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La tregua

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Publisher: Alianza

4.3
(532)

Language:Español | Number of Pages: 171 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 8420638218 | Isbn-13: 9788420638218 | Publish date: 

Also available as: Mass Market Paperback , Others , Hardcover , Softcover and Stapled

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
Publicada en 1960, LA TREGUA es la obra de Mario Benedetti que ha alcanzado mayor éxito de público. La cotidianidad gris y rutinaria, marcada por la frustración y la ausencia de perspectivas de la clase media urbana, impregna las páginas de esta novela, que, adoptando la forma de un diario personal, relata un breve periodo de la vida de un empleado viudo, próximo a la jubilación, cuya existencia se divide entre la oficina, la casa, el café y una precaria vida familiar dominada por una difícil relacíon con unos hijos ya adultos. Una inesperada relación amorosa, que parece ofrecer al protagonista un horizonte de liberación y felicidad personal, queda trágicamente interrumpida y será tan sólo un inciso - una tregua - en su lucha cotidiana contra el tedio, la soledad y el paso implacable del tiempo.
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  • 5

    Pagine di vita

    Che dire?! So soltanto che subito dopo aver finito questo libro, l’ho riaperto per rileggere le prime pagine e altre sparse che avevo sottolineato… per riassaporare le parole, per ricordare alcuni ...continue

    Che dire?! So soltanto che subito dopo aver finito questo libro, l’ho riaperto per rileggere le prime pagine e altre sparse che avevo sottolineato… per riassaporare le parole, per ricordare alcuni momenti di vita vera .
    Lo inserisco tra i libri preferiti… un diario intenso, delicato, poetico che parla di un amore inaspettato, sincero, pieno di titubanze, di incredulità e di sorprese. Un amore fresco, sensuale, dolce… mai volgare, mai superficiale.
    “In questo libro tutti i sentimenti della vostra vita vengono elencati, identificati, rinominati e vi stupirete, nel leggerlo, di aver davvero provato tutto quanto avrete provato” … verissimo! : se hai un’esperienza di vita basata sui sentimenti, sui rapporti di amicizia e di amore che contano perché autentici, troverai tra le pagine di questo diario te stesso.
    “Le sono andato vicino, io pure sono stato a guardare come pioveva, per un po’ non ci siamo detti nulla. Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità”.
    Talvolta, consapevolmente, mi sorprendo a fermare attimi di semplice quotidianità per annullare il tempo.

    said on 

  • 5

    Un lungo letargo di noia e monotonia e, inaspettatamente, l'amore, il risveglio della vita, un attimo di felicità, una tregua tra il vuoto del prima e il vuoto del dopo.

    Grazie Roberto per avermi fatt ...continue

    Un lungo letargo di noia e monotonia e, inaspettatamente, l'amore, il risveglio della vita, un attimo di felicità, una tregua tra il vuoto del prima e il vuoto del dopo.

    Grazie Roberto per avermi fatto conoscere questo romanzo, intenso, sincero e commovente.

    said on 

  • 5

    “Ma non era la felicità, era solo una tregua.”

    Lettura molto difficile e fatta molto lentamente con continui ritorni su quanto già letto. Tanto per chiarire subito, la difficoltà della lettura non è data dallo stile dello scrittore, ma da molte, p ...continue

