Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

La tirannia dei valori

Di

Editore: Adelphi

4.0
(36)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 107 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8845923150 | Isbn-13: 9788845923159 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Philosophy

Ti piace La tirannia dei valori?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
La critica radicale di una parola troppo usata.

L'espressione "punto di attacco" svela la potenziale aggressività immanente a ogni posizione di valori. Espressioni come "punto di osservazione" o "punto di vista" sono fuorvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò di altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità. Ma non appena si è consapevoli del fallo che qui sono in gioco anche punti di attacco, le illusioni neutralistiche cadono.
Ordina per
  • 3

    Saggi(a)mente - 26 mag 13

    Anche questo libretto è uscito dal gran calderone dei miei autoregali di Natale: approfittando di un maxi sconto su Feltrinelli online, ho preso una quindicina di titoli poco reperibili pescando dalle mie lunghe e variegate liste. Così anche Carl Schmitt vi è entrato, provenendo dai suggerimenti ...continua

    Anche questo libretto è uscito dal gran calderone dei miei autoregali di Natale: approfittando di un maxi sconto su Feltrinelli online, ho preso una quindicina di titoli poco reperibili pescando dalle mie lunghe e variegate liste. Così anche Carl Schmitt vi è entrato, provenendo dai suggerimenti della “Seconda” pagina dei Libri di Repubblica. Pur sperando che ci fosse qualche affinità con il mio amato Schmitt (che però è francese, e si chiama Eric-Emanuel, anche se entrambi sono alsaziani), immaginavo già fosse un libretto non facile. Tra l’altro nasce come contributo ad una serie di se-minari su “Virtù e valore nella dottrina dello Stato” tenutisi ad Ebrach in Germania nel ’59, poi as-semblati e prefati da Schmitt nel ’67 e solo in questa edizione accompagnati da un bel saggio di-dascalico esplicativo di Franco Volpi. Confermo, dopo la lettura, l’impressione della difficoltà avuta nel comprenderne i passaggi, dove si utilizzano categorie filosofiche e loro applicazioni ed implica-zioni nella teoria dello Stato (non a caso Schmitt è eminentemente un giurista). Cosa mi rimane, a mo’ di riflessione sparsa dalle dense parole del pensatore tedesco? Innanzi tutto l’affermazione che coll’elevare un’idea o una convinzione a valore si finisce col giustificare qualunque mezzo e alla fine qualunque pretesa. Emerge con chiarezza sopratutto dal commento di Franco Volpi - nel quale è tracciata anche una puntuale e questa sì facilmente seguibile ricostruzione storica del concetto di valore - come il “valore”, sconfinando dalla sua sfera originaria - l'economia - e invadendo ogni ambito dell'esistenza sociale e politica, abbia prodotto, per Schmitt, una moralizzazione non scevra di pericoli. Perché il valore non è mai oggettivo, bensì solo soggettivamente riferito alla realtà; ciò significa, che "il valore non è, ma vale" e ciò che vale, sottolinea Schmitt, "aspira apertamente a essere posto in atto". È dunque l'uomo che definisce i valori ed è proprio il soggettivismo - sotteso ad ogni valore - a rendere pericolosa, agli occhi di Schmitt, ogni filosofia dei valori e ancor più ogni tentativo di "oggettivazione" degli stessi. Ma è sul terreno giuridico – politico, sostiene Schmitt e qui lo seguo con difficoltà, che gli esiti inquietanti di ogni valutazione evidenziano il portato discriminatorio di un pensare per valori. In quest'ambito - più che in ogni altro - l'appello ai valori rievoca elementi non condivisibili come la guerra giusta, mostrando i suoi tirannici effetti. Consapevole, nonché testimone, che il richiamo a ragioni morali - e la loro pretesa di universalità - conduce all'annientamento, Schmitt conclude esortando "Non usiamo con leggerezza le nostre parole", in particolar modo quando si parla di valori. Sia cauto, dunque, quel legislatore che fa ri-corso ad essi, perché nulla più del valore necessita di mediazione. Di fronte al dilagante processo di valorizzazione "è compito del legislatore e delle leggi da lui decretate stabilire la mediazione tramite regole misurabili e applicabili e impedire il terrore dell'attuazione immediata e automatica dei valori" (p. 67). La logica di affermazione dei valori nello scenario globale attuale - magistralmente rappresentata dall'etica neocon della "lotta del bene contro l'asse del male" - mostra con evidenza quanto il messaggio schmittiano sia stato disatteso. Che cosa sono le guerre odierne - malgrado le "bombe intelligenti" e i loro inevitabili "effetti collaterali" - se non gli strumenti per l'attuazione dei propri valori, al prezzo dell'annientamento di quelli altrui? Una difficile lezione, questa di Schmitt, che ho letto (inconsapevolmente) come suggerisce il saggio di Volpi, senza sapere nulla dell’autore e badando alle parole. Che Schmitt, nella sua prima fase di vita pubblica, fu uno strenuo sostenitore dello stato forte contro lo stato liberale, dando anche elementi teorici giustificativi alla prima ascesa del nazismo. Per questo, e giustamente, fu emarginato dopo la Guerra. Ma non per questo le sue parole vanno solo bollate come “indifendibili”. Che queste conclusioni sono invece condivisibili, come poi mostrarono studi sul pensiero di Schmitt da parte di persone non sospettabili di compiacimenti, come Giorgio Agamben o Giacomo Marramao o Massimo Cacciari. Da qui, per noi, dovrebbe cominciare un percorso di riflessione che possa portare dalla critica dei valori verso la definizione di un comportamento etico, verso gli scritti di Baumann, ad esempio. Chissà. Un sottoprodotto della lettura è anche la riflessione di come sia difficile tradurre i linguaggi da un idioma all’altro. Chissà se “Werte” in tedesco ha la stessa valenza di “valore” in italiano? E da dove deriva questo, che in latino non veniva usato (si dice venga da “valere”, ma l’accezione è diversa)? Che abisso si apre…
    "Non usiamo con leggerezza le nostre parole." (66)
    “Quanto è più grave la crisi, tanto più grande è il numero di incapaci che si sentono chiamati a risolverla scrivendo di valori." (97)

