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La vita breve

By Juan Carlos Onetti

(104)

| Paperback | 9788806163952

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Book Description

Juan María Brausen ha la moglie malata e sta per essere licenziato. La vita reale gli sembra orribile. Inizia a ideare un racconto ambientato nella città immaginaria di Santa María e a poco a poco si identifica con il protagonista. Ma mescolare realt Continue

Juan María Brausen ha la moglie malata e sta per essere licenziato. La vita reale gli sembra orribile. Inizia a ideare un racconto ambientato nella città immaginaria di Santa María e a poco a poco si identifica con il protagonista. Ma mescolare realtà e fantasia è rischioso: Brausen rimane implicato in questioni di omicidio e spaccio di droga.
La polizia è sulle sue tracce. Nella vita reale o in quella immaginaria? Alla fine, come vedrà ogni lettore, questa domanda non avrà più alcun senso.
Uno dei più grandi capolavori della letteratura ispano-americana.

17 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    C'era Fred Madison che diceva che lui, i fatti, preferiva ricordarli a modo suo e non come erano davvero andati.
    C'era Brausen che un giorno disse di avere capito come le cose avrebbero dovuto funzionare.
    Tanto Madison quanto Brausen tentarono una fu ...(continue)

    C'era Fred Madison che diceva che lui, i fatti, preferiva ricordarli a modo suo e non come erano davvero andati.
    C'era Brausen che un giorno disse di avere capito come le cose avrebbero dovuto funzionare.
    Tanto Madison quanto Brausen tentarono una fuga impossibile. Brausen la chiamava ritirata; se di ritirata si trattò fu una strana ritirata in avanti.
    "Del nostro destino seguiamo solo quello che ci è impossibile evitare, dovremmo invece lasciarci andare e seguire la corrente senza fare resistenza".
    Questo aveva capito Brausen. La sua fu in verità una resa e nel momento in cui non fu più in grado di sostenere il peso degli eventi si dichiarò sconfitto e intraprese la sua ritirata in avanti. Non reagì a quel quotidiano fattosi insopportabile; ne scelse invece un altro. Un'altra vita. Breve. E breve divenne così pure la prima.
    Anche quella di Fred Madison fu una vita breve ma dal finale certo, già stabilito dal previsto ricongiungimento con Fred Madison.
    Brausen invece Brausen l'ha proprio fatto fuori e il finale, giustamente, per lui non è ancora stato scritto e chissà che in una ritirata permanente egli non possa moltiplicare all'infinito le sue vite brevi.

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    L'infernale Quinlan said on Sep 3, 2014 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    Diciamo subito le cose come stanno: affrontare questo libro è prima di tutto una gran fatica; solo dopo, molto dopo, quando l’inconscio restituisce sapori di pensieri e stati d’animo che sappiamo essere entrati di nascosto, da qualche incustodita por ...(continue)

    Diciamo subito le cose come stanno: affrontare questo libro è prima di tutto una gran fatica; solo dopo, molto dopo, quando l’inconscio restituisce sapori di pensieri e stati d’animo che sappiamo essere entrati di nascosto, da qualche incustodita porta di servizio, arriva una forma perversa e difficile di piacere, come il retrogusto terroso di un vino vecchio.

    La vita breve è un libro estremo ed estenuante, un romanzo in forma di poema nichilista, che impone, da subito, l’esistenza di un limite preciso alla comprensione razionale; oltre quel limite non resta che ricorrere all’intuito, perché per lunghi tratti si galleggerà sulle melmose e ipnotiche litanie dei monologhi interiori di Onetti come il Klaus Kinski di Aguirre sul Rio delle Amazzoni. Superati certi scogli e smaltite certe irritazioni diventa però difficile sfuggire alla musica maligna e stupefacente della scrittura ed uscire da certe sabbie mobili di parole.

