La veranda

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca Adelphi, 109)

3.7
(51)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 187 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845904679 | Isbn-13: 9788845904677 | Data di pubblicazione: 

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
La storia di questo romanzo è essa stessa romanzesca. Scritto presumibilmente fra il 1928 e il 1930, quando Satta era un giovane avvocato intorno ai venticinque anni, il manoscritto fu presentato a un premio letterario. Uno dei giudici, Marino Moretti, se ne entusiasmò, tanto da pensare di aver scoperto una controparte italiana della Montagna incantata di Thomas Mann. Ma la giuria del premio non accolse la sua proposta, innanzitutto per la scarsa ‘sanità’ del romanzo, che lo rendeva improponibile – scriverà Moretti – «al troppo delicato, al troppo sensibile, al troppo spaurito pubblico italiano». Così La veranda non fu pubblicato. Passarono molti anni, Moretti smarrì la sua copia del manoscritto, Satta divenne un celebre giurista, infine scrisse Il giorno del giudizio, romanzo che sarebbe apparso dopo la sua morte, accolto come un grande libro e tradotto in varie lingue. Poi, all’inizio del 1981, il manoscritto della Veranda riappare in modo del tutto accidentale: era custodito nella cartella dei documenti di una causa.
La «veranda» a cui accenna il titolo è quella di un sanatorio, nell’Italia settentrionale, dove è ospite il protagonista, un giovane avvocato. Intorno a lui non vi sono borghesi colpiti dal male canonico, ancora in quegli anni, per gli esseri sensibili, ma un campionario di relitti, provenienti dalle più varie zone d’Italia. Si ritrovano ogni giorno nella veranda del tubercolosario, uniti da una comunanza nella noia e nella paura. Non si chiamano neppure per nome, ma con quello delle rispettive città, come commilitoni della morte. È un mondo a parte, con i suoi riti, il suo gergo, le sue vittime, i suoi intrighi. Ed è anche il mondo in genere, ridotto alla miseria e ai sogni.
Già dominato dalla tenebrosa visione che, a distanza di vari decenni, si dispiegherà nel Giorno del giudizio, Satta ci avvolge totalmente in quel mondo, con precoce sicurezza di narratore, disegna alcune figure memorabili, come quella di Melanzana, un pover’uomo che non riesce a morire ed è diventato il genio tutelare del luogo, e soprattutto ricrea con desolata asciuttezza una condizione sospesa, di «offensiva confidenza con la morte». Anche la storia d’amore che si intesse fra il protagonista e una malata del reparto femminile è oppressa da un senso di precarietà e terrore. Se pensiamo ai romanzi italiani di quegli anni, questo primo libro di Satta si distacca subito per la sua crudezza nell’avvicinare la realtà dolorante e insieme per il cupo lirismo che sottende l’evocazione.
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  • 4

    “E i pensieri, questi miei pensieri, sono una folata di uccelli, che tra i rami d’un tratto si posa, e subito vola via.”

    Il confronto con “Il giorno del giudizio” arriva inevitabile, non potrebbe essere altrimenti con uno scrittore che ha prodotto solo due romanzi, un saggio e una gran quantità di opere giuridiche conos ...continua

