La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1868)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Politica

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Descrizione del libro
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  • 4

    Non è una recensione, ma una riflessione.
    Non riesco a capire se "La vita agra" sia o no un romanzo attuale. Davvero, non ci riesco.
    Adesso che il miracolo italiano ha prodotto i suoi terribili frutti ...continua

    Non è una recensione, ma una riflessione.
    Non riesco a capire se "La vita agra" sia o no un romanzo attuale. Davvero, non ci riesco.
    Adesso che il miracolo italiano ha prodotto i suoi terribili frutti, e che l'illusione del benessere è rovinosamente crollata.
    Adesso che tutti gli operai hanno figli dottori che non trovano lavoro.
    Adesso che i figli dottori dei dottori fuggono all'estero con i propri cervelli, vomitando bile sul proprio Paese.
    Adesso che la rivoluzione sembra a portata di ogni click, ma nessuno ha le idee chiare su cosa vuole dalla Società, e infatti nel portafoglio l'unica tessera che abbiamo è quella del supermercato.
    Adesso, soprattutto, che il lavoro "senza la mutua" è la regola, e che al concorso per 800 cancellieri si presentano 800.000 laureati, eppure ci sono giovani avvocatesse che – nel timore di cosa sarà la propria vita all'uscita dal regime dei minimi - sbavano davanti al pc leggendo articoletti malscritti di giornale titolati "mi sono licenziato per viaggiare in tutto il mondo, scoprendo che posso fare di una passione il mio lavoro" [ogni riferimento a fatti, persone, ecc..è puramente casuale].
    Che tutto sembra precario, volatile..
    Eppure.
    Abbiamo ereditato dai nostri genitori un senso del dovere che ci impone di "tirare la carretta" quotidianamente, senza avere un concreto motivo per farlo. Non avremo figli, non avremo pensione, non avremo una casa di proprietà, forse nemmeno un'auto. Però sappiamo che questi dovrebbero essere i nostri desideri, perché non sappiamo immaginare altro.
    Anche il dottore figlio di dottori "emigrato" con valigia (non più di cartone) sentirà – scavallati i trent'anni – un vuoto nella propria vita. Anche il contestatore degli anni del Liceo metterà su casa, si taglierà i capelli, e andrà al lavoro in auto. Un'auto di proprietà, di cui si vanterà con gli amici.
    C'è chi soffrirà, e chi interpreterà il proprio ruolo sociale con disinvoltura. Come a teatro: ci sono gli attori nati, e quelli che hanno l'attacco di panico dietro le quinte.
    E quindi sì, in fondo "La vita agra" è attuale: dovrebbero distribuirne una copia a ciascuno, il primo giorno di lavoro. Dovrebbero dirci che un altro modo di vivere è possibile, che la vita è adesso, che a molti bisogni si può (si deve!) saper rinunciare, che si deve stare con gli altri, che si inizia ad invecchiare quando si scuote la testa davanti a due ragazzi che si baciano in mezzo alla strada, si alzano gli occhi al cielo vedendo un adulto che ride sguaiatamente davanti a un cartone animato, si commuove guardando un film, si stupisce davanti a un paesaggio nuovo. Si invecchia quando cominciamo a dire che non abbiamo più l'età per fare certe cose, senza chiederci se ne abbiamo voglia o no.
    Postilla.
    Ho letto questo libro in autobus, nei miei quotidiani tragitti casa - lavoro. Guardandomi intorno, poche "segretariette": adesso l'auto ce l'hanno tutti, non solo i padroni ma anche le "segretariette", e sui mezzi ci siamo io, qualche turista, adolescenti, anziani brontoloni e tanti ragazzi stranieri (vicino a casa mia c'è un centro di accoglienza). Siamo l'un l'altro estranei, e vogliamo rimanere tali. Ognuno nella propria bolla.
    Scesa dall'autobus, un giovanissimo ragazzo africano mi ha chiesto un'informazione. Ci ho fatto un pezzo di strada a piedi. Mi ha detto che si chiama Mahmud e viene dalla Costa d'Avorio, che ha venti anni, ed è arrivato dal mare. Io gli ho detto che ho 34 anni, che mi sono sposata da poco. Ci siamo salutati, e poi ognuno è andato per la sua strada.
    Poche cose, ma la bolla si è scalfita, e sono tornata a casa felice.

    ha scritto il 

  • 4

    Bello e incredibilmente attuale. Pubblicato negli anni 60 descrive una società dedita al lavoro, schiava di bisogni effimeri, dedita al consumismo e quindi, come in un circolo vizioso, al lavoro. Più ...continua