    Si è detto che la prosa di Onetti è barocca ed è vero, se con il termine barocco si intende non l’inutile sovrabbondanza di chincaglierie ma l’andamento non lineare, che procede per curve, volute, spirali e sinusoidi, perché il modo con cui Onetti si aggrappa alla scrittura, affonda nella scrittura, è ossessivo come quello di chiunque trovi in essa l’unica salvezza possibile.

    Si è anche detto che Juan Marìa Brausen è un uomo soffocato dall’infelicità che cerca la fuga verso un mondo di finzione per liberarsi di una realtà detestabile ma questo non è del tutto vero. Ciò che davvero opprime Brausen non è la realtà che lo circonda ma se stesso, l’indole immutabile che lo ha obbligato a costruire e ad abitare quel tipo di realtà e che sempre lo obbligherà a farlo. Per questo il suo progetto di fuga è molto più ambizioso: non gli basta un nome nuovo sul passaporto e una vita nuova da qualche altra parte; il tedio che Brausen prova verso di se è talmente estremo che la sua aspirazione è cancellarsi, fuggire da se, rinascere in una persona inventata che abita un luogo inesistente.

    Ma se io non lottavo contro quella tristezza repentinamente perfetta; se riuscivo ad abbandonarmi alla tristezza e a conservare senza fatica la nozione di essere triste; se potevo, ogni mattino, riconoscerla e far sì che balzasse verso di me da un angolo della stanza (...); se amavo e meritavo quotidianamente la mia tristezza, con desiderio, con fame, riempiendomi di tristezza gli occhi e ogni vocale che avrei pronunciato, allora, ne ero certo, sarei rimasto al sicuro dalla ritrosia e dallo scoramento.

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    Calibano said on Jun 11, 2014 | 1 feedback

  • 5 people find this helpful

    Splendidissima regnava la vita immaginata

    L’infelice Brausen si rifiuta di vivere la sua vita, cercando una dimensione per lui tanto più vera e soddisfacente. È in gioco la salvezza, non si scherza.
    Questa fuga dalla realtà e da se stesso avviene attraverso tre piani narrativi - la vita vera ...(continue)

    L’infelice Brausen si rifiuta di vivere la sua vita, cercando una dimensione per lui tanto più vera e soddisfacente. È in gioco la salvezza, non si scherza.
    Questa fuga dalla realtà e da se stesso avviene attraverso tre piani narrativi - la vita vera, la vita nell’appartamento della Cueca (una sorta di dimensione intermedia, di tramite), e Santa María - piani che si rimandano e si intrecciano continuamente, i cui personaggi a loro volta immaginano e si confrontano con altri elementi di finzione (le visioni della Cueca che sente l’appartamento popolato da “loro”, Díaz Grey che si traveste e assume ancora un’altra identità, Brausen che si inventa una nuova agenzia pubblicitaria, affittando un vero e proprio ufficio, in cui riceve immaginari clienti e telefonate), e così via, in uno specchio dentro lo specchio dentro lo specchio, in un dipanamento narrativo che si moltiplica e si autoriflette.

    “Il fatto è che la gente è convinta di essere condannata a una vita, fino alla morte. E invece è condannata soltanto a un’anima, a un modo di essere. Si può vivere mille volte, molti vite più o meno lunghe.”

    All’inizio i tre piani sono netti, divisi in capitoli. I primi accenni a ciò che sta per succedere nella vita di Brausen, alla sua incredibile proliferazione nel mondo della fantasia, sono creati in un modo sfumato, delicato ed efficacissimo: “Appoggiato allo schienale della sedia, rimasi a osservare il ritratto, aspettai fiducioso le immagini e le frasi imprescindibili per salvarmi. In quel momento della notte, Gertrudis avrebbe dovuto saltar fuori dalla cornice argentata del ritratto per attendere il suo turno nell’anticamera di Díaz Grey, e poi entrare nell’ambulatorio, far tremare il medaglione tra i seni, troppo grandi per il suo corpo riconquistato di ragazza. Lei, la remota Gertrudis di Montevideo, avrebbe finito per entrare nell’ambulatorio di Díaz Grey; e io avrei mantenuto il corpo debole del medico, avrei amministrato i suoi capelli radi, la linea sottile e prostrata delle labbra, per potermi nascondere in lui e aprire la porta dell’ambulatorio alla Gertrudis della fotografia.”