    Lettura molto difficile e fatta molto lentamente con continui ritorni su quanto già letto. Tanto per chiarire subito, la difficoltà della lettura non è data dallo stile dello scrittore, ma da molte, per così dire, assonanze che coinvolgono anche il lettore durante la narrazione e di cui qualche volta – per la miseria – se ne farebbe volentieri anche a meno…
    Martìn Santomé è un uomo che, come molti di noi, la tediosità della vita ha profondamente disilluso: vedovo da tempo, un rapporto con i figli appena tollerato da entrambe le parti, un lavoro svolto in un contesto ambientale che ormai non ha più nulla di interessante da offrirgli e un disincanto totale nella sociètà che lo circonda fanno di lui, alla soglia dei cinquant’anni e del pensionamento, un uomo stanco e quasi impaurito dalla forzata inattività e dalle giornate da riempire prossime alla fine della sua età lavorativa e con la prospettiva della incalzante vecchiaia con cui fare i conti.
    Ma qui già parte la prima lezione: il destino, o chi per lui, è sempre in agguato e che ti piaccia o no devi farci i conti; e pensa bene di vivacizzare la vita di Martìn con la più ovvia delle variabili, l’amore.
    Nella sua vita si riaccendono emozioni e sentimenti, dopo l’incontro in ufficio con una ragazza che ha la metà dei suoi anni, che lui stenta a ricordare di aver provato e questo infonde nuove energie ad una persona che pensava che la vita ormai non gli riservasse più niente!
    È un amore diverso, lei ricambia le sue attenzioni, ma con quella differenza d’età
    quello che si cerca non è la stessa cosa che trent’anni prima, sono le piccole cose che fanno la differenza: un bacio sulla guancia, una carezza, una mano tesa… L’accoglienza senza condizioni - notata e riportata anche da altri lettori - di cui lui ha bisogno per vivere questa straordinaria esperienza e che purtroppo non durerà, sarà soltanto una piccola tregua con cui il destino beffardo avrà temporaneamente interrotto la sua angoscia di vivere!
    E qui però entro in ballo io con le mie interpretazioni molto soggettive!
    Mi rifiuto di credere che Mario Benedetti abbia scritto, peraltro benissimo, questo romanzo solo per farci intristire ulteriormente; è vero, la storia non finisce bene ed anche così strutturata ha comunque più di un senso. ciò che voglio dire è: forse un altro probabile messaggio è quello che quando queste tregue arrivano, in questa infernale vita di merda che facciamo tutti i giorni, bisogna imparare, oltre che a riconoscerle, anche a viverle nel giusto modo, senza ritegno, abbandonandosi; certo non per tutti è possibile, per chi non ne è capace rimarrà soltanto una tregua temporanea, ma forse per qualcuno, che avrà dato modo di meritarselo, sarà una piacevole e duratura svolta…

    said on 

  • 4

    Quattro stelle e mezza

    Un racconto in forma di diario, bello e commovente, non perché ci sia da piangere ma perché muove-con, suscita profonda empatia. E' proprio giusta la citazione di Saviano sul retro di copertina: "In ...continue

    Un racconto in forma di diario, bello e commovente, non perché ci sia da piangere ma perché muove-con, suscita profonda empatia. E' proprio giusta la citazione di Saviano sul retro di copertina: "In questo libro tutti i sentimenti della vostra vita vengono elencati, identificati, rinominati e vi stupirete, nel leggerlo, di aver davvero provato tutto quanto avrete provato"
    Racconta di tutta una vita, di una morte e di tutto quello che c'è immezzo. Racconta di un amore vissuto intensamente, ma lo fa in modo garbato, pudico, direi quasi pragmatico e rigoroso. Avrei voluto io essere capace di raccontare una mia storia in modo così asciutto, ho provato più di una volta, ma niente da fare, il mio modo di scrivere è troppo barocco e quello che doveva apparire come una libellula finiva per sembrare un elefante.

    Come in "Le notti bianche" di Dostoevskij c'è un protagonista sognatore, una persona triste ma tuttavia propensa all'allegria, che saprà riconoscere la felicità di una vita concentrata tutta in un istante. "La sua teoria […] è che la felicità, la vera felicità, sia una condizione assai meno paradisiaca e decisamente meno piacevole di quanto si tenda sempre a sognare. Dice che di solito la gente finisce per sentirsi infelice solo perché si è messa in testa che la felicità sia una condizione permanente di benessere indefinibile, di godimento estatico, di festa perenne. No, afferma invece mia madre, la felicità è assai meno, ed è certo che quei presunti infelici sono in realtà felici, ma non se ne rendono conto, non lo ammettono perché si credono lontanissimi dal benessere massimo".
    "Forse ho vissuto un momento eccezionale, e comunque mi sono sentito vivere. Quell'oppressione al petto era la vita."

