La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1770)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Politica

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Descrizione del libro
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  • 3

    Come non ritrovarla questa Milano del 62' di Bianciardi nelle mattine di pendolarismo terziario della folla impiegatizia sgomitante, che,stanca ed automatica, si accalca sulle scale mobili di Repubbli ...continua

    Come non ritrovarla questa Milano del 62' di Bianciardi nelle mattine di pendolarismo terziario della folla impiegatizia sgomitante, che,stanca ed automatica, si accalca sulle scale mobili di Repubblica affrettandosi a guadagnare posizioni sulla banchina della metro gialla? Fretta, musi lunghi, facce scure, passi svelti e nervosi. Ognuno, monade a caccia di spazio vitale, sgattaiola per conquistare il santo beep che sancisce l'inizio delle 8 (9? 10? ...) ore di onesto pane quotidiano. A distanza di quasi 60 anni il carico del passante ferroviario è cambiato: le turbe operaie che arrivavano prima dell'alba e rientravano alle 5 sono state rimpiazzate da questa sua versione "avanzata" ansiosamente piccolo borghese e provinciale, che venera il doppiopetto ormai per inerzia. Ma il "dramma", per l'appunto, mi pare sia rimasto invariato. O forse no.
    "quasi centomila Montenegro e Bloody Mary
    mocassini gialli e sentimenti chiaro-scuri
    Cara
    scriverà sulle tovaglie dei Navigli
    quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli
    quanto freddo nei polmoni
    che dolore
    non è niente non è niente
    lascia stare
    se la Madonnina muore nasce un fiore"

    ha scritto il 

  • 4

    A libro chiuso e finito, si sente quasi il bisogno di scrollarsi le spalle di tutta la fuliggine, la nebbia, il grigiume della Milano agra di Bianciardi. Un libro che è un pezzo di storia, dove Bianci ...continua

    A libro chiuso e finito, si sente quasi il bisogno di scrollarsi le spalle di tutta la fuliggine, la nebbia, il grigiume della Milano agra di Bianciardi. Un libro che è un pezzo di storia, dove Bianciardi crea il suo personale bestiario lavorativo e umano, dalle segretariette secche alla fermata del tram ai teletafanatori, dalle intasatrici aziendali alle vibratrici di gote. Bello e amaro.

    ha scritto il 

  • 4

    La vita agra

    Restituire il passaggio e il trauma dalla vita di provincia a quella della metropoli il tema essenziale con il quale l'A., con risvolti farseschi che tengono ancor più in sospeso l'ansia patetica del ...continua

    Restituire il passaggio e il trauma dalla vita di provincia a quella della metropoli il tema essenziale con il quale l'A., con risvolti farseschi che tengono ancor più in sospeso l'ansia patetica del personaggio- scrittore, il quale non sembra sconvolto da questa impietosa autoanalisi. La lingua adoperata da Bianciardi non poteva meglio riuscire corrispondente all'empito grottesco e anarcoide de La vita agra, alla graffiante semplicità di un'esperienza umana così vicina alla disperazione, all'estasi, alla rinuncia di tutto. L'esperienza personale dell'autore sembra calata come in un calco nel libro: nato dal senso di rivolta e in particolare dall'industria culturale. Gli ingredienti del romanzo sono: la rabbia di un anarchico trasferitosi a Milano con propositi di vendetta sociale, la trasformazione di una città immersa e sommersa dal "miracolo italiano", una mente critica verso il progresso e la modernità, uno spirito libero costretto ad adattarsi al sistema per sopravvivere. E', insomma, un ritratto fedele e spietato dell'Italia di 50 anni fa, a chi si mantiene in equilibrio precario tra conformismo e ribellione.

    ha scritto il 

  • 5

    C’è un periodo della recente storia italiana che sembra sia stato dimenticato. Oppure più semplicemente si tende a celebrarlo come un momento di fulgore e rinascita, di opportunità, di ricchezza. Le v ...continua