    Lentamente, i diversi mondi si mescolano e si confondono sempre di più. Dalla netta divisione in capitoli, uno per ogni realtà parallela, Onetti passa a una sovrapposizione sempre maggiore, i tratti e i confini divengono via via più indistinti. È come assistere a una continua dissolvenza di un personaggio dentro l’altro, di una vita dentro l’altra. Brausen diventa Arce, che diventa a sua volta un altro Brausen, quello della Brausen Publicidad, che diventa Díaz Grey. È una continua metamorfosi, un effetto speciale attraverso cui un personaggio si appanna e svanisce dando vita a quello successivo, fino a una compenetrazione quasi totale. Quando la Cueca muore, Ernesto entra nell’appartamento di Brausen-non-più-Arce: “Sentii che mi stavo svegliando – non da questo sogno ma da un altro sogno più lungo – nel quale era contenuto questo e nel quale io avevo sognato di sognare questo sogno.” Le vite si intrecciano, si sognano e vengono sognate. E, paradossalmente (elemento, questo, davvero affascinante, geniale), se le vite immaginarie sono brevi, il sogno che le ricrea e vi assiste è lungo, infinito. La vita “di là” (dalla Queca, a Santa María) è breve, ma il sogno fatto “di qua” è lunghissimo.

    Nell’introduzione al romanzo Vargas Llosa sembra incerto sul perché di questo aggettivo, “breve”, accennando a diversi significati possibili. A me è sembrato molto chiaro e univoco, invece, e Onetti lo spiega in continuazione. Partire per il mondo della finzione significa per Brausen “…avanzare nel clima di una vita breve nella quale il tempo non poteva essere sufficiente a compromettermi, a farmi pentire o invecchiare”. Una vita in cui non esistono né passato né futuro né ricordi, in cui non c’è mai stato un tempo precedente con cui confrontare un presente deludente, una vita che è solo qui e ora, in cui domina un solo tempo, “un solo momento che esprime tutto”, che impedisce la corruzione operata dalla realtà. Un’”aria in eterno tempo presente, incapace di alimentare la memoria, di offrire punti di appoggio al rimorso”, in cui “abbandonarsi, dimenticare le vecchie leggi, non invecchiare”.

    Un libro da rileggere e scomporre, in cui divertirsi a cogliere le infinite variazioni del tema del confronto tra realtà e finzione, vita “breve” e vita “lunga”, mondo e sogno.
    Un gioco a incastri, una mise en abîme stupefacente, un intreccio tra i diversi piani costruito magistralmente, con una scelta delle parole che ammalia.
    Non posso dire se Matteo Cicogna sia stato fedele al testo spagnolo, ma ha certamente fatto un eccellente lavoro per quanto riguarda la lingua italiana, semplicemente perfetta.

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    Splendini said on Feb 17, 2014 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    Il tempo della realtà e quello della finzione

    IL TEMPO DELLA REALTÀ E QUELLO DELLA FINZIONE.: darei questo sottotitolo al libro di Onetti, un libro incredibile e stupefacente, oscuro e illuminante, irritante e denso, difficile e affascinante. Il tempo della narrazione coglie la vita dei personag ...(continue)

