La vita breve

Di

Editore: Einaudi

3.8
(80)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 370 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8806163957 | Isbn-13: 9788806163952 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Enrico Cicogna ; Prefazione: Mario Vargas Llosa

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Juan María Brausen ha la moglie malata e sta per essere licenziato. La vita reale gli sembra orribile. Inizia a ideare un racconto ambientato nella città immaginaria di Santa María e a poco a poco si identifica con il protagonista. Ma mescolare realtà e fantasia è rischioso: Brausen rimane implicato in questioni di omicidio e spaccio di droga.
La polizia è sulle sue tracce. Nella vita reale o in quella immaginaria? Alla fine, come vedrà ogni lettore, questa domanda non avrà più alcun senso.
Uno dei più grandi capolavori della letteratura ispano-americana.
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  • 2

    La quarta di copertina lo presenta molto più figo di quello che sia: sembra l'intrigante storia di qualcuno che finisce per confondere la realtà, dalla quale fugge, con le proprie fantasticherie di sc ...continua

    La quarta di copertina lo presenta molto più figo di quello che sia: sembra l'intrigante storia di qualcuno che finisce per confondere la realtà, dalla quale fugge, con le proprie fantasticherie di scrittore... ma poi leggendolo viene da chiedersi se sia così il protagonista o piuttosto non l'autore del libro, che non riannoda i fili alla fine, disperdendo un buon inizio in discorsi intellettualoidi e trame inconcludenti. Non è il protagonista a fuggire dalla realtà, è la realtà a fuggire da lui, ma non si capisce bene il perché. Molto sudamericano (lento, descrittivo) nello stile, con una sottile, strisciante vena di maschilismo che all'inizio si nota appena, ma che resta, insistente, mano a mano che l'azione si perde dietro a discorsi filosofici buttati lì a caso dai personaggi.

    ha scritto il 

  • 4

    Juan Maria Brausen è un modesto impiegato dell'agenzia pubblicitaria diretta da Macleod a Buenos Aires. A causa di una malattia sua moglie Gertrudis ha appena subito l'amputatazione di un seno. Nell'a ...continua

    Juan Maria Brausen è un modesto impiegato dell'agenzia pubblicitaria diretta da Macleod a Buenos Aires. A causa di una malattia sua moglie Gertrudis ha appena subito l'amputatazione di un seno. Nell'appartamento attiguo a quello della coppia la prostituta La Queca vive ed esercita la sua professione. Brausen, coricato nel letto di spalle alla moglie convalescente e inquieta, ne ascolta i movimenti, le conversazioni telefoniche. Riceve l'incarico di scrivere un romanzo, qualcosa "che interessi agli idioti e agli intelligenti, ma non ai troppo intelligenti". E' l'ultimo incarico. "Un uomo non riuscirà a fare mai nulla se non si dimentica di se stesso", gli dice il vecchio Macleod a sua discolpa e giustificazione al momento di licenziarlo. Non è lui a farlo, ma l'uomo che ha avuto successo, l'uomo che quelli dell'ufficio di New York decidono che Macleod deve essere. Così stanno le cose. Bisogna dimenticarsi di sè e dedicarsi a un affare è anche l'ultimo consiglio del capo. Ma Brausen è troppo mediocre e poco coraggioso. Il suo collega e amico Stein lo chiama ironicamente "l'asceta" per quanto è timido, imbranato con le donne. Gertrudis poco a poco si riprende e decide di lasciarlo. L'unico espediente a cui Brausen è in grado di ricorrere per dimenticarsi di sè e delle proprie frustazioni è quello della finzione. Così si sdoppia e diventa Arce, malavitoso violento che frequenta e picchia La Queca fino al punto di volerla uccidere. Così si triplica e diventa Diaz Grey, medico protagonista del romanzo su commissione che ha iniziato a scrivere, ambientato a Santa Maria, città immaginaria ricorrente nelle opere di Onetti, popolata dagli alter ego della sua vita reale, come Gertrudis e Stein. Così si moltiplica, fino a diventare tutti gli uomini, veri o immaginari con cui si relaziona, nei quali si proietta per appropriarsi della loro intraprendenza, del loro fascino, di quello che Brausen, nella realtà, non è in grado di fare o di raggiungere.
    Onetti compone un racconto in cui gli elementi della narrazione scivolano da un piano all'altro, si confondono come passando per le scale di Escher, si perdono, mutano, diventano inafferrabili e incomprensibili. Finzioni e metamorfosi costituiscono l'unico ambiente adatto allo sviluppo di Brausen, altrimenti incapace. Solo così, solo nella finzione, la natura misteriosa e sommersa di Brausen affiora. Agli occhi di chi non può assistervi di continuo la sua vera essenza può sembrare follia a cui il linguaggio poetico e malinconico, le atmosfere decadenti e noir, si incollano conferendo una resa in bianco e nero.
    Nella prefazione al romanzo Mario Vargas Llosa scrive: "La finzione aggiunge all'esistenza delle persone ciò che manca per essere felici, e vi sottrae ciò che le rende infelici. Consente loro di essere e fare in questo mondo di fantasia ciò che non sono e non oserebbero fare nella vita reale".
    Così andiamo oltre le difficoltà di lettura de "La vita breve". Per superarle seguiamo Juan Maria Brausen in un altro mondo fino a quando siamo di nuovo raggiunti. Allora non ci resta altro che inventarne uno nuovo dove poter vivere l'illusione di funzionare meglio. E così via.

