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La tregua

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Publisher: Alianza

4.3
(519)

Language:Español | Number of Pages: 171 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 8420638218 | Isbn-13: 9788420638218 | Publish date: 

Also available as: Mass Market Paperback , Others , Hardcover , Softcover and Stapled

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
Publicada en 1960, LA TREGUA es la obra de Mario Benedetti que ha alcanzado mayor éxito de público. La cotidianidad gris y rutinaria, marcada por la frustración y la ausencia de perspectivas de la clase media urbana, impregna las páginas de esta novela, que, adoptando la forma de un diario personal, relata un breve periodo de la vida de un empleado viudo, próximo a la jubilación, cuya existencia se divide entre la oficina, la casa, el café y una precaria vida familiar dominada por una difícil relacíon con unos hijos ya adultos. Una inesperada relación amorosa, que parece ofrecer al protagonista un horizonte de liberación y felicidad personal, queda trágicamente interrumpida y será tan sólo un inciso - una tregua - en su lucha cotidiana contra el tedio, la soledad y el paso implacable del tiempo.
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  • 4

    Quattro stelle e mezza

    Un racconto in forma di diario, bello e commovente, non perché ci sia da piangere ma perché muove-con, suscita profonda empatia. E' proprio giusta la citazione di Saviano sul retro di copertina: "In ...continue

    Un racconto in forma di diario, bello e commovente, non perché ci sia da piangere ma perché muove-con, suscita profonda empatia. E' proprio giusta la citazione di Saviano sul retro di copertina: "In questo libro tutti i sentimenti della vostra vita vengono elencati, identificati, rinominati e vi stupirete, nel leggerlo, di aver davvero provato tutto quanto avrete provato"
    Racconta di tutta una vita, di una morte e di tutto quello che c'è immezzo. Racconta di un amore vissuto intensamente, ma lo fa in modo garbato, pudico, direi quasi pragmatico e rigoroso. Avrei voluto io essere capace di raccontare una mia storia in modo così asciutto, ho provato più di una volta, ma niente da fare, il mio modo di scrivere è troppo barocco e quello che doveva apparire come una libellula finiva per sembrare un elefante.

    Come in "Le notti bianche" di Dostoevskij c'è un protagonista sognatore, una persona triste ma tuttavia propensa all'allegria, che saprà riconoscere la felicità di una vita concentrata tutta in un istante. "La sua teoria […] è che la felicità, la vera felicità, sia una condizione assai meno paradisiaca e decisamente meno piacevole di quanto si tenda sempre a sognare. Dice che di solito la gente finisce per sentirsi infelice solo perché si è messa in testa che la felicità sia una condizione permanente di benessere indefinibile, di godimento estatico, di festa perenne. No, afferma invece mia madre, la felicità è assai meno, ed è certo che quei presunti infelici sono in realtà felici, ma non se ne rendono conto, non lo ammettono perché si credono lontanissimi dal benessere massimo".
    "Forse ho vissuto un momento eccezionale, e comunque mi sono sentito vivere. Quell'oppressione al petto era la vita."

    La tregua di cui al titolo è una pausa, una interruzione della noia e della routine, dell'autocommiserazione/autocompatimento, e la scoperta, da parte del protagonista, di non essere arido come pensava. La vera epifania, la vera vertigine è la scoperta di avere un animo ancora fertile e sensibile al mondo che lo circonda. Tregua è una parentesi di pienezza dopo vent'anni di vuoto. E mi viene in mente quel passaggio che ho citato di Maggiani nella recensione a 'E' stata una vertigine' , dove dice che innamorarsi è un buon modo di rovinare la pace, la tranquillità - in ultima analisi, la noia.

    Ho sottolineato per tutto il libro passaggi degni di nota, a proposito della religione, della storia, del lavoro, della politica. ma se li riporto tutti finisce che ricopio il libro intero.