    IL TEMPO DELLA REALTÀ E QUELLO DELLA FINZIONE.: darei questo sottotitolo al libro di Onetti, un libro incredibile e stupefacente, oscuro e illuminante, irritante e denso, difficile e affascinante. Il tempo della narrazione coglie la vita dei personaggi e dello scrittore, Onetti stesso, Brausen e Diaz Grey, Elena Sala e la violinista nell'intreccio temporale in cui il disagio esistenziale si sposta dalla realtà di Brausen a quella dei personaggi che sta creando, dalla loro disperazione e irriconoscibilità reciproca al loro incontrarsi e ritrovarsi in un tempo unico, che contiene vita e morte, verità e falsità. Un tempo che confonde il lettore fino alla fine, quando appare chiaro che Brausen ha bisogno del suo doppio e lo ritrova in Ernesto, l'assassino della prostituta, e ogni duplicazione e proiezione della realtà nella finzione si può ribaltare, perché la finzione è una realtà già completa, può fare a meno della realtà e trasformarla in finzione. Così tutto è assorbito dentro uno scorrere vitale denso e inestricabile, le sensazioni sono precedute e seguite da un destino che si deve compiere e che puoi cambiare solo accettandone il suo disegno oscuro. Disegno che vede la Gueca morire assassinata da Ernesto e Elena Sala assassinata da Oscar. La fuga unita alla mascherata finale per sfuggire alla polizia, unisce i personaggi nel comune destino del tempo che ha compiuto il suo dovere, che ha trovato nella parola letteraria il senso della vita, la replica della propria esistenza in quella degli altri. Brausen dice a un certo punto che lui è tutti gli altri come tutti gli altri sono lui. Tutto si riconosce mentre è irriconoscibile. La morte inevitabile illumina la vita e disegna di essa il tempo duplicabile, cioè l’invenzione al suo interno del tempo necessario della finzione come ombra del reale, e vede nel finale Brausen allontanarsi mano nella mano insieme alla giovanissima violinista.

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    Sancio Panza said on Jul 15, 2013 | Add your feedback

  • 12 people find this helpful

    “Ognuno è soltanto un momento eventuale”

    Permane, alla fine di questo lungo – e travolgente e sorprendente – romanzo, una vaga nostalgia di stanze chiuse, quasi sempre notturne, con le finestre spalancate su un vento fresco e nero, o serali, con i rumori consueti delle esistenze che si riti ...(continue)