    "Mi venne in mente che non potevo agire perchè mi mancavano i sentimenti, l'ansietà e la speranza, i timori corrispondenti all'aspettativa di ciò che stavo per fare".

    ha scritto il 

  • 5

    Vita singolare e plurale di Juan María Brausen

    Di tutti i topoi della letteratura latino-americana quello della finzione è probabilmente il più rappresentativo e anche quello che si potrebbe utilizzare come paradigma per misurare differenze (molte ...continua

    Di tutti i topoi della letteratura latino-americana quello della finzione è probabilmente il più rappresentativo e anche quello che si potrebbe utilizzare come paradigma per misurare differenze (molte)e analogie (?) tra Borges e Onetti.
    La finzione è il motore della storia, il centro intorno al quale ruota La vita breve, romanzo intenso e bellissimo, animato da personaggi che vivono contemporaneamente nel mondo e nel loro mondo, un loro mondo che può essere di volta in volta quello del ricordo, quello di un futuro sognato, quello della fantasia senza freni, quello della finzione consapevole (almeno fino ad un certo punto), quello dell'ebbrezza alcoolica... tanti mondi “altri”, una serie infinita, lunga almeno quanto la serie dei personaggi che Onetti porta in scena.
    La vita breve inizia con l'attesa, un altro topos decisamente importante. Nel giorno di Santa Rosa, mentre tutti attendono l'arrivo del temporale che darà inizio alla primavera portando un po' di sollievo dal caldo, Brausen attende l'arrivo di Gertrudis appoggiato alla parete che divide il suo appartamento da quello della Queca, intento ad ascoltare i rumori che vengono da lì, a cercare di decifrarli per ricostruire cosa sta succedendo in quelle stanze. L'attesa, dunque: attesa di qualcosa che deve iniziare, qualcosa di diverso da quello che c'è ora, attesa di un cambiamento. L'attesa, il carburante migliore di cui si nutre l'immaginazione: fino a quando le cose devono ancora succedere tutto è possibile e nulla precluso, quando le cose sono successe si può solo prenderne atto e di tutte le possibilità che prima erano in gioco ne sopravvive solo una.
    Sognare è bello, ma un sogno per sopravvivere ha bisogno di alimentarsi anche di possibilità, ha bisogno che si creda nella sua realizzazione, magari in un futuro lontano, magari come un'eventualità difficile, difficilissima se non remota, ma un sogno irrealizzabile è un sogno che nasce con le ali mozzate.
    Si può vivere senza sogni? Può darsi, ma a questa domanda io non saprei rispondere, quello che posso dire è che io non ne sono capace. E neanche i personaggi de La vita breve, mossi da necessità, da una tensione che non sempre è chiara e che non si sa a che cosa può portare. Personaggi dalla psicologia decisamente complessa; Brausen, ad esempio, sembra avere qualcosa appiccicato addosso dal quale vuole liberarsi, qualcosa che non vede ma del quale sente il fastidio pur senza riuscire a definirlo e contemporaneamente si sente spinto verso qualcuno (la Queca, ha bisogno di desiderarla) senza comprenderne le ragioni. Personalità divise,quindi: in fuga da e in cerca di... già, il problema è che sanno quello che stanno facendo (fuggire e cercare) ma ne ignorano i motivi, agendo a livello più emotivo che razionale.
    Stando così le cose il rischio è dietro l'angolo: un'atomizzazione del personaggio, una sua frammentazione orientata verso una deriva schizofrenica oppure una situazione di stallo, un'impossibilità di movimento perché tutto quello che gli ruota intorno sta franando. Morire di esplosione o implosione, non è che faccia poi tanta differenza... Onetti però scavalca l'ostacolo, sostituendo al sogno la finzione: Brausen non immagina mondi fantastici, non sogna per sognare, ma costruisce una finzione, decidendo di spostarsi e vivere in uno spazio diverso. C'è il mondo reale, quello dove vive tutti i giorni e il mondo di finzione, quello di Santa María, dove fa vivere i suoi personaggi e poi c'è anche una specie di “camera di compensazione”, la stanza della Queca, il luogo dove vita reale e vita immaginata si incontrano e si mescolano.
    Funziona? Per un po', perché lasciare la realtà per spostarsi in un'altra dimensione non è solo un bisogno o un piacere della mente, ma anche un rischio. Si abbandonano le certezze e ci si avventura in territori inesplorati, nei quali non esistono regole e le cose che sembrano gestibili possono di colpo andare in direzioni inaspettate. Il gioco rischia di sfuggirci di mano e allora non si capisce più chi conduce le danze, chi è il creatore e chi il creato. Come succederà a Brausen, quando da demiurgo diventerà personaggio tra i personaggi, partecipe (e non più artefice) di un finale pirandelliano da Sei personaggi in cerca d'autore, e condannato come gli altri a vivere in maschera, travestito, a interpretare un ruolo senza sapere chi è veramente, se un essere reale che immagina una vita diversa o un essere immaginato da qualcun altro.