    Il confronto con “Il giorno del giudizio” arriva inevitabile, non potrebbe essere altrimenti con uno scrittore che ha prodotto solo due romanzi, un saggio e una gran quantità di opere giuridiche conosciute solo dagli addetti ai lavori.
    Ma sarebbe un confronto ingeneroso e assolutamente fuori luogo, “La veranda” brilla di luce propria.
    Un giovanissimo Satta, in un’ambientazione decisamente inusuale che è quella di un sanatorio per la tbc, innesta una serie di storie che hanno in comune la sola veranda dove gli ospiti di questa struttura passano la maggior parte della giornata in una malvoluta iniquità.
    La veranda diventa così il crocevia di tante vite che raccontano delle proprie passioni, paure, tristezze, meschinità e quant’altro caratterizza nel bene e nel male gli umani sentimenti; su tutto questo svetta la profondità e la concretezza delle riflessioni della voce narrante, che si identifica tranquillamente nel Satta stesso.
    La narrazione non è sempre ad alti livelli, alternando periodi di difficile interpretazione a momenti di altissimo lirismo pragmatico molto coinvolgente, per questo non ne ho dato un giudizio pieno, anche se per certi passaggi indimenticabili – ne riporto sotto qualcuno - avrei fatto, poco obiettivamente, volentieri uno strappo alla regola.
    Due parole su Satta: per quanto cerchi di evitarlo, alla fine non posso fare a meno di aver notato in queste pagine delle succulente anticipazioni di quello che poi si troverà ne “Il giorno del giudizio”, dove Satta indubbiamente verserà tutta l’esperienza formata dalla sua lunga attività giudiziaria; viene da pensare se avesse avuto tempo per scrivere qualcosa di più, di cosa avremmo potuto godere, visto anche quello che scriveva a 25 anni, ma le vie del destino sono spesso difficili da capire. Teniamoci stretto ciò che ha prodotto pensando a quanto di buono ha fatto in campo giudiziario, per cercare di rendere meno difficoltoso il cammino terreno degli uomini, accontentandoci di quel poco, ma buono, che ci ha lasciato…

    “Quelle bocche audaci alla bestemmia, quelle lingue scurrili, quelle mani sempre alzate nella minaccia, quel sangue torbido, quei nervi esaltati, tutta la loro esistenza dominata dagli istinti, in quei pochi momenti si fiaccano, come Cerbero al fango, in un brivido. La paura aleggia veramente in quell’ora. Non l’immagine della morte, con tutto il suo contorno di balorda retorica, che soltanto chi crepa di salute può figurarsi, ma la paura, la volgare paura di morire, che fa della veranda e degli uomini il dominio incontrastato di un despota: l’istinto di conservazione.”

    “Ti benedico, sorella, per la mia piccola gioia. Io sono il bambino d’un tempo, che schiacciava il naso contro i vetri, nella stanza avvivata dai barbagli del caminetto. Ecco, e tu cadi come allora (poiché tu sei la neve d’allora) con l’abbondanza della grazia di Dio, che non conosce misura. L’aria è tutta solcata di righe tremule candide, che l’occhio insegue, ricerca, confonde, mentre il cuore ha rapidi tuffi che richiamano il riso alle labbra. […] Io voglio rivivere, quassù, sperduto, l’illusione d’allora. Il caminetto è lontano, gli alari tra i ferri vecchi, ceneri dappertutto: ma ancora, ancora in mezzo al turbinio dei tuoi fiocchi mi appaia l’immagine misteriosa della fiamma che non si spegne. Sorella, l’illusione di oggi mi consoli della realtà di domani e il ricordo di questa gioia mi risparmi almeno l’ingiustizia, quando la terra sarà fatta tutta un pantano, e gli occhi infastiditi ricercheranno fra le gore un angolo dove il piede non s’imbratti di te, affondando.”

    “Capita lo stesso tra i carcerati, dicono; o piuttosto, a pensarci bene, tutta la vita è così: dovunque, nella casa e nella famiglia, nel paese e nella città, nell’affetto e nell’amicizia, e fin nell’amore, noi affondiamo nella consuetudine, come l’albero le sue radici nella terra; e il dolore, prima che ogni altra cosa, è una ferita alla consuetudine.”

