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La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1619)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , Political

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Descrizione del libro
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  • 5

    Rileggo “La vita agra” di Luciano Bianciardi per cavarne parole da segnalare a un amico che sta compilando un vocabolario dell'italiano d'autore, e mi ritrovo tra le mani un piccolo capolavoro.
    Nella prima lettura, da ragazzo, mi ero fermato alla superficie dell'aneddoto: l'intellettuale an ...continua

    Rileggo “La vita agra” di Luciano Bianciardi per cavarne parole da segnalare a un amico che sta compilando un vocabolario dell'italiano d'autore, e mi ritrovo tra le mani un piccolo capolavoro.
    Nella prima lettura, da ragazzo, mi ero fermato alla superficie dell'aneddoto: l'intellettuale anarchico che arriva a Milano con l'intenzione di fare saltare con il grisù i torracchioni di una società proprietaria di miniere (era la Montedison, e la miniera maremmana in cui esplose un pozzo e persero la vita 43 minatori, nel 1954, è storia vera) e finisce cottimista sempre più compulsivo -e sempre più chiuso in se stesso e barricato in casa - dell'industria culturale.
    Stavolta, oltre agli umori acri e ribelli (Bianciardi è tra i pochi a non tessere le lodi del “miracolo economico”, che io ricordi con Mastronardi e con le prime poesie di Giovanni Giudici -“Parlo di me, dal cuore del miracolo/la mia colpa sociale è di non ridere/ di non commuovemi al momento giusto/e intanto muoio, per cominciare a vivere”), mi colpisce il viluppo di utopia e antimodernità che impasta la sua prosa: la proposta, irridente ma non troppo, di un neocristianesimo copulatorio e antiproduttivo che assomiglia alla decrescita di Serge Latouche; l'ostilità nei confronti di Milano città piovra; il dileggio e l'irrisione nei confronti dell'establishment editoriale.
    Il correlativo stilistico è una prosa mutevole e divagatoria, che in un toscano assai vivace inserisce appropriazioni del milanese, filologie, curialismi, elenchi di battone, descrizioni del gioco della pelota, manifesti letterari, tesi sociologiche, deliri traduttorii da metaromanzo (Bianciardi fu traduttore leggendario, tra l'altro di Henry Miller e di Faulkner), sfottò per gli illustri tradotti (Jacques Querouaqques è, ovviamente, Kerouac) e addirittura il primo brano in inglese andato a stampa nelle patrie lettere, ben prima del “Partigiano Johnny”.
    Il romanzo è dedicato “al nobile amico Carlo Ripa di Meana”, unico personaggio citato con nome e cognome è il poeta Vittorio Sereni, mite Jekyll che l'automobile trasforma in Hyde.
    Finisce così: «Io resto lì mezzo coricato, coi pensieri sempre più nebbiosi. Mentre si guardavano soffiò la granata del bengala, e tracciò il suo arco iridescente e sbottò nel paracadute. Dev'essere così: quel plopped è uno sbottò. Ma più avanti come la metto? È lo stesso plopped, no? Dice: the soft blob of light plopped and burst on the open page. È quando Gragnon sta leggendo Gil Blas, lo ricordo. La morbida bolla di luce gocciò e si ruppe sulla pagina aperta. Come quella che spenge Anna prima di venire nel mio letto. E anch'io, tra poco, sbotto e goccio. Dunque quel plopped va bene così, no? Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più».

    ha scritto il 

  • 5

    Tutta la vita

    "In genere lo scrittore satirico si contenta di uccidere il suo personaggio, insomma di fare un processo. Qui invece le cose sono molto più complesse, al posto di un quadro o di un ambiente su cui esercitare la satira, c'è tutta la vita" Carlo Bo

    ha scritto il 

  • 3

    va bene

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. Bella la scrittura, la morale risulta si potente, lo sguardo sulla società dei consumi è molta rob ...continua

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. Bella la scrittura, la morale risulta si potente, lo sguardo sulla società dei consumi è molta roba, ma nel suo impianto io avrei preferito una visione un pò più lunga della storia e una caratterizzazione dei personaggi un pò più dettagliata. Resta il tipo di scrittura particolare che rende merito ad un libro che è comunque da leggere. Finto Italiananarchico.

    ha scritto il 

  • 5

    Una rilettura necessaria.


    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.


    Senza dubbio, il punto più alto della produzione bianciardiana, uno dei testi migliori del secondo Novecento italian ...continua

    Una rilettura necessaria.

    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.

