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La torre

Storia di una moderna Atlantide

By Uwe Tellkamp

(175)

| Hardcover | 9788845264559

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Book Description

Nella Dresda degli anni '80, gli abitanti della Torre, un quartiere residenziale sulle pendici dell'Elba, sembrano vivere fuori dal tempo. Nelle loro ville ormai fatiscenti, cercano di sfuggire al grigiore e alla decadenza del sistema socialista dedi Continue

Nella Dresda degli anni '80, gli abitanti della Torre, un quartiere residenziale sulle pendici dell'Elba, sembrano vivere fuori dal tempo. Nelle loro ville ormai fatiscenti, cercano di sfuggire al grigiore e alla decadenza del sistema socialista dedicandosi alla musica, alla poesia e alla pittura. Anne e Richard Hoffmann vivono nella Torre insieme ai due figli, Christian e Robert. Richard, amante della musica e delle arti figurative, è un chirurgo dell'Accademia costretto a confrontarsi ogni giorno con il dissesto del sistema sanitario. Ha una relazione extraconiugale e per questo è ricattato dalla Stasi e costretto a spiare i suoi colleghi. Christian, il figlio maggiore, vuole studiare medicina, ma per avere un posto di studi all'università deve prima prestare servizio "volontario" nell'Esercito Nazionale Popolare, pur essendo lui uno spirito votato alla libertà. Lo zio di Christian, Meno Rohde, è redattore presso un'importante casa editrice, frequenta gli autori più influenti e rappresentativi della cultura socialista ed è costretto a lottare contro gli ingranaggi della censura. Poiché è nato a Mosca ed è figlio di rivoluzionari, Meno ha accesso al quartiere di "Bisanzio", dove vive la nomenclatura e ha sede l'apparato istituzionale che controlla le vite dei cittadini. Silenzioso e grande osservatore, Meno fa da tramite fra il mondo del regime e quello nostalgicamente borghese della Torre, raccontando nelle pagine del suo diario le contraddizioni di entrambi.

24 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    un libro enorme che ho letto in tantissimo tempo. è stato il mio libro da comodino per quasi un anno, troppo. In compenso la scrittura è di una qualità altissima, sicuramente anche grazie alla traduzione. Veramente mi ha meravigliato, lungo tutte l ...(continue)

    un libro enorme che ho letto in tantissimo tempo. è stato il mio libro da comodino per quasi un anno, troppo. In compenso la scrittura è di una qualità altissima, sicuramente anche grazie alla traduzione. Veramente mi ha meravigliato, lungo tutte le sue più di 1.300 pagine, l'altissimo livello della scrittura, le invenzioni continue, il rendere con naturalezza lo svolgersi del tempo in quella parte di Germania che viveva dietro al cortina di ferro. La storia di un gruppo di famiglie, nella parte alta di Dresda, quella abitata dalla borghesia, quella del regime. Dottori, scrittori, scienziati, persone che credevano nell'esperimento socialista, altri che lo tolleravano, altri, opportunisti. Il germe della contestazione nasce a poco a poco, col deteriorarsi delle condizioni economiche, col sorgere delle difficoltà, col restringersi di quella libertà di cui, seppure circoscritta, godevano i cittadini. Tellkamp non descrive un inferno di costrizione, narra la vita quotidiana, con i suoi compromessi, le sue storture. Un affresco grandioso, un incipit che mi ha ricordato l'urlo di Ginsberg. Insomma, ne sentirò la mancanza.

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    dashiell said on Jun 21, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Di quando il celerino alzò il manganello contro mia madre.

    Ne ho pensati alcuni. Uno era: Hanno detto è “I Buddenbrook” del Novecento; sbagliato, è molto meglio, e i lietmotiv sono utilizzati con molta più varietà!”; però così mi sarebbe parso di fare un torto gratuito a Mann, e comunque si sarebbe potuto tr ...(continue)

    Ne ho pensati alcuni. Uno era: Hanno detto è “I Buddenbrook” del Novecento; sbagliato, è molto meglio, e i lietmotiv sono utilizzati con molta più varietà!”; però così mi sarebbe parso di fare un torto gratuito a Mann, e comunque si sarebbe potuto travisare: un pregio di questo romanzo pregiatissimo è di poter sembrare ottocentesco mentre secondo me è ventunesimo secolo spinto.