    Permane, alla fine di questo lungo – e travolgente e sorprendente – romanzo, una vaga nostalgia di stanze chiuse, quasi sempre notturne, con le finestre spalancate su un vento fresco e nero, o serali, con i rumori consueti delle esistenze che si ritirano. Permangono le immagini di innumerevoli oggetti che popolano questi interni, minuziosamente ripresi nelle vaghe sfumature che la luce disegna su di loro. Locali notturni, oppure uffici, camere d’albergo, caffè, ambulatori: una maestria descrittiva che si dipana con una lentezza che si fa spesso sontuosa nel delineare gli ambiti essenziali ai quali si aggrappa una narrazione che prolifera e lievita, a partire da un punto di non ritorno. Perché come si torna indietro dalla fredda constatazione che la vita – qualsiasi vita – è, o diventerà prima o poi, disperata e disperante? E come si continua a vivere con “la sicurezza indimenticabile che non c’è in nessun luogo una donna, un amico, una casa, un libro, nemmeno un vizio, che possano farmi felice”, come constata lucidamente Juan Maria Brausen, il protagonista del libro? Il romanzo di Onetti inizia dunque dove tante opere della più grande letteratura finiscono: dalla constatazione che la vita è fatta di malintesi e che non c’è via d’uscita, che la condizione più naturale per l’uomo è quella del disperato (che sia disperato puro, “incapace di innalzarsi fino all’altezza della sua prova”, oppure disperato debole e impuro, “che proclamerà la propria disperazione sistematicamente e pazientemente […] e sarà sempre in grado di creare il piccolo mondo di cui ha bisogno, sarà sempre disposto a piegarsi, ad assopirsi”, oppure disperato forte, che “sa o è convinto che nessuno potrà consolarlo”, ma che è disposto in qualsiasi momento ad “affrontare la propria disperazione, isolarla, guardarla in faccia”, secondo la onettiana, personalissima teoria della disperazione), perché non si sfugge alla disillusione, alla corruzione della malattia e della vecchiaia, alla scomparsa delle persone care o, peggio, dei sentimenti che un tempo si provavano per loro. Anche se pare che questa consapevolezza sia un dono terribile riservato ad alcuni, perché tanti invece avanzano sicuri “verso il mondo poetico, musicale e plastico del domani”. Da questo punto di non ritorno il romanzo di Onetti fiorisce, perché affonda sempre più le sue radici nella desolazione del reale per nutrire la finzione su cui è magistralmente costruito. Finzione, e non invenzione, perché Brausen non vuole distrarsi con qualcosa che sia completamente altro da sé, non vuole dimenticarsi, ma vuole fingersi in un’altra vita, fingere se stesso in un’altra situazione, abbastanza diversa per liberarsi dalla propria, ma non così lontana da perdersi completamente di vista. Finzione come necessità esistenziale e quindi finzione di una esistenza. La finzione di Brausen è “la vita breve” di cui ha nostalgia perché non può fare male; breve perché non ha un passato, e quindi è priva di rimpianti, e non ha un futuro, e quindi è priva di aspettative e di possibili delusioni. “Una breve vita di sogno e fantasia verso la quale si fugge quando l’esistenza diventa insufficiente, o come nel caso degli eroi di Onetti, intollerabile”, come scrive Mario Vargas Llosa nella prefazione alla presente edizione. Basterebbe forse tutto ciò a fare de “La vita breve” un grande romanzo, ma c’è molto di più, perché Onetti conduce il lettore lungo un percorso che è un viaggio all’interno delle possibilità e delle potenzialità della finzione. Nella sua penna i mondi reali e fittizi proliferano e coesistono, con esiti imprevedibili sia sul piano dell’intreccio narrativo che nell’approfondimento psicologico dei personaggi e, persino, nello stile che, già barocco e lussureggiante, si impregna sempre più di una sorta di imprecisione espressiva, creando paradossalmente un’atmosfera di incertezza anche quando declina gli aspetti del mondo reale. E’ appassionante per il lettore seguire la genesi e la creazione dei mondi fittizi onettiani che, va detto, non sono frutto di un’astrazione intellettuale o la realizzazione di un progetto razionale, ma sono incarnati in una concretezza densa, fatta di luoghi, paesaggi, volti, suoni, parole, espressioni, tutti colti nelle loro mille varianti. Il primo ha origine da una sceneggiatura che Brausen sta scrivendo per motivi lavorativi e che è ambientata nel villaggio di Santa Maria, perché in quel luogo e senza motivi lui è stato felice per ventiquattro ore, scenario ideale quindi della vita breve. E’ qui che si va delineando quel Diaz Grey, il medico di provincia, destinato ad essere il primo alter ego del protagonista. La genesi del secondo è, se possibile, ancora più suggestiva perché coinvolge un personaggio reale, quella vicina di casa a lungo spiata di nascosto e immaginata da Brausen nelle sue notti insonni, in un misto di