La testa perduta di Damasceno Monteiro

Di

Editore: Feltrinelli

3.7
(1572)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 240 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Portoghese

Isbn-10: 8807015188 | Isbn-13: 9788807015182 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Audiocassetta , Copertina rigida , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Politica

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Descrizione del libro
Un truce fatto di sangue. L'inviato di un giornale popolare di nome Firmino.Un avvocato anarchico e metafisico, ossessionato dalla Norma Base, cheassomiglia a Charles Laughton. L'antica e affascinante città di Oporto. Unromanzo che sotto le apparenze di un'inchiesta costituisce una riflessionesull'abuso e sulla giustizia.
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  • 4

    Poliziesco? Forse...

    La testa perduta di Damasceno Monteiro – Antonio Tabucchi
    Questo piacevolissimo romanzo parla di molte cose, pur essendo un “semplice” poliziesco. In realtà di poliziesco ha ben poco, visto che a occu ...continua

    La testa perduta di Damasceno Monteiro – Antonio Tabucchi
    Questo piacevolissimo romanzo parla di molte cose, pur essendo un “semplice” poliziesco. In realtà di poliziesco ha ben poco, visto che a occuparsi di un delicato caso di torture, omicidio e decapitazione è un giovane giornalista lusitano con la passione per la letteratura e la saggistica. Il tutto si svolge in una città che amo: Oporto.
    Una storia che, oltre al classico e forse scontato insegnamento su ciò che è buono e ciò che è cattivo, fa riflettere in generale sull’animo umano. Tante volte, leggendo di paesi e stati che nel corso dei decenni hanno sofferto di cadute, riprese e terribili dittature, mi pongo spesso la solita domanda: basterà instaurare un regime democratico per sconfiggere la cattiveria?
    No. Credo di no.
    Quattro palle per questo bel romanzo, graditissimo pensiero dell’amica Mara.

    ha scritto il 

  • 3

    Siamo ad Oporto, presumibilmente nel 1996. Un anziano gitano, Manolo detto El Rey, ha rinvenuto nella squallida boscaglia alla periferia della città un cadavere decapitato. Firmino, giovane giornalist ...continua