    ha scritto il 

  • 3

    Come in una collezione di matrioska, i personaggi si incastrano uno dentro l'altro; e se all'inizio questo gioco di incastri segue un ritmo regolare, più avanti gli incastri sempre più irregolari fino ...continua

    Come in una collezione di matrioska, i personaggi si incastrano uno dentro l'altro; e se all'inizio questo gioco di incastri segue un ritmo regolare, più avanti gli incastri sempre più irregolari fino ad assumere situazioni paradossali, e il più piccolo incastra il grande.
    Un linguaggio rotondo, una scrittura elegante che si lascia avvolgere, ma a volte ricorda i preziosismi di quei grandissimi talenti calcistici che con una giocata riescono a mettere la palla là dove nessuno se lo aspetta; e infatti nessuno la raccoglie perchè gli altri non sono al suo livello.
    Per intenditori e buongustai

    ha scritto il 

  • 4

    La scrittura della notte

    “Fu tra questo periodo e il periodo seguente che mi venne in mente, vaga, senza echi, ricorrente, sempre superficiale come un capriccio di primavera, l'idea di ucciderla. Forse non esattamente; soltan ...continua

    “Fu tra questo periodo e il periodo seguente che mi venne in mente, vaga, senza echi, ricorrente, sempre superficiale come un capriccio di primavera, l'idea di ucciderla. Forse non esattamente; soltanto la distrazione, il gioco di immaginarla morta, scomparsa; di spingerla con un movimento lieve della mano verso la sua origine, la sua nascita, verso il ventre di sua madre, verso il crepuscolo che aveva preceduto la notte in cui l'avevano generata, verso il nulla”.

    Non è facile la comprensione di questo romanzo, un imponderabile gioco di rispecchiamenti e di trame duplicate. La finzione di Onetti smaschera il reale, ne coglie le intimità opache e i paradossi polverosi, ne rivela l'essenza fragile e invisibile. Ogni cosa è esperienza, ogni atto avviene senza una ragione, giustificato dal peso della parola, dalla irreversibilità del destino. Con l'autore ci troviamo a interrogarci sulle menzogne con le quali trasformiamo il mondo, sulle verità che ci conducono all'oblio, sulle cose da fare inconsapevolmente e necessariamente senza perché, giorno dopo giorno. Il romanzo è il sogno e il delitto, indecifrabile come la bellezza di un corpo al risveglio. Dietro alla cinica rassegnazione e sulla spinta di un'immaginazione malinconica, si nasconde il fiume della vita che porta alla disgrazia e al perdono, rassegnato e implacabile come una perenne primavera.

