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La strada per Roma

Di

Editore: Einaudi

3.5
(102)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 420 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8806122797 | Isbn-13: 9788806122799 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 3

    LA STRADA PER ROMA

    Storia di una amicizia, ambientata negli anni subito dopo la Seconda Guerra mondiale. Guido ed Ettore sono due giovani studenti di Urbino. Le loro giornate seguono un sistematico cliché: rapidi pasti, ...continua

    Storia di una amicizia, ambientata negli anni subito dopo la Seconda Guerra mondiale. Guido ed Ettore sono due giovani studenti di Urbino. Le loro giornate seguono un sistematico cliché: rapidi pasti, laconiche comunicazioni familiari, il riposino pomeridiano , e poi via per lunghe passeggiate sotto i portici con gli amici, spettegolando, parlando di politica e di donne. Alla base li consuma l’insoddisfazione per l’incerto domani e il desiderio di migliorare il proprio futuro. Andare via e cambiar vita, o rimanere restando ancorati alla sicurezza delle proprie radici?
    Un Volponi così efficace nel descrivere la visione ampollosa e cervellotica della realtà, immaginata dai suoi personaggi, da risultare a sua volta ridondante e prolisso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Tre stelle, lettura così così. Da un premio Strega con un titolo così suggestivo mi aspettavo molto di meglio. E le premesse per un’ottima lettura ci sono tutte: romanzo di formazione, affronta i tem ...continua

    Tre stelle, lettura così così. Da un premio Strega con un titolo così suggestivo mi aspettavo molto di meglio. E le premesse per un’ottima lettura ci sono tutte: romanzo di formazione, affronta i temi della gioventù e della bellezza, l’immobilità della provincia con le sue difficoltà economiche e il suo ripiegarsi su se stessa, il rapporto di amore-odio per la città natìa, così come il rapporto di amore-odio per il genitore. Ma il grosso problema è il protagonista che non suscita nessuna empatia, neanche un po’ di compassione, irrita e basta. Raramente il protagonista di un romanzo mi è stato così antipatico: ho portato a termine la lettura sperando che gli capitasse qualcosa di brutto, o almeno qualcosa di forte che lo facesse smarinare. Svagato, smarrito, smidollato, pauroso, ipocondriaco, narciso, egoista e vanitoso, inconcludente e lascivo, con un modo tutto borghese di atteggiarsi. Contraddittorio in più di una situazione, ma in effetti è anche la narrazione con la voce del narratore onnisciente ad essere spesso contraddittoria anche nella descrizione di altri personaggi. Spulcio il libro, leggo e rileggo, annoto e sottolineo per trovare un senso in più oltre alla descrizione dell’italica provincia e di una serie di personaggi poco convincenti. Ma trovando poco altro sotto la superficie di questa totale mancanza di azione, tutto il manierismo e l’ermetismo della narrazione mi risultano superflui, rendono la lettura un po’ sbilanciata e cervellotica.

    Inizialmente vi ho trovato somiglianze con le atmosfere di Montefoschi, i giovani in passeggiata hanno la stessa tranquilla inquietudine. Poi, con il procedere della lettura, emergono le differenze tra il protagonista Guido e l’amico Ettore, ed allora ho notato piuttosto le somiglianze di Guido con il Fabrizio di Stendhal e con il Frederic Moreau di Flaubert. E alla fine mi sono convinta che questo libro è decisamente il remake de L’educazione sentimentale di Flaubert. La differenza è che nel libro di Flaubert la staticità derivante dall’inconcludenza del personaggio non è così opprimente e irritante come invece avviene per questo personaggio di Volponi.

    Cercando di guardarlo da un punto di vista più obiettivo, questo Guido rappresenta, con la sua indeterminatezza e la sua inquietudine fatta di niente, il non sapere cosa fare di sé e della propria vita e del proprio futuro. E non si capisce nemmeno se questi tratti intendono farlo apparire più maturo o più infantile dei suoi ventitré anni. Un elemento decisamente spiazzante è il fatto che per questo personaggio la guerra, pur finita da poco, è completamente dimenticata: ha vissuto un dramma così totalizzante ma lo ha rimosso del tutto. Per non parlare dell’assenza di reazione alla morte del padre, e il suo modo di sfruttare e/o bistrattare gli amici. La strada per Roma rappresenta la sua via verso il proprio futuro, verso il successo, verso il miglioramento della propria condizione. Una strada che inizialmente sembra non venga mai imboccata, sembra rappresentare tutti quei buoni propositi sempre rinnovati e mai mantenuti. Alla fine riesce effettivamente a trasferirsi a Roma, con un impiego e con un nuovo giro di contatti, ma anche così sembra essere rotolato fino a Roma solo perché si è lasciato portare dagli eventi, l’unica vera strada che egli percorre intenzionalmente è questa eterna passeggiata dal loggiato alla piazza, da un caffè all’altro, da un cinema all’altro, da una vetrina all’altra sempre rimirandosi per avere conferma della propria bellezza. Vero è che nel romanzo non c’è solo questo Guido: seguendo le sue mosse, si vede comunque agire tutto un campionario di umanità che inizia a riprendersi dopo il disastro della guerra, ognuno con le sue idee, ognuno con i suoi mezzi e i suoi tentativi, operai e contadini, chi parte e chi resta, chi vota per questo o per quel partito. Così come Flaubert racconta le gesta di Moreau e nel frattempo descrive una splendida Parigi, anche qui c’è un interessante sfondo, ma la narrazione rimane comunque troppo concentrata sul personaggio negativo, tutti gli altri sono solo una sbiadita scenografia a lui funzionale.

