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La vita agra

By Luciano Bianciardi

(94)

| Hardcover

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Book Description

328 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    va bene

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. Bella la scrittura, la morale risulta si potente, l ...(continue)

    come semi autobiografia di un traduttore che si trova a sbarcare il lunario nella milano degli anni 60 ma è molto carente se dobbiamo valutarla come romanzo. Deboli i dialoghi come pure i monologhi. Bella la scrittura, la morale risulta si potente, lo sguardo sulla società dei consumi è molta roba, ma nel suo impianto io avrei preferito una visione un pò più lunga della storia e una caratterizzazione dei personaggi un pò più dettagliata. Resta il tipo di scrittura particolare che rende merito ad un libro che è comunque da leggere. Finto Italiananarchico.

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    Yuko8278 said on Oct 12, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Una rilettura necessaria.

    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.

    Senza dubbio, il punto più alto della produzione bianciardiana, uno dei testi mig ...(continue)

    Una rilettura necessaria.

    Uno dei miei romanzi preferiti di sempre, quindi è davvero difficile spenderci più di qualche parola senza cadere in facili sbrodolamenti.

    Senza dubbio, il punto più alto della produzione bianciardiana, uno dei testi migliori del secondo Novecento italiano.
    Uno sguardo ancora fresco e ancora nuovo, per molti ancora da scoprire; una narrazione che lo stesso autore definì una "grossa pisciata".
    Già, perché il protagonista-narratore piscia su tutto e tutti: sul boom economico, su Milano, sull'Italia, sull'editoria, sui comunisti, sugli intellettuali, sulla vita. Il suo non è l'anarchico qualunquismo al quale si potrebbe facilmente pensare, ma una lucida e profetica analisi della nostra società, del nostro apparentemente quieto vivere.
    Un Paese che, dal Dopoguerra fino ai primi anni Sessanta, Bianciardi ha visto trasformarsi dinanzi ai suoi occhi impotenti; mentre tutti salutavano l'arrivo di questa ondata improvvisa di benessere come un miracolo (così si chiama anche storicamente), egli ne vede il lato oscuro e bieco, ne intuisce i lati spersonalizzanti e profetizza l'abbrutimento dell'uomo contemporaneo.

    E lo fa con una lingua che mischia alto e basso, italiano e toscano, dialetti vari, anglismi e parole latino. Si parla spesso di "eredità gaddiana" riferendosi alla "Vita agra": ciò avviene soprattutto per via dello stile, senza dubbio componente imprescindibile in questo romanzo. Ma in pochi ancora si sono soffermati sulle forza dirompente di queste parole, sulla ferocia dell'ironia anarchica e maremmana di questo eterno sconfitto che non riuscì mai a trovare il suo posto nel mondo, andando in contro a quella morte inevitabile già annunciata dall'aria mortifera che invade gli ultimi capitoli del libro.

    Mentre si legge, sembra proprio di vedere quest'uomo un po' goffo, vestito con un cappotto di una taglia più grande: non cammina, ma si trascina strascicando i piedi. Da solo, un provinciale inadatto e incazzato come una bestia immerso nella grigia metropoli meneghina. L'amore e il sesso che colmano piccoli vuoti, il lavoro "culturale" che lo stanca e lo narcotizzo; l'alcol che lo addormenta ma che pian piano lo uccide.

    Un libro da leggere assolutamente e urgentemente. Anzi: da rileggere. Da tenere sul comodino; o in tasca, come fosse un'arma.

    Se domani mi chiedessero di rispondere alla domanda: "Qual è il libro che ti ha cambiato la vita?", e potessi rispondere con un solo titolo, a bruciapelo, allora sceglierei "La vita agra" senza pensarci manco troppo.

    Sarà perché sono arrabbiato anch'io, perché sono toscano, perché vivo in un simile stato di solitudine ideologica e interiore e questo romanzo mi ha fatto sentire meno solo.
    E credo che lo farà per molto tempo ancora.

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    Marco Renzi [costello89] said on Oct 7, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Letto da: Simone

    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: il malessere sociale post-colloquio era così for ...(continue)

    Letto da: Simone

    Letto dopo un "bel" colloquio di lavoro di gruppo, vi ho ritrovato le parole amare e feroci contro la disumanità dei rapporti e il "progresso" che mi ronzavano lì per lì per la testa: il malessere sociale post-colloquio era così forte che dal libro avrei voluto persino di più.

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    La casa in (via) Collina said on Sep 23, 2014 | Add your feedback

  • 28 people find this helpful

    IL BOOM CHE FA BUM

    Siamo alla fine anni Cinquanta durante il cosiddetto boom economico.
    Il romanzo, pubblicato nel 1962, è ampiamente autobiografico: vi si narra di un intellettuale di provincia (Grosseto) che lascia moglie e figlioletto per andare a vivere a Milano i ...(continue)

    Siamo alla fine anni Cinquanta durante il cosiddetto boom economico.
    Il romanzo, pubblicato nel 1962, è ampiamente autobiografico: vi si narra di un intellettuale di provincia (Grosseto) che lascia moglie e figlioletto per andare a vivere a Milano in cerca di un lavoro migliore: in realtà col segreto intento di far saltare in aria un grattacielo, quello della compagnia che per incuria e scarsa sicurezza sul lavoro ha causato l’incidente della miniera di Ribolla (1954, 43 minatori morti).