    Siamo ad Oporto, presumibilmente nel 1996. Un anziano gitano, Manolo detto El Rey, ha rinvenuto nella squallida boscaglia alla periferia della città un cadavere decapitato. Firmino, giovane giornalista trentenne, corrispondete del periodico “Acontecimento”, ma che nutre l’aspirazione di dedicarsi a studi di critica letteraria, viene inviato da Lisbona per documentare l’inchiesta nata intorno a questo ritrovamento. Grazie a contatti quasi fortuiti e ad una testimonianza oculare anonima Firmino scopre presto che dietro l’assassinio barbaro di Damasceno Monteiro –questo il nome della vittima- si cela un traffico di droga con a capo nientemeno che un membro della locale Guardia Nacional, il sergente Titanio Silva, che tutte le circostanze e gli elementi raccolti sembrano indicare con certezza come il reale assassino del giovane Monteiro. È a questo punto che Firmino, alla ricerca di un legale che aiuti la famiglia del ragazzo a costituirsi parte civile nel tentativo di ricevere giustizia per la perdita subita, viene invitato a rivolgersi all’avvocato Fernando de Mello Sequeira, a tutti noto come avvocato “Loton” per la sua innegabile somiglianza con il Charles Laughton del film Testimone d’Accusa di Billy Wilder. L’avvocato “Loton” è l’ultimo discendente di una nobile famiglia portoghese che, in mancanza di eredi, si estinguerà con lui. Egli incarna la figura di intellettuale disincantato, che alla luce di tutti gli ideali inevitabilmente infrantisi nel corso della sua vita, diviene portatore di una visione dell'esistenza e della società pragmatica e cruda, una società dove, se si decide comunque di ricoprire romanticamente il ruolo di difensore della giustizia sui torti, il massimo che si può sperare è solo quello di alleviare i danni dovendo comunque imparare a convivere con un mondo corrotto, formato da pregiudizi, da preconcetti finalizzati a mantenere in piedi una facciata di perbenismo dietro alla quale nascondere tutto il marcio e il degrado sociale. Sulla stregua di tale consapevolezza, l’avvocato Loton, seguendo quella che lui, da signorotto nobile decaduto quale è, definisce una sorta di compensazione sociale, è nei suoi ultimi anni impegnato a prendere la parti dei disgraziati e degli indesiderati della società, che non avrebbero altrimenti altro mezzo non solo per difendersi ma anche solo per interfacciarsi con un sistema che non intende tutelarli in alcun modo. Loton ci appare armato di una buona dose di disincantata e sagace pedanteria e le sue conversazioni sono pervase dalla nostalgia delle passioni e degli “ingenui” entusiasmi giovanili e dai rimpianti. Questi ultimi si condensano in una immagine molto delicata e toccante che ci viene proposta da lui stesso, quella, cioè, della vana attesa di “lettere dal passato”, missive che lui fantastica e per assurdo quasi spera siano inviate a lui, ormai vecchio cadente, fornendogli quella velata e sottile chiave di lettura, la soluzione per così dire, a suo tempo mai svelata, che possa aiutarlo a comprendere nel mondo giusto gli eventi e le esperienze che hanno popolato la sua gioventù e istruirlo su tutte le tante prospettive che da solo non avrebbe modo di intuire. Il romanzo, inizialmente caratterizzato dai soli toni incalzanti del thriller, pur conservandoli si trasforma però nella narrazione di quello che pare essere un fatto di cronaca realmente accaduto –e che l’autore, in una nota, ci informa essere stato ispirato da un omicidio effettivamente commesso e con le medesime modalità- e cioè l’assassinio di un giovane cittadino incensurato per mano della polizia e del tentativo operato dal giornalista Firmino e dall’ avvocato Loton di dargli giustizia, di fare luce sulla vera e propria tortura perpetrata dalla polizia in quello che ci è mostrato come un territorio oscuro di impunibilità e di intoccabilità, all’interno del quale assai sottile è limite attraverso cui l’autorità che compone il ruolo di protettore e difensore dell’ordine pubblico evade in quello di vero e proprio carnefice, che snaturando i poteri di cui è investito si culla nell’arrogante convinzione –che, nei fini del romanzo, è dipinta come tutt’altro che soggettiva- di essere in qualche modo tutelato, di non potere essere rimosso dalla propria posizione, di poter manipolare a suo piacere la realtà dei fatti. Alla luce di tutto ciò non possiamo non considerare questo romanzo tremendamente attuale e il collegamento con fatti di cronaca recente è automatico. Nel complesso si tratta senz’altro di un buon libro, dalla scrittura scorrevole e lineare, tuttavia mi ha parzialmente deluso. Innanzitutto trovo che alcuni elementi o tematiche del romanzo siano state solo superficialmente accennate e non approfondite più di tanto, mi riferisco in particolare alla vicenda di Manolo il Gitano e alla condizione di miseria in cui versa, sembra quasi che in tali casi sia sotteso un intento di denuncia che però, non avendo seguito, perde ragione d’essere nell’architettura della storia. In secondo luogo le dissertazioni dell’avvocato Loton, per quanto tutto sommato piacevoli da ascoltare, sono in alcuni punti un po’ forzate e fuori contesto. Nel complesso il romanzo, che, ribadisco, è sicuramente un buon libro, non solo una piacevole lettura, ma anche un notevole punto di partenza per riflessioni più ampie, mi ha, però, dato l’idea di voler tendere ad uno spessore e ad una forza che non ha. Sembra scimmiottare, in questo senso, il ben più intenso Sostiene Pereira. Quest'ultimo, se confrontato con esso, fa apparire "La testa perduta di Damasceno Monteiro" un prodotto letterario decisamente più scialbo e di minor valore, in cui il messaggio di natura etica e sociale di cui si fa portatore, seppure evidente e palese e trasmesso in modo fluido e privo di forzature o fastidiosi apologhi, si riflette negli occhi del lettore in modo meno prepotente, violento e immediato di quanto è invece in grado di fare, nella sua semplicità (e con un'integrità che, paradossalmente, ricorda quella dell'avvocato Loton, ma che è decisamente lontana e superiore allo spessore di Firmino), il signor Pereira quando, al termine del romanzo, induce una impulsiva e decisiva svolta nella sua esistenza.