    Il libro non mi è piaciuto granché ma riconosco che offre numerosi spunti di riflessione. E’ uno di quei libri dal contenuto assai ricco, di cui si potrebbe continuare a parlare per ore facendo della sana e intelligente conversazione, indipendentemente che il libro sia piaciuto oppure no.

    ha scritto il 

  • 4

    La strada metaforica di Paolo Volponi

    Paolo Volponi ha tenuto nascosto per più di trent'anni uno dei suoi romanzi più riusciti, quello sulla giovinezza ad Urbino nei primi anni'50, dove Guido, il protagonista, scopre la realtà delle cose, ...continua

    Paolo Volponi ha tenuto nascosto per più di trent'anni uno dei suoi romanzi più riusciti, quello sulla giovinezza ad Urbino nei primi anni'50, dove Guido, il protagonista, scopre la realtà delle cose, quello de “La strada per Roma” appunto, edito nel 1991 ma scritto nel 1961 con il titolo provvisorio “Repubblica borghese”....come racconta lo stesso autore il passaggio da monarchia a repubblica aveva acceso infinite speranze, soprattutto tra i giovani compagni di Urbino, città in decadenza ma pronta al riscatto in un Italia dalle piazze nuovamente libere e piene di belle speranze. Ma quella situazione di rinnovamento si arenò ancor prima di nascere e quella repubblica, tornata nelle mani della borghesia del Clero e degli americani, già ritornava ad una restaurazione, apparentemente moderata ma in sostanza con forti valenze autoritarie e un mescolarsi nei punti nevralgici del potere, di nomi già sentiti nel ventennio fascista. “La strada per Roma” quindi, ha inizio con le vicende del giovane Guido, che dal “castello d'ammalati” che è Urbino, comincia le sue prime esperienze tra amori di niente e amicizie varie...Volponi, che intende la letteratura come Storia, tra senso civile e questione sociale, è dunque molto attento ai cambiamenti quanto ai flussi delle stagioni, espressioni di una tensione o storica o naturale che, nel combinarsi insieme, agiscono da detonatori o da cortocircuiti a seconda di quel che succede nel Paese: sono gli anni del centrismo e degli appoggi degli Usa alla DC, del fallimento della riforma agraria con conseguente impoverimento di un sud già stremato ed isolato. Sono gli anni della “legge truffa” e della sua sconfitta alle elezioni di Giugno del'53 ma anche dei reparti della “celere” e delle armi da fuoco usate contro i lavoratori in sciopero. Bisogna infatti, per capire Volponi nei suoi differenti livelli di lettura, comprendere anche la sua critica totale e radicale al sistema capitalistico: e così, mentre il tempo del racconto viene indicato con precisione quasi eccessiva, la coscienza va alla marcatura ed al controllo delle ore in fabbrica, al tempo morto che nel sistema economico occidentale non viene retribuito ed è quindi “rubato”. Ma come nella poetica di Pasolini, amico ed ispiratore, la definizione del tempo e dei luoghi vanno sempre ricordati, per ricondurre “ogni eresia al suo contesto empirico”...ed è così quindi che le stagioni scandiscono il vivere di Guido, con un rallentarsi nell'età della giovinezza in cui ogni scoperta emotiva, ogni rabbia e piacere hanno il lento scoprirsi della primavera...e qui è il punto più prolisso e dialogico della strada per Roma, che può risultare eccessivo e noioso oppure analitico e caratteristico come lo è il mondo dei diciottenni, immaginifico sensoriale, impulsivo e anarcoide. A far da “cambio dell'ora” c'è quella partenza per Roma; un' emozione liberatoria, una certezza, ma anche una questione indefinita, presagio forse che non tutto è come sembra, e il giovane Guido ne ha come il sentore...inoltre tra il tempo del progetto e quello della stesura del testo vi sono altri dieci anni, è la metà degli anni '60, gli anni dell'illusione e dell'ancor più rapida disillusione: dopo le aperture a sinistra e il boom economico già nel '64 si bloccano le riforme e rientrano in campo le forze oscure della reazione...da lì a poco comincerà la stagione delle bombe e la percezione d'ognuno non sarà più la stessa...in fine gli anni della pubblicazione: 1991. Perché così tardi? perché proprio'91? intanto è già la scelta del tempo verbale, l'imperfetto, a dare un senso di ricordo, di processo mentale, costruendo un luogo psichico in cui le cose accadono e lo veniamo a sapere, poiché in provincia, ad Urbino, tutti sanno tutto di tutti e l'imperfetto di Volponi è anche familiarità, conoscenza, aneddoto divertente ma mai meschino...ne La strada per Roma infatti vi è anche la componente affettiva per tutti i personaggi, in particolare Ugo che rappresenta degli aspetti mai riscontrati nell'etica severa e un po' moralistica dell'autore: piace e si piace , ama la sua casa e si diverte, è un po' voltagabbana e un po' opportunista ma riesce simpatico sia ai padroni che agli operai...è indulgente, atteggiamento che Volponi ha sempre disprezzato... ma è proprio il materialismo dello scrittore a costruire un uomo con tutto il suo istinto di sopravvivenza. E' quindi il personaggio meno letterario a dare corpo e verosimiglianza all'intero romanzo; sopravvivere è anche osteggiare la propria angoscia per quanto profonda essa sia...proprio come accade a Volponi per cui la letteratura non è il mezzo esistenzialista in cui si esprime e si vive il proprio dolore per poi liberarsene con una catarsi artistica ma piuttosto un completamento di azioni ed emozioni, una “contraddizione propulsiva” che riesce a risvegliare il sacro con il pagano, l'epico e il lirico, una coscienza tanto giovane quanto felice di essere infelice e che ormai è pronta per lasciare la provincia desertificata del proprio essere per cercare nuovi orizzonti di percezione...per un riaprirsi le strade verso il centro e vivere del conoscere la realtà delle cose, è un appello all'esperienza nella vita di ognuno, quindi un viaggio soprattutto interiore. Quello del “sogno di una cosa” di Pasolini o quello dei sogni libertari di Carlo Cassola...ancora ricorda alcuni concetti di Umberto Saba....ma è già un altro tempo, un altra strada per un altra città.

