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Laicità

Una geografia delle nostre radici

(42)

| Others | 9788806178932

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Book Description

Dopo un'introduzione generale del curatore, il volume è organizzato per vociaffidate ciascuna a un autore diverso. Ogni voce mette in relazione ilconcetto di laicità con la politica, le istituzioni democratiche, la ricercascientifica, l Continue

Dopo un'introduzione generale del curatore, il volume è organizzato per vociaffidate ciascuna a un autore diverso. Ogni voce mette in relazione ilconcetto di laicità con la politica, le istituzioni democratiche, la ricercascientifica, la nazione e la patria, la storia, la scuola, la vita e la morte,la fecondazione assistita, le biotecnologie, il darwinismo, il liberalismo, ilrelativismo. Una variegata mappa di concetti che rivendicano la legittimitàdel pensiero laico, nel momento in cui il terreno della cultura laica sembraessere diventato oggetto del contendere da parte di numerosi fondamentalismi,non solo religiosi. Firmano le voci, tra gli altri: Giulio Giorello, GianEnrico Rusconi, Gilberto Corbellini.

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    La laicità presa sul serio. Commento a Giovanni Boniolo, Laicità. Una geografia delle nostre radici, «Notizie di Politeia», 22 (2006), 84, pp. 161-64.

    L’interesse che il tema della laicità sta da qualche tempo suscitando nel nostro Paese si traduce talvolta in produzioni editoriali interessanti. Certamente rientra tra queste il libro curato per Einaudi da Giovanni Boniolo, docente di Logica e filos ...(continue)

