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La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1671)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    La Vita Agra è stato scritto all'inizio degli anni '60. Un intellettuale, sconvolto dalla tragedia di Ribolla (incidente accaduto in una miniera del Grossetano in cui persero la vita una quarantina di ...continua

    La Vita Agra è stato scritto all'inizio degli anni '60. Un intellettuale, sconvolto dalla tragedia di Ribolla (incidente accaduto in una miniera del Grossetano in cui persero la vita una quarantina di minatori) decide di andare a Milano per far esplodere il "toracchione" centro direzionale e causa della tragedia. Una volta a Milano però il protagonista vede spegnersi sempre di più le possibilità di fare qualcosa, anche solo semplicemente riportare l'attenzione del pubblico sul fatto. Inanella così tutta una serie di delusioni, prima dal partito, poi dal lavoro e dalla società, se non anche dall'umanità stessa. Non riesce a trovare l'armonia nella grande città dove le persone sono ridotte ad ectoplasmi, alieni. Così comincia ad arrabattarsi in qualche modo, tra lavoro, amore, padroni di casa, spese quotidiane. All'inizio l'impatto è forte e si prova una grande antipatia per la voce narrante, bisogna dire che il romanzo è autobiografico (un lettore informato sulla vita di Bianciardi sarà anche più agile a trovare tutti i riferimenti che semina tra le pagine), ma procedendo con la lettura e abituandosi un po' al personaggio, non si può che adottare una profonda indulgenza nei suoi confronti. E' un libro molto ricco, linguisticamente parlando, ricco di monologhi interiori, divagazioni, giochi linguistici in cui il significante assume forme magari scorrette per diventare anch'esso significato. Pian piano si arriva anche ad apprezzare e cogliere l'ironia e a goderne. Bianciardi insomma fa un ritratto della grande città del nord immersa e promulgatrice del boom economico, vista dagli occhi ingenui e idealisti di un intellettuale di provincia. Forse se l'avessi letto qualche anno fa mi avrebbe sorpresa di più, perché agra mi ci sento anch'io; ma credo Bianciardi fosse davvero avanti e un libro come questo non dovrebbe cadere nel dimenticaio ma anzi essere fortemente promosso. p.s durante la lettura più di una volta mi è venuta in mente la canzone dei Baustelle "Un romantico a Milano" chissà se Bianconi ha letto Bianciardi.

    ha scritto il 

  • 4

    Un intellettuale a Milano che si crede anarchico e bombarolo, ma si sbaglia

    Questo libro l'ho letto più che come "romanzo" -in pratica non ha una trama - come un diario di vita, iniziato e finito in un ristretto lasso di tempo. Si capisce dove e quando inizia e forse anche pe ...continua

    Questo libro l'ho letto più che come "romanzo" -in pratica non ha una trama - come un diario di vita, iniziato e finito in un ristretto lasso di tempo. Si capisce dove e quando inizia e forse anche perché, ma non si capisce come va a finire. Anzi sì, finisce che il protagonista si fa una bella dormita, alla faccia di noialtri, lasciandoci con l'agro in bocca! Un romanzo senza senso, in questo senso. Racconta appunto un tratto di vita di un'intellettuale di provincia, il quale, rimasto profondamente colpito dallo scoppio di una miniera del suo paese dove morirono molti operai, si autoconvince che bisogna vendicarsi dei padroni. Per questo abbandona la famiglia e decide di trasferirsi a Milano, sede della direzione e di far saltare "il torracchione", cioè il palazzo dell'amministrazione. Ma tutto andrà diversamente in un modo che gli renderà appunto la "vita agra", che è dir poco. Il racconto mi è piaciuto perché storicamente inserito in un periodo importante della storia italiana, un periodo di trasformazione che ha dato a molti l'illusione di crescere, di essere liberi di crescere e autodeterminare il proprio destino di cittadini, grazie anche allo sviluppo industriale e culturale. Dopo però sono venute le disillusioni, il terrorismo, la decadenza delle istituzioni, il tutto condito con quelle "antilingue" burocratese, politichese, aziendalese che hanno stancato tutti, salvo poi a ritrovarsi nella palude sinistrese e destrese attuale. Poco importa la inconcludente ossessione del protagonista, quella agritudine fa il paio con l'insipienza (o percezione di impotenza?) dei nostri giorni (socialmente parlando intendo). Anche la scrittura di Bianciardi offre spunti interessanti, immersa come è nei meandri della lingua italiana, una lingua mai ben amalgamata, mai diventata veramente nazionale e tuttavia ricca di significati e sfumature che la rendono così malleabile e caratteristica in ogni regione. Dal libro fu tratto un film interpretato da Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli.

    ha scritto il 

  • 3

    Ma di che parla Bianciardi?

