Due amici lontani, che negli anni Trenta hanno condiviso le passioni intellettuali della giovinezza, si scrivono a distanza di un ventennio, separati ormai da tutto: dalla geografia politica, dalla storia, dalle vicende personali e persino dalla lingua materna, abbandonata dall'uno e disperatamente Continue
Due amici lontani, che negli anni Trenta hanno condiviso le passioni intellettuali della giovinezza, si scrivono a distanza di un ventennio, separati ormai da tutto: dalla geografia politica, dalla storia, dalle vicende personali e persino dalla lingua materna, abbandonata dall'uno e disperatamente difesa dall'altro. Eppure, la radicalità di questa separazione - Cioran transfuga in Francia insieme ad altri scrittori rumeni, tra cui Ionesco e Eliade; Noica stoicamente fedele alle proprie radici nazionali - si consuma senza residui nel fuoco di un dialogo che attinge a momenti di rara intensità, come se i due interlocutori non vivessero a Parigi e in Romania, ma ciascuno su un frammento di universo sospeso al di sopra del rispettivo paese. Per il lettore che non cerchi verità comode e risapute, ciò non fa che accrescere l'interesse per questo libro singolarissimo. Vi si parla di utopia e socialismo, di comunismo e democrazia, di libertà e asservimento, del passaggio dalle società di tipo agricolo a un mondo diverso, di fronte al quale lo spirito è combattuto tra l'orrore e «l'amore dell'idea per il reale». Lo scambio epistolare è completato da due ritratti incrociati, intrisi di ironia e ammirazione reciproca, dai quali Cioran emerge come pessimista inguaribilmente infettato dal «virus della cultura», Noica come «aguzzino seducente, delicato e inclassificabile». Al centro di questo colloquio a distanza, costruito sui paradossi e sulle eresie, scopriamo con quanta ricchezza e profondità di temi la tradizione culturale di un paese relegato ai margini dell'Europa si confronti con il destino di un'«anima europea» che, dilagata nel mondo, ha smarrito se stessa.