La vita davanti a sé

Di

Editore: Neri Pozza (Biblioteca)

4.3
(2687)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 214 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Farsi , Tedesco , Catalano

Isbn-10: A000139907 | Isbn-13: 9788854500341 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Giovanni Bogliolo

Disponibile anche come: Copertina rigida , Tascabile economico , eBook , CD audio

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Eroe di guerra, diplomatico, cineasta, Romain Gary si suicidò il 3 dicembre 1980. La sua scomparsa fece scalpore ma il vero colpo di scena arrivò quando, pochi mesi dopo la morte, si scoprì che Gary ed Emile Ajar, autore del romanzo "La vita davanti a sé", erano in realtà la stessa persona. Il libro, che narra le vicende di Momo, ragazzo arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, vinse il Goncourt inaugurando uno stile gergale da banlieu e da emigrazione, cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi.
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  • 5

    Questo libro è piaciuto all'unanimità riscuotendo apprezzamento da tutto il Gruppo di lettura.
    La grandezza dello scrittore consiste innanzitutto nella capacità di mettersi nei panni di un ragazzino e ...continua

    Questo libro è piaciuto all'unanimità riscuotendo apprezzamento da tutto il Gruppo di lettura.
    La grandezza dello scrittore consiste innanzitutto nella capacità di mettersi nei panni di un ragazzino e di guardare la realtà dalla sua prospettiva. Ma non solo. Gary ci presenta una realtà cruda e articolata: il mondo degli immigrati parigini, nel quartiere di Belleville, la prostituzione, la condizione dei bambini dati in affido a Madame Rosa che si presta ad accogliere questi figli abbandanati in quello che può sembrare un atto di egoismo, ma che invece, a ben guardare, è un atto di pietà.
    Eppure in tutto questo, forse per il tono leggero e la scrittura infantile, non si può fare a meno di sorridere: per il ritratto di Hitler tirato fuori per dare una scossa a Madame Rosa, per il dottor Katz portato su e giù per le scale, per la tribù di Waloumba che scuote la vecchia Rosa gettandola in aria su una coperta per farla rinsavire….E poi i neologismi, le parole inventate da Momò che rendono così bene le situazioni e le emozioni dei protagonisti.
    Ci ha colpito la grande umanità e solidarietà che si crea in quel mondo appena le cose cominciano a precipitare, e il fatto che nessun personaggio, per quanto squallida sia la sua vita, sia davvero malvagio o indifferente. Solo il padre di Momò fa la sua comparsa, crudele ed egoista, intesa a destabilizzare tutti: ma fa, giustamente, una brutta fine.
    Abbiamo anche riflettuto sulla grande capacità che hanno i bambini di adattarsi alle situazioni più tragiche e sul bisogno di amore di Momò che è così grande da riuscire a vedere la bellezza degli occhi di Rosa pur nella sua decadenza.
    E' uscito un parallelo con "I miserabili" di Victor Hugo, in cui non c'è nessuna speranza e la descrizione della miseria è spietata, un po' come in Pasolini, ma nel libro abbiamo trovato anche la Belleville di Daniel Pennac con la tribù Malaussène.
    Nel complesso un gran bel libro, pieno di filosofia, ha detto qualcuno, per i grandi temi affrontati: la decadenza dell'uomo, l'eutanasia e l'aborto, l'emarginazione degli immigrati, le divisioni razziali e religiose. E l'Amore, naturalmente, con la significativa domanda - per niente banale - di Momò: si può vivere senza?

    ha scritto il 

  • 5

    "La vita non è mica una faccenda per tutti quanti."