    Bello e incredibilmente attuale. Pubblicato negli anni 60 descrive una società dedita al lavoro, schiava di bisogni effimeri, dedita al consumismo e quindi, come in un circolo vizioso, al lavoro. Più lavoriamo più spendiamo, più spendiamo più dobbiamo lavorare... vi ricorda niente? Che differenza c'è tra ieri e oggi? Anzi, se possibile la situazione è addirittura peggiorata. E il protagonista autore, conscio dell'assurdità della vita che vive, vorrebbe compiere un gesto tragico ma reazionario. ma è talmente inevitabilmente soggiogato dal ripetersi sempre uguale dei suoi giorni, talmente abituato a lavorare lavorare lavorare... da perdere la sua vita così, senza mai conquistare la libertà.
    "Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha"..... un monito a tutti noi. Siamo in grado di svegliarci da questo torpore e cambiare le cose?

    ha scritto il 

  • 4

    Ingredienti: la rabbia di un anarchico trasferitosi a Milano con propositi di vendetta sociale, la trasformazione di una città immersa e sommersa dal “miracolo italiano”, una mente critica verso il pr ...continua

    Ingredienti: la rabbia di un anarchico trasferitosi a Milano con propositi di vendetta sociale, la trasformazione di una città immersa e sommersa dal “miracolo italiano”, una mente critica verso il progresso e la modernità, uno spirito libero costretto ad adattarsi al sistema per sopravvivere.
    Consigliato: a chi cerca un ritratto fedele e spietato dell’Italia di 50 anni fa, a chi si mantiene in equilibrio precario tra conformismo e ribellione.

    ha scritto il 

  • 4

    Ho visto un re

    Dai dai, conta su...ah be, sì be....
    - Ho visto un re.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un re!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Un re che piangeva seduto sulla sella
    piangeva tante lacrime, ma tante che
    bagnav ...continua

    Dai dai, conta su...ah be, sì be....
    - Ho visto un re.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un re!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Un re che piangeva seduto sulla sella
    piangeva tante lacrime, ma tante che
    bagnava anche il cavallo!
    - Povero re!
    - E povero anche il cavallo!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - è l'imperatore che gli ha portato via
    un bel castello...
    - Ohi che baloss!
    - ...di trentadue che lui ne ha.
    - Povero re!
    - E povero anche il cavallo!
    - Ah, beh; sì, beh.
    - Ho visto un vesc...
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un vescovo!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Anche lui, lui, piangeva, faceva
    un gran baccano, mordeva anche una mano.
    - La mano di chi?
    - La mano del sacrestano!
    - Povero vescovo!
    - E povero anche il sacrista!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - e` il cardinale che gli ha portato via
    un'abbazia...
    - Oh poer crist!
    - ...di trentadue che lui ce ne ha.
    - Povero vescovo!
    - E povero anche il sacrista!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ho visto un ric...
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un ricco! Un sciur!
    - S'...Ah, beh; si`, beh.
    - Il tapino lacrimava su un calice di vino
    ed ogni go, ed ogni goccia andava...
    - Deren't al vin?
    - Si`, che tutto l'annacquava!
    - Pover tapin!
    - E povero anche il vin!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Il vescovo, il re, l'imperatore
    l'han mezzo rovinato
    gli han portato via
    tre case e un caseggiato
    di trentadue che lui ce ne ha.
    - Pover tapin!
    - E povero anche il vin!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ho vist un villan.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Un contadino!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore,
    persino il cardinale, l'han mezzo rovinato
    gli han portato via:
    la casa
    il cascinale
    la mucca
    il violino
    la scatola di kaki
    la radio a transistor
    i dischi di Little Tony
    la moglie!
    - E po`, cus'e`?
    - Un figlio militare
    gli hanno ammazzato anche il maiale...
    - Pover purscel!
    - Nel senso del maiale...
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava!
    Ah! Ah! Ah!
    - Ma sa l'e`, matt?
    - No!
    - Il fatto e` che noi villan...
    Noi villan...
    E sempre allegri bisogna stare
    che il nostro piangere fa male al re
    fa male al ricco e al cardinale
    diventan tristi se noi piangiam,
    e sempre allegri bisogna stare
    che il nostro piangere fa male al re
    fa male al ricco e al cardinale
    diventan tristi se noi piangiam!

    ha scritto il 

  • 4

    Sì, ma quel sottile strato di polvere...