    Racconta di sé? Fa critica sociale?

    Lo stile è stato il principale motivo di interesse: affatto minimalista, ricco di toscanismi, inglesismi e neologismi; a leggerlo a voce alta è brillante, sonoro. E ...continua

    Racconta di sé? Fa critica sociale?

    Lo stile è stato il principale motivo di interesse: affatto minimalista, ricco di toscanismi, inglesismi e neologismi; a leggerlo a voce alta è brillante, sonoro. Eppure cristallino, lucido.

    Durante la lettura mi è stato naturale accostare l'autore al personaggio, visti i molti parallelismi tra biografia e racconto. L'autore era stato molto impegnato, almeno fino al grande e inaspettato successo di La vita agra: attivista, giornalista, scrittore. Non ho ben capito quando sia cominciata la parabola discendente, ma credo che l'autore l'abbia sentita arrivare, e abbia trasferito nel romanzo i suoi timori più profondi, come spesso accade. Il timore di non riuscire a farsi capire e accettare; il timore di non riuscire ad affrontare la gente, la strada, il pubblico, il successo, la sconfitta; il timore di non poter far altro che chiudersi in una cella e lasciarsi morire.

    La critica sociale è sullo sfondo, nient'altro che Marcuse for Dummies senza alcuna originalità; secondo me sta lì perché si confà al personaggio. In primo piano c'è l'angoscia dell'autore/personaggio, con una buona dose di sarcasmo (da sarkazein, lacerare la carne).

    Per questo genere di storie ho allergia, per cui sono rimasto, come Tittirossa, "empaticamente estraneo al personaggio per tutta la lunghezza del romanzo".
    Ovvero, mi sono annoiato un po'.

    A seguire, il nucleo della vecchia versione del commento, in cui sostengo che il romanzo possa essere letto come "sberleffo agli intellettuali inetti". Può essere, ma non credo fosse intenzionale.

    Per come la vedo io, a considerare La vita agra un dolente j'accuse alla Civiltà Capitalista che sbrana e digerisce validi intellettuali, non si fa un gran favore al romanzo e al suo autore. Questo romanzo è (anche) uno sberleffo a certi intellettuali puri quanto inconcludenti. Difatti Bianciardi insiste molto su alcune assurde ossessioni del protagonista e lo mette alla berlina con ironia molto sottile (troppo?). Il romanzo parte con una erudita digressione sull'etimo di "braida", lo vedrà sognare di comunità fondate sul sesso, raccontare a tutti di protocolli ed escatocolli nei momenti più improbabili e lottare contro le sue acerrime nemiche: le "segretarie secche" che gli criticano l'eccessiva libertà nelle traduzioni (a ragione).
    E proprio sul finale, lo vediamo soccombere simbolicamente alle segretarie secche, quando traduce "the soft blob of light plopped and burst on the open page" in "la morbida bolla di luce gocciò e si ruppe sulla pagina aperta". La parabola è compiuta.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Il miracolo che uccide

    Breve e doloroso romanzo di Bianciardi, in cui la vicenda autobiografica permea da ogni parola. Partito dal Grossetano, colpito dalla tragedia della miniera di Ribolla, il protagonista agogna una vend ...continua

    Breve e doloroso romanzo di Bianciardi, in cui la vicenda autobiografica permea da ogni parola. Partito dal Grossetano, colpito dalla tragedia della miniera di Ribolla, il protagonista agogna una vendetta socialista contro il palazzo del capitale, ma finisce stritolato dalla città anonima e avara, oppresso dal bisogno di denaro e barricato in una relazione extra-maritale che diviene il suo unico mondo. Bianciardi è il controcanto alle meraviglie del "miracolo italiano" che cresce sulle sofferenze e sui corpi degli ultimi masticati e sputati dal capitalismo di Milano. Le pagine divagano spesso raccontando vicende a prima vista distanti e menzionando personaggi difficili da identificare, da Feltrinelli a Aristarco, in un crescendo di alienazione e disadattamento sociale che ancora oggi colpisce al cuore il mito della crescita economica.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi sono specchiata in queste pagine di vita scomoda, sofferta.
    Ero prossima alla nascita quando Bianciardi scrisse questo libro eppure, a distanza temporale, ho vissuto gli stessi disagi; quelli della ...continua

