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La vita agra

Di

Editore: Rizzoli

4.3
(1644)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 220 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Esperanto , Spagnolo

Isbn-10: A000172805 | Data di pubblicazione:  | Edizione 2

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , Political

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Descrizione del libro
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  • 3

    Come sempre quando un romanzo mi delude, la mia frustrazione aumenta esponenzialmente se invece a molti altri è piaciuto, perché mi irrita il fatto di non averlo forse capito, di non aver colto quello ...continua

    Come sempre quando un romanzo mi delude, la mia frustrazione aumenta esponenzialmente se invece a molti altri è piaciuto, perché mi irrita il fatto di non averlo forse capito, di non aver colto quello che agli altri è piaciuto così tanto. Chissà, magari tra qualche anno proverò a dargli una seconda possibilità. Per ora mi accontento di averlo finalmente letto, visto che era mi incuriosiva da parecchio, e forse quest’attesa ha anche fomentato un’aspettativa ingiustificata.

    http://www.naufragio.it/iltempodileggere/18187

    ha scritto il 

  • 0

    Splendida critica (fortemente autobiografica), in pieno boom economico, alla spersonalizzazione ed atomizzazione dei rapporti tra le persone nella grande città. Da una parte la voglia di distruggere ...continua

    Splendida critica (fortemente autobiografica), in pieno boom economico, alla spersonalizzazione ed atomizzazione dei rapporti tra le persone nella grande città. Da una parte la voglia di distruggere tutto con un nihilismo di altri tempi e dall’altra il desiderio di poter far parte di un “tran tran” tranquillizzante dove affetti, amore e vita quotidiana possono contribuire alla realizzazione delle personalità dell’uomo.
    Una rabbia che discende da un episodio in particolare, l’incidente alla miniera di Ribolla con 43 morti e che si lega alla condizione spersonalizzante del “nuovo lavoro” d’ufficio. Una rabbia che non trova pace né nell’impegno politico né in quello intellettuale, entrambi rifuggiti dal protagonista, ma solo nella dolcezza del rapporto attraversato dalle mille ansie dei problemi quotidiani con Anna.
    La vita è agra lassù (Milano) dice ad un certo punto il protagonista a dimostrazione della proletarizzazione diffusa in atto in quegli anni. Quasi neorealista fa il paio con le coraggiose denunce di intellettuali di prestigio, da Visconti a Pasolini, che descrivono antieroi moderni e ricchi di sentimenti umani.

    ha scritto il 

  • 4

    Io mi oppongo

    Ci sono grandi idee. Come quella di far saltare in aria il coperchione del Potere. E ci sono le mille difficoltà che la vita ti regala. Ombre sgradevoli sempre presenti. Ombre senza volto e senza cuor ...continua

    Ci sono grandi idee. Come quella di far saltare in aria il coperchione del Potere. E ci sono le mille difficoltà che la vita ti regala. Ombre sgradevoli sempre presenti. Ombre senza volto e senza cuore. Ombre che possono scaricarti in ogni momento perché tu non sei alle dipendenze, sei libero e devi pagare. Ombre che ti negano le cure perché te mica ce l’hai l’assistenza sanitaria. Sei libero? Devi pagare. Ombre che ti costringono a ordinare mezze porzioni perché sei libero e un pasto intero te lo puoi scordare. Ombre che devi inseguire nonostante la rabbia perché sono loro che ti concedono di lavorare, di sopravvivere. Ombre che devi sopportare per non morire. Fin che ce la fai.
    E poi c’è l’umanità. L’altra. Quella che incontri sul tram. Quella fatta di facce da ragioniere con i baffetti e la camicia bianca, gli occhi stanchi di sonno già alle otto del mattino. Quella fatta di facce da casalinga, facce disfatte dirette al mercato lontano perché si risparmia un po' di dané. E quella fatta di facce da “dattilografetta con le gambette secche”, la faccia smunta, “color del verme peloso che striscia sulle foglie dei platani”. L’umanità che ti è di fronte e non ti vede, che non distingui perché è tutta uguale.
    L’umanità che davanti a un ubriaco morto sul marciapiede si scansa un po’ per non pestarlo.
    Quel prossimo che si ricorda di te solo se devi pagare. Quel prossimo che chiede toglie e se ne va. Il prossimo che ti guarda opaco appena prendi un calcio in culo e sa soltanto pensare “meno male che non è toccato a me”. Lo stesso prossimo disposto a tutto per ottenere il miracolo promesso, prossimo disposto anche a far polvere, a calpestare il suo vicino, a “tafanarsi”. Perché i miracoli si pagano anche se nessuno te l’ha detto.
    Ma i miracoli veri non si pagano, i miracoli veri “ sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve”.
    Allora, in un mondo di servi lo spirito libero non può far altro che dire: “Io mi oppongo”. Perché la rivoluzione comincia da dentro. Inizia quando s’impara rimanere immobili, a non collaborare, non produrre, a non crearsi bisogni nuovi, a rinunciare a quelli che si hanno.
    Lo spirito libero non può che rimanere ai margini, guardare il mondo falsato dalla nebbia che scende scolorando qualsiasi abbozzo d’emozione.
    Rimangono il grigiore, la rabbia, l’amarezza. Rimangono una risata dissacrante, una parola irriverente, una battuta iconoclasta. Rimane forte la voglia di sognare, di poter sognare ancora. E rimane, forse, il rimorso per non aver avuto quel poco di coraggio in più.