    La tregua di cui al titolo è una pausa, una interruzione della noia e della routine, dell'autocommiserazione/autocompatimento, e la scoperta, da parte del protagonista, di non essere arido come pensava. La vera epifania, la vera vertigine è la scoperta di avere un animo ancora fertile e sensibile al mondo che lo circonda. Tregua è una parentesi di pienezza dopo vent'anni di vuoto. E mi viene in mente quel passaggio che ho citato di Maggiani nella recensione a 'E' stata una vertigine' , dove dice che innamorarsi è un buon modo di rovinare la pace, la tranquillità - in ultima analisi, la noia.

    Ho sottolineato per tutto il libro passaggi degni di nota, a proposito della religione, della storia, del lavoro, della politica. ma se li riporto tutti finisce che ricopio il libro intero.

    All'inizio la narrazione può sembrare un poco frettolosa, in realtà è solo molto sintetica ed efficace, straordinariamente reale. Poca azione e molta psicologia : bisogna proprio soffermarsi ad immaginare Martin Santome' che scrive, solo nella sua stanza, quelle poche righe a giornata, e allora si riesce a vedere e a sentire la drammaticità della sua situazione. Con parole semplici riesce a descrivere le sensazioni più complesse.

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  • 4

    Uno legge di prigionie, di situazioni estreme, di cupezze incredibili e poi il più grosso pugno nello stomaco lo riceve leggendo di cose piccole, quotidiane, di ufficio, di giornate fredde in cui si i ...continue

    Uno legge di prigionie, di situazioni estreme, di cupezze incredibili e poi il più grosso pugno nello stomaco lo riceve leggendo di cose piccole, quotidiane, di ufficio, di giornate fredde in cui si intravede la felicità solo perché sa che non è mai assoluta, ma una situazione temporanea. La scrittura diventa dirompente quando il sogno di felicità scorre via...
    La cosa più tragica non è essere mediocre, ma non avere consapevolezza della propria mediocrità; la cosa più tragica è essere mediocre, sapere di esserlo e non adeguarsi a questa sorte che d'altro canto (ecco l'aspetto peggiore) è semplice giustizia

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  • 5

    Rimanere aperti alla passione, alla felicità, alla vita

    Martín Santomé è un impiegato di quarantanove anni che vive a Montevideo, è vedovo ed ha tre figli, con cui non ha rapporti particolarmente buoni. Ha la sensazione che il tempo gli sfugga velocemente ...continue

    Martín Santomé è un impiegato di quarantanove anni che vive a Montevideo, è vedovo ed ha tre figli, con cui non ha rapporti particolarmente buoni. Ha la sensazione che il tempo gli sfugga velocemente e impietosamente, nonostante le sue giornate siano lente, tranquille e monotone.

    ”Se mai un giorno mi suiciderò, sarà di domenica. E’ il giorno più scoraggiante, il più insulso”.

    Il periodo della pensione si avvicina; il pensiero un po’ lo impensierisce, perché è una esperienza nuova a cui non è preparato. Ha pochi amici con cui non parla volentieri ed evita cambiamenti, forse per evitare di sconvolgere il suo mondo tranquillo e noioso. Un mondo immobile che per paura, disagio o pigrizia non riesce più a sbloccare e a cui si è talmente abituato tanto da temere ogni perturbazione.

    Le relazioni con le donne, quasi sempre sconosciute, sono insignificanti, squallide e sporadiche; contatti fisici rapidi, senza troppe domande, senza troppa soddisfazione. E senza seguito.

    Si sente triste e solo. Sente che la parte migliore della sua vita è ormai passata, sente il peso del dovere nei confronti dei figli, sente che la voglia di vivere esperienze nuove lo ha abbandonato.

