La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1883)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Politica

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Descrizione del libro
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  • 5

    Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione ...continua

    Se l’innocuo galagone di Caproni ha suscitato così tanti turbamenti in rete, quale subbuglio avrebbe potuto produrre, fra le fonti del tema di argomento storico della maturità, un’eventuale citazione di Bianciardi? Ne butto una lì, tanto per inquadrare il tipo: «il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. É come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto, ripeto, non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere».
    Dissezione contropelo del boom economico, o se volete suo negativo fotografico, scritto corsaro infarcito di minima moralia (la figura del capocellula comunista che di mestiere fa il coiffeur per cani avrebbe fatto la sua bella figura in Adorno e perfino alla Leopolda, ma ce n’è a bizzeffe di casi simili), lucido nella denuncia, visionario nella prognosi e crudamente realistico quando parla di boiler inceppati, di code alle poste e bollette da pagare, La vita agra restituisce uno spaccato in presa diretta della Milano in tumultuosa trasformazione cantata dal primo Gaber (siamo nel ’62, due anni dopo La dolce vita romana di Fellini), che però, con appena qualche aggiornamento tecnologico, potrebbe adattarsi anche a tanta parte dell’Italia odierna, tramontata la breve stagione dello Statuto dei Lavoratori. Che razza di libro sia non è facile dirlo – forse un’autobiografia maledetta che sfocia nel manifesto eversivo, con un filo narrativo che tiene insieme la preponderante vocazione saggistica (in questo Houellebecq gli assomiglia: chissà perché mi trovo spesso a flirtare con gli anarcoidi). In un certo senso potrebbe essere definito un libro performativo, perlomeno nelle intenzioni. Il protagonista – alter ego dell’autore (anche qui sta il bello) – sale infatti a Milano dalla Toscana con l’intento di vendicare con un attentato i 43 minatori morti in seguito a un incidente causato dalle negligenze della loro azienda in materia di sicurezza sul lavoro (l’incidente avvenne davvero, a Ribolla, nel 1954, e Bianciardi se ne occupò in prima persona quand’era animatore culturale nelle campagne del grossetano. Il calcolo dei dirigenti fu spietatamente efficiente: conviene pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime e avere un pretesto per chiudere un impianto in perdita anziché provare a metterlo in regola per evitare la strage. E il responsabile «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra», si nota malignamente). Al posto della bomba, Bianciardi lancia però la sua invettiva, disinnescata nel più perfido dei modi: col successo – effimero, s’intende, di quello che non mette radici e basta un po’ di sole per seccarlo, ma intanto ti sterilizza la vis polemica e rende l’apocalittico, suo malgrado, integrato.
    Oggi ci tocca perciò riscoprirlo (non ha l’alone mitico di un Pasolini), ma vale la pena farlo, anche per le sorprendenti invenzioni linguistiche di cui sono piene pagine come questa, in cui leggiamo una critica al PIL che ricorda un celebre discorso pronunciato qualche anno dopo da Bob Kennedy, innestata su un ragionamento in cui affiora già la scommessa della decrescita: «è aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti sul detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera».
    A questa microfisica della tolleranza repressiva Bianciardi oppone un paradossale elogio dell’inefficienza, della lentezza e del rallentamento (memorabile l’episodio in cui racconta di essere stato arrestato perché, camminando piano, ha dimostrato un “atteggiamento sospetto” al questurino della buoncostume). «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli che ha». Si abbandonerà «tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita», poi sarà la volta delle materie sintetiche, dei metalli e della carta – e su queste premesse si formeranno comunità isolate nei luoghi più salubri (le città inquinate essendo tutte occupate dalle formiche operaie umane che si muoiono addosso e vanno avanti, avanti, avanti): qui si praticherà un’economia del dono e del tempo libero, si ritornerà alla tradizione orale, che lascerà spazio solo ai capolavori, si coltiveranno sentimenti nobili e amore libero, finché questo «neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio» prenderà il sopravvento sulla nostra società spettrale, in cui «non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine» (e questo ben prima che nascesse Facebook). Oppure no, perché la società morde, le scadenze incombono e bisogna pur portare avanti il gioco, fino allo stremo.

    ha scritto il 

  • 4

    Non è una recensione, ma una riflessione.
    Non riesco a capire se "La vita agra" sia o no un romanzo attuale. Davvero, non ci riesco.
    Adesso che il miracolo italiano ha prodotto i suoi terribili frutti ...continua