    P.S. Negli anni Cinquanta, Luciano Bianciardi, direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto, creò il Bibliobus, un furgone carico di libri della Biblioteca che viaggiando per la campagna grossetana raggiungeva anche i paesi più isolati.

    ha scritto il 

  • 5

    “La vita agra” è un romanzo che ha avuto un destino che, a tutt'oggi, non finisce di stupire. Pubblicato nel 1962 e ambientato e calato come esso è nella Milano anni '60, quelli del boom economico, “L ...continua

    “La vita agra” è un romanzo che ha avuto un destino che, a tutt'oggi, non finisce di stupire. Pubblicato nel 1962 e ambientato e calato come esso è nella Milano anni '60, quelli del boom economico, “La vita agra”, finiti quegli anni, sarebbe potuto presto risultare un romanzo datato, al più testimonianza retrospettiva di quel momento. E, invece, esso ha continuato e continua ad essere non solo attualissimo ma di una freschezza e di una forza espressiva tali da renderlo ancora assolutamente vivo e vitale come conferma anche il fatto che se ne continuano a fare nuove edizioni e ristampe. Il merito di questa “eterna giovinezza” de “La vita agra” è stato in primo luogo attribuito all'incredibile capacità profetica di Bianciardi che è riuscito, raccontandoci quel periodo e quel mondo, non solo a darcene la fotografia ma a coglierne, in modo premonitore, le ricadute e gli sviluppi che avrebbe avuto e di cui oggi vediamo appieno le conseguenze. In questo senso potremmo sinteticamente dire che nel mettere a nudo quella vita integrata, propria della società di massa, che si stava instaurando in quegli anni, Bianciardi aveva visto già allora come essa desse luogo nient'altro che a una vita ingrata le cui amarezze la riducono infine a quella “vita agra” che il protagonista del romanzo, così come Bianciardi nella sua propria vita, sperimenteranno. Ma la bellezza e l' intatta capacità di coinvolgimento di questo romanzo, vanno, a mio modo di vedere, oltre questa sua dirompente carica di denuncia, vera allora come oggi, oltre quella preveggenza, in esso contenuta, dei mali della nostra contemporaneità, risiedendo ancor più in quella sorta di capovolgimento delle cose che in esso si realizza e che ne contraddistingue la sua originalità. Ne “La vita agra” accade infatti che la realtà, smascherata in tutto il suo non senso, ci appare talmente assurda da diventare grottescamente irreale e, per contro, la vita del protagonista-narratore, eternamente fuori dalla realtà, ci appare invece autenticamente vera e reale, assai più umanamente vera di quella realtà nella quale essa è costretta a stare e a svolgersi. Questo sovvertimento di prospettiva dà luogo alla creazione di un microcosmo esistenziale che si fa mondo a sé. Quasi una favola, amara e spietata, che pur svolgendosi nel reale lo supera, essendo, come essa è, suscitata dalla vita e immersa, fino in fondo, nella vita del suo protagonista. Quello che come lettori ci appassiona e ci rende partecipi diventa infatti quella sorta di epopea che, per il protagonista-narratore, sarà il suo stare al mondo, quel suo mettersi a nudo tra illusioni e disillusioni, quel suo dover vivere tra le miserie della vita quotidiana avendo in animo invece rivoluzioni ed utopie, quel suo essere animato da slanci e ideali di cui constata che non gliene frega più niente a nessuno, quel suo guardarsi intorno e rendersi conto che il mondo va irrimediabilmente da un'altra parte e che tutti, prima o poi, ne veniamo risucchiati, salvo starne fuori subendone l'inevitabile solitudine e isolamento. In questo senso “La vita agra” è attraversato da una vena esistenzialista vissuta ed espressa in modo provocatorio ed “arrabbiato”, la quale affonda nella biografia stessa di Bianciardi che si ispirò ampiamente proprio alla sua vita e, soprattutto, a quella sua sensibilità anarchica e libertaria che lo contraddistingueva. E, in virtù di quelle sue esperienze e di quella sua sensibilità, egli colse da subito e lucidamente l'anima nascosta del “miracolo italiano” che dietro il luccichio esteriore e materiale stava preparando e creando la disumanità dei rapporti e l'alienazione contemporanee. E a quello stato di cose il protagonista de “La vita agra” si contrappone con un