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L'avvenire di un'illusione - Il disagio della civiltà

By Sigmund Freud

(126)

| Paperback | 9788854116801

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Book Description

L’avvenire di un’illusione rappresenta un essenziale contributo all’approfondimento della natura della credenza religiosa. La psicoanalisi si ritiene in grado di legare la religione alla natura del desiderio umano, al suo strutturale restare i Continue

L’avvenire di un’illusione rappresenta un essenziale contributo all’approfondimento della natura della credenza religiosa. La psicoanalisi si ritiene in grado di legare la religione alla natura del desiderio umano, al suo strutturale restare inappagato. Si svela la genesi psichica delle rappresentazioni religiose in un confronto con il modo di procedere dei sogni, che mette in luce come esse nascondano, ma anche rivelino i processi più profondi dell’animo umano. Il disagio della civiltà è un’opera di grande respiro culturale che apre la psicoanalisi alle tematiche legate alla situazione dell’uomo contemporaneo e al suo destino. Freud indaga il rapporto dell’individuo con la società da un punto di vista decisivo, volto a mettere in luce la necessaria limitazione delle possibilità di gratificazione del singolo. Il desiderio umano non può sfuggire alle imposizioni e alle restrizioni dell’ordine sociale, con conseguenze fatali sulla psiche degli individui.

«Quando per tutto un tempo si è vissuto nell’ambito di una certa civiltà e ci si è spesso sforzati di indagare quali ne fossero le origini e le vie di sviluppo, si prova infine anche la tentazione di volgere lo sguardo nell’altra direzione e di porre la questione: a quale destino ulteriore questa civiltà va incontro e quali trasformazioni è ancora destinata a subire?»

7 Reviews

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    Come sono concepite la società moderna, la morale e la religione da Freud.
    Chiaro, magari non molto all'inizio, e diretto, senza presunzione, Freud riprende il concetto che lega la potenza della religione alla paura e bisogno di protezione dell'uomo- ...(continue)

    Come sono concepite la società moderna, la morale e la religione da Freud.
    Chiaro, magari non molto all'inizio, e diretto, senza presunzione, Freud riprende il concetto che lega la potenza della religione alla paura e bisogno di protezione dell'uomo-bambino di fronte a Dio-padre.

    Condivido le sue idee, e le sue incertezze se sia proprio possibile, e augurabile, un mondo senza religione, un uomo libero che sappia utilizzare in maniera corretta la razionalità...
    provare?

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    Marty said on Jul 28, 2011 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Ho comprato questo libro perchè mi interessava particolarmente il secondo saggio ("Il disagio della civiltà") per il motivo che, non avendo trovato in vendita a suo tempo il testo, ho dovuto cercare su internet qualche passo per scrivere la parte di ...(continue)

    Ho comprato questo libro perchè mi interessava particolarmente il secondo saggio ("Il disagio della civiltà") per il motivo che, non avendo trovato in vendita a suo tempo il testo, ho dovuto cercare su internet qualche passo per scrivere la parte di filosofia della mia tesina (che includeva anche Pirandello e Munch). Sono rimasto però colpito dal primo saggio nel libro, dove affronta il tema della religione da un punto di vista non scontato (almeno dal mio punto di vista), mentre l'ultimo saggio l'ho trovato interessante a brevi tratti nella parte centrale e nell'ultima parte finale. Mi hanno un po' stufato le apologie che Freud inserisce quasi sempre, ma nel complesso ho trovato questo libro molto interessante e profondo

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    Matteomozz said on Apr 2, 2011 | Add your feedback

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    ho letto solamente il primo saggio, l'avvenire di un'illusione che tratta senza dubbio un tema interessante offrendo buoni spunti di riflessione ma complessivamente non riesce ad essere incisivo, almeno quanto io mi aspettavo che fosse. Le teorie pre ...(continue)

    ho letto solamente il primo saggio, l'avvenire di un'illusione che tratta senza dubbio un tema interessante offrendo buoni spunti di riflessione ma complessivamente non riesce ad essere incisivo, almeno quanto io mi aspettavo che fosse. Le teorie presentate non sono sconvolgenti, voglio dire sono cose abbastanza risapute, comunque nel complesso è risultato abbastanza interessante.