    Senza dubbio, il punto più alto della produzione bianciardiana, uno dei testi migliori del secondo Novecento italiano.
    Uno sguardo ancora fresco e ancora nuovo, per molti ancora da scoprire; una narrazione che lo stesso autore definì una "grossa pisciata".
    Già, perché il protagonista-narratore piscia su tutto e tutti: sul boom economico, su Milano, sull'Italia, sull'editoria, sui comunisti, sugli intellettuali, sulla vita. Il suo non è l'anarchico qualunquismo al quale si potrebbe facilmente pensare, ma una lucida e profetica analisi della nostra società, del nostro apparentemente quieto vivere.
    Un Paese che, dal Dopoguerra fino ai primi anni Sessanta, Bianciardi ha visto trasformarsi dinanzi ai suoi occhi impotenti; mentre tutti salutavano l'arrivo di questa ondata improvvisa di benessere come un miracolo (così si chiama anche storicamente), egli ne vede il lato oscuro e bieco, ne intuisce i lati spersonalizzanti e profetizza l'abbrutimento dell'uomo contemporaneo.

    E lo fa con una lingua che mischia alto e basso, italiano e toscano, dialetti vari, anglismi e parole latino. Si parla spesso di "eredità gaddiana" riferendosi alla "Vita agra": ciò avviene soprattutto per via dello stile, senza dubbio componente imprescindibile in questo romanzo. Ma in pochi ancora si sono soffermati sulle forza dirompente di queste parole, sulla ferocia dell'ironia anarchica e maremmana di questo eterno sconfitto che non riuscì mai a trovare il suo posto nel mondo, andando in contro a quella morte inevitabile già annunciata dall'aria mortifera che invade gli ultimi capitoli del libro.

    Mentre si legge, sembra proprio di vedere quest'uomo un po' goffo, vestito con un cappotto di una taglia più grande: non cammina, ma si trascina strascicando i piedi. Da solo, un provinciale inadatto e incazzato come una bestia immerso nella grigia metropoli meneghina. L'amore e il sesso che colmano piccoli vuoti, il lavoro "culturale" che lo stanca e lo narcotizzo; l'alcol che lo addormenta ma che pian piano lo uccide.

    Un libro da leggere assolutamente e urgentemente. Anzi: da rileggere. Da tenere sul comodino; o in tasca, come fosse un'arma.

    Se domani mi chiedessero di rispondere alla domanda: "Qual è il libro che ti ha cambiato la vita?", e potessi rispondere con un solo titolo, a bruciapelo, allora sceglierei "La vita agra" senza pensarci manco troppo.

    Sarà perché sono arrabbiato anch'io, perché sono toscano, perché vivo in un simile stato di solitudine ideologica e interiore e questo romanzo mi ha fatto sentire meno solo.
    E credo che lo farà per molto tempo ancora.

    ha scritto il 

  • 4

    Letto da: Simone


    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: il malessere sociale post-colloquio era così forte che dal libro avrei voluto persino di ...continua

    Letto da: Simone

    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: il malessere sociale post-colloquio era così forte che dal libro avrei voluto persino di più.

    ha scritto il 

  • 4

    IL BOOM CHE FA BUM

    Siamo alla fine anni Cinquanta durante il cosiddetto boom economico.
    Il romanzo, pubblicato nel 1962, è ampiamente autobiografico: vi si narra di un intellettuale di provincia (Grosseto) che lascia moglie e figlioletto per andare a vivere a Milano in cerca di un lavoro migliore: in realtà c ...continua

    Siamo alla fine anni Cinquanta durante il cosiddetto boom economico.
    Il romanzo, pubblicato nel 1962, è ampiamente autobiografico: vi si narra di un intellettuale di provincia (Grosseto) che lascia moglie e figlioletto per andare a vivere a Milano in cerca di un lavoro migliore: in realtà col segreto intento di far saltare in aria un grattacielo, quello della compagnia che per incuria e scarsa sicurezza sul lavoro ha causato l’incidente della miniera di Ribolla (1954, 43 minatori morti).

    Ma il gesto anarchico viene posposto, ritardato, non arriva: forse perché il protagonista, oltre che fare esplodere il sistema, vuole anche esserne riconosciuto, accettato, accolto?

    Il torracchione, come il narratore protagonista chiama il grattacielo, diventa il simbolo del potere che si annida a Milano, città di affari economia soldi: deve saltare in aria con la giusta combinazione di aria e metano, proprio come è avvenuto per lo scoppio del grisù in miniera.
    La grande città è un mostro dalle mille braccia che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge gli ideali, trasforma in apatici e rassegnati: Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra venti anni tutta l’Italia si ridurrà come Milano.