perentorio “Io mi oppongo” che darà luogo a un flusso narrativo dissacrante e dissacratorio nei confronti del “sistema” in tutte le sue forme e in tutti i suoi aspetti. Evidenziandone, con spirito beffardo e sarcastico, le sue manifestazioni più bieche e ridicole, le sue grottesche assurdità, la sua propensione spersonalizzante. Con un misto di satira, di scherno e di rabbia, Bianciardi lancia attraverso il suo personaggio invettive feroci – rese in toni semiseri che le rendono ancor più acide - verso una realtà alla quale egli non si vuole adeguare, alla quale, come una sorta di “uomo in rivolta”, egli dice no, in una lotta che “non è contro la morte, ma contro la vita”. Ma quella realtà è inesorabile e finisce per assumere per il protagonista-narratore tratti persecutori e nevrotizzanti, “tafanato”, come egli usa dire, da una pletora di incombenze, richieste, assilli, compiti, ostacoli, scadenze e necessità che lo assediano e lo stringono da tutti i lati. Riportate come esse sono alla dimensione del quotidiano e perciò ancor più palpabili e immediate, le sue vicende diventano così delle continue peripezie per sopravvivere tra le trappole e gli sgambetti di quella “vita agra”, dove la derisione degli altri si mischia con un' autoironica derisione di sè. E, di fronte all'indifferenza dominante da una parte e alle contingenze del quotidiano dall'altra, si dovrà anche arrendere all'evidenza dell'irrealizzabilità di quell' “esplosivo” progetto anarcoide che lo aveva portato dalla natia maremma a Milano per far saltare in aria quel “torracchione di vetro e cemento, con tutte le umane relazioni che ci stanno dentro”, sede della società proprietaria, lì dalle sue parti, di quella miniera il cui scoppio aveva provocato 43 morti, ai quali sognava, con quel gesto, di dare loro quella giustizia che non avevano avuto. Ma la Milano tentacolare cieca e sorda che ingloba tutto ingloberà anche lui, costringendolo a barcamenarsi tra lavori persi e trovati, traslochi da una casa all'altra, conteggi e riconteggi delle entrate e delle uscite, in un'incessante precarietà del vivere e dell'esistere a cui finirà per soccombere e che prosciugherà tutti i suoi umori, i suoi sogni, i suoi non conformismi. In un mondo come “questo mondo moderno” in cui “bisogna coltivare le relazioni pubbliche, vedere gente, farsi conoscere, far girare il nome” egli invece, sempre di più, si terrà a largo da tutto e da tutti, rinchiudendosi in sé stesso e in casa, indefessamente dedito a quel suo lavoro di traduttore a cottimo che lo consuma e lo stordisce, oltre al quale gli rimane solo Anna, un' irregolare come lui con cui condivide l'amore e il sesso, il lavoro e la casa, gli affanni e l'isolamento. Perchè quell'amore riempie il loro isolamento non lo rompe, nell'illusione di trincerarsi dal mondo e chiuderlo fuori. E in opposizione a quel mondo parossistico e folle dello sviluppo che avanza ne vagheggia un altro utopistico ed alternativo, libero e libertario che definisce “neocristianesimo copulatorio e antiproduttivo” assolutamente liberatorio per i singoli giacchè: “Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l'uomo e la donna, ed inventarne ancora.” e, al tempo stesso, massimamente eversivo in quanto questo si sarebbe il “massimo eversore della moderna civiltà”. Ma l'unica vera possibile liberazione che ci si può concedere sarà alla fine una e una sola, l'unica nella quale si può finalmente non esistere e rifugiarsi: il sonno nel quale “per sei ore io non ci sono più” E in questo suo finale si racchiudono tutti i malesseri di questo libro e del suo autore, tutti i tormenti e la malinconia, tutta l'insofferenza e la solitudine, tutta la scontrosità e lo scetticismo che ci sono nel libro e che furono di Bianciardi. “La vita agra” è un romanzo necessario, importante, appassionato, uno specchio nel quale potersi osservare ma anche doversi osservare, aderente a se stesso anche per quella sua lingua, anzi per quella sua “parlata” che è colta e popolare, che mischia toni e registri, lingue e gerghi, l'invenzione con la tradizione, che muta di continuo e che ci dà l'impressione di un'incessante diretta sulle cose e sulla vita, rendendoci tutto, anche a noi, incredibilmente familiare e vicino.