    Non è una recensione, ma una riflessione.
    Non riesco a capire se "La vita agra" sia o no un romanzo attuale. Davvero, non ci riesco.
    Adesso che il miracolo italiano ha prodotto i suoi terribili frutti, e che l'illusione del benessere è rovinosamente crollata.
    Adesso che tutti gli operai hanno figli dottori che non trovano lavoro.
    Adesso che i figli dottori dei dottori fuggono all'estero con i propri cervelli, vomitando bile sul proprio Paese.
    Adesso che la rivoluzione sembra a portata di ogni click, ma nessuno ha le idee chiare su cosa vuole dalla Società, e infatti nel portafoglio l'unica tessera che abbiamo è quella del supermercato.
    Adesso, soprattutto, che il lavoro "senza la mutua" è la regola, e che al concorso per 800 cancellieri si presentano 800.000 laureati, eppure ci sono giovani avvocatesse che – nel timore di cosa sarà la propria vita all'uscita dal regime dei minimi - sbavano davanti al pc leggendo articoletti malscritti di giornale titolati "mi sono licenziato per viaggiare in tutto il mondo, scoprendo che posso fare di una passione il mio lavoro" [ogni riferimento a fatti, persone, ecc..è puramente casuale].
    Che tutto sembra precario, volatile..
    Eppure.
    Abbiamo ereditato dai nostri genitori un senso del dovere che ci impone di "tirare la carretta" quotidianamente, senza avere un concreto motivo per farlo. Non avremo figli, non avremo pensione, non avremo una casa di proprietà, forse nemmeno un'auto. Però sappiamo che questi dovrebbero essere i nostri desideri, perché non sappiamo immaginare altro.
    Anche il dottore figlio di dottori "emigrato" con valigia (non più di cartone) sentirà – scavallati i trent'anni – un vuoto nella propria vita. Anche il contestatore degli anni del Liceo metterà su casa, si taglierà i capelli, e andrà al lavoro in auto. Un'auto di proprietà, di cui si vanterà con gli amici.
    C'è chi soffrirà, e chi interpreterà il proprio ruolo sociale con disinvoltura. Come a teatro: ci sono gli attori nati, e quelli che hanno l'attacco di panico dietro le quinte.
    E quindi sì, in fondo "La vita agra" è attuale: dovrebbero distribuirne una copia a ciascuno, il primo giorno di lavoro. Dovrebbero dirci che un altro modo di vivere è possibile, che la vita è adesso, che a molti bisogni si può (si deve!) saper rinunciare, che si deve stare con gli altri, che si inizia ad invecchiare quando si scuote la testa davanti a due ragazzi che si baciano in mezzo alla strada, si alzano gli occhi al cielo vedendo un adulto che ride sguaiatamente davanti a un cartone animato, si commuove guardando un film, si stupisce davanti a un paesaggio nuovo. Si invecchia quando cominciamo a dire che non abbiamo più l'età per fare certe cose, senza chiederci se ne abbiamo voglia o no.
    Postilla.
    Ho letto questo libro in autobus, nei miei quotidiani tragitti casa - lavoro. Guardandomi intorno, poche "segretariette": adesso l'auto ce l'hanno tutti, non solo i padroni ma anche le "segretariette", e sui mezzi ci siamo io, qualche turista, adolescenti, anziani brontoloni e tanti ragazzi stranieri (vicino a casa mia c'è un centro di accoglienza). Siamo l'un l'altro estranei, e vogliamo rimanere tali. Ognuno nella propria bolla.
    Scesa dall'autobus, un giovanissimo ragazzo africano mi ha chiesto un'informazione. Ci ho fatto un pezzo di strada a piedi. Mi ha detto che si chiama Mahmud e viene dalla Costa d'Avorio, che ha venti anni, ed è arrivato dal mare. Io gli ho detto che ho 34 anni, che mi sono sposata da poco. Ci siamo salutati, e poi ognuno è andato per la sua strada.
    Poche cose, ma la bolla si è scalfita, e sono tornata a casa felice.

    ha scritto il 

  • 4

    Bello e incredibilmente attuale. Pubblicato negli anni 60 descrive una società dedita al lavoro, schiava di bisogni effimeri, dedita al consumismo e quindi, come in un circolo vizioso, al lavoro. Più ...continua

    Bello e incredibilmente attuale. Pubblicato negli anni 60 descrive una società dedita al lavoro, schiava di bisogni effimeri, dedita al consumismo e quindi, come in un circolo vizioso, al lavoro. Più lavoriamo più spendiamo, più spendiamo più dobbiamo lavorare... vi ricorda niente? Che differenza c'è tra ieri e oggi? Anzi, se possibile la situazione è addirittura peggiorata. E il protagonista autore, conscio dell'assurdità della vita che vive, vorrebbe compiere un gesto tragico ma reazionario. ma è talmente inevitabilmente soggiogato dal ripetersi sempre uguale dei suoi giorni, talmente abituato a lavorare lavorare lavorare... da perdere la sua vita così, senza mai conquistare la libertà.
    "Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha"..... un monito a tutti noi. Siamo in grado di svegliarci da questo torpore e cambiare le cose?

