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Las Uvas de La IRA

(Spanish Language Edition of the Grapes of Wrath)

By John Steinbeck

(6)

| Paperback | 9780142002537

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Book Description

650 Reviews

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  • 3 people find this helpful

    Questo è uno di quei romanzi su cui, alla fine, rimane ben poco da dire e dove le critiche appaiono effettivamente inutili.

    E' un grandissimo romanzo. Non servirebbe dire altro. In più, con una traduzione moderna e perfettamente leggibile (cosa che ...(continue)

    Questo è uno di quei romanzi su cui, alla fine, rimane ben poco da dire e dove le critiche appaiono effettivamente inutili.

    E' un grandissimo romanzo. Non servirebbe dire altro. In più, con una traduzione moderna e perfettamente leggibile (cosa che mancava nelle precedenti edizioni).

    Il racconto è incentrato sull'odissea della famiglia Joad che, dal natio Oklahoma è costretta a emigrare su due piedi poiché la terra che coltivavano, resa esausta e improduttiva dalla coltivazione intensiva del cotone e da disastrose tempeste di sabbia, gli viene requisita dalle banche con cui s'era indebitata.

    Con qualche dollaro in tasca, il gruppo si avvia verso la California, credendo di trovarvi un futuro sereno; ci troveranno invece solo altra fame, malvagità, soprusi, miseria. Emergono le figure della madre, incarnazione della saggezza ancestrale innata nel genere umano e del figlio Tom che, pur essendo appena uscito di prigione per omicidio, unico fra tutti conserva parte di quella saggezza, che gli permette di comprendere i messaggi sociali (le urla di furore e di sdegno dei suoi compatrioti, amplificati dai saggi e pacati pensieri del predicatore Casy) che il suo tempo gli porta agli occhi e alle orecchie.

    Il ritratto che Steinbeck fa dell'America della Grande Depressione è disarmante e riuscitissimo; analogamente, riesce con grandissima capacità a rendere lo spirito e la mentalità di mezzadri e contadini dell'epoca, sgomenti di fronte alla meccanizzazione dell'agricoltura (che permetteva grandi guadagni con minori spese) e impotenti rispetto allo sfrenato accumulo di giganteschi capitali nelle mani di pochissimi. Che distruggono deliberatamente i prodotti agricoli mentre la gente muore di fame, per evitare che un'eventuale sovraproduzione porti a un abbassamento dei prezzi.

    Insomma, economia spicciola applicata sulla pelle di milioni di poveracci. Poveracci, fra l'altro, privi della minima difesa sociale contro i soprusi e le angherie, disperati al punto da accettare salari sempre più bassi, oltre il limite della sopravvivenza.

    Più sono i disoccupati, più i salari calano perché c'è un sempre maggiore numero di persone disposte a lavorare per sempre meno.

    Con le dovute proporzioni, questo circolo vizioso (nuovamente da economia spicciola), così come altri aspetti di questo romanzo monumentale, non vi ricorda tempi a noi assai più vicini?

    Ah, quasi dimenticavo: se spesso è l'incipit a ricordare il libro, qui è il finale che racchiude in sé, con una compostezza potentissima, tutto il romanzo. E, della natura umana, tutto ciò che c'è di buono.

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    Dvd (A. Erit In Orbe Ultimo) said on Aug 20, 2014 | 2 feedbacks

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    Un classico

    Capolavoro assoluto della prima metà del '900, un classico proprio perché senza età. Steinbeck scrive un libro di una attualità sconcertante, alla luce poi della crisi attuale che sta attanagliando il mondo intero, la sua denuncia alla società di all ...(continue)

    Capolavoro assoluto della prima metà del '900, un classico proprio perché senza età. Steinbeck scrive un libro di una attualità sconcertante, alla luce poi della crisi attuale che sta attanagliando il mondo intero, la sua denuncia alla società di allora resta la denuncia alle società di sempre, là dove l'uomo comune, il povero, colui che deve lavorare duramente solo per potersi pagare l'indispensabile per sopravvivere, viene sempre dopo gli interessi di chi è più potente. Naturalmente c'è molto altro in questo libro ma i discorsi si farebbero troppo lunghi ed impegnativi.

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    Mauro said on Aug 19, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    "sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta."

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    Nick Molise said on Aug 19, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Nel 2009 i Mumford & Sons incidono Sigh No More, album di debutto della band indie-folk londinese. La traccia numero 11, Dust Bowl Dance, forse la più bella del disco, è fortemente ispirata al romanzo di John Steinbeck.
    Con Dust Bowl ci si riferisce ...(continue)

    Nel 2009 i Mumford & Sons incidono Sigh No More, album di debutto della band indie-folk londinese. La traccia numero 11, Dust Bowl Dance, forse la più bella del disco, è fortemente ispirata al romanzo di John Steinbeck.
    Con Dust Bowl ci si riferisce alle tempeste di polvere e sabbia che negli anni '30 del novecento hanno colpito le pianure di Texas, Kansas, Oklahoma ed altri stati limitrofi, causando la devastazione delle colture e la caduta in disgrazia di migliaia di famiglie, che avendo perso i propri terreni, o vedendoseli espropriati dalla banche, furono costrette a migrare verso ovest, verso la California, lungo la Route 66 (la "madre di tutte le strade", come la definì Steinbeck) in cerca di lavoro e di nuova fortuna.
    Questo viaggio Steinbeck lo conosce bene, avendolo osservato e compiuto in prima persona. E i Joad sono solo una delle tante famiglie che ha vissuto questa progressiva degradazione economica e sociale, da proprietari terrieri a mezzadri, emigranti, nomadi e infine reietti di una società in profonda trasformazione economica, che come in ogni epoca di transizione elegge vincitori e vittime.
    Tuttavia, mentre si compie questa discesa all'inferno, e la famiglia Joad vede perdere pezzi, invece che sgretolarsi essa si rafforza. E come la fiamma di una candela che emana più luce al buio, così un singolo gesto come quello descritto nella commovente scena finale riconsegna con forza la convinzione che l'uomo ha sempre una possibilità di redenzione, anche quando tutto sembra irrimediabilmente perduto, tanto da far apparire quasi grottesco qualsiasi tentativo di resistenza ad un destino già tracciato.