    Mi sono specchiata in queste pagine di vita scomoda, sofferta.
    Ero prossima alla nascita quando Bianciardi scrisse questo libro eppure, a distanza temporale, ho vissuto gli stessi disagi; quelli della pecora nera che pelo non vuole cambiare in mezzo ad un gregge di un bianco accecante.

    ha scritto il 

  • 4

    Parte molto bene ma poi si perde un po' per strada questo "La Vita Agra", un po' come il suo io narrante, che sbarca a Milano per vendicare la morte di 43 minatori e poi finisce per lasciarsi scivolar ...continua

    Parte molto bene ma poi si perde un po' per strada questo "La Vita Agra", un po' come il suo io narrante, che sbarca a Milano per vendicare la morte di 43 minatori e poi finisce per lasciarsi scivolare nella routine della vita del traduttore professionista ed i suoi problemi economici.

    Le cose migliori sono lo stile di scrittura, sempre un po' di traverso, come se scrivesse di fianco al blocco di carta, e le disgressioni in cui l'autore ogni tanto si lancia, osservando il mondo intorno a sé. Fantastico il suo parallelo tra il mondo del lavoro e il gioco del calcio, chi marca a zona e chi marca a uomo. Ma soprattutto colpisce l'incredibile visione profetica di uno scrittore che ha saputo guardare prima degli altri o comunque di molti altri, dove sarebbe andata a finire l'Italia del boom, denunciando al tempo stesso la vacuità che si celava dietro la patina di benessere e quella del messaggio del PCI Togliattiano.

    Un libro non perfetto ma ancora moderno, indispensabile per capire la storia di chi quegli anni li ha vissuti e che regala anche parecchie pagine di puro piacere.

    ha scritto il 

  • 5

    Io mi oppongo. All'imperativo della produttività e dell'efficienza che divora la vita e ciò che di più bello porta con sè come la convivialità, la solidarietà, la propria umanità.

    Dopo lo scoppio dell ...continua

    Io mi oppongo. All'imperativo della produttività e dell'efficienza che divora la vita e ciò che di più bello porta con sè come la convivialità, la solidarietà, la propria umanità.

    Dopo lo scoppio della miniera di Ribolla nel '54, l'anarchico Bianciardi va a Milano in cerca di vendetta: il suo scopo è far saltare il Pirellone, dove si trova la sede dell'impresa mineraria. Occhio per occhio.
    Ma Milano con la sua vita, il boom economico, la mentalità lavorativa, lentamente ingloba, irretisce, costringe al consumo, all'ignobile posto di lavoro, alla schiavitù, alla resa.

    Bianciardi nell'italietta degli anni '60 non vede nessun miracolo, economico o meno, perchè i miracoli veri "sono quando si moltiplicano i pani i pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve".

    Bianciardi è un critico del consumismo ante litteram, la sua voce un'opposizione netta al capitalismo individualista e divoratore di anime, il suo grido un inno alla rivolta e all'opposizione attiva.

    "La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine. Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi,e anzi a rininziare a quelli che ha".

    "Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, il bidet e l'acqua calda.
    A tutti. Purchè tutti lavorino, purchè siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
    Io mi oppongo."

    Fra l'altro Bianciardi è anche uomo di vasta cultura e notevoli dote letterarie.

    ha scritto il 

  • 3

    Come sempre quando un romanzo mi delude, la mia frustrazione aumenta esponenzialmente se invece a molti altri è piaciuto, perché mi irrita il fatto di non averlo forse capito, di non aver colto quello ...continua

    Come sempre quando un romanzo mi delude, la mia frustrazione aumenta esponenzialmente se invece a molti altri è piaciuto, perché mi irrita il fatto di non averlo forse capito, di non aver colto quello che agli altri è piaciuto così tanto. Chissà, magari tra qualche anno proverò a dargli una seconda possibilità. Per ora mi accontento di averlo finalmente letto, visto che era mi incuriosiva da parecchio, e forse quest’attesa ha anche fomentato un’aspettativa ingiustificata.

    http://www.naufragio.it/iltempodileggere/18187

    ha scritto il 

  • 0

    Splendida critica (fortemente autobiografica), in pieno boom economico, alla spersonalizzazione ed atomizzazione dei rapporti tra le persone nella grande città. Da una parte la voglia di distruggere ...continua