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/09/19/la-veranda-salvatore-satta/

    “Non ci possiamo vedere gli uni con gli altri, eppure non si riesce a immaginare la veranda senza che ciascuno sia là al suo p ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/09/19/la-veranda-salvatore-satta/

    “Non ci possiamo vedere gli uni con gli altri, eppure non si riesce a immaginare la veranda senza che ciascuno sia là al suo posto tutte le mattine, con la sua faccia solita, a testimoniare della solita vita. Fa quasi stizza questo adattamento animalesco che sovrasta ad ogni volontà di odio e di amore, e che compone in una specie di armonia le note così discordanti della nostra umanità. Se uno di questi paesi o città* che mi stanno accanto se ne andasse difilato in seno a Belzebù, vi assicuro che non ne proverei, per lui come per lui, il più piccolo dispiacere. Direi forse come Don Abbondio: qualche cosa di buono questa peste l’ha fatta...Ma ora, il pensiero che quella stessa persona non sia là, a soddisfare le esigenze della mia abitudine, mi turba alquanto, e mi fa sentire la sua assenza, per quando se ne sarà andata. Capita lo stesso fra i carcerati, dicono; o piuttosto, a pensarci bene, tutta la vita è così: dovunque, nella casa e nella famiglia, nel paese e nella città, nell’affetto e nell’amicizia, e fin nell’amore, noi affondiamo nella consuetudine, come l’albero le sue radici nella terra; e il dolore, prima che ogni altra cosa, è una ferita alla consuetudine.
    Ma è più suggestione che altro, in fondo. Perché poi, quando se ne sono andati davvero, ci si accorge che non hanno lasciato traccia negli animi, nei cuori, nelle cose, più di quanto le loro parole nella memoria. Svaniscono, si può dire; e i nuovi che vengono senza posa a prenderne il posto (ma dove li fabbricano, tutti questi malati?) aderiscono così esattamente alla lacuna che quasi non ci si accorge del mutamento. Varese l’altro giorno mi disse, come per un’improvvisa scoperta: “Ha osservato che in tre mesi una buona metà sono già cambiati?”
    Cambiati: partiti, morti? Chissà...! Ma nessuno se lo chiede, perché in fondo, qui come altrove, partire e morire sono due apparenze indifferenti e concrete di questo eterno succedersi, che è la sola realtà della vita”.
    (Salvatore Satta, “La veranda”, ed. Adelphi)
    *per “paesi” o “città”, in questo passaggio, Satta intende i singoli ospiti del sanatorio.

    Salvatore Satta, oltre che giurista di chiara fama (almeno per gli studiosi del settore), è stato anche un romanziere, sebbene i suoi due romanzi, cioè “Il giorno del giudizio” e “La veranda”, sia stato pubblicato solo dopo la sua morte. “La veranda”, in particolare, scritta in età giovanile, pare che fosse stata presentata per uno dei maggiori premi letterari del tempo e rifiutata nonostante l’entusiasmo di uno dei giudici dell’epoca. Non pubblicato, del libro si persero le tracce, tanto che solo nel 1981, a distanza di qualche anno dalla morte dell’autore e del successo di “Il giorno del giudizio”, sarà ritrovato in una cartella contenente i documenti di una causa giudiziaria. Dopo averlo letto, debbo dire che il ritrovamento fu più che opportuno. “La veranda” è, infatti, un gioiello.
    La vicenda si svolge all’interno di un sanatorio e ricalca (stando alle notizie biografiche che ho trovato) un’esperienza vissuta da Satta, almeno per quanto riguarda l’ambientazione. La veranda in questione è quella nella quale si ritrovano, giorno dopo giorno, i numerosi ospiti del luogo di cura, per giocare a carte, darsi conforto o più spesso sconforto reciproco, ricordare i tempi andati e l’esistenza fuori da quelle mura. Il romanzo è, quindi, sulla sofferenza dell’autore, protagonista e narratore in prima persona, e quella degli altri. La materia si presta al rischio di cadere nella retorica o nel melodramma ma Satta riesce, dall’alto di una proprietà di linguaggio notevole, a evitare tali rischi, a condire il tutto con una delicata ironia, pur sempre affrontando temi tutt’altro che allegri come la malattia e la morte, che aleggia su tutti i personaggi del romanzo, rappresentando per alcuni di essi addirittura un obiettivo. Il sanatorio è un mondo a sé, i contatti con il mondo esterno sono saltuari e spesso non graditi dai malati, quando si riducono a una sterile manifestazione di pietà da parte dei “sani”. All’interno di questo mondo chiuso, poi, ritroviamo le meraviglie e le malvagità del quotidiano. Dall’anelito verso l’amore, di difficile appagamento in quelle condizioni eppure ineludibile, alle vessazioni nei confronti dei più deboli di carattere, Satta ci narra l’insofferenza ma anche l’estremo bisogno reciproco che nutrono gli ospiti del sanatorio, le diverse reazioni di fronte alla malattia, che poi, volendo leggerli in chiave più generale, non sono altro che lo specchio dell’atteggiamento nei confronti dell’esistenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Forse perché sono del tutto fuori moda, ma a me le storie ambientate in sanatorio mmmhhmm non so cosa mi fanno. Stravedo per finestre spalancate tutta la notte, impazzisco per sonnacchiose mattinate d ...continua