    Non deve sorprendere che un'opera del 1939 sia ancora oggi in grado di influenzare ed ispirare artisti e song writer, 70 anni dopo la sua pubblicazione. E' attuale oggi come lo era allora, ed è un capolavoro oggi come sempre.

    Se non fossi consapevole dell'ingenuità di quest'affermazione, direi probabilmente che è il miglior romanzo che abbia mai letto.

    Al diavolo, lo è per distacco.

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    Gec said on Aug 19, 2014 | Add your feedback

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    John Steinbeck "Furore": può un libro rappresentare l'atroce impossibilità di fare finta che il tempo non passi mai? Risposta 1: si. Passa eccome, eccome se passa. Resta da stabilire se questo eterno (si fa per dire) divenire apporti migliorie, peggi ...(continue)

    John Steinbeck "Furore": può un libro rappresentare l'atroce impossibilità di fare finta che il tempo non passi mai? Risposta 1: si. Passa eccome, eccome se passa. Resta da stabilire se questo eterno (si fa per dire) divenire apporti migliorie, peggiorie o semplicemente inutilerie. E veniamo al dunque: lessi Furore molti ma molti e molti anni fa e mi piacque molto, anzi di più. Avendo letto recentemente alcune recensioni mi è venuta voglia di rileggerlo per stabilire se nel frattempo il tempo (e chi sennò) era passato anche per me. Risposta 2: forse. E allora? Cosa c'entra tutto questo con Furore? Risposta 3: essendo un inguaribile ramazzottimista potevano esserci due possibilità, o il tempo nel frattempo mi aveva cambiato o chi era cambiato era il libro. Dopo una breve consultazione con mioccugino ho dovuto ammettere che il libro era rimasto quello di allora. E allora? Risposta 4: il tempo fa effetto anche su di me, è inutile negarlo. La narrazione di Steimbeck non mi ha intrigato per nulla. Inutile e disonesto non ammettere che si legge bene, che tutto scorre e che il finale potrebbe anche strappare una lacrimuccia. Non è questo il problema. Quello che mi ha lasciato perplesso sono i due colori scelti dall'autore per dipingere la sua narrazione. Due soltanto, il bianco e il nero. Senza neppure una sfumatura di grigio. Da una parte il Bene, disgraziato, stracciato, vessato, e dall'altro il Male, assoluto, senza volto, indifferente, idiota, incapace di capire anche la sua stessa convenienza. Un racconto totalmente manicheo, dove non c'è posto per niente e per nessuno che non sia funzionale per la tesi che l'autore già ampiamente esplicita nelle prime pagine del libro. La storia scorre, inutile negarlo, ben tenuta da argini possenti che non cedono mai, che la obbligano nel suo percorso, che le impediranno di tracimare, di esondare inesorabilmente nel nostro cuore. O no?

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    Manricogallotti said on Aug 18, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Con i buoni sentimenti non si fa letteratura, ma...

    Tecnicamente questa è una rilettura. Ma non la classifico come tale. Intanto, ho letto Furore da ragazzo e, quindi, molti anni fa. E poi questa è la nuova traduzione di Sergio Antonio Perroni (la ragione per cui ho riacquistato il libro), cond ...(continue)

    Tecnicamente questa è una rilettura. Ma non la classifico come tale. Intanto, ho letto Furore da ragazzo e, quindi, molti anni fa. E poi questa è la nuova traduzione di Sergio Antonio Perroni (la ragione per cui ho riacquistato il libro), condotta finalmente su una stesura priva di tagli e di censure (ma io, allora, non lo sapevo). Quindi, quasi una “prima volta”.
    Ma quale turbamento! Mi ha sorpreso ritrovare intatte le emozioni di allora, malgrado i tanti anni trascorsi e le tante esperienze (anche letterarie) attraversate.
    La saga della famiglia Joad mi ha fatto ancora una volta indignare, sorridere, commuovere. E non è un caso se, all’epoca dell’uscita del libro, negli States, molti si presero la briga di confutare la realtà raccontata da Steinbeck: i proprietari terrieri non erano poi così cattivi!
    Mi stupisco, oggi, per il fatto che il libro – ancorché censurato – fosse pubblicato In Italia nel 1940, in piena dittatura fascista. O, forse, non è poi così strano: a parte i tagli, anche Furore serviva a dimostrare come funzionasse una “demoplutocrazia borghese” e come fossero davvero trattate le masse popolari.
    Oggi lo ri/leggiamo come una sorta di reperto. Sappiamo tutti cosa fosse la Route 66, conosciamo le ballate di Woody Guthrie e gli “aggiornamenti” di Bruce Springsteen, così come il dibattito sul “Grande Romanzo Americano”, ma Furore resta un’esperienza unica e indimenticabile che è stato bello ripercorrere.
    12/08/14

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    Ludwig said on Aug 16, 2014 | Add your feedback

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