    ha scritto il 

  • 4

    Tenero, ma serio

    Una storia dei tempi del telefono a disco -altro che email o Skype - quando per fare una semplice ricerca locale non c'era Google, ma si consultavano le pagine gialle, o si chiedeva per strada, con di ...continua

    Una storia dei tempi del telefono a disco -altro che email o Skype - quando per fare una semplice ricerca locale non c'era Google, ma si consultavano le pagine gialle, o si chiedeva per strada, con discrezione. Ma esistevano già il razzismo e le disparità di classe, con tanto di miserabili e immacolati. Un romanzo che letto oggi ha un sapore naif, e che eppure rimane più che mai attuale.

    ha scritto il 

  • 5

    Viene ritrovata per caso la testa di un uomo che poi scoprirà essere Damasceno Monteirio. Il giornalista Firmino si occupa del caso,gli viene affidata l'inchiesta giornalistica.
    Un romanzo molto appas ...continua

    Viene ritrovata per caso la testa di un uomo che poi scoprirà essere Damasceno Monteirio. Il giornalista Firmino si occupa del caso,gli viene affidata l'inchiesta giornalistica.
    Un romanzo molto appassionante, come quasi quelli di Tabucchi.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    ambientazione portoghese
    un po' di filosofia del diritto
    un delitto che coinvolge la polizia corrotta
    un nulla di fatto della giustizia

    finale sospeso

    ha scritto il 

  • 4

    Antonio Tabucchi medesimo spiega in postilla che la storia romanzesca è derivata da una storia vera di cui fornisce breve la sintesi. Egli è stato, come si desume una volta di più da quest'opera, un a ...continua

    Antonio Tabucchi medesimo spiega in postilla che la storia romanzesca è derivata da una storia vera di cui fornisce breve la sintesi. Egli è stato, come si desume una volta di più da quest'opera, un autore fondamentalmente civile, nel senso che ha scelto di attribuire alla propria scrittura una funzione etica. Ciò in apparenza dovrebbe provocare la diserzione del lettore; senonché la bravura espositiva, indovinabile nelle unità dialogiche ossia dialettiche, placa ogni cattiva intenzione e, anzi, seduce fatalmente. Non il Portogallo chimerico e molteplice d'inizio Novecento, bensì la malcerta repubblica che s'inoltra nel ventunesimo secolo ci mostrano queste pagine, con l'immenso complemento di avido nuovismo e calcolata meccanicità che dappertutto impone. L'ingenua fiducia del giornalista Firmino nella letteratura e il malinconico appello dell'avvocato "Loton" alla maestà della Grundnorm quasi si stemperano nell'invincibile iterazione della violenza.

    ha scritto il 

  • 0

    sostiene lòton

    "...in letteratura tutto c’entra con tutto, ...un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze. se lei vuole studiare la letteratura impari almeno ques ...continua