    Un altro sarebbe consistito nel riportare brani di citazione, perché la qualità (e la traduzione!) della scrittura di Tellkamp fa inumidire gli occhi, però non mi piace il gioco delle citazioni, è sempre un gioco sporco perché fazioso, e una citazione non vale niente, quando a valere tantissimo è il romanzo intero e non qualche sua parte in particolare. Dall’ultimo libro che ho letto della Santacroce non mi farei un problema a metterci qualche citazione. Farlo con Tellkamp sarebbe una vigliaccata.

    Infine ho deciso di pensare così e di dirlo in questa maniera: Il romanzo di Tellkamp è lungo milletrecento pagine. Per me commentare un libro equivale a far sapere a quel qualcuno a cui dovrebbe capitare di leggere il commento quanto personalmente gli auguro di leggere il libro commentato. Quale che possa essere il mio augurio, però, per affrontare un romanzo di milletrecento pagine uno devo avere una forte motivazione di partenza. Io, beh, io questa motivazione non ce l’avevo, neanche mi ricordo perché ho letto Tellkamp. Forse, di sfuggita in una rivista, lessi del paragone tra Tellkamp e Mann e pensai “Certo che sono dei bastardi, questi critici, a dire di un Tellkamp che è un nuovo Mann. Che te ne fai di un nuovo-Mann se tanto c’è sempre l’originale?” e insomma comprai il romanzo di Tellkamp per chiedergli scusa della stupidata che avevano scritto su di li dei critici per valorizzarlo, affossandolo di fatto. Io non leggerei mai qualcuno perché è un neo-Qualcuno. Ho letto Tellkamp con la speranza di scagionarlo, di poter dire che Tellkamp è Tellkamp e nessun altro; bene, lo è.

    Lo comprai, lo dimenticai, d’un tratto qualche settimana fa mi è venuta voglia di leggere uno scrittore tedesco (coi libri, vado così: “Uhm, sono un po’ stufo degli americani, e ora come ora non ho voglia di giapponesi o portoghesi. Mi va un francese, o uno spagnolo, o un italiano. Dopo la lunga abbuffata che me ne feci, sono almeno tre anni che evito gli israeliani. Coi sudamericani ci devo andare piano, altrimenti mi scatta anche lì il rigetto. E se mi leggessi un tedesco?”, e il tedesco che avevo in libreria era Tellkamp. Dopo una serie di libri di piccolo taglio, un romanzo con il coraggio di milletrecento pagine mi ha affascinato subito. O lui, o sarebbe stato Musil, che è austriaco ma vale un tedesco. Ho scommesso sulla contemporaneità. E dopo Tellkamp ho letto un paio di libri minori di Bernhard, per non fare troppo torto all’Austria, che quello che le fa Bernhard già basta).

    Le prima trenta pagine de “La torre” le ho trovate lentucce, per quanto scritte benissimo. Addirittura m’è parso di averci trovato una oscurità dovuta alla traduzione: si parlava di giardini di ghiaccio come metafora di un cortile di casa, non mi ci trovavo. Mi ero pure detto “E se le prime trenta sono così, ommioddio chissà le altre…” Le altre sono un capolavoro di letteratura perché al proprio interno parlano di tutto, ma proprio di tutto, parlano persino di letteratura, senza essere letterarie, cioè stucchevoli, mai. Eppoi ci sono le storie, la Storia, Dresda, la Germania, l’Europa, l’umanità, i vecchi e giovani, gli uomini e le donne, i ricchi borghesi e i borghesi poveri, e le farse tragiche e le tragedie farsesche, e quando ho concluso le milletrecento pagine ci sono rimasto male, perché “La torre” è un romanzo che di pagine ne avrebbe potute reclamare benissimo tredicimila: è uno spaccato, lascia i destini aperti, è un’opera straordinaria, e ancora adesso voglio sapere di Christian, di suo zio Meno, di suo padre, di sua madre, di suo fratello, dei suoi amici, degli scrittori censurati, degli scienziati, dei chirurghi, delle infermiere, dei patiti di musica classica, dei gerarchi, dei figli dei prepotenti, degli figli illegittimi, e di tutti gli altri.