    Bianciardi-Bardamu lancia invettive contro la società del miracolo economico il cui unico scopo è generare bisogni superflui, per rendere l’uomo schiavo di inutili desideri che non riuscirà a soddisfare, proprio come in un classico girone infernale, per diventare produttori e consumatori e contare solo in quanto tali, irretiti dal miraggio del benessere, in realtà stritolati dall’inumanità dei ritmi e dei rapporti.

    E se poi fosse soltanto una questione politica, io saprei il da fare. Se si trattasse soltanto di aprire un vuoto politico, dirigenziale, in Italia, con pochi mezzi ci riuscirei. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto in Italia. Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza.

    E fin qui siamo in presenza di un gran bel romanzo.
    Quello che lo rende speciale è la scrittura di Bianciardi che riesce a fare più capriole linguistiche anche nello stesso rigo, più scoppi e fuochi d'artificio: dialettismi lombardi e toscani, parole straniere ironicamente adattate all’italiano, termini tecnici, lessico colloquiale e anche lessico gergale, neologismi d’autore…
    Come se l’anarchia che pulsa nelle vene del protagonista si trasferisse alla scrittura, alle parole.
    Ironia, comicità (ma non grottesco come nel non riuscito film omonimo) parodia, euforia, burla che coinvolge tutti, il Partito l’Avanguardia e gli stessi personaggi.
    Pagine indimenticabili: la partenza degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano; la differenza tra dané e grana; il lavoro di traduttore con le correzioni della capoufficio; le segretariette, come agiscono e come parlano: l’amore fisico, una rivoluzione che lascia svuotati; i tragitti in tram…

    La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano, come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo non è nebbia…. È semmai fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, di sudori, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, del PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati.

    ha scritto il 

  • 5

    Milano, inverno '61-'62

    Un romanzo, un saggio, una profezia: questo libro racconta (e anticipa) la storia del nostro Paese e di ognuno di noi. Non solo chi vive a Milano, non solo chi è italiano, ma tutti dovrebbero leggerlo: 5 stelline e anche di più.

    ha scritto il 

  • 4

    Dare alle stampe un romanzo del genere nel 1962, per me, è equivalso al cambio della visione a colori dal bianco e nero per i film.
    Il vocabolario estremamente sfaccettato di Bianciardi dà sapore, odore e spessore alle parole…e non lo avrei mai detto dopo aver letto la prima pagina che ti l ...continua

    Dare alle stampe un romanzo del genere nel 1962, per me, è equivalso al cambio della visione a colori dal bianco e nero per i film.
    Il vocabolario estremamente sfaccettato di Bianciardi dà sapore, odore e spessore alle parole…e non lo avrei mai detto dopo aver letto la prima pagina che ti lascia interdetto come un rebus senza soluzione.
    Bisogna tenersi a distanza da certe pagine troppo dolorose e personali quando si parla di alienazione che per forza ci tocca condire con le nostre personalissime manie e la morte dei cari.
    A me, contestualizzato nell’epoca dell’uscita del romanzo, è parso rivoluzionario, il più grande antispot del boom/miracolo italiano.
    L’aggettivo agro accostato alla vita di questo personaggio vale tutti i dieci euro di questa edizione economica.
    La rilettura della mia esperienza, specchio della mia generazione precedente, in veste di emigrante di successo al prezzo di questo gusto di limone che le ore vuote ti regalano.
    Un capolavoro a cui manca una stellina per fare pokerissimo unicamente per l’incompiutezza, d’altronde intrinseca nel personaggio principale, della sua vicenda sospesa per definizione e per il mio trattamento anestetico quando le pagine si sono fatte troppo dolorose.
    A quanta gente senza voce dobbiamo essere grati per il vuoto benessere che la fine del secolo scorso comunque ci ha elargito? Adesso, mi sa, è venuto il momento di pagare.

    ha scritto il 

  • 4

    Cronaca di un suicidio annunciato

    Chissà perché mi aspettavo un libro dolente, non conoscevo Bianciardi, e dal titolo avevo erroneamente dedotto che si trattasse di una storia depressiva, invece ho trovato un romanzo autobiografico molto triste, questo è vero, ma di un ironia e di un’asprezza che solo un toscano poteva avere. ...continua

