La vocazione

Di

Editore: Feltrinelli

3.1
(46)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 264 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8807017946 | Isbn-13: 9788807017940 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Luigi Martinotti lavora in un fast food. Frigge patatine, ma in realtà la sua vocazione, vivissima malgrado l'interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale consuma tutte le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. Ci sono momenti in cui riesce addirittura a distinguere, quasi fosse una visione, l'incontro fra Attila e papa Leone. È riuscito anche a elaborare una teoria storica, secondo la quale i mutamenti della società sono il prodotto di una terribile "insofferenza dell'insicurezza", che spinge gli uomini, cambiando continuamente, a inchiodare il mondo in un presente immobile e rassicurante. Anche la quiete apparente di Luigi Martinetti obbedisce a questa legge. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali ed esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall'imprevedibilità dei rapporti umani, ivi comprese l'intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l'inspiegabile tenerezza per il figlio di lei. Solo l'amico Giuseppe estroso insegnante affetto da una malattia genetica che lo getta in ricorrenti crisi depressive - riesce a tenere accesa la sua vocazione e a comunicargli una sorta di profonda serenità. Quando il fallimento come storico è definitivo, la sua mente vacilla.
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  • 2

    Italiani in minore - 25 apr 16

    Un libro che prometteva molto e che alla fine mi ha totalmente deluso, tanto che ero sul punto di obbedire a Pennac e lasciarlo andare per la sua strada, come io continuo ad andare per la mia. Ed è an ...continua

    Un libro che prometteva molto e che alla fine mi ha totalmente deluso, tanto che ero sul punto di obbedire a Pennac e lasciarlo andare per la sua strada, come io continuo ad andare per la mia. Ed è anche il primo libro consigliatomi da quella tutto sommato interessante ed in altre segnalazioni positive riviste ora assai scomparsa, “Satisfiction”. La trovai nel numero 9, per chi volesse dei reperti, a firma di Lorenzo Morandotti del Corriere della Sera. Perché tante citazioni? Perché se ne parlava entusiasticamente, un volo, forse onirico forse no, che percorre metaforicamente lo sconcerto di una certa sinistra di fronte al precipitare della realtà. Ecco, forse è talmente metaforico il romanzo, che io l’ho letto come se ne narra, seguendo le parole, e, ad un certo punto, mi sono perso. Ho trovato come se ci fossero due di libri, cuciti, tra la prima e la seconda parte, dalla figura tragica di Luigi. Ma tra il primo ed il secondo libro ho trovato un salto mortale all’ingiù, ed il romanzo, senza nessuna rete, si è fatto molto male. La prima parte, il primo romanzo, è reale, concreto e doloroso. A Luigi, appena diciottenne sull’orlo dell’esame di maturità, muore il padre. La madre, pochi mesi dopo, lo lascia per altri lidi, e lui si trova, intelligente, capace, innamorato della storia, a doversi trovare mezzi di sostentamento. Fa mille lavori, da posteggiatore abusivo a commesso in una fallimentare impresa libraria, sempre immerso con la testa nella sua vocazione. La storia, con alcuni misteri cui si accanisce e su cui ragiona. In particolare, spendendo buona parte del suo tempo presso le vicende di Attila e del suo incontro con il Papa Leone Magno. De Marchi ha una cultura letteraria e storica (ex-insegnante di liceo, poi scrittore, ora da anni trasferitosi in Germania, e cresciuto