attrazione per il mistero che rappresenta e di repulsione per la volgarità dei suoi modi e della vita che conduce. E’ il pensiero di lei, insieme ai sentimenti contrastanti che genera, all’origine della comparsa di Arce, il secondo alter ego del protagonista. Mentre la vita reale per Brausen diventa sempre più intollerabile, il mondo di Santa Maria si struttura sempre più in modo autonomo, ma il salto dalla realtà al mondo della finzione viene mediato dalla condizione intermedia, rappresentata dal rapporto di Arce, inesistente, con la vicina, la Queca, che condivide invece la stessa realtà di Brausen. Onetti costruisce un universo basato sulla iterazione della finzione e sulla sua commistione con la realtà, un universo dove interagiscono razionalità e sogno, disperazione e lucida pazzia, che sa incantare, incuriosire ma, anche, interrogare e provocare il lettore, tanto che in alcuni punti risulta difficile distinguere su quale piano si stiano svolgendo gli eventi narrati (e a mio parere è indubbio che questo sia un effetto voluto dall’autore). La finzione irrompe nella realtà fino a determinarne gli avvenimenti, i due mondi fittizi finiscono per incontrarsi e fondersi, in una progressione che è un delirio onirico ma anche una trama avvincente. Ciò che permette al lettore di non perdersi definitivamente e di apprezzare l’altissimo livello inventivo e strutturale del romanzo risiede nella psicologia del protagonista e nella natura dei suoi alter ego. Brausen non genera personalità realizzate e perciò consolatorie, non genera situazioni felici, eventi lineari, trame risolte. Come potrebbe generare qualcosa di sostanzialmente diverso da sé? Brausen genera se stesso in situazioni diverse e isolate dal passato e dal futuro, dalle leggi imposte dalla morale comune, avulse, estranianti e quindi liberanti. Nell’antirealtà rappresentata da Santa Maria non si svolge una trama coerente, ma si susseguono situazioni ed episodi sparsi, nei quali Diaz Grey si muove guidato dalle fobie, dalle paure, dalle motivazioni inconsce che sono proprie di Brausen. Nell’appartamento della Queca, Arce, che fantastica la sua uccisione, si comporta e agisce come un malavitoso, adeguandosi al modo di agire adatto ad un mondo popolato da prostitute e da magnaccia. La finzione libera Brausen dalle sue frustazioni, lo affranca dai lacci delle consuetudini sociali, rivelando però ciò che è sepolto nella sua natura: l’attrazione per la devianza e per il “peccato”, il desiderio di essere arrogante, anticonformista e persino violento, coltivato di nascosto da un uomo che possiede invece una ben diversa percezione di sé: “… sono questo uomo piccolo e timido, immutabile, sposato con l’unica donna che ho sedotto o che mi ha sedotto, incapace, non già di essere un altro, ma della stessa volontà di essere un altro. L’omettino che stomaca a misura che impone la compassione, omettino confuso nella legione di omettini ai quali è stato promesso il regno dei cieli. Asceta […] per l’impossibilità di appassionarsi”. Brausen è colui che nel mondo reale si spinge più avanti nella costruzione necessaria delle sue personalità fittizie, fino a raggiungere il punto di non ritorno (“Io ero scomparso il giorno impreciso in cui il mio amore per Gertrudis si era concluso; sussistevo nella doppia vita segreta di Arce e del medico di provincia”), ma non è certo l’unico a convivere con la finzione. Onetti lo accompagna a due figure di contorno che costituiscono la parte prevalente dei suoi scarsi rapporti sociali, l’amico e collega Stein e la sua amante Mami. Ebbene, entrambi sopravvivono coltivando, consapevoli, la loro parte di finzione. Stein finge l’amore e la passione che ha provato un tempo, nascondendo la pietà e persino il disgusto che ormai prova nei confronti della sua donna. Mami finge di possedere ancora la bellezza, il fascino e il potere seduttivo che aveva un tempo, coltiva l’illusione che la tiene in vita, cadendo nel ridicolo pur di mantenere l’immagine fittizia che ha di sé. Tutto ciò contribuisce a fare del romanzo una costruzione enigmatica e surreale, resa ancora più suggestiva e complessa dal fatto che ognuno dei personaggi, reali o fittizi che siano, mentre si colloca in un mondo delineato fino allo scrupolo e si atteggia in infinite variazioni di posture e movimenti, pensa, riflette e sogna (“Sentii che mi stavo svegliando – non da questo sogno ma da un altro sogno incomparabilmente più lungo, nel quale era contenuto questo e nel quale io avevo sognato di sognare questo sogno”). Se poi pensiamo che la stessa letteratura non è altro che finzione, finzione necessaria, questo impareggiabile Brausen risulta essere una finzione che finge se stessa, in un delirio che, inevitabilmente, richiama alla mente l’opera del grande Pessoa e i versi del suo fingitore: “Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente”.