    La scrittura è sopraffina. Elegante, scorrevole, impreziosita da forme e vocaboli (spesso toscaneggianti) che il nostro uso quotidiano (e anche la nostra narrativa) va facendo cadere impoverendosi e i ...continua

    La scrittura è sopraffina. Elegante, scorrevole, impreziosita da forme e vocaboli (spesso toscaneggianti) che il nostro uso quotidiano (e anche la nostra narrativa) va facendo cadere impoverendosi e imbarbarendosi con crescente rapidità.
    Anche il tema del libro, che si cala nella Milano degli anni a cavallo tra i ’50 e i primi ’60 del secolo scorso descrivendo l’altra faccia di quelli che furono definiti gli anni del boom, quella più amara, del prezzo che fu pagato per la conquista di quel progresso aprendoci gli occhi sulle storture sulle quali veniva costruito, è di nuovo oggi (specialmente oggi) straordinariamente attuale.
    Tutto molto bello. Tuttavia non riesco a considerarlo un capolavoro. E’ come se un sottile velo di polvere si sia depositato su quelle pagine e non ci sia modo di spazzarlo via.
    E poi come il protagonista-narratore che alla fine si perde nel suo tentativo di sopravvivere in questa Milano grigia, fumosa, perennemente umida, indifferente e ostile, soffocata dalla fretta e dalla morsa della grana (quella che bisognerà pur fare) e il danè (quello che bisogna sempre sborsare), nella quale era giunto per compiere un atto eroico e rivoluzionario, vendicativo in onore dei morti nel disastro della miniera toscana di Ribolla del ’54, vittime sacrificali di quella logica del profitto che ancora oggi genera martiri del lavoro, anche il lettore (almeno io) si perde un po’ in questo smarrimento di orizzonti, che domina tutta la seconda parte del libro, quella che descrive (con grande efficacia, questo certamente) la vita quotidiana, ripetitiva, strascicata e certamente “agra” del personaggio narrante, rendendo il romanzo un po’sbilanciato rispetto al suo più scoppiettante inizio.

    Ma in che cosa consiste quella polvere di cui parlavo, se il centro della narrazione punta a queste verità ancora così attuali ?
    Non saprei rispondere con certezza, però è la stessa che mi sembra di trovare in altri scrittori italiani della stessa epoca che pure ammiro, Fenoglio, tanto per fare un esempio. E che non trovo in Calvino, in Primo Levi, nella Ortese del Cardillo o di Toledo, nel Buzzati del Deserto dei tartari. Forse è un respiro più ampio, slegato da un tempo e da uno spazio ristretto e rinchiuso nella contemplazione di se stesso, quel vento che permette all’aria di circolare rendendo ancora attuale e vivo il libro e non solo il suo tema principale. Quello che ci permette di rileggerlo e di ritrovarlo un romanzo nuovo, un altro libro rispetto a quello che avevamo già letto dieci o venti o trent’anni prima.

    Non credo che rileggerò mai La Vita agra. Credo mi abbia dato tutto quello che mi potesse dare. Forse è questo.
    O forse anche no.

    ha scritto il 

  • 4

    Così ho finalmente appreso l’etimologia di Brera o, meglio della Braidense (da Braida, campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina), grazie al toscanissimo Bianciardi, che nella zona milanese di Br ...continua

    Così ho finalmente appreso l’etimologia di Brera o, meglio della Braidense (da Braida, campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina), grazie al toscanissimo Bianciardi, che nella zona milanese di Brera ha iniziato la sua avventura milanese. Brera come era negli anni’ 50, non il quartiere artefatto e iper-modaiolo di oggi, ma area realmente ‘alternativa’, frequentata da giovani di belle (si fa per dire) speranze, artisti e spiantati vari, provenienti da ogni regione d’Italia, che consumavano le loro serate fra trani e crote peimunteise e i loro giorni in cerca di fortuna nella metropoli del primo dopoguerra. E quello che nel romanzo è il bar delle Antille non è altro che il celeberrimo Jamaica.
    Raccontando Milano Bianciardi racconta il ‘miracolo economico’, ma soprattutto i suoi costi sociali e umani. La descrizione della città, e dei suoi abitanti, è impietosa. Quello che colpisce, a più di mezzo secolo dalla data di pubblicazione del romanzo, è che le differenze con l’oggi sono solo apparenti. Non c’era la metropolitana, ma il tram con il bigliettaio (‘avanti c’è posto’), c’era ancora la pausa pranzo e non l’orario continuato e l’apertura degli esercizi commerciali h 24 sette giorni su sette, ma c’era la nebbia e l’inquinamento, la fretta costante (per andare dove?), la sete di guadagno, il lavoro che non si chiamava ‘precario’ ma lo era di fatto, i supermercati e la creazione (imposizione) di bisogni fittizi, il centro con le sue ragazze patinate e irraggiungibili e il degrado delle periferie o semi-periferie. Leggendo queste pagine si trovano le premesse del presente che, appare evidente, non poteva essere diverso. Bianciardi non ha certo amato Milano, ma chi può dargli torto? La vita che racconta, la sua e di altre persone del suo mondo, è stata veramente ‘agra’, in una città se non proprio cattiva, certo indifferente e sfruttatrice.
    Un libro formidabile, assolutamente da leggere. Non l’avevo fatto a suo tempo e sono contenta di avere colmato ora questa lacuna.