    Grazie a Tellkamp non potrò mai dimenticare il giorno in cui, vestito da celerino tra i celerini, ho visto un celerino sollevare il manganello contro mia madre e continuare a picchiarla mentre era a terra. E mai potrò dimenticare che ogni vita che non si rivoluziona è una vita reazionaria e nessuna vita è più reazionaria di quella che si sottomette a una rivoluzione istituzionalizzata.

    =
    Appunto iniziale: “La torre” è un romanzo epocale. Per questo devo pensarci un po’ su, prima di inventarmi qualche parola che ne faccia intendere la necessità."

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    Coda said on Jun 16, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Sono stata piacevolmente sorpresa nell'accorgermi che questo libro sia stato tradotto in italiano. Questo dopo averlo letto, con fatica, in lingua originale. Non rimpiango la fatica che mi avrebbe risparmiato leggerlo in italiano, ma ora posso consig ...(continue)

    Sono stata piacevolmente sorpresa nell'accorgermi che questo libro sia stato tradotto in italiano. Questo dopo averlo letto, con fatica, in lingua originale. Non rimpiango la fatica che mi avrebbe risparmiato leggerlo in italiano, ma ora posso consigliarlo ad amici e conoscenti.

    Si tratta di un libro con aspirazioni epiche ed intellettuali che potrebbero scoraggiare buona parte dei lettori. Un certo senso fastidioso di presunta superiorità intellettuale ne caratterizza tutta la prima parte. D'altro canto la società che descrive è terribilmente reale, almeno lo era fino a qualche decina di anni fa. Si tratta di un mondo in affascinante sfacelo di cui poco si è parlato in Italia in questi termini.

    Lo consiglio vivamente, a tutti coloro che hanno il coraggio di affrontarlo. Se avete dubbi, le recensioni precedenti sono più che esaustive.

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    Stefanie said on Feb 10, 2014 | Add your feedback

  • 6 people find this helpful

    (In)consapevoli a cosa si va incontro

    Breve premessa al lungo commento su questo testo tosto.
    La Torre ha richiesto una faticosa marcia di avvicinamento. Ha rifiutato di essere acquistata in cartaceo. L’ho assalita il dodicesimo anniversario delle torri gemelle. Si è manifestata da subit ...(continue)

    Breve premessa al lungo commento su questo testo tosto.
    La Torre ha richiesto una faticosa marcia di avvicinamento. Ha rifiutato di essere acquistata in cartaceo. L’ho assalita il dodicesimo anniversario delle torri gemelle. Si è manifestata da subito come una lettura intrigante, ma lenta e collosa: ha 72 capitoli. L’ho chiusa e riaperta alla lettura più volte, smattonata da altri testi. Lo strazio è durato più di due mesi. Poi, dal Libro II in poi ha aderito al periodo umorale e non si è più scollata. Nel frattempo, si è presentata una broncopolmonite e l’ultimo, arrogante tentativo di smettere di fumare. Lettura conclusa il giorno della laurea (con trent’anni di ritardo) di mia moglie: è possibile che il testo, molto ispirato, possegga simbolismi. Almeno per me.

    La collocazione geografica è Dresda. Nella torre, facente parte di un complesso di fabbricati dai nomi curiosi, vivono gli esponenti residui di un ceto borghese e colto - “hanno grandi sentimenti, ma li minimizzano e preferiscono rendersi ridicoli piuttosto che confessarli; mostrarli troppo apertamente parrebbe loro un affronto, un’indiscrezione, la violazione di un invalicabile cerchio interiore” - che rilascia a lento ritmo le proprie energie all’interno del regime della DDR, che di quelle energie non può fare a meno. Il futuro di questa singolare èlite, che coltiva il gusto per la musica, i libri, l’arte, “andava verso il passato, il presente era solo una pallida ombra, una variante inadeguata e deforme”. “La nebbia gialla attraversava le loro stanze, lisciviava le case, rendeva porosa la pietra arenaria di Dresda, incrostava i tetti, corrodeva i comignoli, faceva diventare friabili gli stucchi delle finestre, ma gli abitanti della Torre ascoltavano Tannhauser in sette registrazioni, le confrontavano l’una con l’altra per poi litigare su quale fosse la migliore, la più alta, la più eccelsa, quella standard”.