    Ma il gesto anarchico viene posposto, ritardato, non arriva: forse perché il protagonista, oltre che fare esplodere il sistema, vuole anche esserne riconosciuto, accettato, accolto?

    Il torracchione, come il narratore protagonista chiama il grattacielo, diventa il simbolo del potere che si annida a Milano, città di affari economia soldi: deve saltare in aria con la giusta combinazione di aria e metano, proprio come è avvenuto per lo scoppio del grisù in miniera.
    La grande città è un mostro dalle mille braccia che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge gli ideali, trasforma in apatici e rassegnati: Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra venti anni tutta l’Italia si ridurrà come Milano.

    Bianciardi-Bardamu lancia invettive contro la società del miracolo economico il cui unico scopo è generare bisogni superflui, per rendere l’uomo schiavo di inutili desideri che non riuscirà a soddisfare, proprio come in un classico girone infernale, per diventare produttori e consumatori e contare solo in quanto tali, irretiti dal miraggio del benessere, in realtà stritolati dall’inumanità dei ritmi e dei rapporti.

    E se poi fosse soltanto una questione politica, io saprei il da fare. Se si trattasse soltanto di aprire un vuoto politico, dirigenziale, in Italia, con pochi mezzi ci riuscirei. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto in Italia. Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza.

    E fin qui siamo in presenza di un gran bel romanzo.
    Quello che lo rende speciale è la scrittura di Bianciardi che riesce a fare più capriole linguistiche anche nello stesso rigo, più scoppi e fuochi d'artificio: dialettismi lombardi e toscani, parole straniere ironicamente adattate all’italiano, termini tecnici, lessico colloquiale e anche lessico gergale, neologismi d’autore…
    Come se l’anarchia che pulsa nelle vene del protagonista si trasferisse alla scrittura, alle parole.
    Ironia, comicità (ma non grottesco come nel non riuscito film omonimo) parodia, euforia, burla che coinvolge tutti, il Partito l’Avanguardia e gli stessi personaggi.
    Pagine indimenticabili: la partenza degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano; la differenza tra dané e grana; il lavoro di traduttore con le correzioni della capoufficio; le segretariette, come agiscono e come parlano: l’amore fisico, una rivoluzione che lascia svuotati; i tragitti in tram…

    La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano, come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo non è nebbia…. È semmai fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, di sudori, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, del PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati.

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    orsodimondo said on Sep 15, 2014 | 6 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Milano, inverno '61-'62

    Un romanzo, un saggio, una profezia: questo libro racconta (e anticipa) la storia del nostro Paese e di ognuno di noi. Non solo chi vive a Milano, non solo chi è italiano, ma tutti dovrebbero leggerlo: 5 stelline e anche di più.

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    Mari_lia_ said on Aug 27, 2014 | 2 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Dare alle stampe un romanzo del genere nel 1962, per me, è equivalso al cambio della visione a colori dal bianco e nero per i film.
    Il vocabolario estremamente sfaccettato di Bianciardi dà sapore, odore e spessore alle parole…e non lo avrei mai detto ...(continue)

    Dare alle stampe un romanzo del genere nel 1962, per me, è equivalso al cambio della visione a colori dal bianco e nero per i film.
    Il vocabolario estremamente sfaccettato di Bianciardi dà sapore, odore e spessore alle parole…e non lo avrei mai detto dopo aver letto la prima pagina che ti lascia interdetto come un rebus senza soluzione.
    Bisogna tenersi a distanza da certe pagine troppo dolorose e personali quando si parla di alienazione che per forza ci tocca condire con le nostre personalissime manie e la morte dei cari.
    A me, contestualizzato nell’epoca dell’uscita del romanzo, è parso rivoluzionario, il più grande antispot del boom/miracolo italiano.
    L’aggettivo agro accostato alla vita di questo personaggio vale tutti i dieci euro di questa edizione economica.
    La rilettura della mia esperienza, specchio della mia generazione precedente, in veste di emigrante di successo al prezzo di questo gusto di limone che le ore vuote ti regalano.
    Un capolavoro a cui manca una stellina per fare pokerissimo unicamente per l’incompiutezza, d’altronde intrinseca nel personaggio principale, della sua vicenda sospesa per definizione e per il mio trattamento anestetico quando le pagine si sono fatte troppo dolorose.
    A quanta gente senza voce dobbiamo essere grati per il vuoto benessere che la fine del secolo scorso comunque ci ha elargito? Adesso, mi sa, è venuto il momento di pagare.

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    Mingamarco said on Aug 27, 2014 | 2 feedbacks

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