    “Certo è che, al punto in cui sono, comincio a trovare insopportabili gli appuntamenti clandestini, gli incontri in camere ammobiliate. C’è sempre un’atmosfera viziata e una sensazione di frettolosità, di urgenza, che corrompe qualsiasi genere di dialogo che potrei instaurare con qualsiasi genere di donna. Fino al momento di andare a letto con lei, chiunque essa sia, ciò che conta è andarci a letto; dopo aver fatto l’amore, l’importante è andarsene, tornare ciascuno al proprio letto, ignorarsi per sempre. Dopo tanti anni di questo gioco, non ricordo una sola conversazione confortante, una sola frase commovente (mia o sua), di quelle destinate a ripresentarsi in seguito, in chissà quale momento d’incertezza, per mettere fine a un’indecisione, per indurci a un atteggiamento che richieda una dose minima di coraggio.”

    Tutto resterebbe immobile, se improvvisamente in ufficio non arrivasse la nuova segretaria ventiquattrenne Laura Avellaneda. Non perfetta sul lavoro ma attenta, non bella ma interessante, timida ma gentile. E Martin se ne innamora, perdutamente. Un amore ricambiato da lei, che lascia il fidanzato coetaneo e accetta di stare con lui che potrebbe essere suo padre. Un amore garbato, senza fronzoli, senza promesse sul futuro, solo puro godimento del nuovo sentimento. Con i dubbi e le trepidazioni tipiche di una relazione importante. Un amore non basato sul sesso, bensì fatto di rispetto, di libertà, di confidenze, di complicità, di sincerità, da guadagnarsi e meritarsi ogni giorno. Una passione amorosa tenera e disinteressata, non malata, non ossessiva, non depravata.

    "Mi dava la mano, e non avevo bisogno d'altro. Mi bastava per sentirmi accolto. Più che baciarla, più che stare vicini, più di ogni altra cosa, mi dava la mano, e questo era amore"

    Ecco. È tutto.

    “La tregua” parla di questo. Racconta la capacità straordinaria che ha la vita di prendere quota improvvisamente, quando uno non se lo aspetta. Per poi purtroppo atterrare dolorosamente, quando tutto finisce. Una grande passione, imprevista, come rivincita sulla vita. Solo un intervallo però. Una tregua. Che sconvolge e lascia atterriti, perché la piattezza e la monotonia che lascia è anche peggiore perché segnata dal dolore della perdita e dal vuoto lasciato.

    “È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All’inizio, mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro.”

    Benedetti ci racconta, utilizzando un linguaggio inizialmente semplice e lineare, un anno del cammino interiore di Martin.

    Evitando inutili sentimentalismi descrive la condizione di un uomo che decide di continuare a vivere senza lasciare troppo spazio al rimpianto, pronto ad accogliere la passione e la felicità che gli sono concesse per un’ultima volta.

    "Di solito la gente finisce per sentirsi infelice solo perché si è messa in testa che la felicità sia una condizione permanente di benessere indefinibile, di godimento estatico, di festa perenne."

    Ci sono due messaggi nel libro, uno positivo ed uno negativo: quello positivo è: “bisogna essere pronti a cogliere la felicità, perché può arrivare quando meno ce l’aspettiamo. Bisogna essere in grado di cogliere quegli attimi preziosi”. Quello negativo è: “la felicità, purtroppo, è di breve durata”.

    La tregua è un libro delicato, ben scritto, che arriva al cuore, raccontato senza nessun tipico "realismo magico" della letteratura sudamericana, che normalmente sopporto con difficoltà. È un romanzo che definirei “perfetto”.

