso. Dentro alla storia però ci sono le vite vere delle persone, quelle che lottano ogni giorno per sopravvivere e che cercano di andare avanti in nome dell'istinto ...continua

    La storia è brutta, la storia è sporca, la storia è violenta. La storia è senza pietà, la storia è senza sconti, la storia è senza senso. Dentro alla storia però ci sono le vite vere delle persone, quelle che lottano ogni giorno per sopravvivere e che cercano di andare avanti in nome dell'istinto di sopravvivenza, della necessità del continuare per qualcosa o per qualcuno... fino a che ce ne sono i motivi. In una Italia devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, la vicenda di Ida e dei suoi amati figli Nino e Useppe è un esempio di quante cose terribili sono successe allora e quante, probabilmente, ne lascia succedere a tutt'oggi la storia. La mia lettura credo sia stata in gran parte filtrata da quelle che sono le sensazioni e le abitudini del "mio" vivere, mi hanno colpito molto le violenze di ogni tipo alle donne, quanto fossero "usate" e mi hanno choccato le descrizioni della vita in comune, la promiscuità, la mancanza d'igiene. E poi il fatto che non ci siano speranze, che la storia vada sempre e comunque avanti (promulgando via via leggi peggiori ed elencando stragi e battaglie), devastando le esistenze di tanti a cui per qualche pagina la Morante dà voce. A più riprese mi sono chiesta se avrei incontrato questo io che compare più volte, questo io al quale sono state narrate tutte queste vicende... se mi avrebbe detto quale era il suo destino e perchè aveva incontrato Ida e le aveva voluto bene, proprio lei fra tutti. Forse quell'io però è la voce della storia, la voce che tutto sa, tutto conosce, ma che imperterrita continua ad andare avanti, che miete milioni di morti. Anche se dietro a quel freddo numero, non ci sono altri numeri, ma ci sono cuori e vite devastate dagli eventi. Il personaggio che ho compreso meno, è stato Davide Segre, ma paradossalmente sono le sue parole quelle che riassumono per me, quanto la storia sia mostruosa: "questi ultimi anni sono stati la peggiore oscenità di tutta la Storia. La Storia, si capisce, è tutta un'oscenità fino dal principio, però anni osceni come questi non ce n'erano mai stati. Lo scandalo - così dice il proclama - è necessario, però infelice chi ne è la causa!"

    Studiamo e amiamo la storia, è l'unico sistema che c'è, perchè certa storia non si ripeta più, anche se guardarci intorno, a quel che succede nel mondo, ci fa capire che non è così...

    ha scritto il 

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