    C’è un periodo della recente storia italiana che sembra sia stato dimenticato. Oppure più semplicemente si tende a celebrarlo come un momento di fulgore e rinascita, di opportunità, di ricchezza. Le voci stonate non sono arrivate fino a noi, anche se a ben guardare sarebbe sufficiente ricordare e ascoltare veramente le vecchie canzoni di Iannacci.
    Questo libro è una specie di rivelazione. Con una comicità amara, con una speciale acutezza di sguardo, Bianciardi racconta la Milano a cavallo tra anni ’50 e ’60, la città che si trasforma e perde identità, il grigio, l’ufficio, i riti sociali, l’ignoranza e l’ignavia. Ma racconta anche la fatica di arrivare a fine mese, i desideri repressi. Meglio non fare le vacanze, se poi tanto devo tornare a lavorare, e se per fare le vacanze devo lavorare di più. Meglio non vedere nessuno, se vedere qualcuno è una commedia recitata e non un rapporto onesto e reale, basato su una quotidianità di cose semplici. E mentre sogno di far bruciare il sistema, di scappare in campagna, di bombardare gli uffici nel grattacielo di vetro e metallo, mi adeguo. E anche un mestiere intellettuale, all’apparenza invidiabile, senza orari e senza padroni, mostra tutta l’evidenza della fatica, della difficoltà di trovare una dignità.
    Un libro cinico e disincantato, che diverte e tuttavia lascia una strana malinconia. Come se vedere il grigio “da dentro” ci apra improvvisamente gli occhi e ce lo renda più visibile.

    ha scritto il 

  • 5

    Me la figuravo, appena ci pensassi, questa sua vita grigia e a suo modo eroica, fatta di mille gesti eguali e dimessi, fedele giorno per giorno alla scelta, al dovere, ai luoghi. Non va avanti così la ...continua

    Me la figuravo, appena ci pensassi, questa sua vita grigia e a suo modo eroica, fatta di mille gesti eguali e dimessi, fedele giorno per giorno alla scelta, al dovere, ai luoghi. Non va avanti così la civiltà? Non è forse il continuo lavorio di queste formiche che tiene in piedi la vita dei popoli, e ne ordisce il tessuto connettivo? Ed allora, era giusto che io, amico degli umili e dei diseredati, alleato per mia scelta della classe operaia, eversore in pectore di torracchioni, umiliassi e diseredassi questa donna?
    L'ostilità degli altri, dichiarata a volte, più spesso muta ma sensibile nella faccia chiusa di quante formiche umane io incontrassi appena uscito dalla Braida Guercia, coi suoi pittori capelluti, le ragazze dai piedi sporchi, e i fotografi morti di fame, non era forse giusta? L'ostilità degli altri a volte mi entrava in petto: che cosa vuoi da me, Anna? Perchè ci sei venuta? Che cosa ci fai, tu, qua dentro?

    ha scritto il 

  • 3

    Altalenante

    Un libro che va letto, a cominciare dall'originalità di non essere un romanzo, né un'autobiografia, né un pamphlet e tanto meno un saggio. Ritratto acido e corrosivo della società italiana degli anni ...continua

    Un libro che va letto, a cominciare dall'originalità di non essere un romanzo, né un'autobiografia, né un pamphlet e tanto meno un saggio. Ritratto acido e corrosivo della società italiana degli anni Sessanta, del boom economico, della Milano non ancora da bere ma già avviata verso quella china, del mondo dell'editoria. Però in certi momenti ho faticato a leggerlo: pagine graffianti, visionarie e profetiche alternate ad altre noiosissime, che veniva voglia di saltare a piè pari. Insomma, un gran libro che però in alcune parti denuncia i suoi anni.

    ha scritto il 

  • 4

    Bianciardi è uno scrittore scomodo, l'incipit di questo romanzo è uno dei più ostici ed affascinanti che abbia mai letto. Il libro alterna parti che lasciano letteralmente a bocca aperta per la loro " ...continua

    Bianciardi è uno scrittore scomodo, l'incipit di questo romanzo è uno dei più ostici ed affascinanti che abbia mai letto. Il libro alterna parti che lasciano letteralmente a bocca aperta per la loro "verità" e audacia ad altre più diaristiche e scorrevoli. Un romanzo sincero e inaspettato.

    ha scritto il 

  • 4

    capelli bianchi

    E' la terza volta che scrivo la recensione di questo libro e Anobii me la cancella, mi dà errore o rimane imbambolato come un gatto che guarda una lavatrice in funzione. Pagateli di più, mandateli a s ...continua

