La tregua

Di

Editore: Einaudi (Letture per la scuola media 3)

4.2
(3443)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 270 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Giapponese , Francese , Spagnolo , Finlandese , Tedesco , Svedese , Olandese , Portoghese

Isbn-10: 880627581X | Isbn-13: 9788806275815 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Primo Levi

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 4

    Pagina 282 (di un'altra edizione)

    Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pe ...continua

    Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. «Ma la guerra è finita», obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. «Guerra è sempre», rispose memorabilmente Mordo Nahum.

    [Da Se questo è un uomo, Pagina 35.

    Né si creda che le scarpe, nella vita del Lager, costituiscano un fattore di importanza secondaria. La morte incomincia dalle scarpe: esse si sono rivelate, per la maggior parte di noi, veri arnesi di tortura, che dopo poche ore di marcia davano luogo a piaghe dolorose che fatalmente si infettavano. Chi ne è colpito, è costretto a camminare come se avesse una palla al piede (ecco il perché della strana andatura dell'esercito di larve che ogni sera rientra in parata); arriva ultimo dappertutto, e dappertutto riceve botte; non può scappare se lo inseguono; i suoi piedi si gonfiano, e più si gonfiano, più l'attrito con il legno e la tela delle scarpe diventa insopportabile. Allora non resta che l'ospedale: ma entrare in ospedale con la diagnosi di "dicke Füsse" (piedi gonfi) è estremamente pericoloso, perché è ben noto a tutti, e alle SS in ispecie, che di questo male, qui, non si può guarire.]

    ha scritto il 

  • 0

    Non è finita finché non è finita, certi dolori un uomo se li porta nell’anima a vita, a volte il tempo non li cancella ma li consolida. Dopo la prigionia Primo Levi racconta l’agonia del ritorno a cas ...continua

    Non è finita finché non è finita, certi dolori un uomo se li porta nell’anima a vita, a volte il tempo non li cancella ma li consolida. Dopo la prigionia Primo Levi racconta l’agonia del ritorno a casa, dopo 20 mesi da quando fu deportato. Un viaggio lento, quasi infinito persi nel “chissà dove” e senza avere certezze, e a volte anche senza cibo con i soli pensieri e racconti della prigionia a riempire la mente, ma con il sostegno degli altri ex prigionieri in attesa di una semplice normalità che sarà restituita solo a pochi.

    ha scritto il 

  • 4

    maturo

    Pur non avendo ovviamente la forza dirompente di Se questo è un uomo, La tregua è a livello letterario migliore della prima parte dell'esperienza di Levi. Scritto in un periodo più lungo, ad anni di d ...continua

    Pur non avendo ovviamente la forza dirompente di Se questo è un uomo, La tregua è a livello letterario migliore della prima parte dell'esperienza di Levi. Scritto in un periodo più lungo, ad anni di distanza dagli avvenimenti, è molto ben strutturato e l'edizione che ho io contiene anche una cartina dove seguire le disavventure del rientro in patria. Mi ha fatto venire voglia di tentare di ripercorrere quello stesso viaggio, possibilmente su ferrovia, partenzo da Auschwitz e tornando a Torino.

    ha scritto il 

  • 4

    Non si esce mai veramente da Auschwitz !

    Da qualche mese leggo testimonianze di sopravvissuti a campi di concentramento o di sterminio, in particolare Auschwitz, che nell'immaginario collettivo viene ad erigersi non come un simbolo, ma IL si ...continua

    Da qualche mese leggo testimonianze di sopravvissuti a campi di concentramento o di sterminio, in particolare Auschwitz, che nell'immaginario collettivo viene ad erigersi non come un simbolo, ma IL simbolo del Male.
    Tutti noi conosciamo il destino di Primo Levi, morto suicida nell'Aprile del 1987. Tale avvenimento gettò nella costernazione più profonda tutti coloro che amavano l'autore di "Se questo è un uomo", ormai un classico nel suo genere, e in quel periodo, se ricordo bene, furono avanzate diverse ipotesi su questa tragica morte, e tra queste il riemergere ossessivo dei fantasmi di Auschwitz nella mente, nel cuore e nell'anima di Primo Levi che, a distanza di tanti anni dalla sua liberazione dal campo di sterminio, sono riusciti a compiere la loro opera di morte, dalla quale per una serie fortunata di circostanze era riuscito a salvarsi durante l'anno di prigionia ad Auschwitz.
    So che molti sopravvissuti parlano delle profonde cicatrici che il Lager imprime nella memoria, e che periodicamente li spingono verso baratri di disperazione, rendendo loro insopportabile la vita, tanto che alcuni, tra cui il povero Primo, cercano scampo nel suicidio, nel nulla, come quei loro compagni che durante la prigionia si buttavano contro il filo spinato elettrificato per porre fine alle loro inenarrabili sofferenze morali e fisiche.
    La morte, forse, abitava da molti anni nel cuore di P. Levi;
    la morte, forse, lo aveva tentato in tante altre occasioni, senza riuscire a ghermirlo.
    Ebbene, ne "La tregua", la traccia del "ritorno di Auschwitz" è resa in un modo che sinceramente - questa è la mia impressione - mette i brividi, tanto che vorrei riportare l'intera pagina in cui è resa questa drammatica testimonianza.
    Alla fine del libro, l'ultima pagina, si legge:
    "Non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. E' un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un'angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti, al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le pareti e l'angoscia si fa più intensa e precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in LAGER, e nulla era vero al di fuori del LAGER. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risonuare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E' il comando dell'alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, "WSTAWAC'".
    Questa, ripeto, è l'ultima pagina de "La tregua", e, credo, che tale libro meriterebbe di essere letto unicamente per questa ultima pagina.

