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L'affaire Moro

By Leonardo Sciascia

(161)

| Paperback

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Book Description

120 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Di certo è necessario capire innanzitutto l'evento, sapere il perchè e il per quando delle cose, altrimenti "L'affaire " risulta di difficile comprensione. Eh si, perchè il libro è un susseguirsi di pensieri scritti a caldo, a cavallo delle morte del ...(continue)

    Di certo è necessario capire innanzitutto l'evento, sapere il perchè e il per quando delle cose, altrimenti "L'affaire " risulta di difficile comprensione. Eh si, perchè il libro è un susseguirsi di pensieri scritti a caldo, a cavallo delle morte del deputato.

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    Zefiroxxx said on Oct 4, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Della fine di un proprio romanzo poliziesco, J.L. Borges dice che, risolto l'enigma, c'è un paragrafo che contiene la frase: "tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale". Questa frase lascia capire, prosegue Borg ...(continue)

    Della fine di un proprio romanzo poliziesco, J.L. Borges dice che, risolto l'enigma, c'è un paragrafo che contiene la frase: "tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale". Questa frase lascia capire, prosegue Borges, che la soluzione è sbagliata. Il lettore, inquieto, rivede quindi i capitoli sospetti e scopre un'altra soluzione, quella vera!
    Ebbene, la lettura del lavoro di Sciascia lascia la stessa sensazione: che l'affaire Moro, cioè, sia da rileggere sotto altra luce.

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    cormorano said on May 28, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "In questa forma, nella forma che insieme assumono, nessun minuto avvenimento è accidentale, incidentale, fortuito: le parti, sia pure molecolari, trovano necessità - e quindi spiegazione - nel tutto; e il tutto nelle parti"

    Come in un romanzo. Peggio di un romanzo. Nemmeno le trame dei romanzi hanno un tale livello di ineluttabile necessità (non è raro trovare scrittori che si piegano alle esigenze della storia che stanno scrivendo).
    Leggere del "caso Moro", leggere de ...(continue)

    Come in un romanzo. Peggio di un romanzo. Nemmeno le trame dei romanzi hanno un tale livello di ineluttabile necessità (non è raro trovare scrittori che si piegano alle esigenze della storia che stanno scrivendo).
    Leggere del "caso Moro", leggere dei drammatici minuti del rapimento, dei lunghissimi giorni del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, è come leggere un messaggio inciso nella pietra, una rivelazione del fato che si palesa, divenendo verità incancellabile; perché il "caso Moro" era realtà ancora prima di avvenire, era realtà non riscrivibile in ogni suo più minuto e apparentemente irrilevante dettaglio. I partecipanti (attori principali o semplici comparse che fossero) vi hanno avuto ruoli non dissimili da quelli degli attori che recitano seguendo un copione.
    Il problema, però, è che, anche volendo credere nel destino e nella predeterminazione, non si può proprio negare il fatto che nessuno degli avvenimenti occorsi sarebbe dovuto accadere. Ogni avvenimento (e in particolar modo l'orribile epilogo che sembrò chiudere questa triste e nera vicenda) era evitabile, umanamente evitabile. E' stata la scarsa etica dei singoli (e se questi singoli sono sì uomini, ma anche e principalmente politici, povero il Paese che li ha eletti affinché lo amministrino e lo guidino), la loro misera umanità, a fare in modo che tutto si svolgesse come si è svolto, che niente altro fosse possibile.

    Tutti, e Moro in primis (lo si capisce, tristemente, dalle lettere che scrisse durante la prigionia), sapevano come sarebbe andata a finire.
    Moro conosceva gli uomini ("amici", compagni di partito) ai quali la sua sorte era affidata. Nonostante questo tentò, a più riprese (e pensare che questo amore per la vita fece in modo che i falsi amici lo disconoscessero, lo giudicassero incapace di intendere e volere!), di farne "cadere" qualcuno, sostenuto forse dalla speranza, dalla convinzione che se anche uno solo avesse ceduto (mai poi, cedere a cosa, alla propria umanità?), l'intero muro sarebbe, alla fine, crollato.
    Moro (ed è difficilissimo scrivere di uomini-simbolo) fu il dito (il meno contagiato, forse, il meno implicato di tutti, come lo definì Pasolini) tagliato per salvare la mano; l'impressione che si ha oggi, è che, purtroppo, non ci fosse davvero più nulla da salvare, che ogni azione compiuta o non compiuta, ogni strada intrapresa o non intrapresa, fosse soltanto un palliativo all'ineluttabile disfatta collettiva, dei partiti, del sistema, dello Stato italiano.
    Stato italiano, Stato fantasma, senza anima né corpo, intorno al quale tutti, ipocritamente, si strinsero: in nome della ragion di Stato Moro fu sacrificato e la morte di cinque uomini fu resa vana.
    Stato che è Palazzo costituito da un'infinita successione di stanze ermeticamente chiuse (ma le porte chiuse non tengono fuori i biglietti, che vi passano ugualmente sotto, per cementare o dissolvere alleanze e coalizioni sotterranee).
    Stato che aveva nelle brigate rosse (le quali, almeno agli occhi degli italiani, erano quasi istituzione, "cosa nostra", "all'italiana", resa possibile dallo stato delle cose, fondata su e parte di una certa gestione del potere, di un modo di gestire il potere) la propria controparte, un'auto-eletta nemesi che, in nome del "popolo" (!), uccideva e, da sé, s'assolveva.