    E' la terza volta che scrivo la recensione di questo libro e Anobii me la cancella, mi dà errore o rimane imbambolato come un gatto che guarda una lavatrice in funzione. Pagateli di più, mandateli a studiare, assumeteli sulla base delle competenze, insomma fate qualcosa perché i vostri web designer e i vostri tecnici sono davvero scarsi!
    Detto ciò... cerco di riassumere...
    Questa è la storia di un uomo che ad un certo punto decide di ribellarsi ad una condizione, di vendicare dei morti andando a colpire il simbolo dell'epoca del capitalismo. La sua analisi è lucida e precisa e sa cosa deve fare: farlo saltare in aria. Poi però... che succede? Passano i giorni, la decisione rimane nelle intenzioni ma su di essa scende una nebbia reazionaria. Il quotidiano sa essere un demone che rende tutto necessario e rimanda le cose importanti a data da destinarsi. Rimangono importanti certo, delle priorità, ma il pensiero diventa colpevole ogni volta che ci indugia sopra. Questo libro parla soprattutto di una condizione esistenziale dell'uomo che non vuole conformarsi, ma scopre di esserlo ogni giorno un poco di più. Come i capelli bianchi che a poco a poco sostituiscono quelli neri in un processo lento di cui non ci si accorge.

    ha scritto il 

  • 4

    No, Bianciardi non porta la cravatta quando cammina per strada.
    In realtà, non sa neanche camminare: non tira dritto, ma si ferma ogni due per tre; non sta a capo chino, ma si guarda intorno anche qua ...continua

    No, Bianciardi non porta la cravatta quando cammina per strada.
    In realtà, non sa neanche camminare: non tira dritto, ma si ferma ogni due per tre; non sta a capo chino, ma si guarda intorno anche quando non è indispensabile; non sbatte i piedi creando nuvole di polvere, ma li strascica a passo lento. Questa è l'andatura di chi, (anche) inconsapevolmente, proprio non ce la fa a conformarsi alle regole di una vita che ci vuole tutti frenetici, scattanti e produttivi.

    Nel contempo però, Bianciardi i conti in tasca se li fa, non può fare altrimenti. È l'esistenza stessa che gli impone l'eterno conteggio tra “grana” e “dané”, poiché a questo fondamentalmente si è ridotta. Ecco dunque la vita agra, triste, severa: mera sopravvivenza in cui anche il minimo slancio di cuore e di pancia finisce per uscirne sconfitto e avvilito, come accade per la “missione”.

    Il miracolo economico compie dunque il suo dovere: all'aumentare di produzioni e redditi corrisponde un aumento nella freddezza dei rapporti e nella rigidità dei sentimenti; le relazioni si fanno scostanti, insensibili e a tratti disumane. E questo purtroppo era tanto valido nell'inverno del '61 quanto lo è tuttora, ai giorni nostri.

    Unica salvezza per l'autore, se la si può definire tale, e il rifugiarsi nel suo ligio lavoro di traduttore, un lavoro che esige rigore e disciplina, ma che comunque rientra in quel meccanismo di produttività al quale ormai tutti siamo legati in modo inscindibile.
    Sta di fatto che dal tradurre Bianciardi ricava comunque una certa serenità, come dimostrano tutti quegli inserti che trattano delle storie che egli va traducendo senza sosta: traduzione come confronto con se stessi; come fuga dalla realtà; come barriera che si frappone tra lui e quel mondo iniquo che lo circonda, famelico e vorace.

    Non so come mai le ultime righe mi hanno messo molta tristezza. Avrei voluto che la narrazione continuasse, ponendomi nuovi quesiti di traduzione. Ma è giusto così.

    ha scritto il 

  • 4

    «Io mi oppongo.»

    Ambientato nella Milano dei primi anni ’60, in pieno miracolo italiano (quello originale), “La vita agra” è il racconto di un giovane intellettuale che giunge dalla provincia nella grande metropoli co ...continua

    Ambientato nella Milano dei primi anni ’60, in pieno miracolo italiano (quello originale), “La vita agra” è il racconto di un giovane intellettuale che giunge dalla provincia nella grande metropoli con idee rivoluzionarie (vuole far saltare per aria un palazzone, sede dell’azienda proprietaria della miniera esplosa in maremma per incuria e avidità) ma che si vede costretto alla resa. Non per questo, però, - o forse proprio per questo - il nostro protagonista riesce a guardare nel profondo della società dell’epoca e a restituirne un’immagine molto nitida (soprattutto con il senno di poi).