    Ho letto tanti libri belli alcuni davvero bellissimi, ma oltre ai belli ed ai bellissimi ci sono gli indimentuicabili, i libri del cuore, quelli che se li leggi a dodici anni ti rimangono dentro e non ...continua

    Ho letto tanti libri belli alcuni davvero bellissimi, ma oltre ai belli ed ai bellissimi ci sono gli indimentuicabili, i libri del cuore, quelli che se li leggi a dodici anni ti rimangono dentro e non se ne vanno più per quanto tu dopo legga altro e ti innamori di altre cose. Questo è uno di quelli.
    Questo è uno di quei rari, magici libri che mentre li leggi ti accorgi che parli nella loro lingua, come ho avuto l'onore. E' uno di quei rarissimi libri che sotto un'apparente e disarmante semplicità nascondono pensieri profondi e pericolosi; dice ad esempio che non è bene abituarsi alla felicità, perchè "è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità".
    Intanto, forse non vi ho mai detto che io evito sempre accuratamente di leggere le quarte di copertina ed i commenti vari; se subisco l'insopprimibile attrazione di un libro assolutamente sconosciuto piuttosto leggo le prime righe, se lo conosco men che meno. Una volta terminata la lettura, però, vado a vedere cosa dicono, se mi trovo d'accordo o meno, perchè di solito si tratta di un riassuntino lievemente esplicativo e ovviamente elogiativo, sennò mica lo pubblicherebbero sul libro stesso, ovvio. Qui invece mi leggo la storia di questo che esce a comperarsi una vestaglia di seta rossa per suicidarsi, in modo che il sangue fosse meno sfacciato, e vengo a sapere che questo signore di origine ebrea russa, vagamente somigliante a Gene Wilder ma più fascinoso, è stato sposato con Jean Seberg e dopo che questa si è suicidata con i barbiturici ha ben pensato di fare lo stesso sparandosi in bocca; non basta, il sedicente Gary, aduso all'uso dello speudonimo -anche Gary lo è, in realtà si chiamava Kacew- è l'unico scrittore ad aver vinto due Goncourt, e, cosa che mi ha particolarmente emozionata, è anche l'autore di quel Profumo di donna da cui il film di Costa-Gavras, con Yves Montand e Romy Schneider.
    In conclusione, non mi posso capacitare che in circolazione esistano simili meraviglie e che possano essermi sfuggite, ed ancora meno mi capacito che solo mezzo secolo fa esistessero personaggi del calibro e dello spessore si questo Kacew, intellettuali a tutto tondo, veri maghi della penna che conservano intatta la loro verve e la loro originalità anche ai nostri occhi.
    Questo libro è magia allo stato puro, è un inno alla vita, all'amore, all'infanzia, alla libertà, alla fantasia. Io lo metterei obbligatorio per tutti, senza distinzione alcuna.

    ha scritto il 

  • 4

    L'umanità dei 'diversi'

    Ci si innamora di questo bambino-adulto, della sua grande umanità e di quella di tutti i personaggi: un mondo di emarginati e di diversi, che colorano il mondo con i loro slanci e il loro punto di vis ...continua

    Ci si innamora di questo bambino-adulto, della sua grande umanità e di quella di tutti i personaggi: un mondo di emarginati e di diversi, che colorano il mondo con i loro slanci e il loro punto di vista rovesciato e 'scandaloso'. Come il bimbo dei vestiti dell'imperatore, puntano in realtà silenziosamente il dito su quello che non va nella società 'normale', e lo fanno commovendoci, ma anche con la leggerezza dell'ironia di un linguaggio inconsueto.
    Momò lo prendiamo per mano per dargli affetto, ma in realtá è lui a condurci e ad insegnarci qualcosa. Ciao Momò, ti cercherò in altre storie...

    ha scritto il 

  • 5

    Una lettura davvero toccante sia per la trama che per il linguaggio usato dal giovane protagonista.
    Momò è figlio di una prostituta che viene affidato a un'ex prostituta ebrea in cambio di denaro. Nel ...continua

    Una lettura davvero toccante sia per la trama che per il linguaggio usato dal giovane protagonista.
    Momò è figlio di una prostituta che viene affidato a un'ex prostituta ebrea in cambio di denaro. Nel corso della storia, la donna si affeziona al piccolo al punto da arrivare a mentire sulla sua età e sulle sue origini pur di tenerlo legato a sé più a lungo possibile, fino alla fine.