    Forse perché sono del tutto fuori moda, ma a me le storie ambientate in sanatorio mmmhhmm non so cosa mi fanno. Stravedo per finestre spalancate tutta la notte, impazzisco per sonnacchiose mattinate di chiacchiere sul terrazzo, sudo e trasudo per febbriciattole striscianti che un giorno se ne vanno e quello dopo tornano. Le visite di controllo nello studio del direttore, che replicano ogni volta l'identica attesa ansiosa dell'imputato che attende la sentenza, mi portano al plateau. Non parliamo delle ricadute.
    Ringrazio dunque la vicina di anobii che mi ha segnalato “La veranda” di Satta, romanzo che ha il pregio di essere ambientato in un sanatorio italiano, contrapposto a quelli transalpini de “La montagna incantata” e de “Il cielo non ha preferenze”.
    Oltre ad un sapore decisamente più mediterraneo, ne la Veranda le sputacchiere si chiamano bomboniere e ci sono invenzioni di stile pregevoli. Se fossi uno che sottolinea i libri, avrei lasciato un sacco di righe. Invece sono andato avanti chiedendomi quante stelline dare.
    4 stelle per certi guizzi letterari, mimetizzati come alveoli tra bronchioli e polmoni; 5 stelle per Melanzana, il personaggio più riuscito, un malato cronico che vive nel sanatorio da 25 anni e che si siede accanto ai moribondi quando è ora dell'ultima veglia. 2 stelline per lo scarso approfondimento medico. Ad abbassare la media c'è anche un trattamento (che non approvo) di paura e disperazione: i tisici di Salvatore Satta esorcizzano la morte con spavalderia e spirito goliardico. Questo non vale. Se i malati non fanno i malati e non dimostrano paura e angoscia, finisce che la paura viene a me. Per cui 1 stellina. La media fa giusto tre. Tre e confermo.

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro è bello: non capisco tuttavia perché certi critici continuino a tirare in ballo paragoni con "Der Zauberberg" di Thomas Mann; sono due opere d'indole del tutto diversa, e il paragone serve so ...continua

    Il libro è bello: non capisco tuttavia perché certi critici continuino a tirare in ballo paragoni con "Der Zauberberg" di Thomas Mann; sono due opere d'indole del tutto diversa, e il paragone serve solo a fare svettare il capolavoro tedesco a danno del romanzo italiano, che invece - ripeto - è un bel libro, e non merita ingombranti comparazioni.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

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    Pubblicato nel 1981, la Veranda, romanzo scritto fra il 1928 ed il 1930 inscena l’esistenza di alcuni degenti di un sanatorio, i quali comunicano quotidianamente nella veranda di questa struttura, tut ...continua

    Pubblicato nel 1981, la Veranda, romanzo scritto fra il 1928 ed il 1930 inscena l’esistenza di alcuni degenti di un sanatorio, i quali comunicano quotidianamente nella veranda di questa struttura, tutti afflitti dalla tubercolosi, a contatto con la morte, ma anche con l’amore e quant’altro faccia parte di una comunità così disperata ma anche così reale, secondo i dettami della complessa – quanto affascinante – narrativa sattiana.

    ha scritto il