    "...in letteratura tutto c’entra con tutto, ...un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze. se lei vuole studiare la letteratura impari almeno questo, a studiare le corrispondenze".
    lòton (da charles laughton, riesumato da "testimone d'accusa" del buon billy wilder). questo avvocato in veste virgiliana guida il corrispondente di lisbona, il giovane firmino, nella sua inchiesta giornalistica sulla vicenda dell'assassinio di damasceno monteiro, trovato senza testa (ergo senza vita) in un bosco dal vivere gitano del surreale manolo "o rey", ex circense, nella periferia di oporto. non è un giallo (noir, thriller), nè una vicenda giudiziaria, ma una scusa... una disquisizione filosofica letteraria giuridica per giungere ad un teorema: "...se un uomo si lascia andare una volta a uccidere, molto presto inizierà a considerare cosa da poco la rapina, e di qui passerà al bere e a non osservare le festività, quindi a comportarsi in modo maleducato e a non rispettare gli impegni, una volta avviatosi su quella china non si sa dove andrà a finire..." (de quincey). per risolvere l'intrigo ci sono tracce, testimoni, aiutini in abbondanza per far felice la vena investigativa di firmino, ma la crescita formativa del procedere verso la soluzione è materia di questo deus ex machina che è il mastodontico avvocato fernando de mello sequeira detto "lòton" con i suoi messaggeri culturali e conviviali che si impersonano, si materializzano in testimoni delle sue teorie (la grundnorm di hans kelsen, "strumento di una giustizia suprema, ma in realtà fonte di aberrazioni e storture messe in atto al riparo da ogni giudizio morale e materiale"), di qualcosa che domina il mondo materiale e culturale, che al riparo del tempo crea un sistema binario che giustifica l'unione degli opposti (diritto e giustizia, la verità precostituita e il vero, maschio e femmina, letteratura e fantascienza). non c'è tempo per stabilire una verità e allora bisogna rappresentare il tempo (delimitarlo) per giungere ad una verità soddisfacente (il lungo giudizio di un processo per partorire il suo errore).
    sicuramente si può pensare questo libro una sega mentale, ma contiene gli elementi base di tante soddisfazioni: una vicenda presa dalla verità, il viaggio sensibile del portogallo, e quell'antitesi damasciana di aver perso la testa. c'è ancora tutto l'inferno da raccontare.
    mi piace l'incontro narrativo di due fiumi e il loro diverso modo di buttarsi nell'oceano: il tejo di lisbona (estuario) e il douro di oporto con il suo bacino come una linea di confine tra nord e sud, un destino iberico e lusitano, un incrocio poetico che firmino attraversa con una semplice guida turistica, avvicinandosi ad una sensibilità che prima del viaggio credeva amorfa, solo bagnata dall'acqua di appartenenza dalla quale ripararsi. allo stesso modo spartiacque è l'ingresso di lòton nel romanzo, svuota il romanzo dall'appassionarsi alla sola vicenda giallesca per entrare nell'oceano globale della letteratura: nell'eccesso di cultura c'è il disincanto di chi ha visto le cose più brutte (il delitto) e l'ingenuità di chi è giovane e spera di poter vivere in un mondo diverso (chi deve scoprirlo).

    ha scritto il 

  • 4

    Della morte, e della tortura. E dell' uomo.

    Questo piccolo piacevolissimo romanzo di Antonio Tabucchi ci mostra chiaramente come nelle giuste mani anche un romanzo di genere (in questo caso, poliziesco) può non concludersi in se stesso ma diven ...continua

    Questo piccolo piacevolissimo romanzo di Antonio Tabucchi ci mostra chiaramente come nelle giuste mani anche un romanzo di genere (in questo caso, poliziesco) può non concludersi in se stesso ma diventare un pretesto per parlare di cose assai più importanti.

    La testa perduta di Damasceno Monteiro corre parallelo al leggendario Sostiene Pereira, e per molti versi ne costituisce il seguito ed il completamento: tanti sono i punti di contatto tra i due romanzi (peraltro scritti in periodi di tempo molto ravvicinati) da far pensare che la cosa sia deliberata.