da germanista e traduttore) e nelle more, citando Gibbon ed altri, ci rende partecipi della perplessità di Luigi di fronte alla ritirata di Attila dopo l’incontro con la delegazione papale presso Mantova. Dopo alterne vicende, Luigi si stabilizza come cuoco di patatine in una friggitoria. Instaura un rapporto di amicizia con l’insegnante Giuseppe, con incontri settimanali, che da un alto approfondiscono i reciproci interessi storici e filosofici, dall’altro ci fanno partecipi della malattia degenerativa di Giuseppe (malattia di Charcot-Marie-Tooth, una Neuropatia motorio-sensitiva ereditaria meno fulminante della sclerosi multipla, ma con una progressiva degenerazione del tono muscolare). Sarà Giuseppe a spingere Luigi ad uscire dal guscio, a provare a volgere lo studio in saggio, deviandolo da Attila all’ultimo grande re di Svezia, Carlo XII, ed alla sua misteriosa morte durante l’assedio di quella che oggi sarebbe Oslo. Anche qui belle le pagine storiche, cui rimando gli interessati. Bello il rapporto con il nume tutelare Ruggiero Romano, grande e reale storico italiano. Che lo prende a ben volere, ma che lo lascia senza rete quando improvvisamente muore. L’altro filone, su cui questo si congiunge, è il rapporto con la ragazza-madre Antonella, cameriera nella friggitoria, e con il di lei figlio Giorgino. Luigi trova momenti di pace con lei, anche se sempre rabbiosi perché tolgono attimi allo studio. Ed Antonella, nonostante caparbietà e tenerezza, non riesce ad acquietare le angosce di Luigi. Fino a turbarlo profondamente prospettando una futura vita in comune. Queste tre convergenze, il progredire della malattia di Giuseppe (che lo porterà al suicidio), la fine dei sogni di scrittura e le richieste di Antonella, portano Luigi, con tutti i piedi, dentro ad una crisi e ad un collasso nervoso. Siamo solo a metà libro, ma da qui in poi diventa illeggibile. La discesa nell’alienazione mentale di Luigi non è seguibile. Lui pensa di rapire una bambina a Genova (e lui vive a Milano), ma lo pensa o lo ha letto sul giornale? Va a Genova a consegnarsi alla polizia, ma nessuna bambina è stata rapita. Chiede di essere ricoverato a Cogoleto (nel famoso ospedale psichiatrico di Pratozanino, di cui vi parlerò altrove). E per pagine e pagine si riguarda l’ombelico della sua malattia, parla e riparla con il dottore, e finalmente, intontito dagli psicofarmaci non riconosce più nessuno, neanche la forse amata Antonella. Che dire? Dal falso rapimento in poi tutto il libro mi si è trascinato via, senza emozioni e senza partecipazione. Mi aspettavo altro dopo la prima metà, dolorosa ma ben costruita. Mi aspettavo prese di posizione, anche cadute, ma qualcosa di tangibile con cui fare i conti. Invece c’è il salto: tutta sta andando male, ed allora saltiamo nel buio della pazzia, e così, senza più lottare, ci abbandoniamo all’inutilità della vita non vissuta. Mi piaceva, mi è piaciuta la prima parte. Non capisco, non entro in sintonia con la seconda. spero che voi attenti lettori e più di me capaci di guardare oltre, riusciate a spiegarmi le ragioni di tutto ciò. Io non l’ho capita. E mi ha sinceramente deluso. Metafore della vita? certo di tutto possiamo parlare, e tutto possiamo inventare. Crollo delle illusioni di una sinistra che aspettava altro? Non so, a me è sembrato un tentativo, anche da parte dell’autore di fuggire dalla realtà. Con la quale, a costi dolorosi, dobbiamo invece fare i conti. Rimboccandoci le maniche e non fuggendo. Che delusione!
    “Diciassette anni di lavoro insensato e avvilente, e aveva lavorato solo per poter lavorare veramente e fare lo storico.” (140)