    L’interesse che il tema della laicità sta da qualche tempo suscitando nel nostro Paese si traduce talvolta in produzioni editoriali interessanti. Certamente rientra tra queste il libro curato per Einaudi da Giovanni Boniolo, docente di Logica e filosofia della scienza a Padova; un libro interdisciplinare, che contiene contributi assai ricchi di informazioni e di spunti per meditare. Nel complesso – giusto per mettere subito le carte in tavola – un libro utile e godibile, il cui obiettivo “ideologico” (nel senso migliore del termine) mi trova per larga misura simpatetico: la laicità è un valore che va difeso dall’assalto sanfedista dei giorni nostri. È però anche un libro – e qui gioco davvero a carte scoperte – che mi ha lasciato un po’ insoddisfatto sul piano teorico, come avrò modo di dire più avanti, dopo averne sommariamente esposto il contenuto.
    Laicità è strutturato in due parti: una prima parte che concerne quelle che sono definite “questioni generali”, una seconda che tratta quelle vengono denominate “questioni particolari”. Le precede un’Introduzione del curatore, che cerca di offrire un inquadramento generale del problema ‘laicità’, esplicitando i presupposti metodologici dell’opera e – in buona misura – l’idem sentire dei vari contributori sul tema, e arrivando alla fine alla seguente definizione di laicità: “atteggiamento intellettuale caratterizzato in modo sufficiente dal lasciare (e auspicabilmente dall’avere) libertà di coscienza, intesa quale libertà di conoscenza, libertà di credenza, libertà di critica e autocritica” (p. XXVI). La lettura sinottica di alcuni saggi che compongono la prima parte del volume consente di ricavare un quadro contraddittorio sullo stato di salute della laicità in Italia. Se ad esempio prendiamo l’istruzione, di cui dà conto il saggio di Clotilde Pontecorvo, non può non preoccupare il fatto che l’abolizione dell’insegnamento obbligatorio della religione cattolica a seguito del Concordato del 1984 è stata in definitiva attenuata per via amministrativa, attraverso discutibili rimaneggiamenti dei crediti scolastici e dei portfolii delle competenze che hanno reintrodotto dalla finestra (buona parte di) quel che era stato cacciato dalla porta. Non c’è insomma bisogno di affrontare l’irrisolta querelle dei crocifissi (su cui pure Pontecorvo si sofferma) per comprendere che la laicità nella scuola italiana deve ancora muovere passi importanti per potersi dire al sicuro dall’attacco della religione. D’altra parte, è pur vero che in altri campi la laicità sembra passarsela un po’ meglio: infatti, se leggiamo il saggio di Stefano Ceccanti Laicità e istituzioni democratiche, possiamo dopotutto vedere che numerose sentenze della Corte di Strasburgo hanno consentito la costruzione di una laicità europea abbastanza salda (pur con i margini di apprezzamento che vengono concesse ai singoli Paesi e che determinano diversi “gradi” di laicità col variare delle latitudini); e che – venendo ai casi di casa nostra – risale al 1989 la sentenza della Corte costituzionale italiana che ha individuato nella laicità uno dei principi supremi del nostro ordinamento. La qual cosa ai laici non potrà dispiacere, se è vero – come sembra – quel che sostiene Claudia Mancina nel saggio che apre il volume (Laicità e politica), che la laicità è legata a doppio filo alla democrazia (liberale, ça va sans dir; e infatti Mancina discute i modelli di John Rawls e di Jürgen Habermas); e che “la «crisi della laicità» di cui tanto si parla è in realtà una crisi – o una messa in discussione – della democrazia, dei suoi fondamenti etici e della sua capacità di produrre decisioni condivise” (p. 17). D’altro canto, per ribaltare ancora la prospettiva, è fuor di dubbio che, se calpestiamo il terreno – dissodato nel saggio di Gian Enrico Rusconi – dell’etica pubblica (il terreno cioè dove si formano credenze e valori comuni che poi informano le istituzioni e le scelte pubbliche), ancora una volta riemerge un po’ di scoramento: come non vedere l’attacco cui è sottoposta la laicità, pardon il laicismo, che a sua volta sarebbe un epifenomeno di quel relativismo morale catastrofe delle società post-secolari? Il fatto che “oggi nessuno vuole sentirsi dare del «clericale», mentre tutti si dichiarano «laici» («sani» naturalmente)” (p. 49) non serve forse soltanto a camuffare come stanno realmente le cose?
    Questo quadro multiforme scompare però nella seconda parte del volume, in cui – come si rilevava sopra – si discute di questioni particolari: problemi di vita e di morte, riproduzione assistita, cellule staminali, biotecnologie, darwinismo, mass media sono ambiti delle scelte pubbliche in cui la laicità, in Italia, sembra davvero sotto scacco. Scorrendo i saggi uno dopo l’altro, possiamo infatti vedere che sussiste un approccio da Stato etico alle questioni di vita o di morte, con buona pace dell’autonomia dei singoli (Boniolo); che è stata approvata una legge, la 40 del 2004, che restringe all’eccesso la possibilità di accedere alle tecniche di riproduzione assistita e che già nell’utilizzo del termine , “procreazione” indica un profondo debito verso la teologia e i teologi (Maurizio Mori); che il dibattito sulle cellule staminali subisce pesanti ipoteche da parte delle gerarchie religiose (Carlo Alberto Redi); che su biotecnologie e OGM abbondano le decisioni antiscientifiche (e antiscienza) in nome di quel moralismo discutibile che strumentalizza e distorce il celeberrimo principio di precauzione (Gilberto Corbellini); che crescono le aspirazioni del revanchismo creazionista a porsi come alternativa scientifica all’evoluzionismo (Michele Luzzatto); che il sistema mediatico è organico al – e non cane da guardia del – potere (Pietro Greco). Un quadro abbastanza desolante, insomma.