    ha scritto il 

  • 5

    E’ sempre negli occhi che la gente è più triste

    Il principio è sempre lo stesso: se per leggere un libro dimentichi di scendere dalla metro alla tua fermata, il libro è bellissimo.
    Questo libro fa l’effetto appena descritto.
    Ti rapisce con… con… no ...continua

    Il principio è sempre lo stesso: se per leggere un libro dimentichi di scendere dalla metro alla tua fermata, il libro è bellissimo.
    Questo libro fa l’effetto appena descritto.
    Ti rapisce con… con… non lo so con cosa, non lo so dire con precisione, ma ti avvolge e ti porta con sé. Non sembra neanche scritto, ma ricamato, un ricamo fatto da una mano delicatissima.
    Se pensate di leggerlo, però, procuratevi i fazzolettini di carta, perché questo è uno di quei libri che vi farà piangere mentre sorridete. Lui è così! D’altra parte è impossibile rimanere indifferenti al racconto, per le espressioni usate, il linguaggio, le similitudini e le riflessioni che ti porta a fare.
    E’ anche un tantino strano, però, meglio che lo sappiate!

    ha scritto il 

  • 4

    Da Picasso a Gary

    E' una storia di emarginati riscattati dalla loro capacità di trarre allegria dalla vita e di costituirsi in tribù, ma è contemporaneamente storia di sentimenti e paure e speranze universali.
    C'è volu ...continua

    E' una storia di emarginati riscattati dalla loro capacità di trarre allegria dalla vita e di costituirsi in tribù, ma è contemporaneamente storia di sentimenti e paure e speranze universali.
    C'è voluto l'occhio di bambino per scriverla ed entrare con passo leggero e saggio e a tratti ironico nella vita di Madame Rosa e del suo giovane ospite Momò (la voce narrante) a Belleville.
    Picasso diceva che studiò tutta la vita per dipingere come un bambino, con questo romanzo si potrebbe dire che Romain Gary (che lo firmò con uno pseudonimo) alla fine della sua vita reinventò una splendida scrittura con il cuore di un bambino.

    ha scritto il 

  • 4

    Strano forte.

    Scritto come da un bambino/ragazzino cresciuto ai margini. Parolacce, frasi scombinate che a volte fanno ridere a volte fanno pensare. Molte ripetizioni, insomma non è un libro come tutti gli altri, p ...continua

    Scritto come da un bambino/ragazzino cresciuto ai margini. Parolacce, frasi scombinate che a volte fanno ridere a volte fanno pensare. Molte ripetizioni, insomma non è un libro come tutti gli altri, però qualche riflessione la fa fare.

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo d’innocenza ma non innocente, una storia di travestiti puttane e sbirri si srotola nella banlieue parigina degli anni cinquanta. Momo, ragazzino arabo nella periferia di Belleville, figlio di ...continua

    Romanzo d’innocenza ma non innocente, una storia di travestiti puttane e sbirri si srotola nella banlieue parigina degli anni cinquanta. Momo, ragazzino arabo nella periferia di Belleville, figlio di nessuno, viene accudito da una vecchia puttana ebrea, Madame Rosa, Lui, Momo, è ovviamente un figlio di puttana, nel senso proprio del termine. Sua madre professava, e lui è stato consegnato a Madame Rosa perché lei lo accudisse e lo crescesse, così come alleva tutti gli altri piccoli figli di puttana che le prostitute le consegnano, non potendoli tenere con loro.
    Attraverso gli occhi di Momo, un universo di derelitti. Le loro storie difficili, a volta devastanti ma mai perdenti. Per ognuno di questi sconfitti (che la società qualificherebbe come “feccia”) Momo ha rispetto. Rispetto tout court. Momo è innamorato del genere umano, e il genere umano s’innamora di Momo, non c’è nessuno, né prostituta né laido trafficante né patetico travestito che non gli voglia bene, che non desideri passargli la mano tra i capelli e dargli una caramella, una parola buona, anche. Questo è l’aspetto del romanzo che meno mi ha convinta. Questa profusione di amore universale in un mondo (mondo, non ambiente) che noi sappiamo essere ben differente, mi ha lasciato perplessa. Sono stata felice per Momo, ma dubito che nella realtà non troverebbe qualcuno che la mano la allunghi troppo, si approfitti di lui, così bello, con i suoi bei capelli neri, con i suoi occhi azzurri belli, con le sue mosse belle, un bambino seducente, solo, senza madre né padre, libero di vagare in mezzo alla banlieue dalla mattina alla sera, eppure tutti quelli che lo sfiorano è solo per tenerezza, senza intenzione. Un miracolo? Viva i miracoli!