    All'inizio la narrazione può sembrare un poco frettolosa, in realtà è solo molto sintetica ed efficace, straordinariamente reale. Poca azione e molta psicologia : bisogna proprio soffermarsi ad immaginare Martin Santome' che scrive, solo nella sua stanza, quelle poche righe a giornata, e allora si riesce a vedere e a sentire la drammaticità della sua situazione. Con parole semplici riesce a descrivere le sensazioni più complesse.

    said on 

  • 4

    Uno legge di prigionie, di situazioni estreme, di cupezze incredibili e poi il più grosso pugno nello stomaco lo riceve leggendo di cose piccole, quotidiane, di ufficio, di giornate fredde in cui si i ...continue

    Uno legge di prigionie, di situazioni estreme, di cupezze incredibili e poi il più grosso pugno nello stomaco lo riceve leggendo di cose piccole, quotidiane, di ufficio, di giornate fredde in cui si intravede la felicità solo perché sa che non è mai assoluta, ma una situazione temporanea. La scrittura diventa dirompente quando il sogno di felicità scorre via...
    La cosa più tragica non è essere mediocre, ma non avere consapevolezza della propria mediocrità; la cosa più tragica è essere mediocre, sapere di esserlo e non adeguarsi a questa sorte che d'altro canto (ecco l'aspetto peggiore) è semplice giustizia

    said on 

  • 5

    Rimanere aperti alla passione, alla felicità, alla vita

    Martín Santomé è un impiegato di quarantanove anni che vive a Montevideo, è vedovo ed ha tre figli, con cui non ha rapporti particolarmente buoni. Ha la sensazione che il tempo gli sfugga velocemente ...continue

    Martín Santomé è un impiegato di quarantanove anni che vive a Montevideo, è vedovo ed ha tre figli, con cui non ha rapporti particolarmente buoni. Ha la sensazione che il tempo gli sfugga velocemente e impietosamente, nonostante le sue giornate siano lente, tranquille e monotone.

    ”Se mai un giorno mi suiciderò, sarà di domenica. E’ il giorno più scoraggiante, il più insulso”.

    Il periodo della pensione si avvicina; il pensiero un po’ lo impensierisce, perché è una esperienza nuova a cui non è preparato. Ha pochi amici con cui non parla volentieri ed evita cambiamenti, forse per evitare di sconvolgere il suo mondo tranquillo e noioso. Un mondo immobile che per paura, disagio o pigrizia non riesce più a sbloccare e a cui si è talmente abituato tanto da temere ogni perturbazione.

    Le relazioni con le donne, quasi sempre sconosciute, sono insignificanti, squallide e sporadiche; contatti fisici rapidi, senza troppe domande, senza troppa soddisfazione. E senza seguito.

    Si sente triste e solo. Sente che la parte migliore della sua vita è ormai passata, sente il peso del dovere nei confronti dei figli, sente che la voglia di vivere esperienze nuove lo ha abbandonato.

    “Certo è che, al punto in cui sono, comincio a trovare insopportabili gli appuntamenti clandestini, gli incontri in camere ammobiliate. C’è sempre un’atmosfera viziata e una sensazione di frettolosità, di urgenza, che corrompe qualsiasi genere di dialogo che potrei instaurare con qualsiasi genere di donna. Fino al momento di andare a letto con lei, chiunque essa sia, ciò che conta è andarci a letto; dopo aver fatto l’amore, l’importante è andarsene, tornare ciascuno al proprio letto, ignorarsi per sempre. Dopo tanti anni di questo gioco, non ricordo una sola conversazione confortante, una sola frase commovente (mia o sua), di quelle destinate a ripresentarsi in seguito, in chissà quale momento d’incertezza, per mettere fine a un’indecisione, per indurci a un atteggiamento che richieda una dose minima di coraggio.”

    Tutto resterebbe immobile, se improvvisamente in ufficio non arrivasse la nuova segretaria ventiquattrenne Laura Avellaneda. Non perfetta sul lavoro ma attenta, non bella ma interessante, timida ma gentile. E Martin se ne innamora, perdutamente. Un amore ricambiato da lei, che lascia il fidanzato coetaneo e accetta di stare con lui che potrebbe essere suo padre. Un amore garbato, senza fronzoli, senza promesse sul futuro, solo puro godimento del nuovo sentimento. Con i dubbi e le trepidazioni tipiche di una relazione importante. Un amore non basato sul sesso, bensì fatto di rispetto, di libertà, di confidenze, di complicità, di sincerità, da guadagnarsi e meritarsi ogni giorno. Una passione amorosa tenera e disinteressata, non malata, non ossessiva, non depravata.