    ha scritto il 

  • 4

    Se in Se questo è un uomo prevale la narrazione della disumana routine del campo, è ne La tregua che emerge il vero incitamento alla verità. Proprio questo secondo libro testimonia l'urgenza del ricor ...continua

    Se in Se questo è un uomo prevale la narrazione della disumana routine del campo, è ne La tregua che emerge il vero incitamento alla verità. Proprio questo secondo libro testimonia l'urgenza del ricordo, dando voce al terrore di dover tornare a casa e raccontare ad un pubblico sordo quanto è accaduto nei mesi precedenti.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2016/01/ma-nessuno-ci-guardava-negli-occhi.html

    ha scritto il 

  • 0

    Dalla IV^ di copertina

    Premio Campiello 1963. "La tregua", seguito di "Se questo è un uomo", è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l'internamento nel Lager nazista, questo li ...continua

    Premio Campiello 1963. "La tregua", seguito di "Se questo è un uomo", è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l'internamento nel Lager nazista, questo libro, più che una semplice rievocazione biografica, è uno straordinario romanzo picaresco. L'avventura movimentata e struggente tra le rovine dell'Europa liberata - da Auschwitz attraverso la Russia, la Romania, l'Ungheria, l'Austria fino a Torino - si snoda in un itinerario tortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltà sconosciute, e vittime della stessa guerra. L'epopea di un'umanità ritrovata dopo il limite estremo dell'orrore e della miseria.

    ha scritto il 

  • 5

    Lento ritorno a casa - un racconto picaresco

    Primo Levi è un autore che amo particolarmente. Condivido i contenuti ma soprattutto sono in perfetta sintonia con la sua scrittura.
    Levi prova ad avvicinarsi il più possibile alla (sua) verità e a de ...continua

    Primo Levi è un autore che amo particolarmente. Condivido i contenuti ma soprattutto sono in perfetta sintonia con la sua scrittura.
    Levi prova ad avvicinarsi il più possibile alla (sua) verità e a descriverla nel modo più preciso.
    Qualunque effetto speciale è bandito dalle sue pagine; forse ha sempre scritto così, forse ha elaborato questo stile per conferire la massima attendibilità ai suoi scritti, che sono iniziati come testimonianza.
    Ha un approccio scientifico alla scrittura: scrivere per comunicare, con la massima chiarezza.
    Il lavoro più importante viene fatto tuttavia sulle emozioni, che vengono lasciate riposare: parla il cervello, con una dolcezza, un ritegno e una umana comprensione degne di un patriarca.
    Detto questo, La tregua è il tempo che trascorse fra la liberazione da Auschwitz (27 gennaio ’45) e il ritorno a casa (19 ottobre ’45), tempo trascorso a vagare a piedi o in treno per Polonia, URSS, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria, Germania insieme a centinaia di italiani che come lui tentavano di rimpatriare. Questo tempo indefinito venne vissuto come un limbo, nello stupore generale dei Russi (il nazismo è finito, il cielo è azzurro, avete da mangiare, di cosa vi preoccupate?) ma in seguito venne pensato come una lunga convalescenza dello spirito, un dono del destino, tempo dedicato all’elaborazione della terribile esperienza.
    Il libro è un racconto delle avventure picaresche di queste centinaia di italiani più o meno affidati ai russi.
    Il ricordo che Levi ha dei russi è buffo: estremamente disorganizzati, benevoli, dall’aspetto talvolta selvaggio,
    abituati a vivere l’istante.
    Le avventure raccontate sono molto varie, tanti gli esseri umani che appaiono e scompaiono e ci sono storie straordinarie.
    E’ un libro abbastanza gioioso, la primavera con le sue speranze che segue il lungo inverno.
    Rimane il ricordo del giovane Levi, che avvicinandosi all’Italia sente montare come un’onda la necessità di raccontare; che la notte, a Torino, nel suo letto sognava atmosfere familiari e gioiose che pian piano sbiadivano, si svuotavano, raggelavano, fino a rendersi conto che era ancora un altro risveglio ad Auschwitz: Wstawac –Svegliarsi-.

    ha scritto il 

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