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La tregua

Di

Editore: Einaudi

4.2
(3330)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 259 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Giapponese , Francese , Spagnolo , Finlandese , Tedesco , Svedese , Olandese , Portoghese

Isbn-10: A000225367 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 4

    Anche se meno d'impatto, diciamo pure meno sconvolgente, di "Se questo è un uomo", che letto in adolescenza mi aveva lasciato un segno profondo dentro, e riletto da poco l'ha rivangato per intero, anc ...continua

    Anche se meno d'impatto, diciamo pure meno sconvolgente, di "Se questo è un uomo", che letto in adolescenza mi aveva lasciato un segno profondo dentro, e riletto da poco l'ha rivangato per intero, anche "La tregua" è un racconto bello e in qualche allegro modo pure dolente, riuscendo a mettere insieme singolarmente questi due aspetti apparentemente incongruenti. La narrazione spesso incredibile, stravagante e surreale, dell'avventuroso viaggio verso casa di Primo Levi dopo la liberazione dal lager è a suo modo quasi frizzante, gonfia di quella libertà nemmeno sognata nel lager, perché apparentemente impossibile nel modo più assoluto. Eppure, come dice chiaramente il titolo, questo viaggio surreale, allegro pure nelle sue vicissitudini e tremende scomodità e sofferenze, è solo una parentesi tra sofferenze: quella prima, curda e terribile; quella dopo, la piaga aperta che il lager ha lasciato dentro l'autore, e che non potrà mai guarire, un'offesa verso l'essenza stessa dell'uomo, che non potrà mai essere lavata. E infatti il finale è cupo, l'arrivo a casa e l'abbraccio dei cari solo accennati, con un pudore che nasconde quella indelebile ferita.

    ha scritto il 

  • 0

    Disillusione

    "Giunsi a Torino , dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava." La tregua è un racconto meno intenso rispetto a Se Questo è un uomo, ma mol ...continua

    "Giunsi a Torino , dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava." La tregua è un racconto meno intenso rispetto a Se Questo è un uomo, ma molto più riflessivo. Tutto accade molto più lentamente, c'è tempo per pensare, pensare a quello che è stato ma soprattutto quello che sarà. E' tutto finito, ma nessuno è lì pronto ad accogliere gli ex deportati, il mondo rimane indifferente. Nessuno sa, o forse nessuno vuol dire che sa. La tregua è un viaggio di speranze e disillusioni.

    ha scritto il 

  • 4

    Guerra è sempre

    Guerra è sempre, - rispose memorabilmente Mordo Nahum.
    In questo libro Levi già supera la pura narrazione anticipando i suoi futuri romanzi più letterari e approfondendo l'analisi antropologica.
    Nonos ...continua

    Guerra è sempre, - rispose memorabilmente Mordo Nahum.
    In questo libro Levi già supera la pura narrazione anticipando i suoi futuri romanzi più letterari e approfondendo l'analisi antropologica.
    Nonostante la tragicità delle vicende si respira nelle pagine la leggerezza di chi sa di aver superato il peggio.

    ha scritto il 

  • 4

    Perché di Hurbinek vi sia memoria

    La tregua è (fortunatamente, direi) romanzo di minore impatto rispetto a “Se questo è un uomo”. A volte ironico, a volte divertente, è assillo di speranze e di timori per il futuro che attende Levi in ...continua

    La tregua è (fortunatamente, direi) romanzo di minore impatto rispetto a “Se questo è un uomo”. A volte ironico, a volte divertente, è assillo di speranze e di timori per il futuro che attende Levi in patria; domani sconosciuto e temuto, ambiguo e indefinibile, che puzzerà, nei sogni che sono dentro ai sogni, sempre di lager.
    Quasi un taccuino di viaggio, che da Auschwitz attraversa la Russia la Romania l’ Ungheria e finalmente, dopo 35 giorni, approda in Italia, La tregua racconta luoghi persone ed eventi con parole lucide e smerigliate di grande scrittore.
    Due o tre cazzotti, di quelli che levano il fiato però, Levi li tira comunque.
    Uno di questi riguarda Hurbinek, il bambino che non ha mai visto gli alberi, perché nato ad Auschwitz.

    ***************************************************************

    La mia attenzione, e quella dei miei vicini di letto, raramente riusciva ad eludere la presenza ossessiva, la mortale forza di affermazione del piú piccolo ed inerme fra noi, del piú innocente, di un bambino, di Hurbinek.

    Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
    Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia dì Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità.

    Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l'orecchio: era vero, dall'angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata; o meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome,

    Hurbinek continuò finché ebbe vita nei suoi esperimenti ostinati. Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, ansiosi di capire, e c'erano fra noi parlatori di tutte le lingue d'Europa: ma la parola di Hurbínek rimase segreta. No, non era certo un messaggio, non una rivelazione forse era il suo nome, se pure ne aveva avuto uno in sorte; forse (secondo una delle nostre ipotesi) voleva dire «mangiare», o «pane»; o forse «carne» in boemo, come sosteneva con buoni argomenti uno di noi, che conosceva questa lingua.

    Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero, – Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morí ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui - egli testimonia attraverso queste mie parole.

    **************************************************************

    Nulla resta di lui, e chissà di quanti altri. Questo commento desidera essere un povero contributo alla sua memoria.

    ha scritto il 

  • 4

    Avventure del dopo-lager

    Vale assolutamente la pena di leggere questo libro, seguito di "Se questo è un uomo" e spesso presentato insieme all'altro in un unico volume.
    Verrebbe naturale pensare che con l'arrivo degli alleati ...continua

    Vale assolutamente la pena di leggere questo libro, seguito di "Se questo è un uomo" e spesso presentato insieme all'altro in un unico volume.
    Verrebbe naturale pensare che con l'arrivo degli alleati e la fuga dei nazisti siano finiti i problemi di chi è stato in un lager; invece - anche se in maniera di gran lunga meno drammatica - la fame, il freddo e le difficoltà continuano ancora per diversi mesi...
    Non mancano, però, gli episodi curiosi e divertenti; ne cito uno: la "curizzetta" ossia la gallinella in un improbabile lingua russo-romanesca. Inoltre, lo stile semplice e fresco di Primo Levi rende questo libro assai gradevole da leggere.
    Insomma, un libro assai più leggero rispetto a "Se questo è un uomo", ma sempre in grado di far riflettere sull'orrore della guerra, che diminuisce sì, ma non si estingue del tutto con la fine della guerra stessa.

    ha scritto il 

  • 5

    una tregua dalla memoria

    è commovente pensare come questo viaggio picaresco nella vertigine orizzontale delle pianure dell'Europa orientale abbia rappresentato forse poco più che un breve intervallo nell'orrore del ricordo pe ...continua

    è commovente pensare come questo viaggio picaresco nella vertigine orizzontale delle pianure dell'Europa orientale abbia rappresentato forse poco più che un breve intervallo nell'orrore del ricordo per una vittima di Auschwitz...

    ha scritto il 

  • 0

    Il greco sembrava aver cambiato luna: forse gli era tornata la febbre, o forse, dopo i discreti affari della

    mattina, si sentiva in vacanza. Si sentiva anzi in vena di benevolmente pedagogica; a mano ...continua

    Il greco sembrava aver cambiato luna: forse gli era tornata la febbre, o forse, dopo i discreti affari della

    mattina, si sentiva in vacanza. Si sentiva anzi in vena di benevolmente pedagogica; a mano a mano che

    passavano le ore, il tono del suo discorso andava insensibilmente intiepidendosi, e in parallelo andava

    mutando il rapporto che ci univa: da padrone-schiavo a mezzogiorno, a titolare-salariato alla una, a maestro-

    discepolo alle due, a fratello maggiore-fratello minore alle tre. Il discorso tornò sulle mie scarpe, che

    nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto

    grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo

    alla roba da mangiare; e non viceversa come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a

    trovar da mangiare, mentre non vale per l'inverso. - Ma la guerra è finita, - obiettai: e la pensavo finita,

    come molti in questi mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. - Guerra

    è sempre, - rispose memorabilmente Mordo Nahum.

    ha scritto il 

  • 5

    La guerra è finita, Auschwitz è ormai alle spalle e tuttavia tornare a casa non è affatto semplice.
    L'esperienza di Primo Levi è la narrazione di un viaggio epico che si definisce nelle immagini vivid ...continua

    La guerra è finita, Auschwitz è ormai alle spalle e tuttavia tornare a casa non è affatto semplice.
    L'esperienza di Primo Levi è la narrazione di un viaggio epico che si definisce nelle immagini vivide di molti paesaggi (Polonia, Russia, Romania, Austria e infine Italia), molti personaggi (compagni di sventura-avventura, militari e civili, contadini e abitanti di villaggi, donne e ragazze), e infine diverse lingue che, con grande intelligenza, Levi si sforza di comprendere e apprendere.
    Indimenticabili i ritratti di uomini e donne; fra tutti spicca quello del compagno Cesare "amico di tutto il mondo", intraprendente, astuto maestro nell’arte di arrangiarsi.
    Il carattere dei russi (irriducibile ai luoghi comuni degli europei) viene delineato in più punti con la consueta esattezza e pulizia stilistica. Il tono più lieve rispetto al precedente racconto, che è radicalmente drammatico, rende la lettura di "La tregua" assai gradevole. E conferma Primo Levi un grande (anche) della letteratura italiana.

    ha scritto il 

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