    La collocazione temporale si sviluppa lungo gli ultimi sette anni di vita del regime socialista. All’inizio il Paese “soffriva di una strana malattia, la gioventù era vecchia, la gioventù non voleva diventare adulta, i cittadini vivevano in nicchie”. Più avanti, invece, “nel Paese sembrava accadere qualcosa: la rigidità e l’inerzia formavano ancora uno strato sottile sotto il quale si muoveva qualcosa, un embrione dai contorni ancora indistinti che maturava nell’utero dell’abitudine, della rassegnazione, dell’irresolutezza. Qualche volta gli uomini sembravano avvertire i movimenti del feto, la gravidanza delle strade, nei giorni coperti di fumo”. Così, lontano da raduni di “uomini tristi e impotenti”, crescono e si fortificano le coscienze, comprese quelle ecclesiastiche: “la parola ‘eroe’ non compare nel Nuovo Testamento, signor Hähnchen. Non posso più prendermi la responsabilità di tacere davanti alla mia comunità di fedeli, davanti alla mia coscienza – disse il pastore Magenstock”. Fino alla caduta del muro di Berlino.

    A ciascun personaggio della moltitudine di cui è composta la narrazione, Tellkamp consegna carta d’identità – “io sono illuminista, vale a dire: critico, ironico, scettico forse. Perché forse non credo nemmeno di non credere a niente. Lei è un romantico e questo vuol dire che lei contribuisce al capitalismo. Perché il desiderio e la nostalgia fanno girare il mondo, ma in questo girare consiste, appunto, il capitalismo” -, e un percorso narrativo, anche se il soggetto in questione riveste un ruolo minore. Difficile, comunque, individuare ‘ruoli minori’. La ruota la fa girare la famiglia Hoffmann: il giovane Christian che sarà occupato per cinque anni sotto il militare; il padre Richard, di professione chirurgo della mano, e Meno, lo zio di Christian editor e biologo. Zio e nipote sono accumunati da una tendenza a collocarsi ai margini della realtà e contrappongono distanza e disincanto all’arroganza della nomenklatura dogmatica e intollerante. E grottesca, come quel segretario che, sotto natale, esortava moglie e figli a “celebrare la festa criticamente. Questa la chiamava dialettica”. Accanto a loro, di diverse stature e sfumature, convivono agiscono stanziano i membri delle rispettive famiglie. E, declinate al maschile e al femminile, le figure dei vicini di casa, dei colleghi, amanti, scrittori, editori, musicisti, pittori, camerati, degli oppositori velleitari e impotenti, degli ingenui idealisti e dei vari burocrati dell’apparato e dei borghesi opportunisti con cui sono costretti a interagire. Tutti pagano una personale forma di tributo a un potere privo di prerogative per farsi amare “Cosa avresti detto di me? Che pensi troppo per essere convinto. Che quindi sei pericoloso. Un furbastro che sa tenere la bocca chiusa come te, che osserva in silenzio e che non ha stretti contatti con nessuno, non è uno che si accontenta di una soluzione provvisoria qualsiasi. Vuole di più. Libertà o giustizia, per esempio.”