    “Sentii che mi stavo svegliando – non da questo sogno ma da un altro sogno incomparabilmente più lungo, nel quale era contenuto questo e nel quale io avevo sognato di sognare questo sogno”.

    ha scritto il 

  • 4

    C'era Fred Madison che diceva che lui, i fatti, preferiva ricordarli a modo suo e non come erano davvero andati.
    C'era Brausen che un giorno disse di avere capito come le cose avrebbero dovuto funzion ...continua

    C'era Fred Madison che diceva che lui, i fatti, preferiva ricordarli a modo suo e non come erano davvero andati.
    C'era Brausen che un giorno disse di avere capito come le cose avrebbero dovuto funzionare.
    Tanto Madison quanto Brausen tentarono una fuga impossibile. Brausen la chiamava ritirata; se di ritirata si trattò fu una strana ritirata in avanti.
    "Del nostro destino seguiamo solo quello che ci è impossibile evitare, dovremmo invece lasciarci andare e seguire la corrente senza fare resistenza".
    Questo aveva capito Brausen. La sua fu in verità una resa e nel momento in cui non fu più in grado di sostenere il peso degli eventi si dichiarò sconfitto e intraprese la sua ritirata in avanti. Non reagì a quel quotidiano fattosi insopportabile; ne scelse invece un altro. Un'altra vita. Breve. E breve divenne così pure la prima.
    Anche quella di Fred Madison fu una vita breve ma dal finale certo, già stabilito dal previsto ricongiungimento con Fred Madison.
    Brausen invece Brausen l'ha proprio fatto fuori e il finale, giustamente, per lui non è ancora stato scritto e chissà che in una ritirata permanente egli non possa moltiplicare all'infinito le sue vite brevi.

    ha scritto il 

  • 0

    Diciamo subito le cose come stanno: affrontare questo libro è prima di tutto una gran fatica; solo dopo, molto dopo, quando l’inconscio restituisce sapori di pensieri e stati d’animo che sappiamo esse ...continua

    Diciamo subito le cose come stanno: affrontare questo libro è prima di tutto una gran fatica; solo dopo, molto dopo, quando l’inconscio restituisce sapori di pensieri e stati d’animo che sappiamo essere entrati di nascosto, da qualche incustodita porta di servizio, arriva una forma perversa e difficile di piacere, come il retrogusto terroso di un vino vecchio.

    La vita breve è un libro estremo ed estenuante, un romanzo in forma di poema nichilista, che impone, da subito, l’esistenza di un limite preciso alla comprensione razionale; oltre quel limite non resta che ricorrere all’intuito, perché per lunghi tratti si galleggerà sulle melmose e ipnotiche litanie dei monologhi interiori di Onetti come il Klaus Kinski di Aguirre sul Rio delle Amazzoni. Superati certi scogli e smaltite certe irritazioni diventa però difficile sfuggire alla musica maligna e stupefacente della scrittura ed uscire da certe sabbie mobili di parole.

    Si è detto che la prosa di Onetti è barocca ed è vero, se con il termine barocco si intende non l’inutile sovrabbondanza di chincaglierie ma l’andamento non lineare, che procede per curve, volute, spirali e sinusoidi, perché il modo con cui Onetti si aggrappa alla scrittura, affonda nella scrittura, è ossessivo come quello di chiunque trovi in essa l’unica salvezza possibile.

    Si è anche detto che Juan Marìa Brausen è un uomo soffocato dall’infelicità che cerca la fuga verso un mondo di finzione per liberarsi di una realtà detestabile ma questo non è del tutto vero. Ciò che davvero opprime Brausen non è la realtà che lo circonda ma se stesso, l’indole immutabile che lo ha obbligato a costruire e ad abitare quel tipo di realtà e che sempre lo obbligherà a farlo. Per questo il suo progetto di fuga è molto più ambizioso: non gli basta un nome nuovo sul passaporto e una vita nuova da qualche altra parte; il tedio che Brausen prova verso di se è talmente estremo che la sua aspirazione è cancellarsi, fuggire da se, rinascere in una persona inventata che abita un luogo inesistente.