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  • 4

    Martin Santomé vive sotto il segno del dovere. Funzionario in una ditta di ricambi automobilistici (un'esperienza simile l'autore la fece nel 1934), lavora con scrupolo ma senza slanci e aspetta la pe ...continue

    Martin Santomé vive sotto il segno del dovere. Funzionario in una ditta di ricambi automobilistici (un'esperienza simile l'autore la fece nel 1934), lavora con scrupolo ma senza slanci e aspetta la pensione -che dovrebbe arrivare nel giro di qualche mese- come un traguardo che gli consentirà forse l'ozio, forse una vita più vera, libera da costrizioni. Vedovo da più di vent'anni, ha cresciuto tre figli, due ragazzi e una ragazza, che maggiorenni continuano a vivere sotto il suo tetto.
    I rapporti con loro sono, in maniera impalpabile, insoddisfacenti. Indipendenti e quasi ostili i maschi, che mascherano con la sufficienza le loro insicurezze. Affettuosa e scossa da folate di tristezza la giovane donna.
    Un uomo stanco ma non spento, un uomo che si nasconde. Imbozzolato nella solitudine, salvato da una lucida introspezione (il romanzo è un diario che copre l'arco di un anno, da un febbraio a un febbraio) e da un atteggiamento di pudica curiosità nei confronti del mondo. Pudore è la parola chiave. Santomé detesta la volgarità, e volgari sono per lui la retorica, l'ostentazione, la vanteria, il cuore in mano. Volgare non è la tenerezza.
    Nella sua esistenza metodica e disillusa si fa largo l'amore giovane di Avellaneda, impiegata nella sua ditta e carattere affine. Vivranno una relazione clandestina intensa e non toccata dallo squallore: clandestina più per riserbo e per reticente rispetto delle convenzioni (per non nuocere alla ragazza nell'ambiente di lavoro, per non turbare i figli di Santomé) che per reale necessità. Una storia delicata che potrebbe sfociare nel matrimonio (Santomé non lo propone per la differenza di età, perché si sente vecchio e non vorrebbe privare la ragazza della sua libertà) e che finisce, non diremo come.
    «È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All'inizio, mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro».
    Un piccolo capolavoro della letteratura sudamericana, datato 1959. Prima che arrivassero il boom, il realismo magico e il richiamo della selva. Dopo che il naturalismo e l'indigenismo si erano consumati. Ambientato in una Montevideo che sembra una delle nostre città (ci sono anche la corruzione diffusa e il carrierismo aiutato dal sesso). Un romanzo di sottigliezze, che ha la sua dote migliore nello scandaglio dei sentimenti, tanto più acuto quanto meno esibito. Un romanzo senza ostentazioni di stile, come quelle grandi regie -Billy Wilder, Fritz Lang- in cui la mano del regista non si avverte. Divenne non a caso anche un film, diretto da Sergio Renàn, che nel 1974 ebbe una nomination all'Oscar.
    L'autore, Mario Benedetti (1920-2009) è stato romanziere, poeta (scoprii i suoi versi in una bellissima antologia dei versi latinoamericani curata da Marcelo Ravoni e Antonio Porta per Feltrinelli: la cerco invano da anni), saggista, insegnante, giornalista e dirigente della sinistra (tupamaros, Frente Ampio). Esule negli anni '70 dopo un colpo di stato militare, visse a lungo in Spagna. Era figlio di emigranti italiani che gli diedero, particolare tenero ed eccentrico, cinque nomi: Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia.
    Il romanzo è invecchiato bene, ma dà un leggero straniamento, per così dire, anagrafico: Santomé, che si sente e si vive vecchio, ha 49 anni e andrà in pensione a 50. C'era un tempo in cui ci sposava giovani, si facevano figli a vent'anni, si invecchiava presto. E c'è, urtante per la nostra sensibilità di oggi, una leggera omofobia (la vicenda del figlio Jaime) molto “latina”.
    Termina così, con una domanda: «Con l'ufficio è finita. Da domani, e fino al giorno della mia morte, il tempo sarà ai miei ordini. Dopo tanta attesa, questo è l'ozio. E che ne farò?». Terminava con una domanda -cosa rara, nei romanzi- anche “La cripta dei cappuccini” di Joseph Roth: «Dove devo andare, ora, io, un Trotta?». Lì era la fine di un mondo, in Benedetti è il tramonto di una vita.

    said on 

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