    Sono molto simili i protagonisti: Firmino e Pereira sono entrambi giornalisti di piccole testate della periferia di Lisbona, dal carattere abbastanza dimesso e per nulla battagliero, senza essere per questo per nulla rassegnati a ridursi a puri portavoce delle ingiustizie del sistema. Perchè proprio di quelle ingiustizie parlano i due romanzi: se l'omicidio politico perpetrato dal regime salazarista fa nascere in pereira lo spirito del rivoluzionario, la triste fine di Damasceno Monteiro, torturato ed ucciso dal meccanismo criminale che la nuova corrotta democrazia portoghese tollera, trasformerà il piccolo Firmino in un autentico segugio.

    Non sono sufficienti quindi una rivoluzione e l'instaurazione di un regime democratico per proteggere uomini e donne da sopruso e dalla sopraffazione da parte dei più forti e dei più ambiziosi: questo tipo di battaglia non si vince mai del tutto, ma va combattuta giorno per giorno. E' questo in fin dei conti il vero tema del romanzo, che utilizza il ritrovamento del cadavere decapitato di uno spiantato di oporto e le conseguenti indagini solo come spunto per una riflessione assai più grande.

    La consonanza con l'assai più famoso Sostiene Pereira non rende questo libro inutile, anzi ne aumenta la comprensibilità. Il sospetto di Tabucchi verso il potere non sottoposto a controllo si estende alla democrazia, e parallelamente la testimonianza del sopruso deve allargarsi dalla sfera politica a quella della criminalità organizzata. Allo stesso tempo il romanzo approfondisce la sua amara riflessione sulla violenza insita nell'animo umano partendo dalla propensione alla distruzione per rifletttere sulla pratica della tortura. L'abitudine di infligggere dolore fisico al nemico sconfitto appartiene a tutta la storia umana, e sembra parlare di tutti noi in generale: talmente grande è il desiderio di distruzione, talmente grande la volontà di potenza che neppure la morte basta più quindi? Forse perchè della morte non possiamo avere esperienza diretta, mentre l'esperienza del dolore appartiene comunque al nostro esistere?

    Parimenti bellissimi sono i personaggi, dipinti da Tabucchi con poche pennellate ma senza che manchi nulla di quello che è necessario. In particolare l'avvocato Loton, complesso ed incomprensibile miscuglio di sangue nobile e partigianeria socialista, da sempre nelle aulte di tutti i tribunali contro le prevaricazioni del nuovo potere sui poveri; o il meraviglioso capo gitano Manolo, vecchio e curvo ma ancora capace di portare con fierezza l'immagina di una cultura in declino e svuotata di energia ma non ancora sconfitta dalla storia.

    E' stato un piacere leggere questo libro, perchè dalle pagine che si leggono con grande facilità emerge il mite ma grande amore dell'autore: per la sua terra di adozione, per il suo cielo, per la sua cucina, per la gente che la abita. Assieme ad un mai rassegnato sentimento di rivalsa nei confronti dell'ingiustizia che nasce ovunque gli uomini convivono. Anche in quella terra meravigliosa bagnata dal Tago e dal Drouro.

    ha scritto il 

  • 3

    Quello che non mi ha convinto in questo romanzo è l'eccessivo schematismo della scacchiera umana: da una parte i buoni buoni (l'avvocato che difende gratis le cause dei deboli), dall'altro i cattivi c ...continua

    Quello che non mi ha convinto in questo romanzo è l'eccessivo schematismo della scacchiera umana: da una parte i buoni buoni (l'avvocato che difende gratis le cause dei deboli), dall'altro i cattivi cattivi (il poliziotto fascista ex combattente in Angola - siamo in Portogallo dopo Salazar - non solo colluso con la malavita, ma lui stesso malavitoso ben organizzato). In questo modo il libro non è un giallo - perché ha troppo della denuncia sociale - ma non è nemmeno un libro di denuncia sociale, perché è impostato come un giallo, con la leggerezza di un giallo.
    Parlando del Portogallo, Tabucchi ci ricorda comunque che l'Italia non è lontana: ad un certo punto cita il caso dell'anarchico Andrea Salsedo defenestrato a New York dalla polizia.

    ha scritto il 

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