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    Sybil said on Mar 27, 2011 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    un opera più filosofica che psicologica che dilania con freddezza i buoni sentimenti dell'uomo

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    Meaulsen said on Feb 6, 2011 | Add your feedback

  • 7 people find this helpful

    Freud e la natura umana

    In questo commento vorrei soltanto provare a mettere nero su bianco un paio di impressioni “a pelle” che la lettura di questi due saggi mi ha suggerito. Non sono esperto né di Freud né di psicanalisi; questo è il primo libro freudiano che leggo – anc ...(continue)

    In questo commento vorrei soltanto provare a mettere nero su bianco un paio di impressioni “a pelle” che la lettura di questi due saggi mi ha suggerito. Non sono esperto né di Freud né di psicanalisi; questo è il primo libro freudiano che leggo – anche se naturalmente conosco i termini generali del suo contributo. Non farò dunque un riassunto del contenuto di questi due saggi; va da sé che su di essi ci sarebbe molto altro da dire.
    (1) Freud aveva a che fare con pazienti affetti da nevrosi, e in questo campo la sua esperienza era senz’altro smisurata. Ora, la sua analisi sociologica mi sembra caratterizzata (e viziata) dal tentativo di trasferire al livello sociale conclusioni ritenute valide a livello psichico-individuale. Ebbene, anche dando per scontata la validità della teoria freudiana dell’inconscio e il modello da lui proposto circa la struttura della psiche, occorre chiedersi se tale estrapolazione sia legittima. Quello che Freud offre è un parallelismo quasi perfetto fra lo sviluppo della psiche e quello della civiltà: i conflitti intra-psichici e le relative nevrosi diventano cioè la chiave di lettura per una disamina sullo sviluppo della civiltà stessa.
    Qualcuno ha giustamente osservato che, quando si ha in mano un martello, tutto sembra un chiodo. In generale, mi sembra che Freud sia qui affetto da una (scusabile) smania “riduzionista”, propria di coloro che, prendendo un principio o fenomeno che si è scoperto valido o operante in un certo campo, tentano di applicarlo a campi in cui la sua validità (o presenza) non è stata ancora dimostrata; qualcosa di simile a quanto accaduto a suo tempo con la selezione naturale (tendenza a rintracciare fenomeni selettivi al di fuori del contesto in cui la selezione naturale fu originariamente teorizzata) e con la genetica molecolare (qualsiasi fenomeno sociale o culturale può essere spiegato in termini di influenza dei geni). Soltanto nella penultima pagina Freud ammette che si tratta soltanto di un’analogia, che in quanto tale non va presa alla lettera; tuttavia quel parallelismo c’è ed è descritto in maniera piuttosto approfondita.
    Va inoltre osservato che, soprattutto nel secondo saggio, i confini della psiche individuale rispetto alla società non sono affatto netti, dal momento che lo sviluppo delle pulsioni individuali, e i canali verso i quali queste sono indirizzate, sono strettamente dipendenti dalle imposizioni derivate dall’esterno. Accanto al parallelismo di cui sopra, si produce dunque anche un circolo tra individuo e comunità, che ha avuto inizio quando gli esseri umani, per la prima volta, fecero violenza a se stessi istituendo la società civile.
    (2) Mi riallaccio all’ultimo punto. Le pulsioni fondamentali dell’essere umano, secondo Freud, sono profondamente ostili alla società. Ancor più di Hobbes, Freud è sostenitore dell’Homo homini lupus – il che forse suggerisce che l’esperienza della guerra possa avere un certo peso nell’adozione di questo punto di vista. Freud è stato testimone del primo conflitto mondiale, mentre Hobbes visse all’epoca delle guerre di religione; in condizioni del genere, si capisce come possano essersi fatti un’opinione non proprio benigna del genere umano.