    ha scritto il 

  • 5

    Rileggo “La vita agra” di Luciano Bianciardi per cavarne parole da segnalare a un amico che sta compilando un vocabolario dell'italiano d'autore, e mi ritrovo tra le mani un piccolo capolavoro.
    Nella ...continua

    Rileggo “La vita agra” di Luciano Bianciardi per cavarne parole da segnalare a un amico che sta compilando un vocabolario dell'italiano d'autore, e mi ritrovo tra le mani un piccolo capolavoro.
    Nella prima lettura, da ragazzo, mi ero fermato alla superficie dell'aneddoto: l'intellettuale anarchico che arriva a Milano con l'intenzione di fare saltare con il grisù i torracchioni di una società proprietaria di miniere (era la Montedison, e la miniera maremmana in cui esplose un pozzo e persero la vita 43 minatori, nel 1954, è storia vera) e finisce cottimista sempre più compulsivo -e sempre più chiuso in se stesso e barricato in casa - dell'industria culturale.
    Stavolta, oltre agli umori acri e ribelli (Bianciardi è tra i pochi a non tessere le lodi del “miracolo economico”, che io ricordi con Mastronardi e con le prime poesie di Giovanni Giudici -“Parlo di me, dal cuore del miracolo/la mia colpa sociale è di non ridere/ di non commuovemi al momento giusto/e intanto muoio, per cominciare a vivere”), mi colpisce il viluppo di utopia e antimodernità che impasta la sua prosa: la proposta, irridente ma non troppo, di un neocristianesimo copulatorio e antiproduttivo che assomiglia alla decrescita di Serge Latouche; l'ostilità nei confronti di Milano città piovra; il dileggio e l'irrisione nei confronti dell'establishment editoriale.
    Il correlativo stilistico è una prosa mutevole e divagatoria, che in un toscano assai vivace inserisce appropriazioni del milanese, filologie, curialismi, elenchi di battone, descrizioni del gioco della pelota, manifesti letterari, tesi sociologiche, deliri traduttorii da metaromanzo (Bianciardi fu traduttore leggendario, tra l'altro di Henry Miller e di Faulkner), sfottò per gli illustri tradotti (Jacques Querouaqques è, ovviamente, Kerouac) e addirittura il primo brano in inglese andato a stampa nelle patrie lettere, ben prima del “Partigiano Johnny”.
    Il romanzo è dedicato “al nobile amico Carlo Ripa di Meana”, unico personaggio citato con nome e cognome è il poeta Vittorio Sereni, mite Jekyll che l'automobile trasforma in Hyde.
    Finisce così: «Io resto lì mezzo coricato, coi pensieri sempre più nebbiosi. Mentre si guardavano soffiò la granata del bengala, e tracciò il suo arco iridescente e sbottò nel paracadute. Dev'essere così: quel plopped è uno sbottò. Ma più avanti come la metto? È lo stesso plopped, no? Dice: the soft blob of light plopped and burst on the open page. È quando Gragnon sta leggendo Gil Blas, lo ricordo. La morbida bolla di luce gocciò e si ruppe sulla pagina aperta. Come quella che spenge Anna prima di venire nel mio letto. E anch'io, tra poco, sbotto e goccio. Dunque quel plopped va bene così, no? Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono più».