    Tutto era già nell'aria (aria torbida, è vero) se nel 1976 Petri riuscì a girare un film come Todo modo.
    Certi particolari, a leggerli oggi, rischiano persino di far ridere (tra sedute spiritiche, madornali cantonate delle forze dell'ordine, disattenzione e disorganizzazione).
    L'impressione è quella di un gioco serio (perché la morte è sempre seria, anche se avviene per cause sciocche) e al tempo stesso stupido: un nascondino giocato da deficienti (deficienti perché non capiscono, deficienti perché mancano di compassione), un palla avvelenata di responsabilità rifiutate.

    Sciascia, così bravo a tessere ombre, a far capire che non esiste verità, questa volta cerca, nella nebbia, una verità possibile: analizzando in dettaglio, finanche con pedanteria, le lettere scritte da Moro durante la prigionia, ricostruisce gli eventi, mettendoli in rapporti di causa-effetto, riannoda fili spezzati, scava nel fango. Inutilmente.

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    alice said on Mar 7, 2014 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    una grande operazione storica e filologica

    Ne L'Affaire Moro Sciascia più che un lavoro d'inchiesta compie un vero e proprio lavoro d'esegesi, analizzando le parole dell'affaire, i detti e soprattutto i non detti ed i lasciati intendere, ricostruendo il sottotesto sia dell'una che dell'aqltra ...(continue)

    Ne L'Affaire Moro Sciascia più che un lavoro d'inchiesta compie un vero e proprio lavoro d'esegesi, analizzando le parole dell'affaire, i detti e soprattutto i non detti ed i lasciati intendere, ricostruendo il sottotesto sia dell'una che dell'aqltra parte.
    un lavoro affascinante che, da una visuale del tutto peculiare, orienta il lettore nella ricostruzione di un evento buio della storia italiana.

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    Anubis said on Feb 17, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Lo stile con cui Sciascia lo scrive non lo rende facilmente leggibile: ricco di immagini letterarie e citazioni, non è un semplice saggio sul caso Moro, come io credevo quando l'ho preso in mano. Forse è più un j'accuse in stile pasoliniano ("Io so!) ...(continue)

    Lo stile con cui Sciascia lo scrive non lo rende facilmente leggibile: ricco di immagini letterarie e citazioni, non è un semplice saggio sul caso Moro, come io credevo quando l'ho preso in mano. Forse è più un j'accuse in stile pasoliniano ("Io so!) di un'intera classe politica che si era impossessata del potere e lo aveva gestito in modo osceno, fino agli ultimi risultati con il caso Moro. Scritto nell'agosto del 1978, a poco più di tre mesi dell'assassinio di Moro, sulla base di appunti e di ritagli di giornale, come ci dice lo stesso Sciascia, fresco soprattutto dei ricordi e delle eco ancora udibili, il libro traccia la figura di Aldo Moro quale si può intravedere dalle sue lettere di prigionia, un uomo, un politico che si rende conto di essere stato abbandonato dal suo partito, dal governo, dalle istituzioni, sacrificato in nome di una fermezza che lo stato dimostra di avere solo nei confronti dei deboli (vedi il caso Cirillo avvenuto solo tre anni dopo, in cui lo stato tratterà con le BR grazie alla mediazione della camorra). O da chi lo considera già morto, politicamente, e non solo. Al testo del 1978 è aggiunta una relazione della commissione parlamentare di minoranza, presentata dallo stesso Sciascia nel 1982. Ciò che nel 1978, nei giorni del sequestro, Sciascia aveva intuito, viene qui denunziato sulla scorta di un indagine. La "trascuratezza" con cui furono condotte le indagini, il movimento spesso di facciata dell'attività investigativa, i pedinamenti di sospetti dell'area dell'autonomia romana contigui alle BR fatti a singhiozzo, le perquisizioni non effettuate nel covo di via Gradoli, l'aver dato per morto Moro da subito, tutto portava a concludere che il politico DC non poteva ritornare vivo a casa.

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    ivan said on Nov 30, 2013 | Add your feedback

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