    "Mi dava la mano, e non avevo bisogno d'altro. Mi bastava per sentirmi accolto. Più che baciarla, più che stare vicini, più di ogni altra cosa, mi dava la mano, e questo era amore"

    Ecco. È tutto.

    “La tregua” parla di questo. Racconta la capacità straordinaria che ha la vita di prendere quota improvvisamente, quando uno non se lo aspetta. Per poi purtroppo atterrare dolorosamente, quando tutto finisce. Una grande passione, imprevista, come rivincita sulla vita. Solo un intervallo però. Una tregua. Che sconvolge e lascia atterriti, perché la piattezza e la monotonia che lascia è anche peggiore perché segnata dal dolore della perdita e dal vuoto lasciato.

    “È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All’inizio, mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro.”

    Benedetti ci racconta, utilizzando un linguaggio inizialmente semplice e lineare, un anno del cammino interiore di Martin.

    Evitando inutili sentimentalismi descrive la condizione di un uomo che decide di continuare a vivere senza lasciare troppo spazio al rimpianto, pronto ad accogliere la passione e la felicità che gli sono concesse per un’ultima volta.

    "Di solito la gente finisce per sentirsi infelice solo perché si è messa in testa che la felicità sia una condizione permanente di benessere indefinibile, di godimento estatico, di festa perenne."

    Ci sono due messaggi nel libro, uno positivo ed uno negativo: quello positivo è: “bisogna essere pronti a cogliere la felicità, perché può arrivare quando meno ce l’aspettiamo. Bisogna essere in grado di cogliere quegli attimi preziosi”. Quello negativo è: “la felicità, purtroppo, è di breve durata”.

    La tregua è un libro delicato, ben scritto, che arriva al cuore, raccontato senza nessun tipico "realismo magico" della letteratura sudamericana, che normalmente sopporto con difficoltà. È un romanzo che definirei “perfetto”.

    said on 

  • 4

    Martin Santomé vive sotto il segno del dovere. Funzionario in una ditta di ricambi automobilistici (un'esperienza simile l'autore la fece nel 1934), lavora con scrupolo ma senza slanci e aspetta la pe ...continue