    Splendida critica (fortemente autobiografica), in pieno boom economico, alla spersonalizzazione ed atomizzazione dei rapporti tra le persone nella grande città. Da una parte la voglia di distruggere tutto con un nihilismo di altri tempi e dall’altra il desiderio di poter far parte di un “tran tran” tranquillizzante dove affetti, amore e vita quotidiana possono contribuire alla realizzazione delle personalità dell’uomo.
    Una rabbia che discende da un episodio in particolare, l’incidente alla miniera di Ribolla con 43 morti e che si lega alla condizione spersonalizzante del “nuovo lavoro” d’ufficio. Una rabbia che non trova pace né nell’impegno politico né in quello intellettuale, entrambi rifuggiti dal protagonista, ma solo nella dolcezza del rapporto attraversato dalle mille ansie dei problemi quotidiani con Anna.
    La vita è agra lassù (Milano) dice ad un certo punto il protagonista a dimostrazione della proletarizzazione diffusa in atto in quegli anni. Quasi neorealista fa il paio con le coraggiose denunce di intellettuali di prestigio, da Visconti a Pasolini, che descrivono antieroi moderni e ricchi di sentimenti umani.

    ha scritto il 

  • 4

    Io mi oppongo

    Ci sono grandi idee. Come quella di far saltare in aria il coperchione del Potere. E ci sono le mille difficoltà che la vita ti regala. Ombre sgradevoli sempre presenti. Ombre senza volto e senza cuor ...continua

    Ci sono grandi idee. Come quella di far saltare in aria il coperchione del Potere. E ci sono le mille difficoltà che la vita ti regala. Ombre sgradevoli sempre presenti. Ombre senza volto e senza cuore. Ombre che possono scaricarti in ogni momento perché tu non sei alle dipendenze, sei libero e devi pagare. Ombre che ti negano le cure perché te mica ce l’hai l’assistenza sanitaria. Sei libero? Devi pagare. Ombre che ti costringono a ordinare mezze porzioni perché sei libero e un pasto intero te lo puoi scordare. Ombre che devi inseguire nonostante la rabbia perché sono loro che ti concedono di lavorare, di sopravvivere. Ombre che devi sopportare per non morire. Fin che ce la fai.
    E poi c’è l’umanità. L’altra. Quella che incontri sul tram. Quella fatta di facce da ragioniere con i baffetti e la camicia bianca, gli occhi stanchi di sonno già alle otto del mattino. Quella fatta di facce da casalinga, facce disfatte dirette al mercato lontano perché si risparmia un po' di dané. E quella fatta di facce da “dattilografetta con le gambette secche”, la faccia smunta, “color del verme peloso che striscia sulle foglie dei platani”. L’umanità che ti è di fronte e non ti vede, che non distingui perché è tutta uguale.
    L’umanità che davanti a un ubriaco morto sul marciapiede si scansa un po’ per non pestarlo.
    Quel prossimo che si ricorda di te solo se devi pagare. Quel prossimo che chiede toglie e se ne va. Il prossimo che ti guarda opaco appena prendi un calcio in culo e sa soltanto pensare “meno male che non è toccato a me”. Lo stesso prossimo disposto a tutto per ottenere il miracolo promesso, prossimo disposto anche a far polvere, a calpestare il suo vicino, a “tafanarsi”. Perché i miracoli si pagano anche se nessuno te l’ha detto.
    Ma i miracoli veri non si pagano, i miracoli veri “ sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve”.
    Allora, in un mondo di servi lo spirito libero non può far altro che dire: “Io mi oppongo”. Perché la rivoluzione comincia da dentro. Inizia quando s’impara rimanere immobili, a non collaborare, non produrre, a non crearsi bisogni nuovi, a rinunciare a quelli che si hanno.
    Lo spirito libero non può che rimanere ai margini, guardare il mondo falsato dalla nebbia che scende scolorando qualsiasi abbozzo d’emozione.
    Rimangono il grigiore, la rabbia, l’amarezza. Rimangono una risata dissacrante, una parola irriverente, una battuta iconoclasta. Rimane forte la voglia di sognare, di poter sognare ancora. E rimane, forse, il rimorso per non aver avuto quel poco di coraggio in più.

    P.S. Negli anni Cinquanta, Luciano Bianciardi, direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto, creò il Bibliobus, un furgone carico di libri della Biblioteca che viaggiando per la campagna grossetana raggiungeva anche i paesi più isolati.

    ha scritto il 

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