    ha scritto il 

  • 3

    Vincitore del Premio Strega del 1991, si tratta in realtà di una storia scritta negli anni Sessanta che racconta le speranze, le preoccupazioni e le ansie di Guido, il protagonista, e dei suoi coetane ...continua

    Vincitore del Premio Strega del 1991, si tratta in realtà di una storia scritta negli anni Sessanta che racconta le speranze, le preoccupazioni e le ansie di Guido, il protagonista, e dei suoi coetanei. Avvenimenti quotidiani, discussioni politiche e storie d'amore, nel contesto della provincia italiana (in questo caso Urbino nei primi anni del dopoguerra) che guarda alla capitale con un atteggiamento misto di incertezza e di speranze, di dubbio e di utopia. Un libro che rivela la fatica di ricostruire e il disincanto di un periodo storico che fino ad allora era vissuto solo di grandi ideali. Non suscita particolare trasporto emotivo né si legge con molto entusiasmo.

    ha scritto il 

  • 0

    Nonostante Paolo Volponi sia un parente i suoi romanzi sono per me difficili e TROPPO attuali. Non riesco a calarmi nel suo ermetismo estremo. Sarà perchè mi sono innamorato della letterature leggendo ...continua

    Nonostante Paolo Volponi sia un parente i suoi romanzi sono per me difficili e TROPPO attuali. Non riesco a calarmi nel suo ermetismo estremo. Sarà perchè mi sono innamorato della letterature leggendo D'Annunzio...

    ha scritto il 

  • 4

    Ci sono Urbino, la vita in provincia, gli anni Cinquanta, la storia che ai giovani sembra scorrere altrove, a Roma e Milano o addirittura fuori d’Italia. Cosa che è strana, visto che la guerra è passa ...continua