    Martin Santomé vive sotto il segno del dovere. Funzionario in una ditta di ricambi automobilistici (un'esperienza simile l'autore la fece nel 1934), lavora con scrupolo ma senza slanci e aspetta la pensione -che dovrebbe arrivare nel giro di qualche mese- come un traguardo che gli consentirà forse l'ozio, forse una vita più vera, libera da costrizioni. Vedovo da più di vent'anni, ha cresciuto tre figli, due ragazzi e una ragazza, che maggiorenni continuano a vivere sotto il suo tetto.
    I rapporti con loro sono, in maniera impalpabile, insoddisfacenti. Indipendenti e quasi ostili i maschi, che mascherano con la sufficienza le loro insicurezze. Affettuosa e scossa da folate di tristezza la giovane donna.
    Un uomo stanco ma non spento, un uomo che si nasconde. Imbozzolato nella solitudine, salvato da una lucida introspezione (il romanzo è un diario che copre l'arco di un anno, da un febbraio a un febbraio) e da un atteggiamento di pudica curiosità nei confronti del mondo. Pudore è la parola chiave. Santomé detesta la volgarità, e volgari sono per lui la retorica, l'ostentazione, la vanteria, il cuore in mano. Volgare non è la tenerezza.
    Nella sua esistenza metodica e disillusa si fa largo l'amore giovane di Avellaneda, impiegata nella sua ditta e carattere affine. Vivranno una relazione clandestina intensa e non toccata dallo squallore: clandestina più per riserbo e per reticente rispetto delle convenzioni (per non nuocere alla ragazza nell'ambiente di lavoro, per non turbare i figli di Santomé) che per reale necessità. Una storia delicata che potrebbe sfociare nel matrimonio (Santomé non lo propone per la differenza di età, perché si sente vecchio e non vorrebbe privare la ragazza della sua libertà) e che finisce, non diremo come.
    «È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All'inizio, mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro».
    Un piccolo capolavoro della letteratura sudamericana, datato 1959. Prima che arrivassero il boom, il realismo magico e il richiamo della selva. Dopo che il naturalismo e l'indigenismo si erano consumati. Ambientato in una Montevideo che sembra una delle nostre città (ci sono anche la corruzione diffusa e il carrierismo aiutato dal sesso). Un romanzo di sottigliezze, che ha la sua dote migliore nello scandaglio dei sentimenti, tanto più acuto quanto meno esibito. Un romanzo senza ostentazioni di stile, come quelle grandi regie -Billy Wilder, Fritz Lang- in cui la mano del regista non si avverte. Divenne non a caso anche un film, diretto da Sergio Renàn, che nel 1974 ebbe una nomination all'Oscar.
    L'autore, Mario Benedetti (1920-2009) è stato romanziere, poeta (scoprii i suoi versi in una bellissima antologia dei versi latinoamericani curata da Marcelo Ravoni e Antonio Porta per Feltrinelli: la cerco invano da anni), saggista, insegnante, giornalista e dirigente della sinistra (tupamaros, Frente Ampio). Esule negli anni '70 dopo un colpo di stato militare, visse a lungo in Spagna. Era figlio di emigranti italiani che gli diedero, particolare tenero ed eccentrico, cinque nomi: Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia.
    Il romanzo è invecchiato bene, ma dà un leggero straniamento, per così dire, anagrafico: Santomé, che si sente e si vive vecchio, ha 49 anni e andrà in pensione a 50. C'era un tempo in cui ci sposava giovani, si facevano figli a vent'anni, si invecchiava presto. E c'è, urtante per la nostra sensibilità di oggi, una leggera omofobia (la vicenda del figlio Jaime) molto “latina”.
    Termina così, con una domanda: «Con l'ufficio è finita. Da domani, e fino al giorno della mia morte, il tempo sarà ai miei ordini. Dopo tanta attesa, questo è l'ozio. E che ne farò?». Terminava con una domanda -cosa rara, nei romanzi- anche “La cripta dei cappuccini” di Joseph Roth: «Dove devo andare, ora, io, un Trotta?». Lì era la fine di un mondo, in Benedetti è il tramonto di una vita.

    said on 

  • 5

    Uno di noi.

    Appena terminata la lettura de La tregua, mi sono interrogato su quale possa essere la differenza tra un libro bello e un libro che mi piace.
    Un libro bello è sicuramente quello scritto con una prosa ...continue

    Appena terminata la lettura de La tregua, mi sono interrogato su quale possa essere la differenza tra un libro bello e un libro che mi piace.
    Un libro bello è sicuramente quello scritto con una prosa ineccepibile, un lessico forbito, che fa riflettere, che presenta citazioni e che suscita dibattiti.
    Un libro che mi piace è un libro che arriva diritto al centro di me con la precisione di un colpo esploso da una carabina.
    La tregua è quindi un libro che mi piace perché parla della vita, la mia, la nostra, di tutti (o quasi), senza fronzoli, senza particolari raffinatezze narrative ma con semplicità e con pacatezza olimpica; la vita che si snoda entro un solco delineato in cui abbiamo margini di manovra risicati, in cui dobbiamo cogliere la felicità quando si presenta nella forma di frammento di quotidianità. Ha ragione la madre di Avellaneda quando afferma:'...di solito la gente finisce per sentirsi infelice solo perché si è messa in testa che la felicità sia una condizione permanente di benessere indefinibile, di godimento estatico, di festa perenne.'
    Mi piace questo libro per il 'pudore' con cui il protagonista affronta il dolore, tenendolo dentro sé, custodendolo, preservandolo da inutili 'contaminazioni'.
    Mi piace questo libro, mi piace Santomè: uno di noi.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    3