    Da un tomo simile sarebbe lecito aspettarsi anche una trama ben sviluppata. Non è così.
    Essa è sostituita da una solida capacità di mediazione personale in una scrittura che procede attraverso continui cambi di registro linguistici. A volte bruschi, piazzati per spiazzare, ma sempre perfettamente adeguati al personaggio, alla scena, all’episodio, al dialogo esposti. Tellkamp, infatti, ammanta il testo di un derma stilistico che si trasforma in un karma gestito con grande naturalezza “diede un calcio a un arbusto che sognava lo zenit delle sue possibilità”: la stesura passa dal lirico all’epico, dal simbolico al realistico al diaristico. La ricercatezza lessicale s’insinua in ogni dettaglio della realtà, sconfinando nella musica e nella scienza, fra simulacri artistici, allegorie politiche, disciplina militare e utopie in dismissione. La narrazione procede per periodi complessi, dalle molte coordinate e subordinate, spesso aderente a un senso del tempo cupo, rallentato e in dilatata attesa: sono fatti salvi gli ultimi capitoli contenenti il precipitare degli eventi. In vetrine spolverate da una mano di autoreferenzialità non invasiva, l’Autore espone una grande capacità descrittiva, sforando talora nel manieristico; le rappresentazioni di luoghi ambienti riunioni quotidiano sono insistite e potenti, tali da annichilire ogni tentativo di fuga veloce della lettura. Poche altre volte - la narrazione - procede più incalzante, comunque stoppata presto da improvvisi arresti e ritorni. Raramente si fa essenziale, senza smarrire i propri attributi qualitativi.

    “L’anatomia dell’occhio è semplice, caro Rohde. Funziona come quando si scrive qualcosa, per esempio una lettera, in una lingua chiara e comprensibile, il più semplice possibile, e l’altro legge però soltanto quel che un’ottica estranea, un’illusione ottica mette sul foglio; una cosa è scritta, ma l’altra viene capita”. Relazioni e sentimenti sono indagati e protocollati dall’Autore con lucidità impressionante. “Divertirsi di fronte a determinate cose della vita, gli aveva detto il Vecchio della Montagna, presuppone anche una certa forma di disumanità, di superficiale leggerezza che attraversa i giorni seducente, sradicata e priva di peso come un pallone aerostatico e che pertanto non ha a che fare con essi più profondamente”. Emergono principalmente dai dialoghi, a due o in consessi fra più persone, in cui Tellkamp, elegante, disinvolto e arrogante, sembra che doni la parola agli attributi, e non alle persone. Ad un servo del regime: “Appresso a costoro tu bevi e mangi; fra costoro siederai di compagnia; a costoro compiacerai dei quali è sì grande il potere.” Nei vari confronti tra le più disparate figure caratteriali, il lettore ha molte probabilità di scorgerne una che ammicca alla propria. La lettrice ha meno scelta.

    Assente la passione travolgente, sempre presente la sofferenza. E’ un abito impalpabile permeato da un odore acre e indossato da ogni soggetto, umano e non: che siano i decadenti edifici di Dresda, o l’inquinato fiume Elba, o i fumi giallastri dell’aria, o un letto d’ospedale, o le file al magazzino per accaparrarsi i pezzi di ricambio per l’auto, o una stanza fredda a causa del carbone razionalizzato, o l’intelligente e introverso giovinotto Christian, incapace di relazionarsi con gli altri, adulti e coetanei. L’indole gli causerà tremendi rigori militari.

    E, niente affatto sullo sfondo, ma sempre in primo piano, la città di Dresda e i suoi abitanti. E’ questa la magia di Tellkamp: la capacità di portare tutto in primo piano; l’insignificante non è rappresentato. Il suo freddo invernale “mordeva, sgualciva la nebbia bianca che usciva dalle torri di raffreddamento” e la sua afa estiva, i suoi vuoti, i generi razionati, i generi mancanti: “non ci sono mutandine né a Berlino né nell’insignificante resto del Paese”, l’ospedale senza garze e senza elettricità, i bagni pubblici, il tram,l'11. Fuori Dresda, Christian nell’esercizio della leva militare e militante: le esercitazioni, il nonnismo, il carro armato, la morte di un commilitone, il carcere, il lavoro forzato nella fabbrica di carburo; e, intabarrato in tenuta antisommossa, la visione della madre manganellata dai camerati nell’ultimo capitolo del libro e del regime.

    Insomma, La Torre possiede la forma fisica, le forme letterarie, lo charme e l’illuminante messaggio di denuncia, tutti attributi di un grande classico della letteratura. E come tale lo riconosco, in accordo con autorevoli recensioni.
    Fin qui, chapeau a questo capolavoro di scarso successo commerciale in Italia.
    Da qui, motivazioni rompicoglioni sull’assenza della quinta stellina, frivolo simbolo sul pianeta anobiano del massimo gradimento ottenuto dalla lettura.