    ha scritto il 

  • 2

    uhm

    Allora.
    O sono io che non ci arrivo causa scarse facoltà cognitive.
    O questo libro è uno dei tanti casi di filosofumo stimato in quanto tale.
    Le due cose non si escludono a vicenda.

    ha scritto il 

  • 4

    Una riflessione su quanto possa essere pericoloso anteporre i valori all'essere umano. Religioni, ideologie, aziende, organizzazioni criminali, circoli, clan, tribù tutti dicono di avere dei valori e per perseguirli spesso mettono in secondo piano l'essere umano.

    ha scritto il 

  • 5

    Siamo sommersi dai valori. Ce la menano con i valori. I valori sono la panacea dei dolori del mondo: è più o meno quanto sentiamo ogni giorno sui vari media. Secondo Beppe Ratzi i mali del mondo nascono dal fatto che non abbiamo più valori, mentre dovremmo avere i suoi (è falso: viviamo in un bro ...continua

    Siamo sommersi dai valori. Ce la menano con i valori. I valori sono la panacea dei dolori del mondo: è più o meno quanto sentiamo ogni giorno sui vari media. Secondo Beppe Ratzi i mali del mondo nascono dal fatto che non abbiamo più valori, mentre dovremmo avere i suoi (è falso: viviamo in un brodo di còltura di valori). Cinquant'anni fa, da quel sommo giurista che fu, quindi uomo di pensiero teoretico e pratico a un tempo, ma sempre con il fine della prassi come obiettivo, Schmitt ruppe gli indugi ed entrò a piedi uniti in quel campo della teoria valoriale dove più spesso discettano filosofi e teologi. Vi entrò per smantellare con logica ferrea le falsità insite nelle pretese di assoluto dei valori. Da far leggere e imparare a memoria a chiunque sieda in un parlamento.

    ha scritto il 

  • 4

    La principale caratteristica del «valore» è infatti quella di testimoniare la scomparsa dell' «essere», la riduzione del mondo e dell' esperienza al rango di «oggetto» e di «merce», la nascita funesta dell' ideologia, delle guerre di religione, del perpetuo bellum omnium contra omnes.

    ha scritto il