    Giganteggia, su Momo, Madame Rosa. Grassa immensa puttana ebrea, quasi calva, che “tra seno, pancia e chiappe non c’era più distinzione, come in una botte”, non ce la fa più a salire con la spesa i sei piani di scale e va sempre più frequentemente in avaria, per cui i marmocchi si vedono costretti a scendere tutti quanti e a spingerla. Va in avaria anche con la testa, partendo per dei viaggi di rimbambimento totale, e Momo teme il giorno in cui lei non tornerà più indietro, e la metteranno su un letto d’ospedale a marcire come un vegetale tenuto insieme come corpo umano. Il momento in cui l’arteriosclerosi si rivela in tutta la sua follia, è un delirio di bellezza descrittiva.

    Stava tutta nuda in mezzo alla stanza, intenta a vestirsi per andare al lavoro, come quando batteva ancora. Be’, io nella vita non ho visto niente e non ho il diritto di dire cosa è spaventoso e cosa non lo è, ma vi giuro che Madame Rose nuda, con gli stivali di cuoio e le mutande di pizzo intorno al collo, perché aveva sbagliato parte, e delle tette così, tutte appoggiate sulla pancia, supera l’immaginazione, vi giuro che è una cosa che non si vede da nessuna parte, ammesso che esista. Per di più, Madame Rose cercava di sculettare come in un sex-shop, ma in lei il culo oltrepassava le possibilità umane. Era tanto truccata che nelle altre parti sembrava ancora più nuda e con le labbra faceva delle mossette da culo di gallina assolutamente schifose. Moise stava in un angolo e urlava, mentre io ho detto soltanto “Madame Rose, Madame Rose” e mi sono messo a correre, mica per mettermi in salvo, ma solo per non stare più lì.

    Il finale è sublime, è il vertice, di quelli che non si dimenticano. Madame Rose muore, e nella morte, proprio mentre il disfacimento del corpo gliela nega, si riappropria della sua dignità fisica, il suo corpo grasso e laido diventa un totem tribale, la rappresentazione di una divinità, immobile e indifferente, truccato giorno per giorno dal piccolo Momo con rossetto e colori squillanti.
    “Ho preso il suo trucco e glielo ho messo sulle labbra e sulle guance e ho dipinto le sopracciglia d’azzurro e di bianco e le ho incollato sopra delle stelline, come faceva lei. Ho cercato d’incollarle delle ciglia finte ma non tenevano. Vedevo bene che non respirava più ma faceva lo stesso, le volevo bene anche senza respirare.”
    Momo che non vuole lasciarla e si ferma a dormire accanto a lei, versandole addosso giorno dopo giorno flaconcini di profumo per non sentire la puzza del disfacimento, Momo che la veglierà per tre settimane, finché, attirati dal puzzo, i vicini non butteranno giù la porta e i strilleranno “Aiuto, che orrore!". Ma prima non ci avevano pensato a strillare perché la vita non ha odore, riflette Momo.

    Il romanzo non mi ha convinta fino in fondo per il buonismo a tutti i costi che lo permea rendendolo alcune volte, al mio palato, melenso. Ma lo consiglio comunque, per chi vuole credere ancora nelle favole, o vuole semplicemente sperare in un mondo migliore

    ha scritto il 

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