    ha scritto il 

  • 5

    Su questo libro ci sono in giro commenti da Pulitzer, robe da incorniciare alla parete bella di casa, coi cerini sotto; infatti non so a che serve che io scriva le solite tre cose che non aggiungono n ...continua

    Su questo libro ci sono in giro commenti da Pulitzer, robe da incorniciare alla parete bella di casa, coi cerini sotto; infatti non so a che serve che io scriva le solite tre cose che non aggiungono nulla e non convincono neanche i parenti stretti. Però Bianciardi mi ha conquistato, me ne sono innamorato e aggiungo la sua foto alla mia bacheca degli uomini e delle donne da ricordare, da rileggere e da approfondire.
    Mi piace questa mezza autobiografia, che descrive luoghi che non sono i miei, con eventi atmosferici che qui neanche esistono e al massimo li vedo nei film o quando viaggio, ma son sempre più belli nei libri. Che poi mi fa sorridere l’astio per la metropoli longobarda: tutti ci vanno, la vivono e matematicamente la odiano. A me invece è piaciuta, l’ho trovata simpatica, bella e stranamente luminosa nonostante fosse febbraio e facesse un freddo boia. Ho camminato talmente tanto, sino alle periferie, che se camminassi così dalle mie parti mi ritroverei in mezzo al mare; c’è da dire che per me è stata anche un’esperienza etnografica (ma forse i viaggi lo sono sempre) e mi son sentito un filo Malinowski, perché vedere i longobardi nel loro habitat rimette tutte le cose in prospettiva, abituato come sono a vederli solo in infradito, vagamente avvelenati, malamente ustionati a chiazze e urlanti tanto che mia madre quando ero bambino in spiaggia mi diceva vai avanti dritto supera i milanesi. Sì, certo, dopo un po’ di permanenza nella grande città magari ti manca anche quel contatto umano del piccolo paese e ti trovi con un pizzico di nostalgia per i ciao ciao per strada, come sta mamma – bene – e babbo – babbo pure, invecchia – ti ricordi di mio nipote eravate a scuola assieme – come no. Poi se muore qualcuno è tutto un abbassarsi di saracinesche e ci si lamenta dell’orario della messa che non permette a tutti di andarci e poi dritti in cimitero e quando dopo qualche settimana montano la lapide di nuovo tutti in cimitero a vedere che foto si è scelta e ma quanto è brutta, certo che potevano metterci più impegno. Ma i paesini sono sopravvalutati, dietro i ciao ciao e mamma come sta, c’è spesso il dente avvelenato e l’occhio a fessurina per scrutarti l’anima e trovare il pelo. Al funerale del caro estinto il mormorìo non è prodotto dai Pater Noster, ma dal basso continuo del pettegolezzo inarrestabile. L’anonimato che si sperimenta nelle metropoli è una boccata d’ossigeno – inquinato e letale – ma sempre rinfrescante. Il grande centro urbano è sincero, indifferente alle moltitudini che si accalcano. Nelle metropoli si organizzano le rivoluzioni, per accorgersi solo in un secondo momento che dopotutto non ce n’è il tempo, c’è il lavoro da consegnare, il cartellino da timbrare, la serranda da sollevare ogni santa mattina, bisogna pur godersi la vita e andare a teatro, al concerto, invitare gli amici a cena e dunque finisce a tarallucci e vino, il torracchione neocapitalista rimane in piedi e sotto sotto ci fa pure piacere, questo guilty pleasure di averci provato ma di aver elegantemente fallito.
    Che c’entra tutto questo con Bianciardi? Potere della narrativa intelligente, senza tempo anche se oggettivamente legata a un’epoca, che si applica a tutte le vite ed esperienze. Chi non ha mia provato a far la rivoluzione, almeno da ragazzi? Chi non si è mai sentito soffocare dalle aspettative della società, dall’arrivismo e da tutto quel polverone – come lo chiama lui – di chi si arrabatta tutti i giorni per salire più su, più su, per far le scarpe al tizio dell’ufficio accanto o mostrare al vicino di casa che ci si può permettere la macchina nuova. Luoghi comuni? Nel 1961 questi comportamenti erano nuovi di pacca, almeno su determinate scale di grandezza, e limitate alle grandi città che accoglievano vagoni di derelitti in cerca di un salario. Ai giorni nostri il cannibalismo del capitalismo (ismo-ismo, penna rossa) si è allargato a tutti i centri e il salto-del-barbone non si pratica solo nella capitale longobarda, ma pure nei piccoli centri, dove tra un ciao ciao e quando ti sposi, si guarda in cagnesco l’immigrato che ruba il lavoro al buon padre di famiglia italiano. Ma poi arrivano sempre, puntuali come solo il canone radiotelevisivo, gli attivisti… ma questo è un discorso a parte.

    ha scritto il 

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