    ha scritto il 

  • 4

    Ingredienti: la rabbia di un anarchico trasferitosi a Milano con propositi di vendetta sociale, la trasformazione di una città immersa e sommersa dal “miracolo italiano”, una mente critica verso il pr ...continua

    Ingredienti: la rabbia di un anarchico trasferitosi a Milano con propositi di vendetta sociale, la trasformazione di una città immersa e sommersa dal “miracolo italiano”, una mente critica verso il progresso e la modernità, uno spirito libero costretto ad adattarsi al sistema per sopravvivere.
    Consigliato: a chi cerca un ritratto fedele e spietato dell’Italia di 50 anni fa, a chi si mantiene in equilibrio precario tra conformismo e ribellione.

    ha scritto il 

  • 4

    Ho visto un re

    Dai dai, conta su...ah be, sì be....
    - Ho visto un re.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un re!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Un re che piangeva seduto sulla sella
    piangeva tante lacrime, ma tante che
    bagnav ...continua

    Dai dai, conta su...ah be, sì be....
    - Ho visto un re.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un re!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Un re che piangeva seduto sulla sella
    piangeva tante lacrime, ma tante che
    bagnava anche il cavallo!
    - Povero re!
    - E povero anche il cavallo!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - è l'imperatore che gli ha portato via
    un bel castello...
    - Ohi che baloss!
    - ...di trentadue che lui ne ha.
    - Povero re!
    - E povero anche il cavallo!
    - Ah, beh; sì, beh.
    - Ho visto un vesc...
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un vescovo!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Anche lui, lui, piangeva, faceva
    un gran baccano, mordeva anche una mano.
    - La mano di chi?
    - La mano del sacrestano!
    - Povero vescovo!
    - E povero anche il sacrista!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - e` il cardinale che gli ha portato via
    un'abbazia...
    - Oh poer crist!
    - ...di trentadue che lui ce ne ha.
    - Povero vescovo!
    - E povero anche il sacrista!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ho visto un ric...
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Ha visto un ricco! Un sciur!
    - S'...Ah, beh; si`, beh.
    - Il tapino lacrimava su un calice di vino
    ed ogni go, ed ogni goccia andava...
    - Deren't al vin?
    - Si`, che tutto l'annacquava!
    - Pover tapin!
    - E povero anche il vin!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Il vescovo, il re, l'imperatore
    l'han mezzo rovinato
    gli han portato via
    tre case e un caseggiato
    di trentadue che lui ce ne ha.
    - Pover tapin!
    - E povero anche il vin!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ho vist un villan.
    - Sa l'ha vist cus'e`?
    - Un contadino!
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Il vescovo, il re, il ricco, l'imperatore,
    persino il cardinale, l'han mezzo rovinato
    gli han portato via:
    la casa
    il cascinale
    la mucca
    il violino
    la scatola di kaki
    la radio a transistor
    i dischi di Little Tony
    la moglie!
    - E po`, cus'e`?
    - Un figlio militare
    gli hanno ammazzato anche il maiale...
    - Pover purscel!
    - Nel senso del maiale...
    - Ah, beh; si`, beh.
    - Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava!
    Ah! Ah! Ah!
    - Ma sa l'e`, matt?
    - No!
    - Il fatto e` che noi villan...
    Noi villan...
    E sempre allegri bisogna stare
    che il nostro piangere fa male al re
    fa male al ricco e al cardinale
    diventan tristi se noi piangiam,
    e sempre allegri bisogna stare
    che il nostro piangere fa male al re
    fa male al ricco e al cardinale
    diventan tristi se noi piangiam!

    ha scritto il 

  • 4

    Sì, ma quel sottile strato di polvere...

    La scrittura è sopraffina. Elegante, scorrevole, impreziosita da forme e vocaboli (spesso toscaneggianti) che il nostro uso quotidiano (e anche la nostra narrativa) va facendo cadere impoverendosi e i ...continua