    Ci sono Urbino, la vita in provincia, gli anni Cinquanta, la storia che ai giovani sembra scorrere altrove, a Roma e Milano o addirittura fuori d’Italia. Cosa che è strana, visto che la guerra è passata da poco, tutto sconvolgendo, tutto aprendo — ma il trauma è stato presto riassorbito o si è tradotto nel trauma quotidiano, diffuso, della modernizzazione, che tutti cercano di governare: spesso emergono nel romanzo, a testimoniarlo, impegno politico, speculazione, conflitti sociali, riflessione sulle sorti economiche italiane.
    Chi è più sensibile, più attento alla propria vita interiore, o meglio: al modo in cui la piegano la famiglia, gli amici, le vie della città, le passeggiate, sempre le stesse e con gli stessi amici, gli amori predestinati dalla tradizione, dalle famiglie, dalle vie… chi, come il giovane Guido Corsalini, fa più attenzione a questa scrittura che dall’esterno si accumula nell’animo cerca di escogitare strategie di formazione alternative, di pensarsi in un vasto campo di battaglia con forze da dispiegare, per sconfiggere modi del pensiero che imprigionano più delle stesse mura cittadine (come quella «colpa [che], come sempre, non doveva diventare una cosa vitale che lo spingesse fino a prendere le decisioni che la coscienza avrebbe richiesto; doveva come sempre essere nascosta e mascherata e doveva come sempre indurlo ad aggravarla proprio con il non fare ciò che richiedeva»). Già pensarsi, tout court, significa sfuggire mediante la consapevolezza al destino spicciolo, che sembra a Guido e ai suoi amici il primo nemico per il modo in cui dissipa le loro energie.
    Essenziali, credo, sono alla fine la disciplina che uno riesce a imporre a se stesso e la vastità conquistata degli orizzonti.
    «— Non le dispiace fare due passi? — No, no, mi piace molto il mare, specie in questa stagione. — E il mare di Urbino com’è? — È più bello, come tutto a Urbino. — È vero; perché il mare di Urbino va avanti e indietro, sale e sparisce secondo l’umore. — È azzurro sotto le mura quando lei è di umore buono? — No, non è un mare così stupido. Non è mai azzurro e non arriva mai sotto le mura. Tocca qualcosa che è vicina, ma mai prossima; e poi arriva con delle onde piccole come se qualcuno rovesciasse un secchio. Arriva solo fino all’ultimo gradino del paesaggio e lì esaurisce la sua spinta, lascia un poco di spuma tra le vigne e poi torna indietro. — Non è mai arrivato nel suo giardino? — Non rifacciamo i discorsi di prima. Cerchiamo di stare insieme e di divertirci. Non mi parli come se ogni cosa che faccio io debba interessare una città. Se battessi le mani su quel capanno quei due laggiù non sentirebbero. Ho solo ventidue anni e sono alta un palmo meno di lei. — Ma rovescia il mare. — Rovescio il mare per conto mio, e rovescio il mio. È questione di umore, come ho detto prima.»
    La vastità, per l’appunto, il pensare diverso, per figure; ma forse è facile per Guido Corsalini, buon borghese senza preoccupazioni economiche, e per Letizia Cancellieri, la ragazza più desiderata di Urbino, rampolla di ricca e antica famiglia: entrambi hanno modo e tempo di esercitare il proprio pensiero, diversamente dagli amici di Guido: chi partirà per fare il minatore in Belgio, chi diventerà maestro in una scuola di campagna…
    Per tirarsi fuori dalle strade consuete è necessario inventarsi una meta ed esercitare la disciplina che permetta di raggiungerla. Non è detto, poi, che la meta debba essere un impossibile mare che lambisce la montagna: Guido ottiene un posto alla sede romana dell’Unione delle banche; da lì progetterà di dare la scalata all’Italia del Miracolo economico, mettendo a frutto studi, amicizie, intraprendenza ecc. ma soprattutto le sue capacità di introspezione, testimoniate in molte pagine del romanzo.
    Questo è curioso, in effetti: che la tendenza a indugiare nell’analisi del proprio animo non spinga all’inerzia ma contribuisca, anzi, alla migliore e più proficua messa in scena di sé, per conquistarsi un posto nel mondo; perché analizzare, commentare, studiare ogni gesto e parola e le loro implicazioni permette di sfuggire alla semplicità delle cose come sono e come di solito vanno; perché, come rivela a Guido il collega e nuovo amico Barnaba durante una loro vacanza a Napoli, «la semplicità è mortale; […] apparentemente può sembrare semplice la vita, specie al Sud, dov’è aperta e spappolata come un fico d’india; invece è semplice nella vita tutto ciò che passa facilmente e continuamente, cioè che muore; oppure […] l’unica componente facile nella vita è già l’assaggio della morte, il masticare che essa fa continuamente, anche se non sempre inghiotte. La vita per resistere si arma di complicazioni, di strutture, di labirinti come una talpa per sfuggire alla morte; la vita si intreccia di supposizioni ma ancora non è riuscita a costruire un piano al quale la morte, che è semplice, terra terra, non riesca ad arrivare». Forse è proprio nella vita presa come viene che si avverte di più il masticare della morte.

    ha scritto il 

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