    Un respiro, una boccata d'aria, semplicemente LA TEGUA

    Martin Santomè è un uomo di 49 anni, vedovo, con tre figli, vicino al pensionamento. Sembra un uomo la cui vita è gia giunta a compimento, non gli restano che qualche incontro occasionale con le donne ...continue

    Martin Santomè è un uomo di 49 anni, vedovo, con tre figli, vicino al pensionamento. Sembra un uomo la cui vita è gia giunta a compimento, non gli restano che qualche incontro occasionale con le donne, qualche vecchio amico e la prospettiva dell'ozio che la pensione gli regalerà di lì a poco.
    Avellaneda non è solo un nome, ma è per il lettore la speranza e per Mantin Santomè la tregua. Uno spiraglio in quella vita che gli sembra ormai irrimediabilmente vissuta, una seconda possibilità che gli viene data di vivere ancora delle emozioni, di accendersi. Avellaneda che lui si impone di vedere come una semplice impiegata, Avellaneda che si fa strada nella sua mente, piano, nella sua vita, forte. Il libro si conclude con un vestito che indossato gli sta male, perché non è tagliato su di lui, ma su un manichino, uno standard. Un po' come quella vita che Martin Santomè ha vissuto, una vita di convenzioni: lavorare, crescere tre figli da solo, fare quel che si deve, ma che forse non è ciò che si vuole.
    La perfezione compositiva di questo libro, una storia narrata in prima persona sotto forma di diario quotidiano, ci stupisce e ci rapisce. Come le brevi e taglienti riflessioni che quest'impiegato di provicia vi annota, che spesso scuotono e lasciano interdetti.
    Non è vero che una storia senza lieto fine non val la pena di esser letta. Lasciatevi conquistare da Martin Santomè.
    Federica D'Angelantonio

    said on 

  • 5

    Sentirsi vivi.

    “Quando si resta a lungo soli, quando passano anni e anni senza che un dialogo vivificante e interessato sproni a condurre quella modesta civiltà dell’anima - che si chiama lucidità – fino alle zone p ...continue

    “Quando si resta a lungo soli, quando passano anni e anni senza che un dialogo vivificante e interessato sproni a condurre quella modesta civiltà dell’anima - che si chiama lucidità – fino alle zone più aggrovigliate dell’istinto, fino a quelle terre realmente vergini, inesplorate, dei desideri, dei sentimenti, delle repulsioni; quando questa solitudine si trasforma in abitudine, si finisce per perdere inesorabilmente la capacità di sentirsi commosso, di sentirsi vivo.”

    Ecco, questo è piu' o meno lo stato in cui incontriamo Martin Santomè, funzionario, quasi cinquantenne, alle soglie della pensione, vedovo dall’età di 28 anni con tre figli che ha allevato praticamente da solo.

    Un uomo di grande dignità, un uomo comune, un uomo come tanti che per responsabilità e senso del dovere ha portato avanti una vita che, per come la racconta lui stesso, è spenta, piatta, di un alienante grigiore.

    Lui uomo dell’equidistanza, uomo dalla scelta equilibrata… e, per certi versi in questa sua resistenza estrema nella vita e alla vita, mi ha ricordato un sacco Stoner .

    “Una cosa è certa se gli atteggiamenti estremi suscitano entusiasmo, trascinano gli altri, sono indice di forza, è vero anche che gli atteggiamenti equilibrati in genere sono scomodi, a volte sgradevoli e quasi mai sembrano eroici. In generale occorre una buona dose di coraggio per mantenersi in equilibrio, ma è impossibile evitare che ai più sembri una manifestazione di vilità. Come se non bastasse l’equilibrio è noioso. E la noia è, al giorno d’oggi, un grave difetto che per lo più la gente non perdona”

    Non ha grandi aspettative, non ha grandi bisogni, o quanto meno, ci sono ma stanno lì… assopiti.