    La società civile, per Freud, nasce necessariamente nella forma del divieto e il suo effetto immediato è quello di sopprimere le pulsioni, per loro natura egoistiche, degli individui. Il disagio della civiltà non è altro che questo: l’impossibilità dell’individuo di essere felice a cagione del conflitto necessario tra ciò che lo renderebbe tale e le esigenze sociali. Perfino l’amore, che tra le pulsioni è quella che spingerebbe all’unione, si rivela troppo disordinata, nella sua natura strettamente “sessuale”, e deve pertanto essere anch’essa arginata e regolamentata. Tutto concorre all’infelicità del singolo, il che non fa una piega: se l’essere umano è descritto come naturalmente anti-sociale, la società non potrà che essere per lui fonte di infelicità, disagio, se non addirittura di disturbo mentale.
    Anche qui, Freud parla a un certo punto di “aspirazione altruistica” presente nell’essere umano, sostenendo però che essa si accontenta di svolgere una funzione di restrizione sull’altra, quella egoistica. Ma la cosa che fa più spavento è l’equivalenza tra aspirazione egoistica e aspirazione alla felicità! Significa forse che qualsiasi gesto altruistico non può che implicare la rinuncia a una parte di felicità? In altro luogo Freud scrive che «la rinuncia pulsionale (impostaci dall’esterno) crea la coscienza morale, la quale esige poi ulteriori rinunce» (p. 150). Ovvero, la coscienza morale umana non è altro che freno, divieto, rinuncia – non c’è alcuna spinta endogena alla moralità (reciprocità, simpatia, benevolenza, o vattelapesca). I grandi sconfitti di questa concezione fortemente pessimistica della natura umana sono, agli occhi di Freud, il cristianesimo e il socialismo.
    Ora, lungi da me voler prendere le parti di questi ultimi – e ancor più lungi da me voler rassicurare gli animi sulla possibilità di essere felici – vorrei semplicemente far presente quanto io sia in disaccordo con questa concezione della natura umana. Mi sembra, al contrario, talmente evidente l’esistenza di un istinto naturale alla società e alla socialità, da supporre che soltanto determinate condizioni storiche abbiano potuto impedire a Freud – e altri – di avvedersene. È senz’altro vero che la convivenza obbliga talvolta a differire la soddisfazione di alcuni desideri, ma non sta scritto da nessuna parte che questo sia sempre e comunque motivo di infelicità. Perché non ammettere l’esistenza di una spinta endogena alla moralità e di un innato sentimento di simpatia? Perché negare il piacere connesso alla condivisione, alla reciprocità e all’altruismo?

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    pempi said on Sep 2, 2010 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    L' avvenire di un illusione l'ho trovato molto interessante, per il tema e per il modo con cui è stato affrontato ( con razionalità per un tema razionale ).
    Il disagio della civiltà non l'ho concluso, perchè non mi è piaciuto proprio il modo: pesante ...(continue)

    L' avvenire di un illusione l'ho trovato molto interessante, per il tema e per il modo con cui è stato affrontato ( con razionalità per un tema razionale ).
    Il disagio della civiltà non l'ho concluso, perchè non mi è piaciuto proprio il modo: pesante, perchè troppo razionale, per un tema, l'essere persona all' interno di una società civile, che ritengo sia da affrontare con maggiore emotività e profondezza.

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    Papadavide83 said on Apr 12, 2010 | Add your feedback

Book Details

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  • Paperback 181 Pages
  • ISBN-10: 8854116807
  • ISBN-13: 9788854116801
  • Publisher: Newton Compton (Grandi Tascabili Economici)
  • Publish date: 2010-01-01
  • Also available as: eBook
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