    In verità, non proprio tutti i saggi della seconda parte sono relativi a questioni particolari, se intendiamo con questa espressione l’applicazione dell’ideale della laicità a questioni specifiche. Infatti, gli ultimi tre saggi, anche se rubricati nella categoria delle questioni particolari, sembrano avere più a che fare con la definizione della geografia concettuale e della storia dell’idea di laicità; così almeno mi sembra di poter leggere i due saggi dedicati a concetti affini a quello di laicità, liberalismo e relativismo, e l’ultimo che indaga invece le radici greche. Più nel dettaglio, il saggio di Giovanni Giorgini distingue il liberalismo come dottrina politica dalla laicità come condizione sociale e atteggiamento intellettuale, riconoscendo che ogni liberale è laico (mentre non è vero il contrario); quello di Giulio Giorello distingue invece il relativismo dai due spauracchi dello scetticismo e del nihilismo, configurandolo come “logica dell’incerto” e individuandone la laicità nella sua denuncia “[del]la vanità di qualsiasi pretesa d’infallibilità” (p. 238); il contributo di Maurizio Giangiulio mostra infine come i rapporti tra religione e politica, nella polis greca, siano stati assai complicati, e alla mancata distinzione tra aspetti religiosi e aspetti politico-istituzionali della vita associata si abbini un serrato controllo della religione e delle sue manifestazioni da parte dei cittadini e delle magistrature politiche.
    Tutto ciò premesso, e anche apprezzato, vengo al punto di insoddisfazione teorica. Tale insoddisfazione dipende dalla definizione di laicità offerta da Boniolo nell’Introduzione (e, così mi sembra di aver capito, condivisa dagli altri autori), che ho riportato all’inizio. Si badi: non è un’insoddisfazione riducibile, almeno così a me pare, a una disputa nominale, dal momento che si tratta di una definizione esplicativa e ha dunque un obiettivo scientificamente sacrosanto, realizzare “la traduzione di una nozione da un linguaggio impreciso e ambiguo a un linguaggio rigoroso” (p. XIII). Ma, se non posso che condividere l’obiettivo, non sono sicuro che l’esito (quella definizione esplicativa di laicità) sia convincente. Infatti, è vero, come osserva il curatore, che occorre distinguere tra laicità come status sociale e laicità come atteggiamento intellettuale, e che, tra le due varianti di laicità, la seconda è certamente quella rilevante per il dibattito pubblico odierno. Ma, mi chiedo, siamo certi che, quando si discute di laicità, sia davvero in questione “la libertà di coscienza, intesa quale libertà di conoscenza, libertà di credenza, libertà di critica e autocritica”? Che quel che vogliamo significare sono gli ideali illuministici e non qualcosa di più specifico, ovvero l’irrilevanza delle ipotesi religiose per le decisioni pubbliche? In altre parole, a mio modo di vedere, la laicità che per noi rileva non è tanto un atteggiamento, ma quella proprietà delle scelte pubbliche di operare etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse. La laicità può essere, da questo punto di vista, uno stato di cose desiderabile, come ritengono gli autori del volume e anche chi scrive, oppure no; che sia desiderabile oppure no dipende però dalla risposta che diamo a un interrogativo ben preciso, quale spazio debbano avere nella sfera pubblica gli argomenti religiosi, i moniti ecclesiastici, i precetti divini. Ed è sempre da questo punto di vista che diventa davvero stucchevole la distinzione (che, sia chiaro, non è di questo testo) tra una laicità sana e una laicità malata: c’è soltanto la laicità, che ciascuno giudicherà una cosa sana oppure una patologia a seconda dei propri convincimenti.
    Che il cuore della faccenda non siano le tre libertà della coscienza né l’atteggiamento intellettuale critico (anche se di fatto e forse anche di principio della laicità sono conseguenza) è implicitamente provato, a mio giudizio, dai saggi della prima parte che ho presentato in precedenza. Mancina, Ceccanti, Rusconi, Pontecorvo (ma, per verità, anche Mori, nel saggio sulla riproduzione assistita contenuto nella seconda parte) sembrano avere in mente l’etsi Deus non daretur quando discettano della laicità in riferimento, rispettivamente, a politica, istituzioni democratiche, etica pubblica e istruzione. Questi autori si chiedono cioè se l’indifferenza religiosa, in questi ambiti, esiste e quali buone ragioni possiede a proprio sostegno. Al contrario, il saggio di Mario Bertolissi e Umberto Vincenti, quello di Claudio Bartocci e quello di Walter Barberis, contenuti anch’essi nella prima parte e sin qui non menzionati, sembrano guardare alla questione della laicità come appunto a una caratteristica che ha a che fare con i metodi, rispettivamente, del diritto, della ricerca scientifica e della storia; e non è sorprendente che essi affrontino i temi della razionalità giuridica, del fallibilismo, dell’oggettività, senza toccare la questione dell’etsi Deus non daretur.
    Si osserverà. Perché non dare eguale cittadinanza ai due sensi di laicità qui confrontati? In fondo, anche il linguaggio comune ha un poco assorbito questa idea del laico come una persona che non è vincolata ad alcuna ideologia (religiosa o meno) precostituita. A me sembra tuttavia che procedere in questa direzione finisca per rendere torbide le acque su un duplice piano. Innanzitutto, sul piano del discorso scientifico, mi pare che cercare di mantenere distinti i concetti (in questo caso di laicità e di pensiero critico) consenta di cogliere i punti di reale divergenza teorica sulla questione in esame. In secondo luogo, sul piano ideologico, relativo cioè alla battaglia politica e culturale che a Boniolo e agli altri autori (e anche a me, si parva licet) sta a cuore, sospetto che un’esplicazione per così dire secolarizzata della nozione di laicità offra la possibilità di espungere dal dibattito tra laici e non-laici l’elemento centrale di dissidio, il ruolo del divino nello spazio pubblico democratico. In questo modo però temo che accada che il confine tra gli schieramenti da netto diventi poroso e possa alla fine così scattare il cortocircuito dei non-laici che si tramutano in laici, però sani, e dei laici che diventano atei e mangiapreti. Alla fine, cioè, insistere sulla versione di laicità come atteggiamento critico e liberale rischia di rivelarsi un boomerang, che finisce per fare il gioco di chi ricorre a questa versione di laicità allo scopo di espellere dal dibattito pubblico la versione di laicità come irrilevanza della religione nella sfera pubblica; in questo modo, in effetti, il conflitto evapora e si crea lo spazio per poter introdurre surrettiziamente le diverse (e in sé legittime) devozioni religiose allorché si tratta di definire regole valide per tutti, credenti e non credenti. Mi pare questo un rischio che le democrazie liberali è bene non corrano.

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    Corrado Del Bò said on Aug 7, 2010 | Add your feedback

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  • ISBN-10: 8806178938
  • ISBN-13: 9788806178932
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: 2006-01-01
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