    Ed ecco che la Vita (Dio, il Destino, la Natura… qui a ciascuno la sua scelta) gli fa un regalo, inatteso… mette sulla sua strada una donna, Avellaneda, giovane, molto più  giovane di lui, ma che instaura con lui un rapporto di una sincerità disarmante, nessuna convenzione, nessun luogo comune viene esplorato dai due. (Stiamo parlando degli anni ’60)

    Stanno insieme perché godono della reciproca necessità. (“Tutti i suoi Più corrispondono ai miei Meno, tutti i suoi Meno corrispondono ai miei Più”)

    Un rapporto che si compone di confidenza, di sincerità profonda, di dialogo e complicità. Un rapporto puro, in tutte le sue manifestazioni, anche nella sessualità.

    “Quel che è certo è che ignoravo di avere in me queste riserve di tenerezza, e non mi importa che non sia un termine di alonato di prestigio. Sono tenero e ne sono orgoglioso. Persino il desiderio diviene puro, l’atto più definitivamente consacrato al sesso diviene, anch’esso quasi immacolato. Ma questa purezza non è ipocrisia, non è affettazione, non fa finta di riguardare esclusivamente l’animo. Questa purezza significa amare ogni centimetro della sua pelle, respirare il suo odore, percorrere il ventre quasi poro a poro, significa portare il desiderio al culmine”

    Ad un certo punto ho dovuto interrompere la lettura. Intuivo, complice il titolo, un finale che mi avrebbe devastato. Non ero pronta ad affrontarlo, ho fatto proprio come quando bambina, davanti ad un film in cui “nasavo”  un epilogo non di mio gradimento, mi rifugiavo in camera, mani sulle orecchie, incapace di affrontare un finale che non fosse “e vissero felici e contenti”  …

    Poi, la curiosità, vabbe anche la maturità dai, hanno prevalso, mi sono fatta  forza e ho proseguito.

    E la conclusione la lascio alle parole di Martin: “Sono certo che l’apice (della felicità) duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe.” Ma l’ho scritto ipocritamente, adesso lo so. Perché sotto sotto, confidavo che ci fossero proroghe, che il culmine non fosse un solo punto, bensì un lungo interminabile altipiano”

    E che la felicità sia un attimo oppure un altipiano poco importa... l’importante, per me, è, sempre e comunque, riuscire a sentirsi vivi.

    Un romanzo bellissimo.

    said on 

  • 5

    4 stelle di testa + 1 di pancia

    Martìn Santomé è un uomo che prova ripugnanza per ciò che è volgare, e volgare per lui è stare sempre con il cuore in mano.
    È per questo che il suo diario è di una sincerità garbata e piena di pudore. ...continue

    Martìn Santomé è un uomo che prova ripugnanza per ciò che è volgare, e volgare per lui è stare sempre con il cuore in mano.
    È per questo che il suo diario è di una sincerità garbata e piena di pudore.
    Ed è per questa apparente contraddizione che il lettore non può che sentirsi disarmato. Per lo meno il lettore di oggi. O per lo meno io.

    Martìn Santomé è un uomo maturo e disincantato, che sembrava aver perso “la capacità di sentirsi commosso, di sentirsi vivo”; poi arriva Avellaneda che spaventa il fantasma della sua solitudine, anche se lui lo sa che quel fantasma non è morto e sta solo raccogliendo le sue forze altrove.
    È per questo che quando prende coscienza della sua felicità, Santomé sente che non sarà mai più così pienamente felice: la sua è una felicità triste, però di una tristezza dolce.
    E questa è un’altra apparente contraddizione per cui il lettore si sente disarmato. O per lo meno io.

    Il resto è turbamento e respiro che si spezza. Ma qui evidentemente parlo solo per me.

    P.S.: unico neo, una fastidiosa omofobia, anche se forse in parte si spiega con quel “lì e allora”.

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  • 3

    sbaglierò io, ma...