    Una, di stizza. Questo romanzo non è adatto a tutti. L’élite di intellettuali di un quarto di secolo fa, in esso rappresentata, sembra colloquiare su una corsia preferenziale con la corrispondente élite di oggigiorno. E’ opera colta, con innumerevoli riferimenti ad arti tedesche e scienze, destinata a pubblico colto. Non che sia un male, per carità. Mi ci sono infilato a forza sulla corsia preferenziale, rischiando più di uno stop per aver superato i limiti delle attrezzature culturali a disposizione (nota personale: dopo quattro mesi di corso di lettura sono felice di aver vinto la sfida ed aver partorito il presente commento, il primo dopo un lungo periodo senza pubblicarne alcuno). Ritengo limitante che il messaggio di denuncia sia indirizzato a una cerchia ristretta: dovrebbe essere universalmente riconosciuto. Il paradosso di quest’opera risiede proprio in questo: la sua grandezza è barriera all’accessibilità di un pubblico più ampio. Troppo lunga, troppo ricca, troppo maestosa. Un’abbondanza cui sono avvezzi in pochi e che fagocita la totalità delle energie attentive del lettore (medio?), impegnato ad esaminare il corpo massiccio della narrazione e a studiarne gli organi interni sezionati, costantemente in bilico tra l’attrazione per le forme e la rinuncia per sfinimento.

    Due, trasversale. Ubriaco dei profumi della lingua rigogliosa, stordito dagli effetti dei vapori sinestetici, costretto dai sottintesi e dai sottesi a tornare su qualche passo, inchiodato a confrontarsi con un materiale letterario così vasto e sostanzioso: il lettore coinvolto in maniera così totalizzante noterà peraltro tre assenze, due in se stesso e una nel libro. La prima è costituita dalla mancata attrazione suscitata da una trama, qui schiacciata dalla poderosa struttura del periodo in adozione; struttura peraltro che non sorregge amore (seconda assenza) ma un manto di significati severi, che esaltano il contrasto tra la ricca esposizione e la stitica emotività del regime della Germania Est. Terza assenza, viene sottratta al lettore la facoltà di interrogarsi su come vada a finire la storia: il finale infatti è gigantesco, già prodotto dalla Storia.

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    plessus said on Jan 22, 2014 | 2 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Verità o Paura?

    Questo monumentale libro affronta in forma romanzata la vita nella ex DDR. i nostri protagonisti, vivono rinchiusi in torri crogiolandosi delle piccole cose ed esasperandone il valore e le sensazioni pur di non affrontare il nodo che regge l'intera a ...(continue)

    Questo monumentale libro affronta in forma romanzata la vita nella ex DDR. i nostri protagonisti, vivono rinchiusi in torri crogiolandosi delle piccole cose ed esasperandone il valore e le sensazioni pur di non affrontare il nodo che regge l'intera architettura della società socialista: più lo Stato chiede verità a gran voce e più la teme e la reprime nel modo più feroce. il racconto confonde con suoni, rumori, colori, sensazioni, odori che riusciamo a percepire e che a tratti ci distraggono ma spesso ci portano più vicini alla visione.

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    GianLuca said on Nov 9, 2013 | Add your feedback

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    “Cercando, il fiume sembrava tendersi nella notte che principiava, la pelle si sgualciva e crepitava; pareva voler precedere il vento che si alzava in città, quando il traffico sui ponti era ridotto a poche auto e sporadici tram, il vento proveniente ...(continue)

    “Cercando, il fiume sembrava tendersi nella notte che principiava, la pelle si sgualciva e crepitava; pareva voler precedere il vento che si alzava in città, quando il traffico sui ponti era ridotto a poche auto e sporadici tram, il vento proveniente dal mare che circondava l’Unione Sovietica, l’Impero Rosso, l’Arcipelago, venato inframmezzato pervaso da arterie vene capillari del fiume alimentato dal mare, nella notte, il fiume che portava i rumori e i pensieri alla superficie scintillante, il riso, la serietà e l’allegria nella crescente oscurità…”