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    Lilicka said on Jun 10, 2013 | 7 feedbacks

  • 12 people find this helpful

    Il fatto che la gente è convinta di essere condannata ad una vita, fino alla morte

    Invece è condannata solo ad una’anima, ad un modo di essere, si può vivere molte volte, molte vite più o meno lunghe.

    “la vita breve” è il libro che da inizio al meraviglioso ciclo di Santa Maria, a volte Santamaria, il paese inventato da Bra ...(continue)

    Invece è condannata solo ad una’anima, ad un modo di essere, si può vivere molte volte, molte vite più o meno lunghe.

    “la vita breve” è il libro che da inizio al meraviglioso ciclo di Santa Maria, a volte Santamaria, il paese inventato da Brausen/Onetti con tanto di luoghi e personaggi dal carattere e storia minuziosamente descritti. Ciclo di otto romanzi e un libro di racconti tutti, tranne due, tradotti in Italia anche se non tutti di facile reperibilità.
    Il libro si muove su tre piani narrativi diversi come dice in modo perfetto M. Vargas Llosa nella prefazione.
    Il primo, il mondo reale di Juan Marìa Brausen, l’io narrante, che possiamo dire oggettivo, abitato dalla moglie Gertrudis, gli amici e colleghi di lavoro tra cui il suo capo Macleod. Brausen sta per essere licenziato, si trova in ristrettezze economiche ma soprattutto sta vivendo un momento difficilissimo con la moglie che ha subito l’asportazione del seno, cosa che ha creato una invalicabile barriera tra lei che non accetta la menomazione e pensa di non essere più desiderabile e lui che ha paura di toccarla e forse ha perso il desiderio di toccarla.
    Il secondo è il mondo che gira attorno a Queca, la dirimpettaia e il suo “fidanzato”, chiamiamolo così… Un mondo misto reale e vero ma anche immaginato, inventato e ricavato da quello che Brausen sente orecchiando attraverso il muro e spiando dalla finestra e ricostruito e ricucito poi con la fantasia. Il tutto sembra su un piano quasi di rappresentazione teatrale. Un mondo dove anche lui non è lui in quanto per paura di essere scoperto si fa chiamare da Queca Arce e si comporta con lei come mai Brausen si sarebbe comportato con le donne picchiandola, insultandola, girando per casa sua con la pistola come un comune malavitoso.
    Questo è il mondo che serve da passaggio al terzo mondo, quello di Santamaria, tutto immaginato da Brausen non essendo più capace di vivere la realtà quotidiana insopportabile e troppo triste. Brausen stavolta si immedesima nel dottor Diaz Grey e Gertrudis diventa Elena Sala.
    Inutile dire che questi tre mondi ben diversi per la loro dimensione reale man mano che si procede nel libro si intersecano, si mescolano si intrecciano in modo sempre più difficile da distinguere, ma questa è la grande arte di Onetti, la somma arte di Onetti.
    Va precisato che non è ancora un libro del ciclo di Santamaria, il piano principale è ancora il primo poi il secondo ma appunto si partecipa alla nascita di questo paese, si capiscono poi i vari personaggi del mondo di Santa Maria che creati in queste pagine si ripresentano poi di volta in volta nei libri successivi.
    Come sempre la scrittura è densissima, viscosa come lava appena uscita dalla bocca del vulcano eruttante, inebriante, faticosa, sì anche faticosa ma adorabilmente faticosa, barocca, calibrata in ogni singola virgola, minimo aggettivo, ….
    Una scrittura che ti prende stretta per il collo con una morsa che toglie il respiro, ti devi ogni tanto fermare per mancanza di ossigeno….
    Credo che in questo si vedano come non mai i paralleli con la scrittura di Faulkner, anche se a volte a me veniva da pensare durante la lettura a “le botteghe color cannella “ di Schulz, ma questo potrebbe venir in mente solo a me….
    p.s. Come nei dipinti antichi dove il pittore si ritraeva in un angolo del quadro, tra la folla o come nei films di Hitchcock, dove il regista faceva una piccolissima apparizione di pochi secondi,anche Onetti si diverte a introdursi come personaggio nel libro:”L’uomo che mi aveva affittato metà dell’ufficio si chiamava Onetti, non sorrideva, portava gli occhiali, lasciava ad intendere che poteva essere simpatico solo a donne fantastiche e ad amici intimi”.

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    Mario08 said on Mar 11, 2013 | 7 feedbacks

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