    ha scritto il 

  • 5

    E' la prima volta che leggo un libro di Cesare De Marchi e l'ho trovato straordinario... Molto bella la prosa, il linguaggio e la capacità di far vivere ogni immagine... la storia non è mai scontata, ...continua

    E' la prima volta che leggo un libro di Cesare De Marchi e l'ho trovato straordinario... Molto bella la prosa, il linguaggio e la capacità di far vivere ogni immagine... la storia non è mai scontata, ben delineati i personaggi, le loro vite e i tumulti interiori... ad ogni pagina l'autore fa nascere il desiderio di andare oltre, di sapere cosa farà il protagonista fino ad arrivare ad un colpo di scena finale... assolutamente consigliato!!!!

    ha scritto il 

  • 4

    Una dichiarazione di poetica dello stesso De Marchi è significativa, risale agli esordi quando pubblicò nel 1992 Il bacio della maestra. Egli disse che "la storia della sua lenta formazione di scritto ...continua

    Una dichiarazione di poetica dello stesso De Marchi è significativa, risale agli esordi quando pubblicò nel 1992 Il bacio della maestra. Egli disse che "la storia della sua lenta formazione di scrittore si riassume nella lotta contro il sentimentalismo che si portava dentro sin dall´infanzia". Nei romanzi di De Marchi la precisione della lingua, la filosofia, il comico, contrastano il sentimentalismo, ci si commuove - è vero- ma come avrebbe detto Paolo Conte: da professionisti.
    Si seguono le vicissitudini di Luigi Martinotti un trentacinquenne che vive a Milano e per poter sopravvivere frigge patatine in un fast food. Ha la passione per la storia, per le intuizioni storiche alla Vico, nessuno lo incoraggia tranne un suo amico professore, che cercherà di spronarlo nella stesura di un saggio. Luigi comprimerà in un angolo i suoi affetti, la sua storia con Antonella, ragazza madre, a vantaggio della sua "vocazione": poter pubblicare il suo saggio. Si rivolgerà ad un professore universitario anziano che morirà di lì a poco e le cose si complicheranno. Come molti personaggi di Cesare De Marchi, anche Luigi ha una sua originalità che non si assimila col resto del mondo, almeno del suo mondo metropolitano che lo circonda. Sia nel Talento che ne La furia del mondo, i personaggi di De Marchi sono inassimilabili, problematici, egregi nel senso etimologico di fuori dal gregge; sfiorano l'esaurimento nervoso, tentano suicidi che poi non portano a termine. Si sentono vicini a poeti come il Tasso che si ammala lavorando al suo poema, si ammalano loro stessi. Compiono strampalate azioni e fughe; Luigi fuggirà da Milano a Genova con l'intento di intascare denaro, non vi dirò come. Sono inconsapevolmente comici quando comica è la vita. La scrittura di De Marchi è un innesto riuscito di termini desueti come il dissigilla di Dante in una lingua precisa, saggistica e senza fronzoli.

    Ci sono pagine di grande cura, quando il suo amico professore parla della sua malattia; quando Luigi girovaga per Genova. Il finale forse poteva prendere un'altra piega, se ne esistono - nel mondo e nel mondo di De Marchi.

    ha scritto il 

  • 0

    uomini di serie A

    Leggendo l'Apologia della storia di Bloch ci si imbatte anche nel termine "vocazione" riferito al lavoro dello storico come ricercatore di verità. é strano che proprio questa sia la passione di Luigi, ...continua

    Leggendo l'Apologia della storia di Bloch ci si imbatte anche nel termine "vocazione" riferito al lavoro dello storico come ricercatore di verità. é strano che proprio questa sia la passione di Luigi, friggitore di patatine in un fast food nella Milano di oggi; De Marchi usa la storia come un mondo parallelo dove il protagonista si rifugia quasi ottusamente rinunciando a cambiare la sua vita che lo obbliga a corvee dolorose. L'alienazione dell'uomo di oggi sfocia nel rifiuto della società e nell'esilio della pazzia; la storia dei grandi uomini (Attila, Carlo XII) rimane sottopelle come un ideale impossibile che dà sollievo.

    ha scritto il 

  • 3

    Verso la follia

    Libro preoccupantemente profetico, intenso e destabilizzante. Lingua e stile meravigliosi, al solito. Però non posso dare più di tre stelle e mezzo, conoscendo le potenzialità di Herr De Marchi. Per c ...continua

    Libro preoccupantemente profetico, intenso e destabilizzante. Lingua e stile meravigliosi, al solito. Però non posso dare più di tre stelle e mezzo, conoscendo le potenzialità di Herr De Marchi. Per certi versi sembra di essere di fronte a un passo indietro, un ritorno alle incertezze di "Il talento", piuttosto che a un passo ulteriore rispetto al capolavoro "La furia del mondo". Però dopo tanto tempo fa piacere leggere un romanzo vero, pur con tutti i suoi difetti. E non è cosa da poco

    ha scritto il 

  • 2

    Ripetitivo

    La trama è interessante e riesco facilmente ad immedesimarmi nel protagonista, almeno per metà romanzo. Ma lo stile non mi piace. Troppo lento, monotono, stesse scene che si ripetono troppe volte. Poi ...continua

    La trama è interessante e riesco facilmente ad immedesimarmi nel protagonista, almeno per metà romanzo. Ma lo stile non mi piace. Troppo lento, monotono, stesse scene che si ripetono troppe volte. Poi, quando succede qualcosa che sembra far ripartire il libro, ecco che diventa ancora più lento. Non fa per me.

    ha scritto il 

  • 3

    da rivedere....

    Confesso di non conoscere l'autore, e di aver comprato il libro per la trama, che mi ha incuriosito (il protagonista frigge patatine in un fast-food ma la sua vera vocazione è quella dello storico...) ...continua

    Confesso di non conoscere l'autore, e di aver comprato il libro per la trama, che mi ha incuriosito (il protagonista frigge patatine in un fast-food ma la sua vera vocazione è quella dello storico...).
    Il giudizio è interlocutorio, a due facce: da una parte una scrittura meravigliosa, uno stile denso e asciutto, che trova fondamento sui pensieri del protagonista, Luigi, e sul suo lento scivolare nella follia; dall'altra una narrazione lenta, involuta, che genera una lettura a sua volta lenta, con alcune parti troppo ridondanti, pesanti e infine noiose.
    Nulla toglie però che la stoffa c'é tutta, e a questo punto vale la pena di insistere, di leggere qualcos'altro di De Marchi, di dare un'altra chance

    ha scritto il 

  • 0

    La vocazione è il racconto del lento scivolare di un uomo nella follia. E’ il racconto della quotidianità, delle frustrazioni, dei sogni e della passione che si scontrano con la realtà; che soccombono ...continua