    Queste sono le note d’apertura dell’ouverture che dà inizio alla lunga e complessa sinfonia di un romanzo musicalmente strutturato, costituito da una ouverture, un primo movimento, un interludio, un secondo movimento e un finale. Una struttura necessaria a contenere e a trattenere una materia narrativa debordante e lussureggiante. “La torre” è un romanzo recente, è stato pubblicato nel 2008 e ha permesso al suo autore, Uwe Tellkamp (nato a Dresda nel 1968), di ricevere nello stesso anno il Premio Uwe Johnson. Tre anni prima, per il romanzo “Der Eisvogel”, gli era stato assegnato il Premio Ingeborg Bachmann. Premi dedicati a nomi di grande prestigio della letteratura tedesca contemporanea che, se non possono certo essere da soli una garanzia di merito per l’autore, predispongono però favorevolmente il lettore che si appresta all’impresa di inoltrarsi nel mondo de “La torre” (un viaggio lungo circa 1300 pagine). Il romanzo è ambientato a Dresda, negli ultimi sette anni di vita della Repubblica Democratica Tedesca, conclusasi il 9 novembre 1989 con la caduta del muro di Berlino. La torre è un quartiere residenziale che si trova sulle pendici di una collina con vista sull’Elba, dove vivono famiglie appartenenti alla borghesia intellettuale della città tedesca. Un tempo lussuoso quartiere residenziale, la torre è ormai ridotta a un insieme di ville fatiscenti che conservano nomi fiabeschi, “Caravella”, “Casa dai mille occhi”, “Casa dei delfini”, ecc.., ma che sono destinate ad una irrimediabile decadenza e conservano solo una lontana eco del loro originario splendore. Sulla collina vicina vivono gli esponenti più in vista del regime e gli intellettuali più accreditati. Tellkamp racconta le vicende degli Hoffmann, i membri di una famiglia residente nella torre e della moltitudine di personaggi che ruota intorno a loro, tratteggiando in questo modo un quadro della società della DDR, dello Stato come struttura e delle persone che vi vivono. Va subito detto che inoltrarsi nelle pagine di questo romanzo provoca un iniziale sconcerto per la scelta dell’autore di scrivere un libro-enciclopedia, di trascrivere e fissare nelle sue pagine un intero universo, di immergere il lettore in una miriade di dettagli e informazioni, di seguire i rivoli di mille vicende. Una ricerca di totalità decisamente anacronistica come modalità narrativa che inizialmente disorienta e sorprende ma che, lentamente, affascina. Di fatto “La torre” è un Bildungsroman (uno dei tre protagonisti, Christian Hoffmann, all’inizio del romanzo ha sedici anni e, alla fine, ventitrè) che rispecchia la migliore tradizione narrativa tedesca per contenuti e struttura. L’innovazione, la modernità, la chiave interpretativa che danno valore al romanzo risiedono nella capacità di Tellkamp di condensare simboli e valori della cultura tedesca in un tempo e in uno spazio circoscritti come in un’isola nel fluire della storia, di mostrarli come racchiusi sotto vetro in un laboratorio, isolati dalla corrente della vita, osservati attraverso una lente d’ingrandimento. La famiglia Hoffmann e tutti i personaggi del romanzo vivono in una sorta di nicchia che insieme isola e preserva; una nicchia, una torre, una montagna incantata. Questo forse ha significato per i Tedeschi vivere nella DDR. Lo stesso Tellkamp, nato nella Germania dell’Est, afferma in un’intervista a “La Repubblica” del giugno 2010: “La vita era piena di contraddizioni. Da una parte il tempo era rallentato, e questo rallentamento provocava uno strano spostamento temporale. Leggevamo Thomas Mann, Bassani, Tomasi di Lampedusa e ci sembrava che parlassero di noi, del nostro tempo. Anche noi ci sentivamo abbandonati a noi stessi, sentivamo che qualcosa stava finendo, come il Gattopardo celebravamo mondi e valori dissolti ed eravamo perciò condannati alla malinconia. Mentre la giovinezza è il momento della spontaneità, in cui ci si innamora, si commettono errori, la vita appare una promessa nella quale buttarsi con frenesia. Invece arrivavano i controllori a frenarci: questo non