    Io ho messo tre stelle, ma non sono troppo convinta. Non mi sono innamorata di questo romanzo soprattutto perchè la prima metà è un po' lenta e noiosa, poi per fortuna si riscatta. Non ho provato lo s ...continue

    Io ho messo tre stelle, ma non sono troppo convinta. Non mi sono innamorata di questo romanzo soprattutto perchè la prima metà è un po' lenta e noiosa, poi per fortuna si riscatta. Non ho provato lo stesso trasporto, non sono rimasta particolarmente colpita, non ho avuto la stessa folgorazione che hanno provato quasi tutti leggendo questo romanzo. Per carità bello, ci sono ottimi spunti di riflessione, ma...

    said on 

  • 5

    Diario di una lettura

    Sabato 14 marzo 2015
    Oggi, spinto da non so che vaghezza di ordine, ho dato una sistemata al caos di carte e libri sulla scrivania. In mezzo a ricevute e cartacce, a fumetti divorati da tempo e bestse ...continue

    Sabato 14 marzo 2015
    Oggi, spinto da non so che vaghezza di ordine, ho dato una sistemata al caos di carte e libri sulla scrivania. In mezzo a ricevute e cartacce, a fumetti divorati da tempo e bestseller ormai scaduti, mi sono ritrovato tra le mani la copia di La tregua di Mario Benedetti. Ricordo di averla comprata mesi fa, dopo aver letto delle recensioni entusiastiche sulla stampa e online (tra cui quella di Saviano, sintetizzata in fascetta), a novembre dello scorso anno. Come in tutte le mie cose ho messo un abisso di tempo tra l’idea di acquistarlo e l’inizio della lettura. Perché faccio questo, oltre che con i doveri, anche con un piacere genuino come la lettura? Mistero.

    Domenica 15 marzo
    L’attrazione è il risultato, mai scontato, del rapporto tra l’apparenza e l’immaginazione. Tra ciò che colpisce lo sguardo, inevitabilmente, e ciò che colpisce l’intelletto. E non c’è una regola matematica o una legge di proporzione tra i due aspetti.
    Non è strano che abbia annotato questo pensiero adesso, dal momento che sto per entrare nella storia di Martín Santomé, impiegato prossimo alla pensione, vedovo, che intreccia una relazione amorosa con la collega Laura Avellaneda, molto più giovane di lui.
    L’edizione di Nottetempo non è per niente attraente, è disadorna e quasi amatoriale, dal punto di vista materiale. Questa copia di La tregua è un oggetto che fa rimpiangere gli ebook: la carta sembra quella per le fotocopie, è una brossura senza alette, probabilmente stampata in digitale, la copertina non è neanche plastificata. Tuttavia, ho letto poche pagine stamattina, e sono già catturato.

    Mercoledì 18 marzo
    La semplicità è il maggior pregio della scrittura di Benedetti. Il modo in cui il suo protagonista racconta se stesso, alternando con naturalezza sincerità e reticenze, slanci e seconde interpretazioni, previsioni e giudizi. Così, è chiaro, al centro rimane sempre lui, ma una dopo l’altra vengono tracciate e illuminate le coordinate della sua esistenza: il rapporto non idilliaco non i figli, cresciuti come estranei in casa da un padre solo; l’amicizia vera con il saggio e quella del tutto casuale e insignificante con il penoso Vignale; il passato, cioè il ricordo della moglie scomparsa; e il futuro, dapprima rappresentato dall’abisso di inerzia senza limiti spalancato con la pensione imminente, poi figurato con estremo timore nella condivisione con Avellaneda. Il dolore e la speranza, come due poli attrattivi della vicenda di un uomo qualunque.

    Venerdì 20 marzo
    Mi chiedo se i commentatori si siano soffermati sull’aspetto estremamente sensuale di questa scrittura. Martin ha una vita sessuale modesta ma appagante: quasi al principio del libro racconta l’abboccamento con una sconosciuta in un pomeriggio altrimenti insignificante. Di Avellaneda le prime notazioni riguardano l’aspetto fisico, e solo in un secondo momento (quando il virus del flirt si è già istintivamente propagato ed è in incubazione) l’inspiegabile mistero dell’attrazione. Ma è soprattutto il ricordo della giovane moglie a illuminarci sulla sua persona: è il ricordo tattile delle notti di passione che i due vivevano insieme. Non i sorrisi o gli abbracci, non le parole, ma l’incontro di un corpo con l’altro corpo. La conoscenza, l'intimità e la memoria che scaturiscono dai sensi. Ed è questa, probabilmente, la cifra più interessante della personalità dell’altrimenti assai grigio ragionere.