    La vocazione è il racconto del lento scivolare di un uomo nella follia. E’ il racconto della quotidianità, delle frustrazioni, dei sogni e della passione che si scontrano con la realtà; che soccombono, anche quando con ostinazione cercano di scendere a patti con le necessità economiche e i casi sfortunati della vita. E’ il racconto, elegante e chirurgico, dei primi segni di disturbo e del momento, inafferrabile, in cui l’equilibrio sottile tra normalità e follia salta – ed è la seconda a prevalere. Ma è anche lo spietato resoconto di come lo sguardo psichiatrico, una volta attribuita l’etichetta di “folle”, renda impotente ogni tentativo di liberarsene.
    De Marchi ci fa seguire con comprensione e compassione le vicende di un trentacinquenne che voleva fare lo storico e che vicende familiari sfortunate portano a fare mille lavori precari per sopravvivere. Un uomo che cerca di spremere dalle dure giornate, magre di soddisfazioni, il tempo per studiare e tenere aperto uno spiraglio su quello che avrebbe voluto diventasse il suo futuro – e non è nemmeno il suo passato.
    La vocazione è un romanzo claustrofobico, che costringe a misurarsi con la forza dell’idea che sia una società anonima e grigia a modellarci, a renderci individui; che le nostre scelte siano vane e inefficaci, a fronte della forza delle mancate scelte e dell’indifferenza altrui. Soprattutto, il percorso del protagonista verso la follia è un disperato resoconto della mancanza di prospettive nell’Italia di oggi, dove pochi, pochissimi, fanno ciò per cui si sono preparati e si sentono portati. Un Paese folle, che fatica a ricostruire il momento in cui la sua è diventata una pazzia senza volto.

    ha scritto il 

  • 4

    Cesare De Marchi: una bellissima scoperta

    Non avevo mai letto nulla di Cesare de Marchi. Incuriosito dalla trama di questo suo ultimo lavoro, “La vocazione”, ho preso il libro e l’ho letto. È stata una gradevole sorpresa: il libro è molto bel ...continua

    Non avevo mai letto nulla di Cesare de Marchi. Incuriosito dalla trama di questo suo ultimo lavoro, “La vocazione”, ho preso il libro e l’ho letto. È stata una gradevole sorpresa: il libro è molto bello e mi è piaciuto molto.
    Tutto ruota intorno alla figura di Luigi, un giovane uomo con la passione per la Storia, una “vocazione”, da cui il titolo del libro, contro ogni circostanza avversa e contro ogni buon senso. Ma senza questa vocazione la vita era come “senza oggetto, non valeva la pena di essere vissuta. Altri trovano in altro un senso, lui lo trovava lì: per sé, un senso privato, non universale, certo che no, non era un fanatico lui; una condizione minima, cui era indegno rinunciare”.
    Di raro, sopravviene la tentazione dell’inerzia, quella che addolcisce le notti e accorcia le mattine, “muoversi senza lottare col sonno, incominciare la giornata senza fretta, senza la costrizione di comprimere nelle ore che aveva davanti tante pagine lette, tante scritte…”, ma è una tentazione fugace. Alla vocazione non si può resistere, al punto che la vita di Luigi si perde in qualcosa che non dirò per non togliere il piacere della lettura.
    Il libro è scritto molto bene: una prosa ricca, forbita senza però divenire leziosa. Certe espressioni, talune descrizioni, sono così compiute… direi quasi perfette. De Marchi ha fatto sua la lezione di Cechov che raccomandava che le descrizioni fossero tali da far vedere al lettore ciò che si descrive. E, di fronte a certi tramonti, alla pioggia, ai giardinetti di Genova… beh, è come essere lì. Talora la prosa assume il ritmo di una cantilena, ma ciò non spiace; l’unica cosa che non mi è piaciuta è quell’uso di quei “congiuntivi sospesi” (facessero, andassero…) che proprio non digerisco, anche se sempre più stanno affermandosi nella nostra lingua.
    L’ultimo capitolo è bellissimo, quasi perfetto: “l’uguaglianza del caso che assegna a ciascuno il suo codice, quale che sia, con il solo compito di recitarlo e trascriverlo e passarlo ad altri per un’altra recita”.
    Se siete anime fragili o borderline, rimandate la lettura: il gorgo in cui precipita Luigi è talmente vivido che rischia di trascinare giù anche noi…

    ha scritto il