    ha scritto il 

  • 5

    Tutta la vita

    "In genere lo scrittore satirico si contenta di uccidere il suo personaggio, insomma di fare un processo. Qui invece le cose sono molto più complesse, al posto di un quadro o di un ambiente su cui ese ...continua

    "In genere lo scrittore satirico si contenta di uccidere il suo personaggio, insomma di fare un processo. Qui invece le cose sono molto più complesse, al posto di un quadro o di un ambiente su cui esercitare la satira, c'è tutta la vita" Carlo Bo

    ha scritto il 

  • 3

    va bene

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. B ...continua

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. Bella la scrittura, la morale risulta si potente, lo sguardo sulla società dei consumi è molta roba, ma nel suo impianto io avrei preferito una visione un pò più lunga della storia e una caratterizzazione dei personaggi un pò più dettagliata. Resta il tipo di scrittura particolare che rende merito ad un libro che è comunque da leggere. Finto Italiananarchico.

    ha scritto il 

  • 5

    Una rilettura necessaria.

    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.

    Senza dubbio, il punto più alto d ...continua

    Una rilettura necessaria.

    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.

    Senza dubbio, il punto più alto della produzione bianciardiana, uno dei testi migliori del secondo Novecento italiano.
    Uno sguardo ancora fresco e ancora nuovo, per molti ancora da scoprire; una narrazione che lo stesso autore definì una "grossa pisciata".
    Già, perché il protagonista-narratore piscia su tutto e tutti: sul boom economico, su Milano, sull'Italia, sull'editoria, sui comunisti, sugli intellettuali, sulla vita. Il suo non è l'anarchico qualunquismo al quale si potrebbe facilmente pensare, ma una lucida e profetica analisi della nostra società, del nostro apparentemente quieto vivere.
    Un Paese che, dal Dopoguerra fino ai primi anni Sessanta, Bianciardi ha visto trasformarsi dinanzi ai suoi occhi impotenti; mentre tutti salutavano l'arrivo di questa ondata improvvisa di benessere come un miracolo (così si chiama anche storicamente), egli ne vede il lato oscuro e bieco, ne intuisce i lati spersonalizzanti e profetizza l'abbrutimento dell'uomo contemporaneo.

    E lo fa con una lingua che mischia alto e basso, italiano e toscano, dialetti vari, anglismi e parole latino. Si parla spesso di "eredità gaddiana" riferendosi alla "Vita agra": ciò avviene soprattutto per via dello stile, senza dubbio componente imprescindibile in questo romanzo. Ma in pochi ancora si sono soffermati sulle forza dirompente di queste parole, sulla ferocia dell'ironia anarchica e maremmana di questo eterno sconfitto che non riuscì mai a trovare il suo posto nel mondo, andando in contro a quella morte inevitabile già annunciata dall'aria mortifera che invade gli ultimi capitoli del libro.

    Mentre si legge, sembra proprio di vedere quest'uomo un po' goffo, vestito con un cappotto di una taglia più grande: non cammina, ma si trascina strascicando i piedi. Da solo, un provinciale inadatto e incazzato come una bestia immerso nella grigia metropoli meneghina. L'amore e il sesso che colmano piccoli vuoti, il lavoro "culturale" che lo stanca e lo narcotizzo; l'alcol che lo addormenta ma che pian piano lo uccide.

    Un libro da leggere assolutamente e urgentemente. Anzi: da rileggere. Da tenere sul comodino; o in tasca, come fosse un'arma.

    Se domani mi chiedessero di rispondere alla domanda: "Qual è il libro che ti ha cambiato la vita?", e potessi rispondere con un solo titolo, a bruciapelo, allora sceglierei "La vita agra" senza pensarci manco troppo.

    Sarà perché sono arrabbiato anch'io, perché sono toscano, perché vivo in un simile stato di solitudine ideologica e interiore e questo romanzo mi ha fatto sentire meno solo.
    E credo che lo farà per molto tempo ancora.

    ha scritto il 

  • 4

    Letto da: Simone

    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: ...continua

    Letto da: Simone

    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: il malessere sociale post-colloquio era così forte che dal libro avrei voluto persino di più.

    ha scritto il 

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