    Ma se io non lottavo contro quella tristezza repentinamente perfetta; se riuscivo ad abbandonarmi alla tristezza e a conservare senza fatica la nozione di essere triste; se potevo, ogni mattino, riconoscerla e far sì che balzasse verso di me da un angolo della stanza (...); se amavo e meritavo quotidianamente la mia tristezza, con desiderio, con fame, riempiendomi di tristezza gli occhi e ogni vocale che avrei pronunciato, allora, ne ero certo, sarei rimasto al sicuro dalla ritrosia e dallo scoramento.

    ha scritto il 

  • 4

    Splendidissima regnava la vita immaginata

    L’infelice Brausen si rifiuta di vivere la sua vita, cercando una dimensione per lui tanto più vera e soddisfacente. È in gioco la salvezza, non si scherza.
    Questa fuga dalla realtà e da se stesso avv ...continua

    L’infelice Brausen si rifiuta di vivere la sua vita, cercando una dimensione per lui tanto più vera e soddisfacente. È in gioco la salvezza, non si scherza.
    Questa fuga dalla realtà e da se stesso avviene attraverso tre piani narrativi - la vita vera, la vita nell’appartamento della Cueca (una sorta di dimensione intermedia, di tramite), e Santa María - piani che si rimandano e si intrecciano continuamente, i cui personaggi a loro volta immaginano e si confrontano con altri elementi di finzione (le visioni della Cueca che sente l’appartamento popolato da “loro”, Díaz Grey che si traveste e assume ancora un’altra identità, Brausen che si inventa una nuova agenzia pubblicitaria, affittando un vero e proprio ufficio, in cui riceve immaginari clienti e telefonate), e così via, in uno specchio dentro lo specchio dentro lo specchio, in un dipanamento narrativo che si moltiplica e si autoriflette.

    “Il fatto è che la gente è convinta di essere condannata a una vita, fino alla morte. E invece è condannata soltanto a un’anima, a un modo di essere. Si può vivere mille volte, molti vite più o meno lunghe.”

    All’inizio i tre piani sono netti, divisi in capitoli. I primi accenni a ciò che sta per succedere nella vita di Brausen, alla sua incredibile proliferazione nel mondo della fantasia, sono creati in un modo sfumato, delicato ed efficacissimo: “Appoggiato allo schienale della sedia, rimasi a osservare il ritratto, aspettai fiducioso le immagini e le frasi imprescindibili per salvarmi. In quel momento della notte, Gertrudis avrebbe dovuto saltar fuori dalla cornice argentata del ritratto per attendere il suo turno nell’anticamera di Díaz Grey, e poi entrare nell’ambulatorio, far tremare il medaglione tra i seni, troppo grandi per il suo corpo riconquistato di ragazza. Lei, la remota Gertrudis di Montevideo, avrebbe finito per entrare nell’ambulatorio di Díaz Grey; e io avrei mantenuto il corpo debole del medico, avrei amministrato i suoi capelli radi, la linea sottile e prostrata delle labbra, per potermi nascondere in lui e aprire la porta dell’ambulatorio alla Gertrudis della fotografia.”

    Lentamente, i diversi mondi si mescolano e si confondono sempre di più. Dalla netta divisione in capitoli, uno per ogni realtà parallela, Onetti passa a una sovrapposizione sempre maggiore, i tratti e i confini divengono via via più indistinti. È come assistere a una continua dissolvenza di un personaggio dentro l’altro, di una vita dentro l’altra. Brausen diventa Arce, che diventa a sua volta un altro Brausen, quello della Brausen Publicidad, che diventa Díaz Grey. È una continua metamorfosi, un effetto speciale attraverso cui un personaggio si appanna e svanisce dando vita a quello successivo, fino a una compenetrazione quasi totale. Quando la Cueca muore, Ernesto entra nell’appartamento di Brausen-non-più-Arce: “Sentii che mi stavo svegliando – non da questo sogno ma da un altro sogno più lungo – nel quale era contenuto questo e nel quale io avevo sognato di sognare questo sogno.” Le vite si intrecciano, si sognano e vengono sognate. E, paradossalmente (elemento, questo, davvero affascinante, geniale), se le vite immaginarie sono brevi, il sogno che le ricrea e vi assiste è lungo, infinito. La vita “di là” (dalla Queca, a Santa María) è breve, ma il sogno fatto “di qua” è lunghissimo.