    La scrittura è sopraffina. Elegante, scorrevole, impreziosita da forme e vocaboli (spesso toscaneggianti) che il nostro uso quotidiano (e anche la nostra narrativa) va facendo cadere impoverendosi e imbarbarendosi con crescente rapidità.
    Anche il tema del libro, che si cala nella Milano degli anni a cavallo tra i ’50 e i primi ’60 del secolo scorso descrivendo l’altra faccia di quelli che furono definiti gli anni del boom, quella più amara, del prezzo che fu pagato per la conquista di quel progresso aprendoci gli occhi sulle storture sulle quali veniva costruito, è di nuovo oggi (specialmente oggi) straordinariamente attuale.
    Tutto molto bello. Tuttavia non riesco a considerarlo un capolavoro. E’ come se un sottile velo di polvere si sia depositato su quelle pagine e non ci sia modo di spazzarlo via.
    E poi come il protagonista-narratore che alla fine si perde nel suo tentativo di sopravvivere in questa Milano grigia, fumosa, perennemente umida, indifferente e ostile, soffocata dalla fretta e dalla morsa della grana (quella che bisognerà pur fare) e il danè (quello che bisogna sempre sborsare), nella quale era giunto per compiere un atto eroico e rivoluzionario, vendicativo in onore dei morti nel disastro della miniera toscana di Ribolla del ’54, vittime sacrificali di quella logica del profitto che ancora oggi genera martiri del lavoro, anche il lettore (almeno io) si perde un po’ in questo smarrimento di orizzonti, che domina tutta la seconda parte del libro, quella che descrive (con grande efficacia, questo certamente) la vita quotidiana, ripetitiva, strascicata e certamente “agra” del personaggio narrante, rendendo il romanzo un po’sbilanciato rispetto al suo più scoppiettante inizio.

    Ma in che cosa consiste quella polvere di cui parlavo, se il centro della narrazione punta a queste verità ancora così attuali ?
    Non saprei rispondere con certezza, però è la stessa che mi sembra di trovare in altri scrittori italiani della stessa epoca che pure ammiro, Fenoglio, tanto per fare un esempio. E che non trovo in Calvino, in Primo Levi, nella Ortese del Cardillo o di Toledo, nel Buzzati del Deserto dei tartari. Forse è un respiro più ampio, slegato da un tempo e da uno spazio ristretto e rinchiuso nella contemplazione di se stesso, quel vento che permette all’aria di circolare rendendo ancora attuale e vivo il libro e non solo il suo tema principale. Quello che ci permette di rileggerlo e di ritrovarlo un romanzo nuovo, un altro libro rispetto a quello che avevamo già letto dieci o venti o trent’anni prima.

    Non credo che rileggerò mai La Vita agra. Credo mi abbia dato tutto quello che mi potesse dare. Forse è questo.
    O forse anche no.

    ha scritto il 

  • 4

    Così ho finalmente appreso l’etimologia di Brera o, meglio della Braidense (da Braida, campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina), grazie al toscanissimo Bianciardi, che nella zona milanese di Br ...continua

    Così ho finalmente appreso l’etimologia di Brera o, meglio della Braidense (da Braida, campus vel ager suburbanus in Gallia Cisalpina), grazie al toscanissimo Bianciardi, che nella zona milanese di Brera ha iniziato la sua avventura milanese. Brera come era negli anni’ 50, non il quartiere artefatto e iper-modaiolo di oggi, ma area realmente ‘alternativa’, frequentata da giovani di belle (si fa per dire) speranze, artisti e spiantati vari, provenienti da ogni regione d’Italia, che consumavano le loro serate fra trani e crote peimunteise e i loro giorni in cerca di fortuna nella metropoli del primo dopoguerra. E quello che nel romanzo è il bar delle Antille non è altro che il celeberrimo Jamaica.
    Raccontando Milano Bianciardi racconta il ‘miracolo economico’, ma soprattutto i suoi costi sociali e umani. La descrizione della città, e dei suoi abitanti, è impietosa. Quello che colpisce, a più di mezzo secolo dalla data di pubblicazione del romanzo, è che le differenze con l’oggi sono solo apparenti. Non c’era la metropolitana, ma il tram con il bigliettaio (‘avanti c’è posto’), c’era ancora la pausa pranzo e non l’orario continuato e l’apertura degli esercizi commerciali h 24 sette giorni su sette, ma c’era la nebbia e l’inquinamento, la fretta costante (per andare dove?), la sete di guadagno, il lavoro che non si chiamava ‘precario’ ma lo era di fatto, i supermercati e la creazione (imposizione) di bisogni fittizi, il centro con le sue ragazze patinate e irraggiungibili e il degrado delle periferie o semi-periferie. Leggendo queste pagine si trovano le premesse del presente che, appare evidente, non poteva essere diverso. Bianciardi non ha certo amato Milano, ma chi può dargli torto? La vita che racconta, la sua e di altre persone del suo mondo, è stata veramente ‘agra’, in una città se non proprio cattiva, certo indifferente e sfruttatrice.
    Un libro formidabile, assolutamente da leggere. Non l’avevo fatto a suo tempo e sono contenta di avere colmato ora questa lacuna.

    ha scritto il 

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