    Bianciardi aveva capito tutto con anni d’anticipo e al sedicente miracolo italiano contrappone l’inaridimento della gente sempre più presa da mille impegni e dalla fretta («Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo.»); un capitalismo sempre più disumano e disumanizzante; un progresso tecnologico di cui si avvertivano solo i difetti e non i pur evidenti benefici potenziali; una politica ché un solo far carriera («La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più - apparenze a parte - fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione.»); un comparto editoriale già speditamente avviato verso la mercificazione della cultura; e un mondo nel quale le relazioni umane diventano ogni giorno più finte, fatte di sola apparenza.

    Ispirandosi agli autori (da lui amati e tradotti) della beat generation e servendosi della satira, Bianciardi non soltanto dimostra di averci visto giusto per quanto concerne la diagnosi ma anche di aver individuato la cura! (Ok, ho messo il punto esclamativo impropriamente visto e considerato che quella cura non è mai stata messa in pratica per davvero, o meglio, si è tentato di metterne in pratica solo una parte e, forse, pure in modo raffazzonato)

    «Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto, in Italia.» - Questa è la parte che si è provato a mettere in pratica… omicidi politici ce ne sono stati ma si è sparato alla gente sbagliata (e comunque bisognava iniziare subito dopo la caduta del fascismo… errore del Migliore e di chi gli diede retta)

    «La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.» - Questa, invece, è la parte che ancora non si è trovato il modo o il coraggio di applicare (nonostante, di quando in quando, qualcuno provi a ritirarla fuori: decrescita felice e cose così)

    La frase più bella del libro è, secondo me, quella che ho usato come titolo a questo commento a briglia sciolta: «Io mi oppongo». Ecco, opporsi è importante, fondamentale, direi. Dobbiamo opporci, cazzo! Dobbiamo opporci individualmente e collettivamente! (Sì, bravo, a parole sembra facile ma io, per dire, ho fatto sciopero dopo che un collega s’è fatto male perché il macchinario con il quale stava lavorando non era norma, e non m’hanno rinnovato il contratto. Dici bene, io invece, quando ho detto che in primavera mi sarei sposata mi sono vista demansionare dalla sera alla mattina. ‘Nfatti, io ho dovuto porta’ er gesso perché ho fatto ‘n incidente ca’ a moto e me so’ rotto ‘na gamba, mbè, te dico, cor cazzo che m’hanno rinnovato er contratto, st’infami.) Avete ragione, messi come siamo messi non ci possiamo manco più opporre … né individualmente, né collettivamente (giacché ditemi, sì mi sto rivolgendo proprio a voi, indove sono andati a finire i sindacati? Dice, eh, c’è la fiom che anc- ti spoppo subito, è vero, c’è la fiom e io c’ho pure la tessera ma, fidati, stanno stritolando anche la fiom, Landini ha un certo seguito ma la fiom, in molte posti, non conta più una mazza); l’unica è fare come il nostro protagonista, che trova la pace solo nel sonno. Buonanotte.

    PS: Aspettate ’n attimo, c’è una cosa che ancora possiamo fare… opporci ANDANDO A VOTARE (Dice, ma che te sei ammattito? Io a vota’ nun ce vado più, ma manco se me pagheno! A vota’ chi, che so’ tutti ladri?) Ok, la concentrazione di “ladri” nella classe politico/dirigenziale italiana non ha eguali in natura ma, riflettici bene, per quanto possa sembrare paradossale, è ANDANDO A VOTARE che li freghiamo. Loro, i mariuoli, puntano tutto sul mantenimento dello status quo e, visto che a sparare non gli possiamo sparare e pure se li spariamo poi ne spuntano fuori le copie carbone che so pure peggio dell’originale (per approfondimenti vedasi la metamorfosi premieresca Silvio-Matteo), l’unica, e dico l’unica è fotterli recandoci alle urne. Loro parlano sempre di democrazia ma lo fanno come il ministro della canzone di De André: «Il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / auspicava democrazia / con al tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni»

    ha scritto il 

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