    Nell’introduzione al romanzo Vargas Llosa sembra incerto sul perché di questo aggettivo, “breve”, accennando a diversi significati possibili. A me è sembrato molto chiaro e univoco, invece, e Onetti lo spiega in continuazione. Partire per il mondo della finzione significa per Brausen “…avanzare nel clima di una vita breve nella quale il tempo non poteva essere sufficiente a compromettermi, a farmi pentire o invecchiare”. Una vita in cui non esistono né passato né futuro né ricordi, in cui non c’è mai stato un tempo precedente con cui confrontare un presente deludente, una vita che è solo qui e ora, in cui domina un solo tempo, “un solo momento che esprime tutto”, che impedisce la corruzione operata dalla realtà. Un’”aria in eterno tempo presente, incapace di alimentare la memoria, di offrire punti di appoggio al rimorso”, in cui “abbandonarsi, dimenticare le vecchie leggi, non invecchiare”.

    Un libro da rileggere e scomporre, in cui divertirsi a cogliere le infinite variazioni del tema del confronto tra realtà e finzione, vita “breve” e vita “lunga”, mondo e sogno.
    Un gioco a incastri, una mise en abîme stupefacente, un intreccio tra i diversi piani costruito magistralmente, con una scelta delle parole che ammalia.
    Non posso dire se Matteo Cicogna sia stato fedele al testo spagnolo, ma ha certamente fatto un eccellente lavoro per quanto riguarda la lingua italiana, semplicemente perfetta.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Il tempo della realtà e quello della finzione

    IL TEMPO DELLA REALTÀ E QUELLO DELLA FINZIONE.: darei questo sottotitolo al libro di Onetti, un libro incredibile e stupefacente, oscuro e illuminante, irritante e denso, difficile e affascinante. Il ...continua

    IL TEMPO DELLA REALTÀ E QUELLO DELLA FINZIONE.: darei questo sottotitolo al libro di Onetti, un libro incredibile e stupefacente, oscuro e illuminante, irritante e denso, difficile e affascinante. Il tempo della narrazione coglie la vita dei personaggi e dello scrittore, Onetti stesso, Brausen e Diaz Grey, Elena Sala e la violinista nell'intreccio temporale in cui il disagio esistenziale si sposta dalla realtà di Brausen a quella dei personaggi che sta creando, dalla loro disperazione e irriconoscibilità reciproca al loro incontrarsi e ritrovarsi in un tempo unico, che contiene vita e morte, verità e falsità. Un tempo che confonde il lettore fino alla fine, quando appare chiaro che Brausen ha bisogno del suo doppio e lo ritrova in Ernesto, l'assassino della prostituta, e ogni duplicazione e proiezione della realtà nella finzione si può ribaltare, perché la finzione è una realtà già completa, può fare a meno della realtà e trasformarla in finzione. Così tutto è assorbito dentro uno scorrere vitale denso e inestricabile, le sensazioni sono precedute e seguite da un destino che si deve compiere e che puoi cambiare solo accettandone il suo disegno oscuro. Disegno che vede la Gueca morire assassinata da Ernesto e Elena Sala assassinata da Oscar. La fuga unita alla mascherata finale per sfuggire alla polizia, unisce i personaggi nel comune destino del tempo che ha compiuto il suo dovere, che ha trovato nella parola letteraria il senso della vita, la replica della propria esistenza in quella degli altri. Brausen dice a un certo punto che lui è tutti gli altri come tutti gli altri sono lui. Tutto si riconosce mentre è irriconoscibile. La morte inevitabile illumina la vita e disegna di essa il tempo duplicabile, cioè l’invenzione al suo interno del tempo necessario della finzione come ombra del reale, e vede nel finale Brausen allontanarsi mano nella mano insieme alla giovanissima violinista.

    ha scritto il 

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