    Chissà perché mi aspettavo un libro dolente, non conoscevo Bianciardi, e dal titolo avevo erroneamente dedotto che si trattasse di una storia depressiva, invece ho trovato un romanzo autobiografico molto triste, questo è vero, ma di un ironia e di un’asprezza che solo un toscano poteva avere.
    Si è vero, sono toscana anche io e sono di parte, probabilmente apprezzo meglio di altri certe espressioni tipiche delle mie parti, le sento mie, le sento di casa.
    La lettura è stata doppia, ascoltando l’audiolibro di Ad alta Voce, il programma di Radio Tre, e leggendo l’ebook. La tecnica è quella di mettere in pausa l’ascolto quando vengo colpita da qualche frase e di cercarla sul supporto digitale, evidenziarla e poi rimacinarla con la dovuta calma. E’ un modo buffo di leggere lo so, ma mi permette di cibarmi di libri anche durante il giorno mentre dipingo, la sera invece mi dedico ai cartacei. Ma digressione a parte sulle mie abitudini da lettrice voglio dire quanto questo audiolibro sia azzeccato, la lettura del romanzo è stata affidata ad Alessandro Benvenuti, a mio avviso perfetto per interpretare tutta la toscanità, la rabbia, l’amarezza e l’ironia di questa storia. ( Pagina ufficiale di Alessandro Benvenuti https://www.facebook.com/pages/Alessandro-Benvenuti/46605873236)
    Leggendo questo romanzo si ha una visione amara ed agra della vita, una visione della situazione sociale e lavorativa molto reale e soprattutto attuale ancora oggi a diversi anni di distanza, negli anni '60 c’era già il germe di tutto ciò che stiamo vivendo adesso, e gli attenti osservatori hanno esposto con efficaci parole verità tutt’ora valide. Il libro di Bianciardi è una storia raccontata in modo scanzonato, quel modo che per contrasto rende ancora più efficaci certi messaggi che devono arrivare a chi legge, quello stile tipico di chi raramente riesce ad essere un vincitore nella vita; per usare le parole dell’autore “questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.” (cit.)
    Alla luce dei fatti appare come l’autobiografia di un suicidio annunciato, può passare indenne nella vita uno che scrive queste cose? Morire alcolizzato non è forse un modo lento di togliersi la vita? Non facciamoci ingannare dall' ironia delle parole di Bianciardi, perché non è tipico dei toscani esprimersi con melensaggine, ma in questa asprezza di sente tutto il male di vivere in mondo cattivo che l'autore si porta addosso.
    “Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare.” (cit.)
    Mi sento di consigliare questo libro a tutti coloro che non amano vivere con la testa sotto la sabbia e che apprezzano uno stile satirico, e consiglio soprattutto l’ascolto dell’audiolibro letto da Benvenuti, imperdibile. ( Link alla prima puntata :
    http://www.adaltavoce.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-66b1e741-dd5d-432e-a52e-9c816ebb8f6f.html#)

    Tutte le mie recensioni a questo link:
    http://lemieletturecommentate.blogspot.it/

    Citazioni:

    “Proverò a riscrivere tutta la vita non dico lo stesso libro, ma la stessa pagina, scavando come un tarlo scava una zampa di tavolino. ”

    "Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera - bianchi e neri - della sensibilità contemporanea. Vi canterò l'indifferenza, la disubbidienza, l'amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.”

    “Persino a qualche pisano io ho aperto l'uscio di casa - che è per proverbio azzardo pericoloso; a qualche pisano di quelli che dicono gaodé rpeoro ditupà, e ogni tanto vengono su col sorrisino furbo a cercare lavoro. «Nciavresti mia nposticino da guadagna bbene senza lavorà tanto? Sai omè, sule cencinquanta rmese? Giù, madonnarbuio, un si batte iodo. Un si trova nalira peffaccantà nceo"

    “E per favore, con le radiografie ci andasse piano, il dottorino. Non erano tempi, non era aria da mettere in mutua per una sospetta silicosi o per una diminuita capacità respiratoria del diciotto per cento. Cos'era questa smania delle statistiche, anche per i polmoni della gente? Respiravano, no? E allora?”

    “Mi hanno isolata, capisci? Sanno benissimo che se mi tengono a contatto con gli altri, io glieli organizzo sindacalmente, e porto avanti la nostra lotta. Così un poco alla volta mi hanno messa in quel cantuccio, io sola con un vecchio sordo e svanito”

    “Io non cammino, non marcio: strascico i piedi, io, mi fermo per strada, addirittura torno indietro, guardo di qua e guardo di là, anche quando non c'è da traversare. ”
    “E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull'impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro.”

    “La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere.”

    “Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere.”

    “non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.
    Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”

    ha scritto il 

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