puoi, quest’altro nemmeno, quello che puoi siamo noi a deciderlo”. “La torre” di Tellkamp è quindi, al pari de “La montagna incantata” di Thomas Mann, un luogo di detenzione, ma anche di possibilità; come nel sanatorio di Davos, anche nella torre di Dresda vigono divieti e imposizioni e l’impossibilità di immergersi nella vita che fuori di lì continua il suo corso. Gli ammalati, come i residenti, continuano però a celebrare, nella lentezza di un tempo sospeso, i riti che rendono sopportabile la vita, continuano ad approfittare di tutto ciò che la cultura del passato mette loro a disposizione, percorrendola, scandagliandola, assaporandola. Gli abitanti della torre vivono rivolti al passato, coltivano il gusto per la scienza e la filosofia, la letteratura, la musica e l’arte, trasformano le vecchie stanze che ancora sono a loro disposizione (le altre, seguendo i dettami del socialismo, vengono sequestrate ed assegnate ad altri inquilini) in piccoli musei dove conservano collezioni di reperti di Scienze naturali, in biblioteche dove raccolgono preziose edizioni di libri che diventano sempre più rari, in sale da concerto, perché nell’aria della sera le vie del quartiere risuonano delle note di musica classica, provenienti da vecchi giradischi, accuditi con cura perché i pezzi di ricambio sono ormai quasi introvabili. E’ sempre Tellkamp ad affermare: “… bisogna distinguere tra il paese e lo Stato. Il paese aveva i suoi lati silenziosi, modesti, confortanti. Per le persone che vi vivevano ho grande rispetto: ne La torre ho cercato di descriverli, anzi ho voluto erigere loro un monumento. Ma lo Stato in cui dovevano vivere era meschino, dittatoriale, ottuso, penetrato da una mostruosa rete di spie. Non merita rimpianti”. E forse qui – nella denuncia di un potere statale illiberale e dittatoriale – risiede l’altra eco letteraria che sembra risuonare nel titolo del romanzo. Non si può infatti evitare di pensare all’omonimo dramma di Hugo von Hofmannsthal e al principe prigioniero nella torre perché gli astri l’hanno indicato come colui che rovescerà l’ordine costituito, il dramma che descrive la perdita di legittimità di un potere politico come crisi estrema di tutta la civiltà europea nell’epoca della dissoluzione dell’Impero. Nella DDR del romanzo di Tellkamp, il regime non risparmia gli abitanti della torre, costretti a vivere nel pericolo, cercando di districarsi tra censure, delazioni e durissime condanne. L’isola della torre galleggia e sopravvive a stento nelle condizioni imposte dal socialismo reale, dove la difesa del bene comune è diventata solo una maschera che nasconde la corruzione e l’arroganza del potere. L’autore di questo romanzo-fiume riesce a condurre il lettore all’interno di una torre dai molteplici significati. Chi si lascerà trascinare in questo viaggio, troverà, condensata e preservata, quella cultura tedesca, soprattutto ma non solo, letteraria e musicale, che ha continuato a vivere, isolata e difesa, all’interno della DDR; troverà il ritratto di un mondo che, dopo la caduta del muro, è scomparso (la moderna Atlantide del sottotitolo), un mondo che l’autore rievoca nei suoi mille dettagli e che denuncia nelle sue mille ingiustizie e contraddizioni; infine troverà un linguaggio capace di utilizzare con naturalezza vari registri, da quello realistico, a quello epico e lirico. Forse perché, come dice l’autore: “Alla scrivania taccioni le inquietudini giornaliere. Il foglio bianco diventa un rifugio e una sorgente che si apre nel profondo. Falle venire, le parole, così che la lingua si pieghi e nel loro fluido cominci una nuova vita”.

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    Lilicka said on Apr 21, 2013 | 4 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (175)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Hardcover 1303 Pages
  • ISBN-10: 8845264556
  • ISBN-13: 9788845264559
  • Publisher: Bompiani (Narratori stranieri Bompiani)
  • Publish date: 2010-05-01
  • Also available as: Paperback , eBook
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