    Sabato 21 marzo
    È un piacere riconoscere il miracolo della diaristica, quando si realizza. È un genere che tecnicamente affascina, perché in esso la soggettività prende il controllo in maniera naturale, realizza la coincidenza di punto di vista e narratore, di narrazione ed evento. Per questo è utilizzato come strumento diagnostico o come elemento di indagine. Perché il diario ha un’urgenza narrativa alla base. Rinuncia agli artifici dell’onniscienza per porre l’io del protagonista a dio della narrazione. Ciò che è in scena è deciso dall’io, ciò che è sullo sfondo acquisisce importanza e interesse solo nella misura in cui l’attenzione dell’estensore del diario vi si sofferma. Ciò che accade fuori dalla vista del diarista, ci affascina e ci incanta perché, così come nella realtà, è spaventosamente sospeso tra il terribile e l’auspicabile, e si invera solo con la conoscenza diretta. Non si dà altra rivelazione, nel diario, che l’autopsia, l’esperienza.

    Domenica 22 marzo
    Leggo da giorni le confessioni di Santomé, mi sento suo amico da sempre. Eppure, mentre avanzo stregato nella storia, mi accorgo di una mia colpevole mancanza. Non so niente di Mario Benedetti. Non so che è uruguaiano, figlio di genitori italiani emigrati, che è nato nel 1920 ed è morto a Montevideo nel 2009. Ignoro la quantità di riviste che animò e alle quali collaborò e ignoro i suoi anni da attivista politico. Non so nulla della sua partecipazione a una conferenza a L’Avana con il testo Sulla relazione tra l’uomo l’azione e l’intellettuale. Non immagino che sia stato esiliato dall’Uruguay dopo il colpo di stato del 1973, riuscendo a rientrarvi, dopo varie peregrinazioni, solo nell’83. Non ho la minima idea dei premi che gli sono stati conferiti, in America e in Europa, per la poesia e la letteratura e l’impegno civile.
    Ecco: ho detto “ignoro”, invece avrei dovuto scrivere: “ignoravo”. In altre parole, caro Diario, ho mentito.

    Sabato 28 marzo
    Perché non ho più scritto? Perché martedì scorso mi sono rotto un braccio. Rientravo a casa dal lavoro, sono scivolato dal bordo del marciapiede, per evitare una ragazza che si affrettava nella direzione opposta. Così facendo ho perso l’equilibrio e sono rovinato addosso a un’auto parcheggiata lì davanti, urtandola malamente con la spalla e il braccio. Non si è proprio rotto, in verità, i medici hanno parlato di “infrazione all’omero sinistro”, evidenziando una linea scura a zig zag nel mezzo della lastra. Qualsiasi cosa significhi, comporta una prognosi di dieci giorni, da trascorrere con il braccio legato al collo, nel più assoluto riposo. Se non ne ho approfittato per scrivere è perché il dolore al braccio nei giorni scorsi è stato insopportabile, e solo adesso l’antidolorifico riesce a darmi tregua. Così posso riprendere a leggere.

    Domenica 29 marzo
    Altra notte insonne, altre due pillole di ibuprofene.
    Ma almeno ho finito il libro, che mi ha lasciato quel senso di amaro godimento che hanno i capolavori. Vorrei dire ancora qualcosa sull’efficacia della forma di questo romanzo. Il diario è contro il colpo di scena: se ne hai mai scritto uno, sai che devi prima dire cosa è accaduto e poi scendere nei dettagli. Il contrario è pericoloso: e se non avessi tempo di registrarlo? Se ti interrompessero? Come faresti a lasciare una traccia dell’evento? Allo stesso modo, il più crudele degli eventi può strapparti la penna e il diario dalle mani, togliendoti del tutto la parola, e allora la registrazione, il racconto del dolore devono per forza passare per un’eloquente pagina bianca.

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